Democrazia senz’armi e armi senza democrazia

Se è vera la frase di José Martì “Ogni vero uomo deve sentire sulla propria guancia lo schiaffo dato a qualunque altro uomo”, è altrattanto vero il fatto che se c’è un qualcosa che fa veramente arrabbiare è sentire quello schiaffo e sapere di non poter agire.
Ogni socialista dovrebbe soffrire per ciò che sta accadendo in questi giorni, in queste ore, in Bolivia.
Ciò che sta succedendo è ingiustificabile ed è l’ennesimo esempio di ciò che gli occidentali, o meglio i neoliberisti, chiamano “democrazia”.
Questa “democrazia” secondo loro vuol dire “o vinciamo noi, o ci sono brogli”.
È un copione che abbiamo già visto: dalla Russia (tralasciando le sue contraddizioni liberiste) al Venezuela, dalla Siria al Nicaragua, dalla Libia allo Yemen.
Evo Morales è tutt’altro che autoritario, dal punto di vista umano, se vogliamo, potrebbe essere definito come il leader socialista più “morbido” e moderato che ci sia nel mondo attuale.
Tanto moderato da tenere (e quindi fidarsi) a capo dell’esercito il generale Williams Kaliman, di origini “benestanti”; un generale dal nome tutt’altro che indigeno, a differenza di Evo che è nato e cresciuto in una casa fatta praticamente di fango (come si può vedere nella foto).

L’opposizione, e cioé la destra, così come fece in Venezuela, grida ai brogli; intanto durante le elezioni assaltano e bruciano le sedi e tutti i documenti.
Una volta fatto ciò, dopo che il presidente vince, lo si costringe a indire nuove elezioni a distanza di neanche un mese.
Il presidente inizialmente chiede al Popolo di scendere in piazza, anche per far vedere ai media che in realtà i manifestanti dell’opposizione sono in netta minoranza (gran parte di essi infatti sono ricchi e non nativi del posto).
I manifestanti dell’opposizione iniziano ad usare la violenza, il presidente non vuole comunque utilizzare l’esercito. Continua piuttosto a chiedere al Popolo di farsi sentire.
L’opposizione brucia la casa della sorella di Evo, abitazioni di altri affetti, ministri e politici vicini al presidente.
Morales a questo punto cede, e a differenza di Maduro che ha tenuto forte il proprio (legittimo) posto, decide di indire le elezioni per evitare che continuino atti di violenza da parte dell’opposizione.
Le manifestazioni, però, continuano e sembrano addirittura inasprirsi. L’opposizione non vuole più nuove elezioni, vuole le dimissioni di Evo; e a questi manifestanti si unisce anche il capo dell’esercito che abbiamo citato in precedenza, e vista la ciclicità della storia possiamo desumere che sia il solito venduto di turno finanziato dagli stati uniti (come successe infatti in quasi tutti i golpe o tentati golpe nei Paesi socialisti, tra cui il recente Venezuela, in cui ben presto, per fortuna, l’esercito passò dalla parte del popolo e si rivoltò contro i propri comandanti filo-americani).
Evo cosa fa? Accontenta anche questa richiesta, dimettendosi, a detta sua per difendere il Popolo dalle continue manifestazioni violente.
E i manifestanti cosa fanno? Ancora continuano, continuano aggredendo il Popolo, i Lavoratori e i veri Boliviani.
Secondo le ultime notizie, infine, possiamo dire che i minatori e il Popolo di El Alto hanno lanciato un ultimatum all’esercito e all’opposizione. Affermando che se entro 48 ore i leader oppositori non si dimettono, e se entro 24 ore la polizia di Stato non riporta l’ordine nel Paese, scenderanno in piazza e useranno tutti i mezzi, prendendo le armi e formando milizie popolari e sindacali.
Non possiamo predire ciò che potrà accadere nelle prossime ore o nei prossimi giorni, o perfino nei prossimi mesi. La storia si è sempre rivelata alquanto caotica ed imprevedibile. Possiamo solo augurarci che il Popolo ne esca vittorioso e che quindi finisca tutto per il meglio; ma, d’altra parte, siamo coscienti del fatto che l’occidente sia capace, da un momento all’altro, di scegliere un burattino-fantoccio ed eleggerlo presidente ad interim, saltando quindi le elezioni che prima gridavano ai quattro venti (lo fecero ad esempio con Maduro, proponendo prima le elezioni, fallendo, e poi direttamente Guaidò, fallendo di nuovo).
Che questo golpe sia da esempio per tutti i Paesi i socialisti, presenti e futuri, affinché inizino fin da subito ad educare il proprio esercito. Perché, citando Sankara, “Un militare senza formazione politica non è che un potenziale criminale”.
Un soldato che non comprende che lotta per il Popolo e non per il proprio generale è un criminale, il soldato che non comprende che lotta per la Società e non seguire semplicemente l’andamento del governo è un assassino, ed è quindi nemico della Patria.
Ovviamente nulla va generalizzato, perché abbiamo potuto ammirare perfino in Cile la scena di diversi soldati manifestare insieme al Popolo, dissociandosi dai violenti carabineros a servizio del potere; ma non dare un educazione politica al proprio esercito vuol dire dar delle armi a dei potenziali ignoranti senza coscienza, a dei potenziali burattini.
Questo rischio di cadere in una dittatura militare (dove l’esercito passa dalla parte dell’opposizione ed inizia a reprimere il proprio Popolo), ad esempio, è stato fortunatamente sventato nella Venezuela Chavista; dove la maggior parte dei soldati proviene dal ceto medio o basso, capace quindi di immedesimarsi nel Popolo e sentirsi direttamente parte di esso. Mai, quindi, rendere un Paese socialista e mantenere allo stesso tempo l’esercito del regime di destra precedente.

E soprattutto, che questo golpe sia da esempio a tutti quelli che ancora gridano accusando di dittatura Gheddafi, Hussein, Assad, Maduro, Morales, o qualunque altro socialista che è salito a “potere” in modo legittimo e col sostegno del Popolo.
Morales a differenza degli altri ha accontentato le richieste dei golpisti, e ciò che sta avvenendo è la prova che ciò a cui puntano gli oppositori di destra è il potere e non la democrazia.
Esempi di leader che non hanno ceduto sono Gheddafi, Hussein, o Allende, uccisi e con le armi in mano senza cedere all’imperialismo, fino all’ultimo respiro.
Un altro esempio di “democrazia” all’occidentale è quello che accadde nel ’93 in Russia, spesso ignorato, in cui pur di cacciare i parlamentari iniziarono a sparare colpi di cannone alla Duma; e tra quelli che lo fecero possiamo ovviamente citare l’Unione europa, “baluardo di libertà”, grazie ad essa “non ci sono più guerre in Europa”.
Se non cedi alle richieste dell’occidente sei un dittatore e proveranno ad ucciderti; se cedi verrai imprigionato o peggio ancora ucciso comunque.
Proprio per il rischio di uccisione già hanno proposto l’asilo diversi Paesi “anti-americani” ad Evo Morales. Che venga ucciso (ovviamente speriamo di no) nel suo Paese lottando fino all’ultimo o ripararsi all’estero spetta a lui; dopotutto anche Mazzini fu esiliato a malincuore nel Regno Unito, e Bolivar in Giamaica. L’esilio può essere sì umiliante, ma potrebbe spesso risultare come scelta più saggia visto che si potrebbero, in un futuro, rimettere le carte in tavola. Ciò che conta è non abbandonare i propri ideali e sperare in una futura lotta per ritornare a difendere il Popolo.
Ricordatevelo e imprimetelo bene in testa: la democrazia, in occidente e quindi anche da noi, vuol dire far vincere loro: è una democrazia dell’apparenza ed è semplicemente illusoria. Se non vincono loro non è democrazia.

Tornando quindi al discorso iniziale: ogni socialista impossibilitato a fare qualcosa a causa di mancanza di tempo materiale, impossibilità fisiche, di mezzi economici, di questioni familiari, o altro, ha comunque qualcosa che può ancora fare.
Sicuramente partecipare alle manifestazioni è un qualcosa di concreto e può aiutare molto, ma tutti possono comunque nel proprio piccolo cercare di spargere notizie a chi gli sta intorno.
È un lavoro apparentemente insignificante ma che è in realtà assolutamente fondamentale, perché bisogna innanzitutto analizzare e comprendere ciò che ci circonda e che avviene (o è avvenuto) nel Mondo per poi proporre o aderire a certe soluzioni. Citando di nuovo Sankara “una delle condizioni per lo sviluppo è la fine dell’ignoranza”.
Serve risvegliare la coscienza di classe, serve comprendere che viviamo in un sistema distopico capace di manipolare a 360 gradi tutte le nostre convinzioni.
La tv, i giornali, e i media tradizionali su internet ci bombardano quotidianamente spargendo falsità, almeno nell’ambito politico-economico.
La apparente pluralità dei media e delle fonti è una pura illusione: sono tutte gestite da privati, e in quanto private sono per natura contro chi punta a far prendere coscienza al Popolo.
Spargete queste notizie, non solo riportate da noi, ma anche da altri siti indipendenti. Siti che riportano fonti del posto e non giornalisti americani o altro. Siti che pubblicano foto e video in diretta di ciò che sta accadendo. Non video registrati e sparsi dai media occidentali spesso rivelati poi falsi (si pensi alle falsità relative alle fosse comuni fatte da Gheddafi, o agli attacchi chimici fatti da Assad).
Svegliatevi, non avete niente da perdere che le vostre catene. Un mondo migliore è possibile.

Golpe in Bolivia: con il popolo e il suo presidente!

Condanniamo il vile colpo di stato portato avanti in queste ore da parte dell’esercito e dell’alta borghesia contro Evo Morales, presidente regolarmente e democraticamente eletto, reo di aver dimezzato la povertà e di avere impedito infiltrazioni statunitensi nel suo paese. L’atto gravissimo con cui si ribalta l’indiscussa vittoria delle ultime elezioni, già sabotate dall’estrema destra padronale, deve avere la condanna ed il biasimo di ogni forza democratica. Mentre i vassalli del capitale gongolano i nostri pensieri vanno ai boliviani, da giorni immersi nelle più insensate violenze: sindacalisti assaliti, militanti uccisi, la stessa casa del Presidente occupata. Ci schieriamo con la Bolivia che resiste, dalla parte giusta della Storia.

Movimento ’48

“Muro di Berlino” e dintorni

9 novembre, niente da festeggiare, anzi un giorno da dimenticare.
Sì, da dimenticare, perché è grazie alla caduta del muro di Berlino che l’unione europea ha avuto la strada spianata affinché si potesse sviluppare ciò che si era già progettato.
L’unione europea, quella che festeggia l’8 maggio riscrivendo la storia, affermando che l’europa sia stata liberata solo e soltanto dagli usa; quella che equipara il comunismo al nazifascismo dimenticandosi che è stato il primo a liberare anche gli illusi liberali dai secondi.
Ma cosa vuol dire non voler festeggiare la caduta del muro?
Vuol dire non omologarsi e scegliere di non cedere alla viscida propaganda borghese filo-occidentale; vuol dire analizzare oggettivamente la storia e comprendere perché certe cose siano accadute, evitando di cadere nella tentazione “mainstream” di etichettare la DDR come regime totalitario per aver circondato mezza città con del filo spinato.
La DDR, seppur con le sue contraddizioni, così come tutto il blocco orientale, era il baluardo dei diritti sociali ed agiva da freno alle riforme neoliberiste messe in atto in occidente. Il blocco orientale degli ultimi anni era ormai sempre più aperto ai mercati, e per questo è anche inesatto, almeno in parte, definirlo come regime socialista. Con le riforme prima di Kruscev, poi (e soprattutto) di Gorbacev, il blocco orientale agì ormai come pilastro contro la monopolizzazione del capitale; perché, con un bipolarismo come quello della guerra fredda, il capitale aveva di fronte degli ostacoli che non permisero di rimuovere i diritti sociali dei lavoratori. Va comunque detto che, seppur non pienamente socialista, tutto il blocco orientale era tutt’altro che povero o ingiusto; e che seppur con dei limiti sulla libertà personale (che dopotutto abbiamo ancora oggi sotto certi punti di vista) tutti vivevano sotto un tetto e che praticamente tutti avevano un lavoro ed una fonte di reddito, una sanità e un istruzione pubblica e del cibo vitale a basso prezzo.
Per comprendere bene la storia del muro però dobbiamo andare indietro di un bel po’ di anni.

Siamo nel 1943:
Va detto che senza l’intervento dell’Urss la Germania nazista avrebbe facilmente sbaragliato gli alleati occidentali: è stato il fronte orientale a impiegare di più le forze armate Tedesche (circa il 75% di esse), sia perché molto più vasto (nell’Est la linea del fronte aveva la lunghezza di 4000-6000 km — 4 volte di quanto misuravano il fronte nordafricano, quello italiano e quello occidentale presi insieme), sia perché l’Armata Rossa era straordinariamente numerosa.
Oltre al proprio territorio (invaso dalla Germania, abbastanza vasto) l’URSS liberò il 47% del territorio dell’Europa, gli altri alleati liberarono il 27% del territorio europeo e il restante 26% fu liberato con sforzi congiunti dell’URSS e dei suoi alleati.
Le perdite umane dell’URSS ammontano a 27 milioni di cittadini Sovietici contro 427mila Americani, 412mila Britannici e 5 milioni di Tedeschi.
E va detto infine che gli alleati, specialmente il Regno Unito, non erano del tutto convinti del fatto di voler sbarcare nel fronte occidentale.
Essi infatti non sopportarono l’idea di allearsi con l’Unione Sovietica, lo fecero per pura necessità di sopravvivenza visto che la Germania nazista stava sempre più minacciando la corona Inglese. Gli alleati si aspettavano di vincere la guerra impiegando meno uomini possibili grazie al forte e tragico intervento già iniziato dall’Urss (che ha perso appunto 54 volte la quantità di uomini americani e inglesi messi insieme), garantendosi poi a guerra fatta delle basi occidentali nel Baltico; punti particolarmente strategici per invadere poi l’Urss appena fosse stato possibile.
Va detto che fu Stalin ad aver convinto Roosevelt poi Churchill a non sbarcare nel Baltico.
Va detto che fin dagli inizi della guerra, gli unici ad essersi opposti alle rivendicazioni del regime hitleriano furono sempre i Sovietici; va detto che il primo ministro inglese disse esplicitamente di comprendere le rivendicazioni volute da Hitler, definendo poi la Germania “il baluardo dell’Europa contro il Bolscevismo”. Chi è che dovrebbe esser equiparato quindi al regime nazista? L’Urss e il suo sistema Comunista?
Avendo compreso gli antefatti della liberazione di Berlino proseguiamo con la questione.

Siamo nel 1945:
L’Armata Rossa, guidata da Georgij Žukov, arriva a Berlino dopo l’incredibile avanzata dell’Unione Sovietica a seguito di moltissime battaglie vinte dopo la gloriosa e logorante battaglia di Stalingrado del 1943.
L’Armata Rossa, avanzando di circa 30-40km al giorno dal fronte orientale, raggiunge finalmente Berlino dopo aver liberato tutti i campi di concentramento presenti lungo il “percorso”; tra cui la tristemente celebre Auschwitz, liberata, secondo Roberto Benigni, dagli americani: vincitore (ovviamente) di un premio oscar per il suo film superficiale e surreale “la vita è bella”.
Mentre l’Armata Rossa arriva e combatte a Berlino, gli alleati sbarcati in Normandia (nord della Francia, quindi già abbastanza vicini alla Germania) raggiungono dopo circa un anno il fiume Elba.

Gli accordi:
L’accordo di Yalta, fatto tra i “3 grandi” dell’alleanza (Roosevelt, Churchill, e Stalin) prima della vittoria prevedeva che la Germania venisse amministrata tutti insieme una volta vinta la guerra (attenzione: secondo questi accordi Berlino doveva rimanere unita, tra l’altro per volere di Stalin).
Poco tempo dopo morì Roosevelt, e viste le circostanze di guerra venne eletto nel giro di una o due ore un nuovo presidente a capo degli Stati Uniti: Harry Truman.
Questo accordo venne praticamente sostituito con quello di Potsdam, fatto poco dopo la presa di Berlino, tra Usa, Regno Unito, Urss, e questa volta anche la Francia liberata dagli alleati.

Va detto che negli Stati Uniti la corrente prevalente fu quella che sostenne il cosiddetto piano Morgenthau, un alto funzionario ebreo che puntava ad una vendetta verso la Germania, che a detta di Goebbels volevano “trasformare la Germania in un campo di patate”. Gli Stati Uniti infatti volevano deindustrializzare del tutto la Germania rendendola di fatto un vero e proprio campo agricolo per il resto dell’occidente, facendo regredire il Paese ad una sorta di feudalesimo.
Questo piano venne del tutto scartato nel giro di poco tempo, e le cause sono più che altro economiche:
Gli Stati Uniti, usciti senza dubbio vittoriosi dalla guerra, con relativamente pochi morti e praticamente 0 danni sul proprio territorio (visto che sono stati attaccati solo sul Pacifico dall’impero Nipponico), stavano rischiando una grossa depressione a causa dell’eccessiva sovrapproduzione che ci fu durante la guerra. C’era un eccesso di capitale e per di più si sentivano creditori nei confronti di tutta l’Europa occidentale.
Così pensarono bene di costruire a spese proprie tutto il territorio della Germania dell’ovest attraverso l’ERP (European recovery program). Tutto questo a caro prezzo.
La Germania secondo gli accordi doveva essere ripartita, più che altro sotto il punto di vista amministrativo e statale, per evitare che ritornasse in un certo senso il nazismo (ancora molto presente nella Popolazione), tra le 4 principali potenze vincitrici: Usa, Uk, Francia, e Urss.
Le prime tre alla fine “si fusero” formando la Repubblica federale Tedesca (RFT, o Germania ovest), e nacque successivamente, come risposta, la Repubblica democratica Tedesca (RDT o DDR).
Nel bel mezzo della DDR, infine, c’era Berlino. La capitale infatti era divisa in due: la parte est sotto il socialismo e la parte ovest una macchia dell’occidente.
Senza dubbio concedere la metà occidentale di Berlino fu uno sbaglio enorme da parte dell’Urss, che scese troppo a compromessi facendo eccessiva diplomazia; e avere un pezzo di occidente in casa non fece altro che inasprire e rimarcare le differenze tra i due “pezzi” di Paese. Senza questa suddivisione non ci sarebbe stato sicuramente alcun muro, e nessun morto.
Specialmente in un atmosfera di guerra fredda avere un territorio di qualche km quadrato pienamente autonomo e diretto dai nemici occidentali voleva dire potenziali spie e potenziali golpisti-mercenari armati da tutte le parti; questo territorio, Berlino est, infatti era militarizzato da americani, francesi e inglesi, e ogni richiesta dell’Urss per la demilitarizzazione fu semplicemente negata.

Molti punti dell’accordo di Potsdam non vennero poi seguiti dalla parte occidentale, tra cui quella di escludere dalla politica tutti quelli che si erano ufficialmente dichiarati nazisti.
Infatti mentre nella Germania dell’est i funzionari di stato erano quasi tutti stati perseguitati sal regime nazista durante la guerra, la Germania dell’ovest impiegò ben 2000 imprenditori ed ex-funzionari dichiaratamente nazisti nel proprio apparato burocratico; e moltissimi scienziati nazisti vennero inoltre ospitati negli Stati Uniti per utilizzare le proprie conoscenze e le proprie ricerche a vantaggio degli usa. La bomba atomica fu progettata da diversi scienziati nazisti, che stavano appunto progettando questa arma prima per il regime di Hitler; la CIA e la NATO vennero fondate anche da diversi nazisti che ebbero esperienza nell’intelligence tedesca e nelle ss.

L’immigrazione di massa verso l’Ovest.
Le cause di questa emigrazione verso la parte occidentale sono principalmente 2: quantità di reddito, e propaganda.
Parlando del primo punto:
Dobbiamo innanzitutto dire che l’Unione Sovietica, seppur vittoriosa (anche più degli altri alleati, come detto prima), era il Paese che patì distruzione e morte più di tutti gli altri. Mentre gli Stati Uniti ne uscirono intatti, almeno internamente, e il Regno Unito se la cavò con qualche bombardamento subito nella parte meridionale dell’Isola Britannica, tutta l’Europa dell’Est venne praticamente invasa dalla Germania nazista. E ovunque passarono i nazisti lasciarono macerie e fame, bruciando appunto città, villaggi, raccolti e allevamenti.
Mentre gli Stati Uniti rischiavano una crisi economica a causa dell’eccessivo capitale accumulato, l’Unione Sovietica, anche se fece di tutto per il benessere degli Abitanti, non aveva i mezzi materiali per ricostruire in breve tempo la Germania e tutto il resto dell’Europa.
A questo punto gli Stati Uniti iniziarono a introdurre e quindi a stampare una nuova moneta, il marco tedesco. Rivalutando la moneta del 4,5% circa e aumentando quindi il salario e il reddito di tutta la Popolazione; mentre nella Germania est la Popolazione aveva un reddito relativamente più basso (visti comunque tutti i servizi sociali garantiti) ma anche un prezzo del cibo veramente ai minimi.
I Lavoratori di conseguenza iniziarono ad emigrare dall’est all’ovest (parliamo di circa 2 milioni di Persone, quindi cifre non da poco), soprattutto medici, ingegneri, e comunque lavoratori che cercavano un reddito maggiore e una carriera prestigiosa, Questo fenomeno colpiva direttamente la DDR che per la formazione professionale di questi aveva investito grandi quantità di denaro; si stabilì anche un commercio transfrontaliero con due diverse valute, il che colpì l’economia della Germania Orientale (per questi e molti altri fattori si iniziò a parlare di chiudere le frontiere tra i due stati); mentre la Popolazione occidentale, e anche gli stessi esuli, iniziarono ad acquistare merci e alimenti dalla parte est, speculando e lasciando dietro di se addirittura una carenza di risorse a causa degli acquisti eccessivi.

È vero che molte cose scarseggiavano nel blocco orientale, ma il sistema socialista non c’entra minimamente con la questione. Parlando dell’esempio banale della cioccolata, infatti, l’Unione Sovietica provò molte volte a piantare il cacao nei propri territori ma per questioni naturali e climatiche era praticamente impossibile e controproducente; e ovviamente visto le rivalità tra i due blocchi, la chiusura del mercato da parte dell’Urss per evitare interventi economici da parte degli usa (che infatti avvennero appena si aprì il mercato sovietico), e visto i vari divieti che gli usa ponevano nell’esportazione di merce verso l’Urss, la cioccolata così come molte altre cose furono praticamente introvabili nella maggior parte delle zone della vasta Unione.
Ciò comunque non vuol dire assolutamente che non erano presenti vestiari, dolci, cibi particolari, musica o altri tipi di arte; anzi, se vogliamo parlare del cibo (in particolar modo quello vitale come frutta, verdura e pane) bisogna dire inevitabilmente che il prezzo era straordinariamente basso.

Passando quindi al punto della propaganda:
È vero che l’Urss finanziava i partiti comunisti presenti in occidente, ma non hanno mai insistito abbastanza sulla propaganda; mentre nel blocco orientale ci sono sempre stati infiltrati occidentali che portavano oggetti o pezzi d’arte (musica, vestiari, ma anche film che rappresentassero l’occidente come metropoli perfette e polo di libertà) non presenti sul posto, invogliando quindi i cittadini dei Paesi socialisti a trasferirsi ad ovest. La maggior parte di questi è poi rimasta delusa, ma è stato comunque un danno economico verso l’Unione Sovietica.
Si pensi ad esempio all’Italia: mentre il PC dopo la guerra cercava di far prendere coscienza di classe alla Popolazione avvertendo tutti di non cadere nelle grinfie dell’imperialismo Americano, questi ultimi spargevano a tutti cingomme (chewing gum) e cioccolata per far assaporare il dolce sapore della “libertà”; che secondo loro consiste appunto nel poter scegliere tra un prodotto e l’altro, un ottica di libertà puramente materialista e consumistica.
A testimonianza di ciò citiamo una celebre frase pronunciata da un Tedesco della Germania est, esule poi deluso, che varcò il muro e venne intervistato dagli occidentali, “tutto ciò che dicevano su di noi era falso, ma era vero tutto ciò che ci dicevano su di voi”.

La costruzione del muro.
A questo punto Kruscev, che comunque era a capo del Paese-leader del patto di Varsavia, propose di erigere un muro circondando tutta Berlino ovest.
Solo in questo modo avrebbero potuto evitare ulteriori emigrazioni.
Ovviamente questa non fu né la prima né l’ultima delle scelte e delle politiche particolarmente impopolari (detestate anche da quasi tutti i comunisti) fatte da Kruscev.
Gli alleati, in particolar modo gli americani, giocarono sporco attraverso trucchi finanziari per rendere la vita in occidente molto più appetibile, almeno apparentemente, di quella nel blocco est.
Il socialismo a questo non aveva una risposta, in un sistema socialista è praticamente impossibile manipolare l’economia e renderla così fluttuabile come era invece possibile in occidente. Rivalutazioni del marco nella parte est avrebbero portato semplicemente al tracollo e ad un “effetto domino”che avrebbe conseguentemente portato crisi a tutta l’Europa orientale.
La soluzione finale era, quindi, quella di raggomitolarsi come un Riccio e di chiudersi a se stessi, per semplice difesa.

Questo non sta a giustificare comunque il fatto che molte, moltissime famiglie vennero separate da un giorno all’altro da questo muro. Il modo in cui questa cortina sia stata eretta è stata particolarmente infame, ma probabilmente inevitabile.
Inevitabile per vari motivi: il muro fu fatto subito dopo l’aumento provocatorio e pericoloso dei viaggi proposti dagli Stati Uniti verso Berlino ovest (attraverso questi viaggi, senza controlli dalla parte est, si sarebbero potuti facilmente infiltrare mercenari e spie americane, cosa da non sottovalutare visto la piena guerra fredda che stava correndo in quel periodo); fu fatto in una notte sola per evitare ulteriori emigrazioni che ci sarebbero potute stare nel caso in cui i cittadini fossero stati avvisati prima. Detto questo, è comunque da dire che una volta costruito il muro avrebbero potuto far passare alla parte est chi aveva affetti o membri della famiglia da quella parte. E c’è da dire, allo stesso modo, che moltissimi cittadini erano liberi e avevano il diritto di spostarsi da una parte all’altra per lavoro o per altri motivi, c’era gente che lo faceva ogni singolo giorno; nel caso si volesse visitare Berlino est si doveva “semplicemente” seguire un iter burocratico come con qualunque confine di quel tempo; certo un confine particolare, visto che erano praticamente accerchiati.

È obbligo far notare, e che non si dice, che parte di coloro che attraversarono (molti in forma legale vista la possibilità di ottenere il visto, cosa ben poco detta) tornarono indietro nella DDR. Un esempio è il caso eclatante avvenuto nel 1984 in cui 40.000 abitanti della Germania dell’Est emigrarono nella Repubblica Federale e chiesero di tornare indietro in 20.000 solo un anno dopo. I motivi di ciò furono la mancanza di coperture sociali, il tasso di disoccupazione alle stelle (allora toccava già i 2,5 milioni) e l’assenza di solidarietà. In definitiva avevano provato ciò che era realmente il Capitalismo.

Il muro, comunque, compì il proprio lavoro.
Gli emigrati passarono da circa 2,5 milioni (’49-’61) a 500 mila (’62-’89).
Questo fece in modo infatti di garantire alla Germania est una ripresa nello sviluppo.
Tutto questo a caro prezzo: ben presto il muro divenne un simbolo di oppressione e di tirannia, ignorando ovviamente ciò che si celava dietro. Ma è comunque comprensibile che pensare alle decine di persone che cercando di varcare il muro furono uccise faccia rabbrividire e disgustare.

La crisi e il crollo del muro.
Dopo le riforme tutt’altro che popolari di Gorbacev, tutto il blocco orientale cadde in una crisi che stava peggiorando col tempo.
Ci sono manifestazioni dappertutto: gli stessi comunisti manifestano contro il governo ultra-riformista.
I cittadini della Germania est, come detto prima un Paese anch’esso in crisi, chiedono a gran voce riforme sul sistema politico-economico e più libertà. Ciò però non vuol dire arrivare addirittura a desiderare il crollo del sistema socialista in sé per sé; secondo gli ultimi sondaggi condotti prima del muro, ’89, infatti addirittura il 70% della Popolazione era contraria al crollo della DDR e al cedimento della sua sovranità.
Gorbacev a questo punto, cedendo alle pressioni occidentali, fece abbattere il muro di Berlino; così come smantellò poi l’Unione Sovietica.
Appena avvenne il crollo, non se ne parla molto, i prezzi di tutta la merce presente nel mercato est si innalzò del 350%. Ponendo la Popolazione Tedesca dell’est ancora più in crisi e inducendo indirettamente lo spopolamento della parte est della Germania (già unita), avviando quindi il fenomeno già previsto da Marx dell’esercito industriale di riserva. Cittadini costretti a pagare merce ora 350% più costosa, con uno stipendio più basso a causa delle politiche sociali presenti prima del muro che garantivano tutti i servizi gratuitamente, vengono indotti a passare alla parte occidentale della Germania.
In questo modo il salario dei cittadini occidentali si abbasserà a causa della corsa al ribasso da parte delle imprese preferendo pagare un cittadino dell’est disposto a lavorare per un prezzo minore.
Di conseguenza il crollo del muro, o più precisamente della DDR, ha portato danni anche ai cittadini della parte ovest.
E non solo. Come detto all’inizio dell’articolo, il crollo del blocco orientale ha spianato la strada all’unione europea, già sognata dal nazista ex-funzionario della Francia Vichy, Schumann, fino a portarla a ciò che è oggi.
Questa caduta del blocco ha portato le privatizzazioni di tutto ciò che fu costruito col sudore dei Lavoratori, svendendo tutto a basso prezzo e arricchendo quindi in maniera più che sproporzionata le aziende che erano già ricche prima (e togliendo quindi ricchezza alla Popolazione); si chiama furto.
Non c’è alcun progetto andato male, non esiste alcuna “europa dei popoli” diventata poi “europa delle banche”. È sempre stata un unione con fini commerciali, per poi passare a fini finanziari, e probabilmente politici (sempre rimanendo sulla via del neoliberismo) nei prossimi anni.
La mancanza di questo bipolarismo ha portato danni a tutta la classe lavoratrice del mondo occidentale. Senza l’Unione Sovietica e gli altri Paesi socialisti non si ha scampo: il capitale ha monopolizzato tutto.
Ti possono togliere tutti i diritti sociali conquistati lungo il corso degli anni, dove puoi scappare?
Il capitale ha vinto, ha riscritto la storia a propria immagine, e ha convinto tutti del fatto che non esista alternativa, tranciando quindi ogni possibile rivoluzione. Questo almeno finché la popolazione non è in condizioni di povertà come invece lo è in America Latina o Africa (dove infatti le rivolte, soprattutto socisliste, sono presenti nonostante la pressante propaganda neoliberista come qua in occidente).
Questo improvviso innalzamento dei prezzi successe poi allo stesso modo in tutta l’Unione Sovietica appena crollò nel ’91.

Le prime conseguenze della caduta del muro state inoltre la massiccia privatizzazione di tutto ciò che era pubblico (stessa cosa che avvenne poi nell’Urss); il passaggio da una disoccupazione praticamente inesistente, al 14% (aumentato poi negli anni); l’85% delle imprese vennero comprate poi da capitalisti stranieri e/o delocalizzate; arrivarono fenomeni prima sconosciuti come la prostituzione, il traffico della droga, e ovviamente i senzatetto (e quindi l’elemosina). Cose che a noi sembrano naturali, inevitabili e quotidiane; eppure prima del muro c’era un mondo alternativo, avevi la libertà di scegliere in quale sistema vivere.

Ma come sta messa la Germania dell’est oggi? Ci sono ancora rimpianti?
Ebbene sì. Tornando ai giorni nostri, recenti sondaggi affermano che 49% dei Tedeschi “dell’est” sia convinto che “La DDR ha avuto più lati positivi che lati negativi. Ci sono stati alcuni problemi, ma la vita era buona lì”, mentre l’8% afferma addirittura che “La DDR aveva, per la maggior parte, lati positivi. La vita lì era più felice e migliore che nella Germania riunificata oggi”; per un totale quindi di 57% della popolazione, un buonissimo risultato contando poi che a partire dalla caduta del muro c’è stata (e c’è ancora) una fortissima propaganda anti-socialista che ha ormai conquistato la maggior parte dei giovani e una grossa fetta della popolazione adulta, convinta che si viva meglio con il consumismo e la concorrenza che l’eguaglianza.
C’è poi il politologo Klaus Schroeder, che in risposta ai sondaggi afferma che tutto quel 57% della popolazione sia semplicemente illuso e che prende troppo sul personale le critiche alla DDR. A seguito di queste dichiarazioni venne inoltrato da più di 4000 lettere (a detta sua), ne riportiamo qualche messaggio: “Dal punto di vista di oggi, credo che siamo stati cacciati dal paradiso quando è caduto il muro”, scrive una persona, e un uomo di 38 anni “ringrazia Dio” di essere stato in grado di vivere nella DDR, osservando che solo dopo la riunificazione tedesca ha assistito a persone che temevano per la loro esistenza, mendicanti e senzatetto.
La Germania di oggi è descritta come uno “stato schiavo” e una “dittatura del capitale”, e alcuni scrittori di lettere respingono la Germania perché, a loro avviso, troppo capitalista o dittatoriale e certamente non democratica. Schroeder ritiene tali dichiarazioni allarmanti.
Molti autori di queste lettere sono persone che non hanno beneficiato della riunificazione tedesca o che preferiscono vivere in passato. Ma includono anche persone come Thorsten Schön.

Dopo il 1989, Schön, un maestro artigiano di Stralsund, una città sul Mar Baltico, inizialmente raccolse un successo dopo l’altro. Sebbene non sia più proprietario della Porsche che ha acquistato dopo la riunificazione, il tappeto in pelle di leone che ha acquistato in un viaggio di vacanza in Sudafrica – uno dei tanti viaggi all’estero che ha fatto negli ultimi 20 anni – dice oggi “Non c’è dubbio: sono stato semplicemente fortunato”. Tuttavia, Schön si siede sul suo divano e riassume i bei vecchi tempi della Germania orientale. “In passato, un campeggio era un luogo in cui le persone godevano della libertà insieme”, afferma. Ciò che gli manca di più oggi è “quel sentimento di compagnia e solidarietà”. “Per quanto mi riguarda, quello che avevamo in quei giorni era meno di una dittatura di quello che abbiamo oggi”.Vuole vedere pari salari e pari pensioni per i residenti dell’ex Germania orientale. E quando Schön inizia a lamentarsi della Germania unificata, la sua voce contiene un elemento di autocompiacimento. Oggi le persone mentono e imbrogliano ovunque, dice, e le ingiustizie di oggi sono semplicemente perpetrate in un modo più astuto rispetto alla DDR, dove i salari della fame e le gomme delle macchine tagliate erano inauditi. Schön non può offrire alcun resoconto delle sue brutte esperienze nell’attuale Germania. “Oggi sto meglio di quanto non fossi prima”, dice, “ma non sono più soddisfatto”.
Ciò che lo rende particolarmente insoddisfatto è “la falsa immagine dell’Est che l’Occidente sta dipingendo oggi”. La DDR, dice, “non era uno stato ingiusto”, ma “la mia casa, dove i miei successi venivano riconosciuti”. Questa, dice, è una delle verità che vengono costantemente negate nei talk show, quando i tedeschi occidentali si comportano “come se i tedeschi orientali fossero tutti un po’ stupidi e dovessero ancora cadere in ginocchio oggi in segno di gratitudine per la riunificazione”. Si chiede quindi: cosa c’è esattamente da festeggiare?

C’è poi Birger, un giovane ragazzo figlio di “nostalgici” della DDR, che oggi vive e lavora a Londra. È irremovibile nel contraddire la “scrittura dei vincitori della storia”. “Nella percezione del pubblico, ci sono solo vittime e perpetratori. Ma le masse cadono sul ciglio della strada.”
Questa è una persona che si sente colpita personalmente quando vengono menzionati il ​​terrore e la repressione della Stasi. È un accademico che sa “che non si possono sanzionare gli omicidi al muro di Berlino”. Tuttavia, quando si tratta degli ordini delle guardie di frontiera di sparare ai potenziali fuggitivi, dice: “Se c’è un grande cartello lì, non dovresti andare lì. Era completamente negligente”.

Altri muri:
Molti pensano che il muro di Berlino sia stato quello che ha provocato più morti nella storia (almeno quella moderna); non che si voglia prendere questa come una sorta di gara a chi abbia fatto più o meno morti, ma è giusto che si sappiano i fatti reali; che sono disponibili e accessibili a tutti ma che vengono nascosti e mai messi “in prima vista” dai media neoliberisti.
Qui riportiamo parte dei muri che ancora sono in piedi e hanno provocato, e ancora provocano, più morti di quelle accadute (tristemente) a Berlino (79 in 28 anni):
-il muro di Israele: 10 metri di altezza, 5 volte più lungo di quello di Berlino; costruito dallo stato di Israele, ha separato migliaia di famiglie solo perché Palestinesi. Il tribunale internazionale ha da sempre denunciato il fatto che questo muro violi i diritti internazionali, ma Israele continua ad ignorarlo; intanto le morti continuano, e per ora non si sa con certezza a quante ammontano.
-frontiera Messico-Usa: 600km di lunghezza; circa 10.000 morti dal ’94 (tra l’altro non costruito da Trump come molti pensano)
-muro del Sahara occidentale: 2700km di lunghezza; costruito da Usa e Arabia saudita circonda la parte materialmente più ricca del Sahara, lasciando la Popolazione in miseria e senza accesso alle proprie risorse naturali.
-muro di Ceuta e Melilla: 279 vittime in 13 anni.

Riassumendo, il muro di Berlino, così come la DDR, hanno avuto molte contraddizioni e non vanno certamente dimenticati i drammi delle Famiglie separate da un giorno all’altro dal muro. Non vanno però, allo stesso modo, dimenticati i progressi e il benessere raggiunti dalla Germania dell’est e in generale dal cosiddetto blocco orientale. Non va dimenticato infine ciò che il crollo del muro portò: certamente un mondo peggiore. Un mondo dove il dio della fratellanza viene sostituito dal dio denaro, dal dio della competitività.
Per essere coerenti, quindi, non vanno dimenticate le vittime della Germania riunificata: i senzatetto, i malati che non hanno avuto o non hanno la possibilità di curarsi se non hanno denaro a sufficienza, i lavoratori precari, i disoccupati, ecc.

Concludiamo citando un estratto del discorso di Erich Honecker, perseguitato in gioventù dai nazisti, di fronte al tribunale della RFT sotto accusa di crimini durante gli anni della sua carica come (ultimo) presidente della DDR (RDT):
“Non sono io la persona che possa fare un bilancio della storia della RDT. Il momento di farlo non e’ ancora venuto. Il bilancio sarà tratto in futuro e da altri.
Io ho speso la mia esistenza per la RDT. Dal maggio 1971 soprattutto ho avuto una responsabilità rilevante per la sua storia. Io sono perciò parte in causa e oltre a ciò indebolito per l’età e la malattia. E tuttavia, giunto alla fine della mia vita, ho la certezza che la RDT non e’ stata costituita invano. Essa ha rappresentato un segno che il socialismo e’ possibile e che e’ migliore del capitalismo. Si e’ trattato di un esperimento che e’ fallito. Ma per un esperimento fallito l’umanità non ha mai abbandonato la ricerca di nuove conoscenze e nuove vie. Bisognerà ora analizzare le ragioni per cui l’esperimento e’ fallito. Sicuramente ciò e’ accaduto anche perché noi, voglio dire i responsabili in tutti i paesi socialisti europei, abbiamo commesso errori che potevano essere evitati. Sicuramente e’ fallito in Germania tra l’altro anche perché i cittadini della RDT, come altri tedeschi prima di loro, hanno compiuto una scelta sbagliata e perché i nostri avversari erano ancora troppo potenti. Le esperienze storiche della RDT, insieme a quelle degli altri paesi ex socialisti, saranno utili a milioni di uomini nei paesi socialisti ancora esistenti e serviranno al mondo futuro. Chi si e’ impegnato con i! proprio lavoro e con la propria vita per la RDT non ha vissuto invano. Un numero sempre maggiore di persone dell’est si renderanno conto che le condizioni di vita della RDT li avevano deformati assai meno di quanto la gente dell’ovest non sia deformata dall’economia di mercato e che nei nidi, negli asili e nelle scuole i bambini della RDT crescevano più spensierati, più felici, più istruiti, più liberi dei bambini delle strade e delle piazze dominate dalla violenza della RFT. I malati si renderanno conto che nel sistema sanitario della RDT, nonostante le arretratezze tecniche, erano dei pazienti e non oggetti commerciali del marketing dei medici. Gli artisti comprenderanno che la censura, vera o presunta, della RDT non poteva recare all’arte i danni prodotti dalla censura del mercato. I cittadini constateranno che anche sommando la burocrazia della RDT e la caccia alle merci scarse non c’era bisogno che sacrificassero tutto il tempo libero che devono sacrificare ora alla burocrazia della RFT. Gli operai e i contadini si renderanno conto che la RFT e’ lo Stato degli imprenditori (cioè dei capitalisti) e che non a caso la RDT si chiamava Stato degli operai e dei contadini. Le donne daranno maggior valore, nella nuova situazione, alla parità e al diritto di decidere sul proprio corpo di cui godevano nella RDT.

Molti capiranno anche che la libertà di scegliere tra CDU/CSU, SPD e FDP e’ solo una libertà apparente. Si renderanno conto che nella vita di tutti i giorni, specialmente sul posto di lavoro, avevano assai più libertà nella RDT di quante ne abbiano ora. Infine la protezione e la sicurezza che la piccola RDT, così povera rispetto alla RFT, garantiva ai suoi cittadini non saranno più minimizzate come cose ovvie, perché la realtà quotidiana del capitalismo si incaricherà adesso di far capire a tutti quanto fossero preziose.
Il bilancio della storia quarantennale della RDT e’ diverso da quello che ci viene presentato dai politici e dai mass media. Col passar del tempo questo sarà sempre più evidente.
Vorreste trasformare il processo contro di noi, membri del Consiglio Nazionale della Difesa della RDT, in un processo di Norimberga contro i comunisti. Ma questo tentativo e’ condannato al fallimento. Nella RDT non c’erano campi di concentramento, non c’erano camere a gas, sentenze politiche di morte, tribunali speciali, non c’erano Gestapo ne’ SS. La RDT non ha fatto guerre e non ha commesso crimini di guerra contro l’umanità.

(…) Chi nega al proprio popolo il diritto al lavoro o il diritto alla casa, come avviene nella RFT, mette in conto che molti si sentano negare il diritto all’esistenza e non vedano altra soluzione che togliersi la vita. La disoccupazione, la condizione dei senza tetto, l’abuso di droghe, i crimini per procurarsi la droga e la criminalità in genere sono frutto della scelta politica dell’economia di mercato.”

La verità sulla guerra di secessione americana e la liberazione degli schiavi neri

La disinformazione regna sovrana in un’epoca post ideologica come quella odierna, ma va detto che alcuni errori storiografici ed ideologici ce li portiamo dietro da tanto tempo. Da troppo. Quanti di noi, patrioti e per l’autodeterminazione, sono rimasti folgorati dalle epiche storie di ribellione e di indipendenza degli americani durante la seconda metà del 700, che sono sfociate con la dichiarazione d’indipendenza del 1776 che, ad ogni modo, presentava già molte contraddizioni che saranno palesi, poi, nel “Manifest Destiny” di cui avremo modo di parlare dopo. Perché, vedete, i problemi affiorano con la guerra di secessione americana, consumatasi dal 1861 al 1865. Benché ci fossero uomini realmente animati da ideali di libertà, con gli eserciti unionisti vi era pure una divisione garibaldina (fatto sconosciuto a molti), la realtà del conflitto fu differente da quella raccontata nei libri di testo scolastici dei paesi anglofoni e non. Viene infatti spacciata, in modo errato, come una guerra in cui si è consumata una lotta fra idee : fra chi propugnava la libertà, il nord, e chi effettivamente, il sud, rendeva ancora legale la schiavitù.
Ma cerchiamo di contestualizzare meglio, altrimenti tirare le somme sarebbe fin troppo semplice.
LA COSTITUZIONE AMERICANA
La costituzione americana garantiva il diritto alienabile alla libertà e alla felicità. E fin qui tutto più che lecito.
MA COSA SI INTENDE CON FELICITÀ?
Qui la questione si complica e ci può far riflettere sulla realtà della società americana, figlia di quella europea e puritana, che oggi giorno va criticata ed osteggiata in qualsiasi modo. Si perché la felicità per il popolo Americano, soprattutto per i grandi industriali non certo per gli “underdogs”(come li chiamerebbe Popper) , significava conquista. E ancora conquista. In un atto di superamento dei limiti umani, tanto di voga anche nella letteratura europea di quel secolo.
MANIFEST DESTINY
Il MANIFEST DESTINY era un pensiero largamente sviluppato nell’America ottocentesca che riteneva che gli abitanti del continente delle 13 colonie iniziali fossero destinati ad espandersi.
Gli americani infatti erano considerati :
-Virtuosi;
-Gli Stati Uniti avevano un compito, quello di redimere la parte ovest degli states per farla ad immagine e somiglianza dell’America già “moderna” ;

  • un irresistibile destino a portare a termine questo obiettivo essenziale.
    Certo, non tutti i politici americani erano concordi su questo manifesto (ad esempio Lincoln) ma ciò rappresenta appieno la voglia di rivalsa e conquista degli Stati Uniti che, soprattutto dopo la dottrina Monroe del 1823, vollero staccarsi totalmente dal continente europeo.
    MA ALLORA PERCHÉ QUESTO MANIFESTO È COSÌ IMPORTANTE?
    Semplice, fu utilizzato a più riprese dalle forze politiche americane per giustificare le immense acquisizioni e guerre portate avanti per tutto l’Ottocento che, in realtà, si protraggono fino all’acquisto dell’Alaska e delle Hawaii.
    (N.B., parlare di acquisizioni di territori fa realmente pensare come l’autodeterminazione dei popoli non fu mai presa in considerazione dagli Stati Uniti)
    Il manifest destiny fu il pretesto per spartirsi l’Oregon con gli inglesi, per comprare la Louisiana, la California nel 1848, il New Messico e sottomettere le popolazioni native
    THE GOLD RUSH
    Ed eccoci arrivati ad una decina di anni prima della “gloriosa” guerra di secessione.
    La corsa all’oro stava impazzando, ce ne furono a più riprese ma quella del 1848 è la più celebre, e la concorrenza fra gli stessi stati americani era feroce. Gli Stati del Nord si lamentarono della concorezza sleale degli stati del sud, i quali potevano utilizzare manodopera gratuita, mentre essi erano “obbligati” a pagare i propri lavoratori.
    (N.B. Nel nord vi era il capitalismo, i poveri operai esistevano, comunque. Le paghe erano alla fame)
    LA GUERRA DI SECESSIONE
    Abraham Lincoln è eletto presidente nel 1860. I delegati degli stati del sud, vista la posizione anti schiavista del nuovo presidente, decidono di creare un governo indipendente, con a capo Jefferson Davis.
    Nell’aprile del ’61 scoppia la guerra, dopo una piccola scaramuccia. Morale della favola? Gli unionisti vincono. Nel ’62, importante citarlo, Lincoln con l’ “emancipation Proclamation” liberava tutti gli schiavi in territorio nemico a partire dal 1 gennaio 1863. Nel 1867, con il Reconstruction Acts, gli stati del sud (dopo la sconfitta) vengono riammessi nell’Unione.
    E GLI SCHIAVI LIBERATI?
    Ecco, nel 1868 il 14esimo emendamento gli dà ufficialmente la cittadinanza americana e, con il 15esimo emendamento, nel 1870 gli uomini neri possono votare. Però non facciamoci ingannare dall’apparenza; le cose non cambiarono sino, almeno, all’arrivo di M.L.King. Andando più nello specifico, possiamo dire che i neri liberati durante la guerra spesso furono obbligati ad arruolarsi nell’esercito e trattati come scarti. Inoltre, nei territori del sud, si sviluppó il fenomeno del K.K.K. e, come si vede nel bellissimo film “the free state of Jones” (tratto da una storia vera), molto spesso i neri erano scoraggiati a votare.
    Ma, spingendoci fino al 900, fa ridere che i neri avessero uno scompartimento a sé sui treni e sui bus, però fossero ritenuti uguali durante le guerre, dove furono impegnati spesso (ne abbiamo prova dagli scritti di R. Capa, nei quali racconta lo sbarco in Normandia e parla “di un nostromo di colore”).
    CONCLUSIONI
    Nessuno nega che, dopo la guerra di indipendenza, le condizioni dei neri migliorarono. Niente è peggio della schiavitù. Ma, come detto prima, nel nord (come nel sud) il processo dell’industrializzazione era più forte che mai. La “gilded age” rappresentò la ricchezza dei vari industriali del paese, ma i neri morivano di fame accanto ai loro compagni di lavoro bianchi!
    Tornando alla guerra di secessione, si può obiettare(forse giustamente) che Lincoln fu assassinato e che, magari, se fosse rimasto al governo la situazione dei neri sarebbe realmente migliorata(cosa di cui si può dubitare, visto il periodo storico). Ovviamente non vanno dimenticati le gesta eroiche di uomini come Levi Coffin, il quale fece scappare molti schiavi dagli Stati del sud. Certo onorevole, ma tutto inscrivibile in un contesto totalmente marginale.

Elementi di teologia salviniana

Come nascondere a te stesso e a coloro che ti seguono l’assoluta contraddizione fra le posizioni sostenute idealmente e quelle supportate nella prassi? Semplicemente chiamando in causa sempre più improbabili “strategie”! Da quando la Lega con Salvini ha retoricamente abbandonato i propositi secessionisti per darsi al progetto “sovranista” si sono moltiplicate le schiere di coloro che vedono nel padano amante delle felpe una figura messianica, un moderno redentore che sa però farsi volpe, colpire “il sistema” dall’interno, furtivo come un ninja. Da qui ogni sparata palesemente europeista di Matteo Salvini diviene non una prova contraria, ma anzi un rafforzamento delle tesi imbelli che se da un lato riescono nell’impresa di mantenere assieme credibilità e ruolo, dall’altra evitano ad una parte consistente dell’elettorato un’amara presa di coscienza. Draghi presidente della Repubblica? “Why not?”. Scudo fiscale per le multinazionali che avvelenano, umiliano e ricattano il popolo? Ma certo, così si “difende il lavoro”. Ed ecco avvenuto il miracolo eucaristico difronte a tutti i suoi fedeli: lo schietto europeismo è diventato “sovranismo”, il servilismo nei confronti dei capitalisti diviene amore per il popolo minuto, mentre il patriottismo è creato a partire da progetti secessionistici. Basterebbe un semplice ragionamento, un bambino che gridi “il re è nudo!”, ma nulla, tutto si perde nella misticità dell’attimo, fra una felpa recante il nome di un piccolo comune e la condivisione virtuale dei pasti. Basterebbe alzare gli occhi, capire che i “pieni poteri” sono antiteci alla democrazia tanto quanto il potere fisiocratico dei ricchi, che i manganelli stanno alla sicurezza quanto il fuoco ad una casa di legno, ma meglio tenerli chiusi a sgranare il rosario: forse, riaperti un giorno, ci si troverà nel Paradiso Terrestre.

Comunicato di “Liberiamo l’Italia”: riprendiamoci l’acciaieria di Taranto

A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale». Art. 43, Costituzione della Repubblica Italiana

Nazionalizzzazione, bonifica, decarbonizzazione

“Dare in affitto” per poi consegnare la ex-ILVA di Taranto alla multinazionale Arcelor Mittal è stato un gravissimo errore, ultimo atto della svendita sistematica dei beni pubblici operata da governi e politicanti venduti al grande capitalismo, il tutto in ossequio dell’ideologia liberista per cui “pubblico brutto, privato bello”.

Quello dello “scudo penale” si va rivelando solo un pretesto. Nell’incontro col governo, la multinazionale franco-indiana ha svelato le sue vere intenzioni: dimezzare le maestranze per poi smembrare e infine dismettere l’acciaieria.

E’ vero che essa inquina, che è causa di patologie mortali nei quartieri adiacenti di Tamburi, Paolo VI e Borgo. E’ vero che l’impianto va sottoposto a bonifica e ristrutturazione.

E’ Possibile? Si lo è, decarbonizzando gli altoforni e alimentandoli a gas o elettricamente — ciò che del resto accade in molte altre acciaierie — e automatizzando i reparti più obsoleti e pericolosi, salvaguardando dunque la salute degli operai e dei tarantini.

Nessuna multinazionale, nessun privato, dati i costi, lo farà mai, tanto più in tempi in cui c’è sovrapproduzione mondiale di acciaio e di calo dei prezzi.

Si deve tornare al controllo pubblico dell’acciaieria, se necessario nazionalizzandola, affinché lo Stato si faccia carico della bonifica e della decarbonizzazione — e che non accada più che, dopo aver rimesso in sesto gli impianti, essi vengano riconsegnati ai privati in base al criterio liberista “socializzazione delle perdite e privatizzazione degli utili”.

Sbagliata sarebbe invece la cosiddetta “riconversione” che implicherebbe cessare la produzione di acciaio e dismettere la fabbrica.

L’acciaio è infatti indispensabile all’economia italiana tutta, a meno che non si pensi di continuare il processo di de-industrializzazione in atto, o fare dell’Italia una zona di spaccio per multinazionali straniere. La sovranità industriale, assieme a quelle monetaria, alimentare e tecnologica, è indispensabile. Senza di essa il nostro Paese diventerebbe succube delle multinazionali e preda delle loro politiche di rapina.

Mentre denunciamo le destre cosiddette “sovraniste”, che si sono fatte paladine del ricatto e degli interessi della multinazionale, chiediamo al governo non solo di respingere il ricatto della Arcelor Mittal, chiediamo che compia il solo atto sovrano e decente: portare la ex-ILVA sotto controllo pubblico, nazionalizzandola se necessario. E che questo atto assicuri il diritto della maestranze di eleggere propri delegati di fiducia nel consiglio di amministrazione.

Il blogger e i complotti massonici

Francesco Amodeo, già “noto” per aver attaccato l’uso della bandiera del CLN alla manifestazione “Liberiamo l’Italia” dello scorso 12 ottobre per evidenti simpatie nazi-fasciste, ne ha sparata un’altra delle sue, questa volta andando a ripescare dal repertorio neoborbonico. L’accusa che muove in prossimità del 4 novembre è l’eterodirezione giudaico-massonica dell’Unificazione. Nel suo lineare quanto idiota ed ignorante ragionamento poco importano i fatti storici: l’esilio e la condanna a morte di Mazzini, il suicidio in galera di Jacopo Ruffini o i colpi sparati dal Regio Esericito contro Garibaldi e i suoi uomini non sono altro che una fandonia, una maschera per coprire un meschino complotto ai danni del glorioso Regno Duosiciliano, che come è noto ad ogni complottaro rispettabile fu stato aperto, tollerante ed economicamente avanzato. Il signor Amodeo, riciclatosi come fusaride, dovrebbe spiegare come un Regno potentissimo come quello Borbonico si sia squagliato al Sole quando attaccato da un migliaio di volontari inesperti e privi di mezzi, e ancor più come mai Garibaldi venne visto come un eroe popolare spesso contrapposto a V.E. II soprattutto al sud, come testimonia l’ottimo saggio di Eva Cecchinato, ben più attendibile del bufalaro Amodeo, “Camicie Rosse. I garibaldini dall’Unità alla Grande Guerra”. Dovrebbe spiegarci anche il certosino smembramento dell’Esercito Meridionale ad opera del neonato Regno d’Italia, forse non così in combutta coi garibaldini…ma soprattutto dovrebbe spiegarci come possa il rivolgersi ad una banca (peraltro in affari con ogni altro stato europeo, Duosicilia inclusa) costituire indizio di connivenze con non meglio specificati complotti internazionali. Rimandiamo all’articolo degli amici di Sollevazione, i quali ci hanno preceduto nello smentire le balle del blogger

https://sollevazione.blogspot.com/2019/11/la-fesseria-di-francesco-amodeo-di.html?m=1

Rivoluzione come progresso integrale

Libertà ed uguaglianza, obbiettivi imprescindibili e fondamentali, sono in ultima analisi dei mezzi per un più grande miglioramento dell’Uomo dal punto di vista morale ed interiore. A questo serve il Progresso: più che a riempire le pance a riempire cuori e menti. Se la rivoluzione avesse come obbiettivo la pura felicità materiale allora che senso avrebbe nei confronti di noi occidentali, che nella maggior parte dei casi certo non deficitiamo di beni e servizi? No, la Rivoluzione è un qualcosa di ben più ampio e profondo di un miglioramento economico, è un miglioramento dell’uomo tanto come singolo quanto come Umanità collettiva.
“Non si persegue il progresso per costruire belle fabbriche ma per fare belle persone”, scriveva Ernesto Guevara mezzo secolo fa, come eco rispetto a rivoluzionari più lontani. Già Giuseppe Mazzini un secolo prima scriveva nel Dei doveri dell’uomo “Dovete dunque cercare, e otterrete questo come mutamento; ma dovete cercarlo come mezzo, non fine: cercarlo per senso di dovere, non unicamente di diritto: cercarlo per farvi migliori, non unicamente per farvi materialmente felici.”. La rivoluzione non può essere semplicemente un riempire le pance, non può mirare unicamente a fare materialmente contenti gli uomini, ma deve usare un miglioramento materiale come trampolino di lancio per un progresso integrale: solo così sarà vera rivoluzione

4 novembre: nazione, democrazia ed emancipazione sociale

Oggi più che mai la questione nazionale, l’unità del popolo e la sua emancipazione politica rimangono temi di grande importanza ed attuali. È infatti tappa fondamentale del percorso di liberazione degli uomini l’indipendenza e l’unità della loro comunità nazionale, progetto antitetico rispetto ad ogni mira oligarchica e reazionaria. La comunità nazionale, una fra le molte comunità delle quali l’individuo e parte e grazie alle quali è definito, deve sempre godere di considerazione, sia in sé che come punto d’arrivo che di partenza. È infatti la Nazione l’insieme in cui le varie comunità locali sublimano, ed è dalla Nazione che si può partire per costruire un pensiero che sia internazionale.

La sua costruzione, come ogni fine di un moto comunitario, è stato un percorso all’insegna degli ideali democratici, repubblicani e socialisti, anche se declinati in diversi modi. Da Buonarroti a Pisacane, passando per Mazzini, Garibaldi, Saffi e Mameli: questa fu l’Italia, questi furono i veri patrioti. La Nazione, realtà comunitaria e fraterna, mal si presta ai valori e agli ideali reazionari, siano essi monarchici piuttosto che liberali. Di fatti, i vari governi che dal 1861 in poi hanno di fatto oppresso la nazione italiana attraverso modelli politicied economici gerarchici non hanno saputo che richiamarsi ad essa in maniera retorica, appropriandosi di una causa non loro, ossia quella del popolo. L’Italia Turrita, ammantata dal tricolore ma sfregiata dallo stemma sabaudo si presta bene ad esemplificare lo stato in cui, per colpa della dinastia d’oltralpe, l’Italia ha soggiaciuto per decenni: uno stato di sottomissione ed imposizione.

La Grande Guerra, momento d’indubbia importanza storica, avrebbe potuto segnare la fine dell’ordinamento monarchico-liberale, e l’instaurazione di un sistema democratico. Ma mentre in Russia sorgeva la rivoluzione, a cui faceva eco la Germania, in Italia ogni movimento rivoluzionario, sia per contrasti interni, sia per “purismo”, sia per debolezze contestuali, veniva messo a tacere dall’avvento del Regime Fascista, che seppe retoricamente coinvolgere molti strati della popolazione, propagandandosi come movimento “nazionale”, ma mettendo in pratica un progetto profondamente oligarchico ed antidemocratico. Pensiamo agli Arditi del Popolo, che isolati seppero condurre una lotta patriottica e socialista contro le milizie fasciste, o ai successivi volontari in Spagna, eredi della tradizione garibaldina, che combatterono al fianco della Repubblica assediata.

Fu poi durante la Resistenza che si rinsaldò il connubio fra Nazione ed emancipazione sociale che era stato scisso da decenni di retorica e propaganda. Vinti gli occupati, le elezioni del ’48 diedero in maniera poco limpida la vittoria nuovamente a forze reazionarie, ossia quelle liberali democristiane, che continuarono l’antica tradizione di coprire sotto il vessillo del popolo italiano le loro repressioni, i loro complotti, i loro maneggi.

In Italia, nazione occupata ancora oggi da uno stato imperialista, si verificò nella seconda metà del ‘900 il fenomeno dell’ostilità nei confronti del concetto di “Patria”, interpretato erroneamente come reazionario. Ciò non fu solo frutto dell’errore di certa sinistra, ma il frutto di una premeditsta campagna d’appropriazione che mirava a sottrsrre al popolo italiano il suo particolare vessillo, a spacciare per reazionario ciò che per contenuto intrinseco è profondamente rivoluzionario. Oggi, nel 2019, è importante riscoprire il valore dell’unità nazionale, il valore della comunità incarnata nella Nazione, che ad essa non si limita ma anche da essa viene espressa. Nazione non è egoismo, ma fratellanza, è la via verso l’Umanità. Chiudiamo questo breve pensiero con le parole di due grandi italiani, entrambi liguri, che combatterono per l’emancipazione dell’uomo e dell’Italia, Giuseppe Mazzini e Sandro Pertini:
“La Patria è la casa dell’Uomi libero, non dello schiavo”
Giuseppe Mazzini
“Eleviamo in questo giorno il nostro pensiero a quanti combatterono e si immolarono per l’indipendenza e per la libertà, ai caduti della resistenza, a tutti i nostri fratelli che sacrificarono la vita per tali altissimi ideali: è una schiera innumerevole e gloriosa che ci guida nel nostro cammino, presente tra noi, vivente dell’esempio che ci ha trasmesso. Da loro traiamo auspici per il futuro, nella fierezza di esserne eredi, nella consapevolezza degli ardui impegni che ci attendono.”
Sandro Pertini

Spagna e Catalogna

Le immagini che si susseguono dalla Catalogna dovrebbero far molto riflettere su quanto il governo spagnolo sia antipopolare e antidemocratico, impregnato tutt’ora dell’eredità franchista che non è stato possibile spazzar via con un semplice passaggio dinastico. Le forze dell’ordine ricalcano il ruolo dei militari golpisti, reprimendo e massacrando una popolazione che dovrebbero invece difendere. Tutto ciò non è un fatto isolato bastino le prese di posizione del governo spagnolo, a partire da quello che pensa riguardo all’attacco fatto a danno dei Curdi, e per cui l’UE è rimasta indifferente, al supporto del governo liberista di Moreno e l’appoggio ai terroristi in Venezuela.

Giovine Italia si schiera al fianco di tutti gli iberici che sognano un altro modello di stato e di società, un modello che sia sì fondato sull’unità, ma da liberi uomini e popoli, in seno ad una repubblica democratica, popolare e federale. La Spagna può e deve andare avanti unita, con un popolo raccolto sotto un’unica bandiera, che crede nell’unità del proprio Paese e nel suo riscatto, ma tutto questo non può partire da questo governo e soprattutto da una monarchia. Giovine supporta il modello repubblicano, dove per esso non si intende solamente una forma politica, ma una dimensione morale, economica e sociale diametralmente opposta a quella vigente tanto in Spagna quanto nel resto dell’Occidente. Dunque il popolo spagnolo deve lasciarsi alle spalle la monarchia e i Borboni e guardare a questa nuova forma di governo. La strada non sarà facile, ma il primo passo da fare, ed è quello che ogni popolo europeo dovrebbe fare se crede nella libertà e nella gloria della propria Patria, è quello di distruggere l’UE che non unisce ma anzi divide.

La battaglia, giusta e sacrosanta, per la sovranità popolare e democratica non sia presa come paravento da forze reazionarie per nascondere dietro belle parole d’ordine la propria semina di zizzania fra e dentro ai popoli. Il nemico del barcellonese non è il madrileno, pensare questo è o sintomo di ignoranza o indizio di manifesta malizia. Ad ogni popolo la sua sovranità, ma che nessuno si frapponga all’unità di questi in seno all’Umanità.

Abbasso tutti i padroni, viva popoli europei che lottano per la loro libertà!