Dal Balilla a Mameli: storia di una ribellione

Erano i primi giorni di dicembre del 1746, l’Europa intera era stravolta da un sanguinoso conflitto dinastico, quello legato alla successione del trono d’Austria, che non era il primo del secolo e che non sarebbe stato l’ultimo. L’intero continente diviso in due blocchi: da un lato quello borbonico, con Francia, Spagna, Svezia, la Repubblica di Genova e i rispettivi alleati minori, dall’altra un blocco asburgico, che andava dall’Inghilterra allo Zar di Russia, passando per il Regno di Savoia e le Province Unite. Oggetto del contenzioso era la legittimità di Maria Teresa d’Austria ad ascendere al trono imperiale dopo la morte di suo padre Carlo VI, il quale aveva rivisto le norme legate alla successione eliminando anche la “legge salica”, emanando così la “prammatica sanzione”, che cambiava le norme di successione dell’Arciducato d’Austria, e ad essa si appellò la fazione imperiale, posizione contestata invece dai sovrani di Slesia e Sassonia, che si erano trovati così esclusi dalla prospettiva di divenire imperatori. Il conflitto ebbe presto un risvolto continentale, con l’intervento al fianco dell’una o dell’altra fazione da parte di moltissimi stati europei. Nel 1744 l’Italia fu terreno di scontro per le truppe ispano-napoletane e quelle austriache e piemontesi. Mentre al sud furono i primi a prevalere, l’intera Val Padana cadde sotto l’occupazione austriaca, ivi compresa la città di Genova, da secoli strettamente legata alla Spagna. L’intera Europa era in fiamme, la popolazione doveva sopportare gli orrori e i pericoli di una guerra sempre più moderna e letale, di eserciti sempre più grandi. Per Genova, città marinara per la quale il commercio era la vita, l’occupazione militare significava più che per molte altre realtà urbane un completo annichilimento della vita pubblica, e risultava ancora più odiosa vista la tradizionale indipendenza della Repubblica, custodita gelosamente sopratutto dai Savoia, che ora assieme agli Asburgo presidiavano in armi la Superba. La situazione era arrivata alla massima tensione, bastava letteralmente una scintilla per causare l’insurrezione generale, voluta smaniosamente dalla stragrande maggioranza dei genovesi. Fu un ragazzo, ora avvolto fra mito e leggenda, originario probabilmente di Montoggio, nell’entroterra, chiamato Gian Battista Perasso, che diede col suo gesto il segnale: assistendo all’ennesimo sopruso perpetrato sui suoi concittadini alzo il braccio e scagliò una pietra contro i soldati intenti a forzare alcuni genovesi al trasporto di un mortaio. Immediatamente tutta la folla fu su questi, come incoraggiata dall’attacco che seppur tanto profondamente desiderato, non si era ancora compiuto per la paura che quel feroce occupante incuteva ai cittadini. In pochi giorni gli invasori austro-piemontesi evacuarono la città, inseguiti per le valli dal popolo rabbioso.

illustrazione novecentesca della rivolta di Portoria

Il tutto non ebbe sbocchi maggiori del ripristino dell’antico regime repubblicano aristocratico, il quale fu comunque soppresso prima dalla Francia Rivoluzionaria e poi, definitivamente, dal congresso di Vienna, che assegnò la potestà su quelle terre agli antichi pretendenti, i Savoia. Cento anni dopo il contesto è sempre quello: una semi-occupazione militare mal vissuta e osteggiata profondamente dalla società ligure, tolti alcuni nobili. Genova è stata circondata di forti dai suoi nuovi padroni, non in funzione di difesa, ma anzi col compito di intimidire e colpire la città in caso di sommosse. Questi formano un anello sui monti del circondario, e sono presidiati da migliaia di soldati piemontesi. In città sono i gesuiti a comandare, ma anche loro non sono visti di buon occhio, sopratutto da quanto Pio IX è stato eletto al soglio pontificio portandosi dietro moltissime aspettative, che si fondevano a quelle riposte in Carlo Alberto, Re “carbonaro” che sembrava poter consentire sbocchi perlomeno liberali all’assetto politico del Regno di Sardegna. Tutto ciò non era ovviamente abbastanza, ma per molti studenti universitari era sufficiente per moltiplicare la loro ansia per una Storia che stava compiendosi, ma ancora troppo lentamente. Fra di loro vi era Goffredo Mameli, figlio di una nobildonna locale e di un ufficiale di marina, iscritto al secondo anno di Legge nella stessa Università che aveva frequentato tempo prima Mazzini. Si può dire che condivise molto della formazione di quello che sarà il suo maestro: educazione in una famiglia dalle tendenze democratiche, frequentazione di associazioni e circoli politico-letterari capaci di soddisfare la sua fame di cultura, carriera universitaria segnata dalla tensione politica e dal conflitto con le istituzioni scolastiche. Nei primi giorni di dicembre si era soliti a Genova ricordare il “Balilla” con una processione, che l’anno precedente, per timore di urtare il sovrano, non si era tenuta. Goffredo e i suoi compagni, indignati dalla codardia dell’amministrazione locale che volutamente sceglieva di dimenticare un eroe popolare nel centenario della rivolta, decidono di organizzare una manifestazione a forte connotato politico. Dopo giorni di comizi e dimostrazioni, il 9 dicembre 1847 un grande corteo animato sopratutto dagli studenti sfila per la città con la bandiera Tricolore, simbolo totalmente eversivo ed osteggiato dallo status quo. Qui Mameli declamerà la sua famosa poesia “Dio e il Popolo”, pregna di contenuti democratici ed insurrezionalisti dedicata proprio alla rivolta di Portoria .

“Come narran sugli Apostoli,
Forse in fiamma sulla testa
Dio discese dell’Italia…
Forse è ciò; ma anch’è una festa.
Nelle feste che fa il Popolo
Egli accende monti e piani ;
Come bocche di vulcani.
Egli accende le città.

Poi, se il Popolo si desta,
Dio combatte alla sua testa.
La sua folgore gli dà.

Uno scherzo ora fa il popolo ;
A una festa ei si convita.
Ma se è il popolo che è l’ospite,
Guai a lui ch’ei non invita!
Grande è sempre quel ch’egli opera
Or saluta una memoria,
Ma prepara una vittoria ;
E vi dico in verità

Che se il Popolo si desta
Dio combatte alla sua testa,
La sua folgore gli dà.

Noi credete ? Ecco la storia :
All’incirca son cent’anni
Che scendevano su Genova,
L’armi in spalla, gli Alemanni ;
Quei che contano gli eserciti
Disser : l’Austria è troppo forte;
E gli aprirono le porte.
Questa vil genia non sa

Che se il Popolo si desta
Dio combatte alla sua testa,
La sua folgore gli dà.

Un fanciullo gettò un ciottolo ;
Parve un ciottolo incantato,
Che le case vomitarono
Sassi e fiamme da ogni lato.
Perché quando sorge il Popolo
Sovra i ceppi e i re distrutti.
Come il vento sovra i flutti
Passeggiare Iddio lo fa.

Quando il Popolo si desta
Dio combatte alla sua testa.
La sua folgore gli dà.

Quei che contano gli eserciti
Vi son oggi come allora :
Se crediamo alle lor ciance
Aprirem le porte ancora.

Confidiamo in Dio. nel Popolo .
I satelliti dei forti
Non si contano che morti.
E vi dico in verità

Che se il Popolo si desta
Dio combatte alla sua testa
La sua folgore gli dà. “

La bandiera della Repubblica Romana recante il celebre motto mazziniano
Partigiani della “brigata Balilla” in posa nei monti di Genova

Nelle stesse giornate prese a divenire popolare un altro componimento di Mameli, che proponeva in versi il programma politico della Giovine Italia, associazione alla quale il poeta stesso aveva aderito un anno prima: si tratta del Canto degli Italiani, che animò le piazze democratiche del Risorgimento fino ad arrivare, dimenticato dal Regno e dal Fascismo (se non retoricamente negli ultimi mesi), alla Resistenza e alla Repubblica, che lo scelse come suo inno nazionale. Un testo altamente poetico, che si apre con un’invocazione alla fratellanza fra gli italiani che si espande nel corso del componimento ad ogni altro popolo. Un inno sì all’Amore, perfettamente stile mazziniano, ma anche alla lotta, alla riscossa, al sacrificio supremo a difesa della libertà e dell’indipendenza. Da Genova questo canto si trasmise alle pianure lombarde, dove lo stesso Goffredo fu sottotenente volontario durante la prima Guerra d’Indipendenza, ma fu solo dopo la prima parentesi di questa guerra che il “Canto degli Italiani” poté accompagnare atti concreti del tutto coerenti col suo significato: la Repubblica Romana colse Mameli già presente nella Città Eterna, ad essa lui dedicò gli ultimi mesi della sua vita, difendendola dagli invasori borbonici, asburgici e dai traditori al soldo di Napoleone III. Fu durante una carica alla baionetta che Goffredo ricevette la ferita che lo porterà alla morte. Ma Mameli non fu dimenticato, il suo esempio eta vivo in tutta Italia: mentre a Roma si difendeva la “Repubblica Rossa”, come era chiamata dagli operai francesi che in solidarietà ad essa scioperavano, Genova insorgeva contro i Savoia, e lo faceva anche in nome di Mameli. Furono giorni duri, ancora peggiori di quelli subiti dalla città un secolo prima, e che culminarono in un saccheggio devastante ad opera delle truppe del generale La Marmora, che fu per i suoi crimini premiato dal nuovo sovrano, Vittorio Emanuele I. Ancora cento anni dopo, strana coincidenza, le figure del Balilla e di Mameli tornano ad accompagnare esempi e gesta degni di loro, e lo fanno durante la lotta di Liberazione contrassegnando i nomi moltissime brigate partigiane. Tra queste è importante ricordare la “Brigata Mameli” a comando misto azionista-comunista, che partecipò alla Liberazione di Treviso ad aprile ’45, e i GAP del quartiere di Bolzaneto a Genova, che formeranno la “Brigata Volante Balilla”, al comando di Angelo Scala che prese esso stesso il nome dell’antico rivoltoso genovese.

Robin Hood, eroe fra mito e realtà

Robin Hood, un eroe-simbolo impresso nella mente di moltissime persone.
Di “Robin Hood” senza dubbio ce ne sono stati molti nella storia e in giro per il mondo, dai Giapponesi Nezumi Kozō e Ishikawa Goemon, allo Slovacco Juraj Janosik; da Lampião a Rummu Jüri; da Scotty Smith al rivoluzionario, e amico di Zapata, Pancho Villa.
Ma solo uno di questi è particolarmente famoso, in parte per cause geografiche e in parte per la sua storia.
Robin Hood, infatti, è il fuorilegge che ruba ai ricchi per dare ai poveri più celebre in Occidente, ma in Asia il più conosciuto è probabilmente Ishikawa Goemon: una sorta di ninja che rubava ai ricchi signori feudali appartenenti all’ordine dei samurai, morto tragicamente bollito vivo, insieme a suo figlio, in pubblico.
Robin Hood visse una vita da eroe, non ebbe però, a differenza di Ishikawa, una morte da martire: si dice infatti che morì per via di qualche malattia, anche se secondo altri morì a causa delle ferite riportate da un agguato da parte delle autorità, organizzato da un traditore presente nella sua banda.
Il simbolo leggendario ed indiscusso di Robin è naturalmente il suo arco, accompagnato dalle sue frecce.
La leggenda vuole che prima di morire disse al suo amico ed aiutante Little John di seppellirlo nel punto in cui sarebbe caduta una freccia infuocata che lo stesso Robin lanciò dalla finestra del monastero in cui risiedette negli ultimi momenti di vita.

Parlando delle sue origini e della sua banda,
Nessuno sa realmente quale sia il vero nome dell’eroe, chiamato con lo pseudonimo di Robyn Hode nei primi manoscritti che ne narrano le gesta. Viene spesso chiamato Loksly o Loxley, ma questo nome gli venne attribuito perché nacque probabilmente a Loxley, nello Yorkshire. Proprio in questa città, infatti, si trovano le tracce di un certo Robert (appunto nome completo di Robin) di Locksly, ritiratosi probabilmente nella foresta nel 1245.
E sempre nello Yorkshire e nei suoi pressi è probabile che siano avvenute le sue gesta. Si dice in genere che la sua storia sia ambientata a Nottingham e nella vicina foresta di Sherwood, ma nelle ballate originali si dice esplicitamente che, anche se la foresta vicina a Nottingham fu frequentata occasionalmente dalla banda, il luogo principale che ospitò Robin fu Barnsdale (50 miglia a nord da Sherwood) nella contea dello Yorkshire.
La foresta di Sherwood è inoltre un luogo improbabile a causa della sua estensione: nel XIII secolo era ovviamente più vasta, ma non avrebbe permesso comunque un riparo sicuro dai perenni controlli da parte delle autorità dello sceriffo. Mentre il leggendario “Major Oak”, luogo in cui, si dice, si riunisse la banda, è stato datato a 8 secoli fa, rendendolo ai tempi di Robin un semplice alberello.
Le ballate originali parlano di Robin come contadino o come mercante, ma pochi anni dopo (quindi nello stesso secolo) iniziò a girar voce che avesse origini nobili.
Secondo una delle versioni più realistiche e, diciamo, “storicamente” accettate, Hood è stato innanzitutto un nobile sassone.
Un nobile che appoggiava Riccardo Cuor di Leone, un re d’Inghilterra che venne poi spodestato dal fratello Giovanni Senzaterra. Quest’ultimo di conseguenza ritirò le proprietà terriere a tutti i nobili fedeli al sovrano destituito passandoli a quelli fedeli al nuovo re.
Va detto inoltre che le politiche di Giovanni senza terra, che consistevano in annalzamento delle tasse, costrinsero moltissima gente alla povertà e quindi al brigantaggio; inoltre una legge da lui varata, chiamata “legge della foresta”, accordò l’accesso esclusivo della foresta ai ricchi nobili della corte, negando quindi ai popolani la caccia o l’utilizzo della legna da ardere, rendendo quindi la banda dei Merry men ancora più “illegale” in quanto appunto residente in una foresta.
Questo trasformò improvvisamente Robin da un nobile proprietario di terreni ad un suddito comune senza alcun avere di valore.
A questo punto Hood si ritirò nella foresta di Sherwood (nei pressi di Nottingham, anche se abbiamo detto precedentemente che il luogo sia improbabile) formando una banda chiamata poi Merry men.
Questa banda di poveri fuorilegge viveva in una sorta di comunità autogestita, conducendo una guerriglia contro le autorità rubando a questi ricchezza e cibo, distribuendo poi il ricavato tra i poveri.
I membri più conosciuti della banda sono John Naylor detto Little John (amico fidato di Robin), Lady Marian Clare (la compagna di Robin), e Frate Tuck.
Little John, tutt’altro che “piccolo”, era il più robusto di tutti e gli venne attribuito questo nomignolo ironicamente; era un uomo molto abile che lottava in genere con un bastone ed era un grande spadaccino. È stato introdotto nelle ballate fin da subito.
Lady Marian e Tuck sono probabilmente inventati.
La prima è stata introdotta nelle ballate circa 3 secoli dopo: nel medioevo si festeggiava ancora, almeno in Inghilterra, il Calendimaggio, e in questa festa si usava rappresentare folkoristicamente la primavera con una “lady”, una signora del primo maggio. Questa lady venne introdotta nelle storie probabilmente a causa della crescente popolarità di Robin derivata soprattutto da tre drammi teatrali noti, appunto, per esser stati redatti in occasione di tale festività.
Mentre Fra’ Tuck venne introdotto nelle ballate circa 2 secoli dopo, rendendo anche questo personaggio improbabile seppur con un importante significato “storico-politico” dietro: rappresentava infatti la parte più umile e Cristiana della Chiesa, estranea appunto al lusso e al peccato di gola professato in genere dai preti e dagli alti ranghi del clero. È probabile che le ballate, popolari e fatte quindi dal popolo, volevano introdurre un personaggio che legittimasse anche da un punto di vista religioso le gesta di Robin e della sua banda, che a prima vista potrebbero suscitare indegno a causa delle “violazioni” alle proprietà private (indegno almeno per gente dell’epoca, molto fedele al cattolicesimo, che sosteneva appunto che rubare fosse sbagliato a prescindere dall’ingiustizia nel sistema, e che ogni autorità era legittimata dal “Signore”).

Parlando delle sue gesta,
È plausibile che Robin abbia imparato ad utilizzare magistralmente il proprio arco grazie alla sua probabile partecipazione alle crociate, prima di tornare in Inghilterra rimanendo poi senza averi.
Incarnò, ai suoi tempo, l’aspirazione alla libertà e alla giustizia che le popolazioni medievali erano costrette a soffocare, schiacciate da ogni sorta di sopruso da parte delle classi elevate. Si ritiene, inoltre, che il racconto delle sue imprese abbia contribuito, nei secoli successivi, a togliere l’esclusiva del diritto di caccia ai proprietari terrieri estendendolo anche alla gente comune che poté servirsene per combattere la fame.
Spesso vediamo gli Uomini del passato in un ottica molto distante, come se, in un certo senso, i veri Uomini siamo noi, mentre quelli del passato erano in qualche modo “animaleschi” o brutali.
Storie come quella di Robin, invece, ci fanno capire che da sempre gli Uomini oppressi hanno lottato contro l’oppressore. Piccoli gruppi di guerriglia o anche grandi rivolte hanno da sempre caratterizzato la nostra storia, e solo parte di queste rivolte sfociarono fortunatamente in Rivoluzioni.
Rimanendo in Inghilterra ci sono altri esempi di rivolte cominciate da un semplice soggetto, come Ned Ludd (molto probabilmente immaginario), o l'”anarchico” Guy Fawkes (da cui deriva poi la maschera degli anonymous).
C’è sempre stato un bisogno di un leader, perfino quando le proteste non ne hanno avuto alcuno (come detto ad esempio con i Luddisti). C’è sempre stato un bisogno di un leader-simbolo che incarnasse lo spirito, l’essenza della rivolta; in modo tale anche da giustificarne, se necessaria, la violenza.
Un ladro-eroe Robin Hood riesce a render nobile perfino la “vergognosa” frode; perché la frode, se fatta da dei poveri che non hanno nulla da perdere se non da guadagnare, e diretta a dei ricchi usurai ed usurpatori, è più che giustificata; anche se questo va appunto contro la legge.
Ricordando le gesta di Robin, dunque, è inevitabile che si metta la morale al di sopra della legge, che essendo fatta da una parte degli uomini, spesso, o sempre, di alto rango, non ha sempre una linea morale e di conseguenza non è automaticamente giusta e da rispettare

C’è comunque il dubbio che sia realmente esistito.
Non è da escludere ovviamente che sia esistito, tuttavia molto probabilmente la sua storia è stata col tempo romanzata e arricchita di dettagli; un po come successe anche con Vlad di Valacchia detto Dracula, o anche Re Arthur, giusto per fare due esempi celebri.
Qualche studioso afferma che la figura di Robin sia una sorta di rivitazione “moderna” di certi miti celtici, quindi preesistenti.
Certi antropologi ad esempio lo ricollegano a Robin Goodfellow detto anche Puck (un folletto reso celebre da Shakespeare con “Sogni di una notte di mezza estate”); altri lo accostano al mito celtico del capodanno o meglio del calendimaggio, che narra del dio dell’anno nuovo che vince contro il vecchio inverno (quindi lo sceriffo); altri lo accostano, sempre parlando dei miti celti, ad uno spirito della foresta che aveva le sembianze di una volpe (ripresa poi dalla versione della Disney), chiamata anch’essa Robin; altri ancora lo riconducono al dio dei ladri presente in molte religioni pagane indo-europee (ad esempio il dio Pan, Greco), le cui sembianze ricordano quelle di un uomo con le corna da ariete (“Robinet” nella lingua celtica, da cui tra l’altro deriva la parola “rubinetto” a causa delle decorazioni con gli arieti fatte in quei tempi). Questo accostamento alle mitologie pagane, e soprattutto al dio dei ladri e dei pastori (da cui proviene poi la figura antropomorfa di satana: uomo con pizzo e con le corna, in genere con le zampe da ariete), rese inizialmente Chiesa cattolica particolarmente avversa nei confronti della figura di Robin Hood, provando infatti a censurare la diffusione delle sue storie e delle sue gesta “anti-sistemiche”.

Tuttavia ci sono diversi indizi che facciano pensare che una figura più o meno simile a quella narrata sia esistita realmente, seppur più rudimentale e senza tutti i particolari o aneddoti eroici attribuiti a Robin.
Ci sono documenti di vari tribunali del tempo che parlano di certi “Robin Hood il fuggitivo” (in una pergamena del 1225 nello Yorkshire), o “il conte Robin di Huntingdon” (1248).
Secondo la teoria di J. W. Walker, il personaggio si deve identificare in Robert Hood, nato a Wakefield (figlio di un guardaboschi di nome Adam Hood) che sposò tale Matilda e che, grazie alla sua opposizione al clero, venne identificato col patrono delle feste agricole pagane. Alcuni personaggi indubbiamente storici potrebbero esser ricollegati all’epopea di Robin Hood, e tra questi si citano: Sir Robert Fitz Ooth conte di Huntingdon (1160 – 1247), Robert de Kyme (1210 – 1285, condannato come fuorilegge ed in seguito amnistiato), Robert Hood (1290 – 1347), Robert Foliot (1110 – 1165), e un grassatore noto come “Robert Hod”, sulla cui testa venne posta una ragguardevole (all’epoca) taglia di 32 scellini e 6 pence nel 1226.
Altri Robert Hood (o Robert Hod) erano comunque viventi all’epoca. Il primo era tal Robert Hod di Cirencester, un servo che viveva nella tenuta di un abate nel Gloucestershire, il quale, dopo aver depredato una carovana, assassinando un dignitario in viaggio, fuggì nella brughiera assieme ai complici e fu bollato come “bandito” da parte di un ministro di re Giovanni, Gerard Athee. Esistevano inoltre altri quattro banditi omonimi nel 1256 ai tempi di re Enrico III, successore di Giovanni, tutti rapinatori di carovane e uno di essi addirittura esperto di furto con scasso in un’abbazia dello Yorkshire. Apparvero, inoltre, altri due Robert Hod che operavano all’epoca, il primo in qualità d’arciere nella guarnigione a presidio dell’isola di Wight, mentre il secondo venne imprigionato nel 1354 perché sorpreso a rapinare nelle tenute reali.
Secondo le analisi di David Baldwin, infine, c’è un fattore: rovinato dalla congiuntura economicae costretto a divenire un predone reo di azioni anche violente, tal Roger Godberg, le scorrerie della cui banda avvenivano nella contea di Nottinghamshire e nelle contee limitrofe, a carico ovviamente di personaggi facoltosi ed influenti.
Già nel 1377 si trovano sparse per l’Inghilterra varie ballate dedicate al personaggio, testimoniando il fatto che la storia sia già iniziata a circolare poco dopo la supposta vita di Robin Hood, ben prima del primo racconto completo dedicato all’eroe folkloristico (“le gesta di Robin Hood”, 1510).

Che sia stato un brigante, eroe semi-leggendario arricchito da tanti particolari, o un personaggio inventato di sana pianta, rimane comunque un simbolo di ribellione.
Un simbolo di ribellione impresso nella mente del Popolo, un simbolo di ribellione contro il sistema vigente che crea diseguaglianza e ingiustizia.
Che sia vissuto o meno a Nottingham è presente nella loro bandiera cittadina.
Che sia stato crudele o meno, rimane un simbolo ed un esempio di generosità; una storia da raccontare e ri-raccontare a tutti i cittadini, in particolar modo ai giovani.
Robin Hood è ancora utilizzato, almeno in occidente, come termine per raffigurare una individuo che ruba ai ricchi, violando quindi la legge, per donare ai poveri; rimane un simbolo utilizzato da moltissimi Socialisti, specialmente i libertari e gli anarchici in quanto anti-autoritari in toto.
Perché l’Umanità, il Popolo, ha sempre avuto bisogno di storie di eroi da tramandare di generazione in generazione; per spiegare sotto forma di racconti, semplici ed intrattenenti per tutti, i problemi che affliggono la società, per diffondere speranza in un mondo migliore.

Mes: dossier e denuncia

Questo sabato, 8 dicembre, la sezione varesotta di M-48 “Mu’ammar Gheddafi” ha esposto nel centro cittadino uno striscione di denuncia contro il Meccanismo Europeo di Stabilità e la sua ultima riforma, particolarmente perniciosa per il popolo italiano e tutti gli europei. Il MES si configura come uno strumento di dissoluzione della democrazia in mano alla finanza continentale, un organismo che non deve rispondere a nessuno e che potrà controllare le decisioni politiche di tutti i paesi ai quali è necessaria la vedita dei propri titoli di stato.

Di seguito riportiamo il dossier di Moreno Pasquinelli apparso sul sito di “Liberiamo l’Italia”:

Le menzogne degli europeisti e le ambiguità dei “sovranisti”

Il contesto da cui nacque la bestia del MES

Dopo decenni di finanziarizzazione dissennata, nel 2007-2008, scoppiò negli Stati Uniti la bolla dei mutui subprime, in sostanza la più grave crisi finanziaria dopo quella del 1929. La conseguenza fu il cosiddetto “credit crunch”, il sostanziale blocco dell’offerta di credito da parte delle banche. L’onda d’urto globale travolse anzitutto l’Occidente, ma colpì in modo letale l’eurozona. I governi di Stati Uniti, Giappone e Gran Bretagna, dopo qualche esitazione, decisero di obbligare le loro banche centrali ad esercitare la funzione di prestatore di ultima istanza (lender of last resort), ovvero stampare la moneta necessaria per prestarla a banche e istituti simili, in grave crisi di liquidità. Il paracadute fornito dalla banche centrali evitò in effetti la catastrofe e l’economia poté riprendersi presto.

Per farci un’idea di quanto massiccia fu la manovra della Federal Reserve, basti ricordare che questa acquistò titoli sul mercato per circa 4500 miliardi. Risultato: vero che il deficit salì al 4,2% e il debito pubblico passò al 102% del Pil, ma la disoccupazione scese sotto il 5%, il Pil tornò a crescere del 2% e Wall street tornò presto ai livelli pre-crisi. Una linea “interventista” che la FED non ha mai abbandonato, se è vero, com’è vero, che nel settembre scorso è intervenuta con una gigantesca operazione di 260 miliardi in soccorso di diverse banche a rischio di collasso.

Non fu così nell’eurozona. Alla BCE, del tutto indipendente dai governi e dal Parlamento europeo, tenuta per statuto a rispettare le sue ferree regole monetariste  (stabilità dei prezzi e tasso d’inflazione non superiore al 2%) è proibito di agire come prestatore di ultima istanza o di correre in soccorso degli Stati. Avemmo così, tra il 2010-2012, la cosiddetta “crisi dei debiti sovrani”: la finanza predatoria, proprio a causa di questa sua natura speculativa, e dato che la BCE non sarebbe intervenuta per assistere gli stati in sofferenza, cessò di finanziarli (i PIIGS in particolare), ed iniziò a sbarazzarsi dei titoli di debito che aveva acquistato. Non soltanto la  BCE non corse in soccorso degli Stati sotto attacco ma, ubbidendo al comando della Germania e della Francia, impose alla Grecia di passare sotto il criminale comando della Troika — ricordiamo che il cosiddetto bazooka del “Quantitative easing” arriverà solo nel 2015. Per quanto concerne l’Italia, ottenute le dimissioni del governo Berlusconi che recalcitrava ad adottare draconiane misure antipopolari (lettera di Trichet e Draghi del 5 agosto del 2011), impose il governo commissariale di Mario Monti che adottò politiche austeritarie senza precedenti.

Fu il fallimento di queste politiche (debito pubblico e deficit dei paesi posti sotto comando come la Grecia o auto-commissariati come l’Italia crebbero invece di scendere), che spinse l’Unione europea a dare vita al MES (Meccanismo Europeo di Stabilità).

IL MES com’era…

Il MES (Meccanismo Europeo di Stabilità), contestualmente alla modifica del Trattato di Lisbona, venne approvato in fretta e furia dal Parlamento europeo il 23 marzo 2011. Venne quindi ratiticato dal Consiglio europeo il 25 marzo. Questo il testo integrale.

Il Parlamento italiano, governo Monti in carica (sostenuto anzitutto da Pd e Pdl), lo approverà assieme al Fiscal Compact, nel luglio 2012. Solo la Lega votò contro, anche se ci furono molti altri parlamentari contrari e astenuti (sul MES 108  addirittura gli assenti al momento del voto).

Finanziato dai singoli Stati membri con una ripartizione percentuale in base alla loro importanza economica — la Germania, contribuisce per il 27,1 %, seguita dalla Francia, 20,3%, e dall’Italia,17,9%. Il finanziamento diretto da parte degli Stati ammonta a 80 miliardi di euro (l’Italia ha versato 14,3 miliardi, la Francia 20 e la Germania 27). La cosiddetta “potenza di fuoco” prevista a pieno regime è di circa 700 miliardi — i restanti 620 miliardi, proprio come qualsiasi altro fondo speculativo che deve fare profitto, il MES li raccoglierà sui mercati finanziari attraverso l’emissione di propri bond.

Fondato formalmente come un’organizzazione intergovernativa, esso, per la natura e le smisurate discrezionalità consegnategli, è stato concepito, né più e né meno, che come una super-banca d’affari privata con in più poteri politici e strategici di vita o di morte sui Paesi che dovessero cadere sotto la sua “tutela”.

Scopo principale dichiarato ed essenziale del MES era ed è quello di salvare la moneta unica e l’Unione europea, mettendo entrambi al riparo dal rischio di collasso, esito altamente probabile nei casi eventuali di default di questo o quello stato membro, quindi la loro uscita dall’eurozona. A questo scopo esso doveva reperire sul mercato le necessarie risorse finanziarie per poi fornire “assistenza” (prestiti) ai Paesi dell’eurozona che si trovassero in difficoltà nel finanziarsi sui mercati.

In cambio di questa “assistenza” il MES, costituzionalmente investito di funzionare come prestatore di ultima istanza, ha l’autorità insindacabile di imporre agli Stati “assistiti” feroci politiche economiche e di bilancio: tagli alla spesa  pubblica, a pensioni e salari, aumenti dell’imposizione fiscale, privatizzazione e vendita dei beni pubblici. Sotto mentite spoglie proprio il massacro che la Troika ha compiuto in Grecia. In sostanza,  come accaduto alla Grecia, i paesi che dovessero ricorrere allo “aiuto” del MES, in cambio, dovranno cedergli piena sovranità, così che il Paese diventa un suo protettorato semicoloniale.

Come se non bastasse il Trattato consegnava, all’interno del comitato direttivo del MES, il potere di veto solo a Germania e Francia. Ergo: questi due Paesi avevano l’ultima parola sugli “aiuti” e nell’imporre le condizioni per erogarli. Tra quests condizioni la stessa “ristrutturazione

Peggio ancora: il MES si sceglieva motu proprio i controllori del suo operato; ad esso era consentito di operare al di sopra di ogni legge nazionale e comunitaria; i suoi membri potevano agire nell’assoluta segretezza; essi godevano di una illimitata immunità civile e penale (nessuno poteva essere perseguito in caso di abusi ed anche crimini); esso gode della cosiddetta “neutralità fiscale”, di fatto si appoggia ai paradisi fiscali per non pagare tasse sui suoi utili

I “sovranisti”, ovvero i pesci in barile

Attenti adesso alle date. Il vertice dell’Unione europea tenutosi il 29 giugno del 2018 (era in carica il governo giallo-verde) annuncia di voler “rafforzare” il MES, “riformandolo”. La ragione di questa “riforma” è palese: il vecchio MES non viene più considerato adeguato a fare fronte al rischio di una tempesta finanziaria globale che, considerata altamente probabile, potrebbe far saltare l’eurozona. Una conferma palese che, al di là delle chiacchiere di circostanza e dei peana verso Draghi, gli stessi tecnocrati prendono atto del fallimento loro e della politica di Quantitative Easing della BCE.

I tecnici si mettono al lavoro per emendare e aggiornare il vecchio Trattato del MES.

Così il 14 dicembre 2018 (governo giallo-verde in carica) il vertice dei paesi dell’eurozona approva le linee generali il “prospetto” con gli emendamenti per la revisione del MES.

E quindi arriviamo al 21 giugno 2019 quando si prende atto dell’accordo generale sul nuovo testo del Trattato. A nome del governo giallo-verde sempre in carica c’erano Conte e Tria che danno l’assenso. In questi giorni assistiamo al baccano assordante della Lega  che accusa Conte di aver “tradito” la Risoluzione approvata dal Parlamento il 19 giugno 2019. Salvini e company vorrebbero far credere che quella Risoluzione impegnava Conte e Tria a respingere la riforma del MES.

Per quanto sia chiaro che Conte e Tria siano asserviti alla cupola eurocratica, l’accusa è falsa. La Risoluzione, riguardo al MES affermava solo quanto segue:

«è opportuno sostenere l’inclusione, nelle condizionalità previste dal MES e da eventuali ulteriori accordi in materia monetaria e finanziaria, di un quadro di indicatori sufficientemente articolato, compatibile con quello sancito dal Regolamento (UE) n. 1176/2011, dove si consideri quindi fra l’altro anche il livello del debito privato, oltre a quello pubblico, la consistenza della posizione debitoria netta sull’estero, e l’evoluzione, oltre che la consistenza, delle sofferenze bancarie, onde evitare che il nostro Paese sia escluso a priori dalle condizioni di accesso ai fondi cui contribuisce».

La Risoluzione, come si vede, non solo non respingeva il MES, accettava la riforma chiedendo solo venissero considerati altri criteri per accedere all’assistenza del MES medesimo e respinti eventuali automatismi nella ristrutturazione del debito pubblico.

In barba alle resistenze di economisti come Alberto Bagnai e Claudio Borghi, c’è stato un evidente e implicito cedimento politico (dopo quello compiuto a dicembre 2018 sulla Legge di Bilancio). De facto la Lega non ha mai deviato dalla “linea Giorgetti”.

Non dimentichiamo che erano i giorni in cui la Commissione europea minacciava una procedura d’infrazione. I giallo-verdi, Lega compresa se l’erano praticamente fatta sotto: non consegnarono a Conte e Tria alcun mandato, né quello di dire no alla riforma, né tantomeno di dire no al MES. Peggio: chi abbia letto la selva di inaccettabili emendamenti è portato a chiedersi se dirigenti e parlamentari di Lega a 5 Stelle li abbiano letti davvero. Temiamo di no, altrimenti avrebbero dovuto convenire, almeno, per un rifiuto categorico della “riforma”.

Il MES com’è diventato

Veniamo ora a questa famigerata “riforma”. Le cose, sono peggiorate o migliorate per il nostro Paese? Fermi restando i già terribili criteri del vecchio MES, sono peggiorate, e di molto. Sono infatti diventate molto più severe, e di molto, le cosiddette “condizionalità” per poter accedere allo “aiuto” del MES. Per di più con le modifiche apportate vengono aumentati sia i poteri del MES che le sue facoltà di ingerenza negli Stati, e si rafforza la sua indipendenza — che diviene totale, anche rispetto agli organismi Ue come la Commissione o il Consiglio, per non parlare del cosiddetto “Parlamento europeo”. Altro che “democrazia”! Il MES è l’incarnazione stessa della natura oligarchica e tecnocratica, oltre che liberista dell’Unione europea.

Non è facile, per un comune cittadino, capirci qualcosa. Si tratta di 35 pagine di farraginosi e contorti emendamenti, quasi quanto l’intero Trattato originale, scritti nel tremendo linguaggio dei tecnocrati, cioè comprensibile solo a degli iniziati.

Incombente minaccia. Vengono istituite, in caso di tempesta finanziaria, due linee di credito, di fatto dividendo i Paesi dell’eurozona, in barba ad ogni principio di solidarietà europea, in affidabili (seria A) e inaffidabili (serie B).

A – Quelli di serie A, che rispettano un deficit sotto il 3%, un rapporto debito/pil entro il 60% (riconfermate, come si vede, come intangibili le assurde due regole alla base della Ue), e che non abbiamo procedure d’infrazione, potranno accedere facilmente ai crediti del MES. Per di più il nuovo Trattato terrà conto dell’assenza di problemi di solvibilità bancaria e che abbiano avuto accesso ai mercati finanziari  a “condizioni ragionevoli”. Questa prima linea di credito è chiamata PCCL (Linea di Credito Precauzionale Condizionata).

B – Quelli di serie B, i quali, come scrivono lorsginori “deviano” dal Patto di stabilità e crescita. E’ palese che l’Italia è esclusa da questa categoria, mentre verrebbe collocata nella seconda linea di credito denominata ECCL (Linea di Credito Condizionata Rafforzata). Il MES fornirebbe aiuto solo a determinate condizioni, ovvero che il Paese in questione adotti politiche di bilancio e sociali per un rientro forzoso entro i parametri del 3% e del 60%. Ergo: ove l’euro barcollasse a causa di una nuova tempesta finanziaria globale e l’Italia dovesse ricorrere allo “aiuto” del MES, dovrebbe procedere a tagli immani della spesa pubblica, al massacro sociale, a svendere a predatori stranieri gran parte dei beni e delle aziende pubbliche.

E’ facile intuire come non solo sia falso che nel Trattto non siano contemplati “automatismi”, che date le condizioni terribili e di ardua attuazione, ove l’Italia dovesse ricorrere a questo eventuale “soccorso” del MES, il Paese verrebbe gettato nel girone infernale dei Paesi insolventi, con rischio effettivo di un caotico default.

La spada di Damocle. Per i Paesi di serie B i tecnocrati hanno previsto che il MES, prima di concedere “assistenza” possa chiedere loro la “ristrutturazione” maligna del debito pubblico, ovvero una brutale svalutazione del valore dei titoli di stato in mano ai suoi possessori. Tecnicamente questa “ristrutturazione si riferisce alle famigerate  CACs (Clausole di Azione Collettiva) che implicano, in barba all’Art. 47 della nostra Costituzione, che i titoli di Stato potrebbero non essere più garantiti.

Il MES interverrebbe quindi solo dopo il default, comprando quindi i titoli di debito a prezzi stracciati. Perché questa “ristrutturazione” sarebbe nefasta? Perché milioni di cittadini che hanno acquistato titoli italiani, si troverebbero dimezzato il valore del loro risparmio. Va da sé che davanti a questo rischio è altamente probabile che si inneschi una fuga dai titoli italiani, coi paperoni e le stesse banche che vorranno sbarazzarsi di BTP, Bot ecc., per acquistare quelli di Paesi a tripla A. Non si fa altro, quindi, che incoraggiare la fuga dei capitali dal nostro Pese ed aggravare il pericolo di una crisi di debito, con spread in rialzo ecc.

Banche: la corda sostiene l’impiccato

Al peggio non c’è limite. Il Trattato riformato stabilisce che esso verrà applicato contestualmente all’attuazione della letale (non solo per l’Italia) Unione Bancaria europea.

Si istituisce, allo scopo di impedire agli Stati ogni salvataggio, un “Fondo Unico di Risoluzione” costituito dalle banche europee, ma sotto la stringente sorveglianza del MES. Le conseguenze per le banche italiane sarebbero devastanti. Non a caso addirittura due europeisti di ferro come il governatore di Bankitalia Visco e il Presidente dell’ABI Patuelli, hanno lanciato l’allarme.

Nel Trattato del MES, nascosto tra le pieghe degli arzigogolati emendamenti riguardante il “completamento dell’Unione bancaria”, su pressione anzitutto tedesca (in particolare del Ministro delle Finanze Olaf Scholz),  è stata introdotto il criterio di “rischio rating sui titoli di debito”. Dato che le banche italiane hanno in pancia centinaia di miliardi di titoli di stato, non solo per esse si renderebbe altamente pericoloso acquistarne di nuovi, il punteggio negativo le spingerebbe in un tunnel senza via di scampo. Ed è evidente che ciò avvantaggerebbe la Germania. Dato infatti che circa 400 miliardi titoli pubblici italiani è oggi in possesso delle banche italiane, esse si troverebbero con i loro asset falcidiati. Quella che lorsignori, con linguaggio criptico, chiamano “ponderazione dei titoli di stato”, che null’altro sarebbe se non una decurtazione lineare del valore dei titoli, farebbe saltare il sistema bancario italiano.

I tecnocrati hanno previsto pure questo, e hanno stabilito che le banche, se vorranno sopravvivere e non essere mangiate da quelle tedesche e francesi, dovranno ricorrere al bail-in, ovvero pagheranno un prezzo salatissimo i costi del salvataggio non solo gli azionisti e gli obbligazionisti ma pure i correntisti — come già accaduto a Cipro.

Viene così brutalmente calpestato l’Art. 47 della Costituzione che obbliga lo Stato a “favorire” e “proteggere il risparmio”. Si tratterebbe dell’ultimo strappo anticostituzionale, visto che da decenni i governi, accettando di sottomettersi alle regole dell’Unione europea hanno già ucciso il medesimo articolo recita che “la Repubblica disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito”. Sarà il MES e solo il MES ad arrogarsi questa funzione, obbligando le banche italiane, diventate suo ostaggio, a chiudere i rubinettti del credito a cittadini e imprese, con ciò facendo precipitare il Paese in una depressione spaventevole.

Abbiamo così che i Paesi che coi criteri ordoliberisti avrebbero un sistema bancario “sano” — per lorsignori sarebbero “sane” le banche tedesche, francesi  e olandesi piene zeppe di derivati tossici mentre sarebbero “malate” quelle italiane dati i crediti deteriorati che ancora hanno in pancia — sono palesemente avvantaggiati, mentre quelli come l’Italia, malgrado le banche abbiano compiuto enormi sforzi di ricapitalizzazione, per godere dell’assistenza dovrebbero non solo sottomettersi a cure da cavallo —tagli drastici ai costi e una stretta nel credito— ma ricorrere al bail-in. E’ quindi un fatto, visto che i Paesi di serie A godranno di una corsia preferenziale per accedere al soccorso del MES, che coi soldi versati dall’Italia al MES saranno salvate in prima battuta le banche tedesche, francesi o olandesi.

Il soccorso del MES è come la corda che sostiene l’impiccato.

Potremmo continuare scendendo in dettagli che confermano l’impianto vessatorio (anzitutto verso il nostro Paese) della “riforma”. La morale è che lassù sono disposti a tutto pur di salvare l’euro e questa Unione liberista e matrigna, anche a far affondare l’Italia.

Come uscire dalla gabbia

Le destre “sovraniste” non la dicono tutta. Non basta chiedere il governo ponga un veto alla riforma del MES. Il veto va posto sul MES in quanto tale. Ove non lo facesse è giusto che esso si dimetta e che gli italiani siano chiamati al voto. Tanto più risibile, lo diciamo ai 5 stelle e a LEU, limitarsi a chiedere un “rinvio” per riformare la riforma.

Le destre “sovraniste” predicano bene ma razzolano male. Esse stanno sbraitando sul MES, ma cosa effettivamente propongono in alternativa alle direttive che vengono dall’Unione europea in caso di un altamente probabile schock finanziario globale? Essendo, come il loro compari del PD di provata fede liberista, e avendo abbandonato l’uscita dall’euro e la riconquista della sovranità monetaria, non riescono a proporre nulla di serio e credibile.

Se il male è grave la terapia non può che essere radicale. Quando arriverà il prossimo schock finanziario tutto dipenderà fondamentalmente da una questione: quella della sovranità nazionale, che include ovviamente la decisiva sovranità monetaria. Ciò è tanto più vero per un paese come l’Italia. E’ sicuro che un’Italia ancora prigioniera dell’euro e con le mani legate dai vessatori meccanismi europei, non potrà che restare in balia dei mercati finanziari (cioè delle grandi banche d’affari, fondi, etc.).

Un Paese che avesse scelto l’uscita dalla moneta unica avrebbe invece la possibilità di attuare misure difensive di notevole efficacia.

La prima di queste misure è quella del nuovo ruolo da assegnare alla Banca d’Italia, riportata a tutti gli effetti sotto il controllo dello Stato, come prestatrice di ultima istanza. In questo modo l’arma del debito puntata contro il nostro Paese risulterebbe del tutto spuntata.

La seconda misura è la nazionalizzazione dell’intero sistema bancario, a partire dalle principali banche nazionali (che non potranno più svolgere le funzioni proprie delle banche d’affari). In questo modo lo Stato provvederebbe ad eventuali salvataggi salvando il risparmio popolare senza alcun bisogno di interventi esterni. Al tempo stesso le banche pubbliche sarebbero la base di ampi progetti di investimenti pubblici, senza i quali non è possibile immaginarsi alcuna uscita dalla crisi.

La terza misura consiste nel blocco all’esportazione dei capitali, sia attraverso drastiche misure d’emergenza, sia con un’intelligente politica di investimenti nazionali in grado di ridare credibilità ad un percorso di ripresa economica.

La quarta misura dovrebbe consistere in provvedimenti tesi a favorire lo spostamento delle attività finanziarie da quelle speculative ed estere, a quelle interne e volte a finanziare il piano di investimenti pubblici (che andrà visto anche come grande piano per il lavoro). Se si riuscisse a riportare una quota del 20% della ricchezza finanziaria complessiva (4.500 miliardi) ad investire o direttamente nell’economia reale, o a finanziare gli investimenti statali con l’acquisto dei titoli del debito pubblico, la crisi finirebbe sia sul lato del lavoro che su quello del bilancio statale. A tale proposito utile sarebbe l’emissione di nuovi titoli di stato rivolti esclusivamente alle famiglie italiane, garantiti al 100%, e adeguatamente remunerati a condizione della loro non negoziabilità sul mercato secondario per un certo numero di anni.

Il Coordinamento nazionale di Liberiamo l’Italia

a cura di Moreno Pasquinelli

Fiducia nel progresso, positivismo e concezione darwiniana nella società vittoriana

L’ottocento è un secolo particolarmente travagliato: sommosse, guerre di indipendenza, avanzamento tecnologico, nascita del socialismo e molto altro.Sappiamo che, dopo il settecento, l’Inghilterra si era imposta come potenza economica. Sì, è vero, le guerre napoleoniche furono un notevole sforzo per i britannici e la perdita di (alcune) colonie americane fu un brutto colpo. Ma, nel complesso, la Gran Bretagna (che fino al 1921 comprende tutta l’Irlanda) è un paese forte.

LE INVEZIONI IN QUEL PERIODO

Nel 1803 Trevithick sperimenta le locomotive a vapore, che rivoluzioneranno anche la guerra di secessione americana, la prima in cui furono utilizzate le linee ferroviarie.Stephenson, qualche anno dopo, perfeziona le locomotive.Nel 1829 viene aperto il primo servizio per passeggeri, su linea ferroviaria (sebbene vogliano appropiarsi di questa invenzione i neoborbonici ).Già, perché nel 1870 le ferrovie trasportavano già 400 MILIONI di passeggeri all’anno.Nel 1863 apre la prima linea di metropolitana. Ma anche in campo delle telecomunicazioni l’Inghilterra spadroneggia: nel 1837 il telegrafo e nel 1840 il sistema postale.

I PROBLEMI DI LONDRA, ORMAI GRANDE METROPOLI

Londra, come le grandi città inglesi ed europee, è una metropoli di contrasti. Fascino e povertà.La grande esibizione del 1851 e la mancanza di fogne. La popolazione crebbe fino a 6 milioni, ben più di Roma oggigiorno.Ma l’aria era fortemente inquinata, solo più tardi fu creato un apparato di polizia (1829 da Sir Peel) e la mortalità rimase elevatissima almeno fino alla creazione delle prime fogne.Il tasso di criminalità era altissimo e le città erano divise in due : i sobborghi per i poveri operai sfruttati e i quartieri per l’alta borghesia e la nobiltà.

IL CONTESTO CULTURALE LONDINESE : RELIGIONE E SCIENZA

La religione era ancora propenderante, sebbene subisse colpi costanti dalla scienza e dal positivismo propenderante in quegli anni. Le opere di Darwin influirono moltissimo in questo periodo, una chiara sfida all’idee religiose che avevano dominato incontrastabilmente fino a quel momento.L’ottimismo è la parola che più descrive questi anni. Chi viveva in questi anni, e possedeva grandi ricchezze, era fiero del lavoro e dei suoi compiti. La classe borghese, la gentry, fu sicuramente quella che benefició di più di questi cambiamenti in quegli anni.

LA CONDIZIONE DEI POVERI E CIÒ CHE SI PENSAVA SU DI LORO

Il tasso di povertà era altissimo, i lavoratori erano sottopagati e lavoravano fino a 12 ore al giorno. Uno scenario da Amazon, insomma. La povertà era un crimine ed i debitori venivano mandati in prigione (caso più celebre i genitori di C. Dickens). Le classi elevate usavano ogni pretesto per ricordare come loro fossero differenti, come loro avessero rigidi codici etici da rispettare. Ci fu chi, però, si attivó (seppur minimamente) per i poveri. I metodisti per esempio. Essi credevano fortemente che la chiesa dovesse essere cambiata fortemente. Il più celebre fu Wesley, che credeva che la chiesa avrebbe potuto e dovuto creare un welfare al servizio dei poveri. Ma non fu il solo, Willbeforce ad esempio, fu uno dei più accaniti. Egli era già riuscito ad abolire la schiavitù nel 1807, con lo “Slave Trade Act”. Questi movimenti erano, ovviamente, intrisi di morale puritana ed abbracciavano le idee di quella classe media che si era formata: sobrietà, serietà, individualismo e tanta tanta voglia di lavorare (se si può usare questo eufemismo).

UTILITARISMO

Dall’altra parte, invece, si sviluppò l’Utilitarismo. Il fondatore di questa scuola di pensiero fu Bentham, il quale credeva che ciò che è utile è buono “useful is good”. La società vittoriana fu profondamente ispirata su queste tesi, che miravano alla massima felicità per il più grande numero possibile. Ad ogni modo, queste idee furono disattese e criticate per la loro negazione delle emozioni e considerate aride, prive di umanità. Charles Dickens, nel suo libro “Hard Times”, avrà modo di criticare Bentham spesso

L’ESPANSIONE DELL’IMPERO E LA FINE DELL’ERA DELL’OTTIMISMO

L’età vittoriana vide una grandissima espansione dell’Impero Brittanico.L’obiettivo principale era l’accesso alle materie prime, inoltre le colonie rappresentavano (nel panorama comune) un’opportunità per i più poveri in patria. Dall’inizio del 800 fino al 1914 emigrarono più di 1 milione di persone dall’Inghilterra, per recarsi in Canada ed in Australia.E, come negli Stati Uniti, anche nel Regno Unito si sviluppò un fenomeno particolarmente interessante: il “Britain’s Imperial Destiny”. Nel 1887, per commerare i 50 anni di regno di Victoria, vennero rappresentanti da ogni angolo dell’impero.Da qui si aprí una fase imperialista feroce, con le guerre dell’oppio, la guerra di Crimea e le guerre Boere.Tuttavia, alcuni paesi come l’Irlanda non erano nelle stesse condizioni. L’Irlanda era considerata inferiore e una devastante carestia, che perdurò dal 1845 al 1847, obbligò centinaia di migliaia di irlandesi ad emigrare negli USA.Ma l’ultimo periodo dell’età vittoriana si preannuncia, ben presto, travagliata.Il prezzo da pagare per mantenere l’impero efficiente era alto, dal 1878 al 1880 il paese fu attraversato da una profonda crisi economica che colpí soprattutto le classi popolari.Le quali, ormai esauste, cercarono vie differenti da quelle elettorali che non avevano mai cambiato la condizione operaia a fondo.Le teorie comuniste di Marx, pubblicate in quegli anni, aprirono uno spiraglio alle masse soggiogate.Il fabianismo, un’organizzazione di stampo socialista nata nel 1884, criticó fortemente l’ipocrisia della società vittoriana. La Fabian society fu il preludio per la nascita del Labour Party, il tutto caratterizzato da una visione più riformista e meno “rivoluzionaria” rispetto al Marxismo.Ma la sconfitta che ricevette questo tipo di società fu, soprattutto, di stampo culturale.Londra, come si è già detto, era una città dove vigeva un forte codice morale ma, al tempo stesso, circolava droga e la prostituzione era una pratica sdoganata.Autori come Stevenson e Wilde sottolinearono proprio questo aspetto, la doppia faccia di questa società.

IL DARWINISMO SOCIALE

Il darwinismo sociale caratterizza questi anni. Non solo in Inghilterra, bensì in tutta l’Europa circolano le idee di Lombroso e di H. Spencer. Quest’ultimo sosteneva come l’esistenza fosse una lotta, in cui il più predisposto vincesse sempre. Le sue teorie giustificarono il “Laissez Faire” e il conservatorismo, secondo cui la povertà e la disuguaglianza fossero qualcosa di normale. Visto che il destino delle persone era deciso da fattori biologici, perché lo stato doveva intervenire a favore di queste persone?

LA QUESTIONE FEMMINISTA

Durante l’età vittoriana le donne ricevevano Un’istruzione basilare, non potevano ovviamente votare, e le abilità da sviluppare erano principalmente due: essere buone madri e mogli.L’obiettivo era quello di ottenere una formazione migliore per le donne delle classi medio alte e, successivamente, il voto.Molte donne in questo periodo diedero un aiuto consistente alla causa femminista, fra cui Brönte, Wollstoncraft…

LE SUFFRAGGETTE

Formatesi nel 1866, chiesero subito di avere gli stessi diritti politici degli uomini. Questa petizione fu consegnata a J.S.Mill, il quale era a favore del suffragio universale. Ma il suo emendamento fu bocciato vigorosamente. Molte associazioni furono create, nel 1897 17 confluirono nella National Union of Women’s Suffrage Societies (NUWSS). Certo alcuni passi furono fatti: il Married Women’s Property Acts del 1870, del 1882 e del 1884 permise alle donne di mantenere le proprietà dopo il matrimonio.E la regina in tutto questo? Beh fu lei stessa che, nel 1870, si espose contro la proposta di dare pari diritti politici alle donne. A voi i commenti su questo “bellissimo” periodo storico.

Libri consigliati: “Marcia su Roma e dintorni” di Emilio Lussu

Scritto in un forzato esilio francese, “Marcia su Roma e dintorni” di Emilio Lussu riesce a far percepire la sottile linea di confine che separa la pagliacciata dalla cruda realtà, linea che spesso e volentieri è attraversata quando ad un generico sentimento di rivalsa si unisce l’incapacità di mettere in atto una tanto più velleitaria tanto più violenta tirannia retta dalla forza. Così figure marginali o emarginate, come psicotici, ignoranti “aristocratici” di provincia, rampolli del notabilato locale o figlio di qualche latifondista cresciuto a pane e disprezzo per i sottoposti divengono gli attori di una grande messinscena, più o meno consci di recitare una parte che vale finché la credenza in essa è condivisa dal gruppo, finché regge l’incanto del teatro. Così si agghindano coi loro costumi, le camicie nere, e le loro insegne e i loro nomi, il più grotteschi possibile, così danno inizio allo spettacolo, diretti dal loro Capo, che prenderanno a chiamare “Duce”, alla maniera dei latini. Ma qui si varca la linea, perché questi pagliacci, sintesi di impulsi antisociali volti a scopi prettamente sociali, ossia il mantenimento dello status quo, sono armati, e non si fanno remore se spalleggiati dalle autorità ad usare i loro strumenti. Non si contano i morti, le aggressioni, le violenze più o meno politiche che Lusso narra da spettatore o da protagonista, ma tutto ciò è caratterizzato da un alone surreale che spinge tanti, troppi testimoni a sottovalutare il fenomeno. Da Facta e il suo “nutrire fiducia” al Re soldato che prospetta un paio di mesi di governo si passa in poco tempo alle persecuzioni, al delitto Matteotti, alle “leggi fascistissime”. E come non menzionare tutta la schiera di “sinceri democratici” colti da acute crisci di coscienza che porteranno loro ad aderire progressivamente al Regime, ora per paura, ora per solitudine. In mezzo a tutto questo svetta la figura di Lusso e di pochi altri, che verso la fine della terza decade del secolo scorso saranno mandati al confino, in veri e propri campi di prigionia aventi lo scopo di umiliare e spezzare l’animo di ogni resistente. La coerenza si paga con la prigionia, che però non riesce a soffocare la volontà di essere liberi. E dunque i tentativi di fuga, 5, dall’Isola di Lipari, dalla quale riparare in Francia. Ad un movimento antifascista distrutto dall’apogeo del Regime Lussu insegna a resistere, e da a noi contemporanei un’ottima lezione sia contro il fatalismo sia contro l’eccessiva sicurezza che porta alla rovina: “Il mondo non va né a destra né a sinistra, Il mondo continua a girare intorno a se stesso con regolari eclissi di Luna e di Sole”.

Presidio a favore del partigiano Firpo, contro l’assegnazione del ponte a Quattrocchi

Genova, 2 novembre 2019.
Oggi alcuni patrioti si sono recati al ponte Firpo, il quale doveva essere ridenominato Fabrizio Quattrocchi. Sì, doveva perché il comune (sollecitato dalla sorella del famigerato contractor che combatte’ in Iraq a fianco degli occupanti americani) ha fatto un passo indietro e ha deciso che il ponte restasse intitolato a Firpo, partigiano comunista fucilato dalle Brigate Nere nel 1945.
Chiunque abbia partecipato al presidio odierno ha rimarcato come sulla controversa figura del Quattrocchi sarebbe necessario indagare meglio : quest’ultimo infatti lavorava per un’agenzia privata, che forniva supporto all’esercito imperialista americano in Iraq il quale, come è noto, si è macchiato di crimini contro il popolo che resisteva. Che Quattrocchi, sequestrato dalla Resistenza irachena, sia morto con “onore” non toglie il fatto che i neofascisti inneggiano al Quattrocchi perché pare che prima di essere ucciso fece il saluto romano; così ci spieghiamo il motivo per cui questa notte la targa è stata sostituita con il suo nome da Azione Frontale, fascisti “cattolici”, nonostante il dietrofront del Comune. Suona giustamente come una provocazione e la sua figura, in questo modo, è ancor più inaccettabile.
Al presidio hanno partecipato il PC, il Fronte della Gioventù Comunista, l’ANPI e Movimento 48 (Giovine Italia) accompagnati dall’immancabile bandiera della Brigata Garibaldi.


Mes: la mano visibile del mercato

Il MES (Meccanismo Europeo di Stabilità), meglio noto come “fondo salva-Stati” è un’istituzione europea che ha come scopo quello di “salvare” gli stati in difficoltà economica, ad esempio concedendo a questi prestiti finanziari, come scrive Federico Giuliani su InsideOver: <<Il testo della riforma del MES è inequivocabile. La parte cruciale sta in queste poche affermazioni. È opportuno che il MES conceda sostegno alla stabilità soltanto ai propri membri che presentano un debito reputato sostenibile e dei quali è confermata la capacità di rimborso al MES. Sostenibilità del debito e capacità di rimborso saranno valutate all’insegna della trasparenza e della prevedibilità al contempo consentendo una sufficiente discrezionalità. Tali valutazioni saranno effettuate dalla Commissione europea di concerto con la BCE e dal MES, e ove opportuno e possibile insieme al FMI”. E ancora: “Qualora la collaborazione non conduca a una visione comune, la Commissione europea effettuerà la valutazione complessiva della sostenibilità del debito pubblico, mentre il MES valuterà la capacità di rimborso del proprio membro nei suoi confronti”. Rapida parafrasi: uno Stato può accedere ai finanziamenti del Fondo salva-Stati deve dimostrare di avere un debito sostenibile e una capacità di rimborso appurata. Insomma, siamo di fronte alla medesima contraddizione: il MES, al quale partecipano i vari Stati dell’Eurozona, si comporta come una banca privata e continua Per le decisioni di urgenza del MES è necessario il consenso degli azionisti, i quali detengono l’85% del capitale del fondo. Detto altrimenti, è necessario il via libera di Germania (26% delle quote) e Francia (20%). Saranno quindi Merkel e Macron a prendere le decisioni più scottanti.>>

Anche se il MES nella forma è un’istituzione finanziaria de facto si occupa di questioni politiche,infatti se uno stato non riesce a ripagare i prestiti viene letteralmente distrutto finanziariamente, proprio come è successo alla Grecia, che ha dovuto versare litri e litri di sangue dei cittadini per ripagare il MES dopo aver ubbidito ai suoi ordini.

Il MES agisce politicamente perché quando uno stato decide di usufruire dei suoi prestiti gli impone di cambiare le sue politiche economiche: tagliare la spesa pubblica, aumentare le tasse (che vanno a finire nelle tasche del MES stesso), abbassare le pensioni e altre riforme “ammazza-popolo”.

Se l’Italia dovesse accettare la riforma non solo la Costituzione verrebbe ulteriormente e gravemente violata ma faremmo la stessa fine che hanno fatto i greci, con uno stato sociale (che già non funziona ed è quasi assente) distrutto e impotente.

6 e 7 dicembre: esserci per resistere

Due appuntamenti molto importanti in questo mese di dicembre, che purtroppo potrebbe passare alla storia come uno degli ultimi atti della definitiva soppressione dell’ordinamento repubblicano. Il 6 dicembre sotto Montecitorio avverrà un presidio di protesta contro il terribile Meccanismo Europeo di Stabilità, vero e proprio esproprio autorizzato ai danni della ricchezza del popolo, contro la legge finanziaria e la progressiva soppressiobe del contante. Il 7 dicembre, sempre a Roma in Via Frentani 4, ci sarà la prima assemblea costituente del movimento popolare “Liberiamo l’Italia”, atto fondamentale per la Liberazione Nazionale.

A nome di tutto il movimento vi aspettiamo!

Genova isolata è la prova del fallimento dei privati

Da destra a “sinistra”, da Salvini a Calenda, tutti sono assolutamente d’accordo su di una credenza tanto dogmatica quanto falsa, frutto della falsa coscienza di politicanti che agiscono non tanto per il pubblico interesse, ma per quello privato: “in economia meno lo stato fa meglio è”. Via libera quindi ad ogni sorta di privatizzazioni, alla svendita del patrimonio pubblico, a volte persino regalato. Dagli anni ’90 ad oggi non c’è un solo bene pubblico che non sia stato a noi sottratto, o il cui furto sia stato tentato, da parte di grandi imprenditori e finanza, iniziando da tutte le entità statali trasformate in Società Per Azioni per finire con il territorio stesso. Eguale sorte, ovviamente, è toccate al sistema autostradale italiano, ceduto con disinvoltura, con tanto di grasse risate e strette di mano, a gruppi di noti omicidi come i Benetton o falchi della loro risma come il gruppo Gavi. Non c’è da stupirsi nella spassionata difesa di questi ladri ed omicidi da parte dei grandi partiti: sono tutti loro finanziatori. Il Partito Democratico riceve 50.000 euro annui dal Gruppo Gavi, che ha in concessione l’A26, interessata ieri da una frana causata dalla mancata prevenzione. Lo stesso gruppo dona, sempre con la stessa cadenza, quasi mezzo milione di euro a Forza Italia. Non si tratta dell’unico finanziatore comune ai due partiti, in quanto anche diverse catene di fast food che sulle autostrade vendono elargiscono a loro grandi somme: Montana, Roadhouse e Chef Express donano tutte 120.000 ad ognuno dei due partiti “concorrenti”. Vi è poi Toto Holding, che gestisce, tramite diverse aziende, la rete autostradale adriatica, non molto prodiga con la Lega del Capitano alla quale vengono versati solo 10.000 euro annui. Più magnanimo di tutti è il Gruppo Benetton, che ha versato 1.1 milioni di euro a testa a tutti i principali partiti, ivi compresa la Lega. Facile capire un evidente conflitto di interessi: i politici, che dovrebbero portare avanti i nostri interessi, sono vincolati agli interessi dei loro finanziatori reali poiché solo tramite le loro donazioni è possibile mettere in piedi “macchine elettorali” capaci di dare risultati. Da qui un ricatto che il mondo della grande imprenditoria, non vanto ma flagello dell’Italia, fa pesare tutto sulle tasche e sulla vita dei cittadini. L’azienda privata che ha in concessione un tratto autostradale, interessata unicamente al profitto, non si curerà mai di spendere troppo per manutenzione e messa in sicurezza ciò che gli è stato donato dai propri clientes in politica, poiché proprio la presenza di questi all’interno dei palazzi del potere allontana ogni possibilità di controlli o revoche delle concessioni. Non è bastata nemmeno la strage, assolutamente dolosa, del Ponte Morandi ad invertire la rotta: ogni blanda ipotesi di revoca e nazionalizzazione si è scontrata con gli scogli dell’interesse clientelare. Ora le strade, colpevole anche il maltempo, crollano di nuovo, i viadotti vengono chiusi perché ritenuti insicuri e un’intera regione viene strangolata. Ogni giorno sono 4000 i container che sbarcano al porto di Genova, uno dei più importanti del Mar Mediterraneo, e che bloccate quasi tutte le vie intasano la città. Una settimana può reggere ancora il porto, e a dirlo è la stessa Autorità Portuale, poi la più grande impresa di Genova sarà totalmente paralizzata, così come lo è la viabilità in gran parte della Regione. Ancora non ci sono stati morti, “solo” frane ed allagamenti, esondazioni ed evacuazioni, ma per quanto tempo si potrà vivere così solo per permettere la vacanza tropicale a qualche ricca famiglia di vampiri?

Crepuscolo dei liberali

La mente dei liberali, soprattutto dei liberali contemporanei, è un vizioso mix di illusioni e malizia, una contraddizione che ignora se stessa per perpetuarsi propagandandosi in maniera alterata, cosicché possano covivere assieme istanze contrarie, principî opposti, valori inconciliabili. I liberali sono ipocriti prima che malvagi. Solo loro sono in grado allo stesso tempo di far l’elogio della pace e condannare la violenza mentre si da per assiomatica la guerra di tutti contro tutti e la ricerca del proprio profitto privato a discapito e contro gli altri. Forse i loro “padri ideali” possono in qualche modo essere scusati, o per lo meno contestualizzati, alla fine come avrebbero potuto -da dire in maniera retorica, avrebbero potuto farlo. Altri lo hanno fatto- i vari Locke, Mill, Hume, Kant capire che sarebbe stato impossibile legittimare la ricerca della potenza infinita e coniugare ciò alla libertà altrui? Ebbene, serve ricordare che molti dei pensatori sopracitati giustificavano il colonialismo, la sovranità politica di una minoranza o di un individuo, a volte possedevano schiavi. Per loro nessuna incoerenza:si, gli uomini sono creati uguali, Dio giudica alla stessa maniera, ma ciò che avviene dopo la creazione, i rapporti di forza che si vengono a creare è tutto un altro discorso. Il creolo, il proletario, il campesino sono liberi perché nulla vieta loro a monte di leggere un libro piuttosto che un altro, criticare -nei limiti dell’ordine pubblico- un governo o di andare a scuola. Certo, nella pratica magari diventa difficile leggere dopo turni di 10 ore, e magari non è così facile avere successo a scuola se si è abbandonati a se stessi perché i propri genitori o lavorano o dormono, ma questo non conta. La libertà è tutta contenuta, per questi liberali, nel reame della possibilità, nella teoria, nei sofismi. Nella materialità vige la diseguaglianza, che porta ad una divisione dell’umanità in oppressi ed oppressori, ma questo non invalida le loro idee, perché basta, alla fine, “rimboccarsi le maniche”, mettersi a lavorare sodo, ciecamente, sperando un domani di essere tu a calpestare i tuoi simili, e magari di essere un po’ meno calpestato a tua volta. Il liberalismo, nei fatti, nasce come istanza di una classe che raggiunte grandi ricchezze e peso politico voleva liberarsi dai vincoli di quella che era ancora legalmente la classe egemone, ossia quella aristocratica. Il liberalismo nasce come istanza della libertà materiale di pochi, pochissimi, a discapito della libertà puramente teorica e quasi ironicamente annunciata delle moltitudini. Ancora oggi i giovani rampolli della Milano bene o dei Parioli cianciano di “libertà”, intendendola nella loro peculiare maniera, fortificati dalla diarrea verbale dei vari Friedman, Monti, Parenzo, Travaglio. Tutti partecipi loro di una perversa mentalità pressoché egenome dall’altro lato dell’Atlantico, dove l’ipotesi di saldare dall’alto i debiti universitari (che negli Usa, la terra dei “liberi”, relegano migliaia di giovani a lavori servili e senza prospettiva, e alienando la formazione universitaria a molti altri) ha causato molto scalpore perché secondo gli “esperti” avrebbe creato un pericoloso “precedente morale”, dove il 21% dei bambini può vivere in condizioni di povertà assoluta ma dove vi è inflazione di armi e bagni “gender-neutral”, dove si può morire, e si muore, tranquillamente di malattie curabili perché si è troppo poveri. La libertà dei pochi vale più della vita stessa dei molti, perché il mio diritto di arricchirmi, reso possibile dalla mia violenza, non può essere attaccato dalle vostre pretese di vivere in pace. Se ogni sistema si è retto su di una serie di contraddizioni quelle del sistema liberlale sono tanto palesi e spaventose che ci si chiede come questo si possa in qualsiasi maniera appoggiare o giustificare. Sognando una non meglio specificata libertà hanno spianato la strada alla più brutale oppressione, perché dall’arena che per loro è la vita può uscire solo un vincitore, e nella competizione non esistono amici. Il liberalismo è l’ideologia della guerra, del suprematismo, delle discriminazioni, dell’annullamento della democrazia e di qualsiasi prospettiva di libertà e fratellanza. L’accentramento delle risorse e del potere procede spedito, ma quello che ora pochi egoisti viene percepito come apogeo sarà prodromo di una violentissima caduta: quando tutto il mondo sarà egualmente servo, sarà anche egualmente loro nemico, e allora si renderanno conto che i sofismi sui diritti contano poco contro la cruda materialità delle forche.