Start Up a War: Psicologia di un conflitto

Una guerra dimenticata che da anni dilania un paese, migliaia di morti, in grandissima parte civili, continue violazioni di accordi e dei diritti umani, popolazioni costrette a convivere col potere, oramai istituzionalizzato, di bande di neonazisti: questo è lo scenario ripreso e commentato da Sara Reginella, psicologa e regista, nel 2016, ma che da tale data non ha subito notevoli modificazioni. Le storie di tutti i giorni si intersecano con i motivi ideali di chi ha scelto di combattere una guerra non contro l’Ucraina,ma, come molti tendono a precisare, contro il regime uscito da “Euromaidan” ed i suoi sponsor imperialisti.

Prodotti di questo tipo sono importantissimi vista la infima e mono-direzionale copertura mediatica, quasi come se le uccisioni commissionate con i soldi della Nato e dell’Unione Europea non fossero realmente tali, come se la sistematica repressione politica, spesso degenerata in violenza omicida, come nel caso del Rogo di Odessa, fosse un piccolo prezzo da pagare per una “normalizzazione” del paese in senso liberale e liberista, necessaria per l’ingresso nell’alveo delle autoproclamatesi “democrazie occidentali”. Nonostante il singolo cittadino italiano possa fare poco per aiutare concretamente le popolazioni aggredite delle Repubbliche Popolari di Donetsk e Lungansk, già la visione e la diffusione di questo ribelle e sabotato documentario costituiscono un importante attacco ai tentativi d’oscuramento attuati dal regime. Per questo Giovine Italia invita tutti i suoi amici e simpatizzanti a partecipare alle proiezioni di “Start up a War: psicologia di un conflitto”, come già fatto più volte dall’associazione.

Libri consigliati: “L’arma segreta della Francia in Africa” di Fanny Pigeaud e Ndongo Samba Sylla

Un testo scritto a quattro mani di doverosa lettura per ogni combattente della Libertà, in special modo per ogni nativo africano. Poco più di 200 scorrevoli pagine dove la storia della colonizzazione economica e monetaria francese si alterna ad utilissimi paragrafi recanti importanti nozioni sull’economia e il funzionamento della moneta, dalla svalutazione ai meccanismi d’emissione di questa. Sono tratteggiate in particolare in queste pagine le vicissitudini storiche legate al franco CFA, i vari tentativi di ribellione, da Touré a Sankara, e le conseguenti rappresaglie delle classi mercantili parigine. Oltre a fornire una chiara visione delle meccaniche legate al neocolonialismo, gli autori si sono cimentati nello sfratare i diversi miti che gli apologeti della valuta neocoloniale portano a sostegno di questa.

L’intento pedagogico e divulgativo dell’opera è encomiabile. Sempre più cittadini africani si stanno rendendo conto del circolo vizioso nei quali sono prigionieri, avendo questi abdicato totalmente la propria sovranità monetaria, e di conseguenza ogni altra forma di sovranità, allo stato francese, il quale, in nome della parità del cambio e non in forma dissimile a quanto accade all’interno dell’eurozona, impone spaventose politiche d’austerità, causa prima della povertà e del sottosviluppo in questi paesi.

Un libro da leggere e da far leggere, del quale ci auguriamo una diffusione più ampia possibile.

IL fantasma di Pinochet sul Cile di Piñera

Corsi e ricorsi storici in Cile dove la pluridecennale e spietata dittatura del traditore Augusto Pinochet sembra essere ancora il modello politico ideale per le classi abbienti e le forze armate mercenarie. Una repressione violenta e sconosciuta in Occidente si abbatte sulla nazione cilena sin dalla seconda elezione del presidente Piñera, imprenditore legato saldamente alla frangia più autoritaria delle forze armate e agli Stati Uniti. Le immagini sono sconcertanti: scuole assaltate da teste di cuoio in tenuta militare, professori e studenti massacrati ed arrestati in maniera arbitraria, cittadini vessati e ridicolizzati da quelle persone che avrebbero il compito di tutelare la democrazia cilena, e il tutto sotto lo sguardo complice ed accondiscendente di Washington, che oggi come ieri è disposta a passar sopra i più efferati crimini pur di tutelare gli interessi di pochi oligarchi capitalisti sul territorio cileno.

Secondo i dati dell’INE (Istitudo Nacional de Statistica), la classe lavoratrice cilena, che compone il 71%, è soggetta ad un tasso di disoccupazione pari al 10%, un’enorme esercito industriale di riserva che raccoglie più di un milione del persone abbandonate totalmente da uno stato che è giudicato uno dei più aperti all’iniziativa privata e agli investimenti internazionali. Parlando del livello di povertà le cifre non sono meno spaventose, con un 22% di cileni che vivono sotto la soglia di povertà, e 77 su 100 di questi provengono dalle classi lavoratrici e popolari. L’economia, e di conseguenza il potere politico, è retta da a malapena l’1,7% della popolazione, industriali, latifondisti, gerarchi e lacchè di varia natura. A questi dati si deve aggiungere una situazione disastrosa in campo sanitario e scolastico. Il primo, massacrato dalle riforme liberiste del dittatore Pinochet, non si è mai emancipato totalmente dal mercato e dal controllo privato, facendo si che, ad oggi, ci sia solo un 50% di probabilità che una partoriente sia assistita da un’ostetrica, e che, a causa della gestione municipale della sanità, spesso siano necessari spostamenti di centinaia di chilometri per ricevere cure specialistiche (fonte: New England Journal of Medicine).

estratto da in video di un’irruzione

Da un punto di vista scolastico, gli studenti ed i docenti da anni protestano per aver accesso ad una maggiore quantità di fondi e per un’istruzione più aperta democratica. Il governo ha risposto non solo disperdendo i cortei, ma con le irruzioni accompagnate da gas lacrimogeni all’interno delle scuole. “Mentre mio figlio stava dando un esame di matematica, è entrata la polizia nell’edificio. Anche le altre madri piangendo chiedono solo di non far del male ai nostri figli, ma i carabinieri ci prendono in giro e dal liceo ci dicono che è tutto normale”. Sono queste le parole dette in lacrime da una madre fuori da una scuola occupata dalle forze di polizia. Dall’interno di questa vengono fuori immagini di studenti piegati in due dai gas, ammucchiati lungo i muri e bastonati senza ritegno.

Quando in televisione berciano di fantomatiche “dittature socialiste”, di “crimini di guerra” e che dir si voglia, ricordate in cosa consiste la prassi dei servi dei capitalisti occidentali, dal cile all’Arabia Saudita.

Quel “sinistrismo maschera della Gestapo” che non se ne è mai andato…

I movimenti reazionari hanno sempre mostrato una spiccata tendenza al mistificare la loro natura tramite discorsi vaghi e demagogici al fine di garantirsi una concorrenzialità rispetto ai progressisti e ai rivoluzionari. Non ci si deve stupire nel vedere i difensori più accaniti dell’ordine sociale e dello status quo ammantarsi di un’aurea socialisteggiante, tanto indefinita quanto priva di sostanza. Non devono stupire nomi come “manovra del popolo”, slogan come “Europa dei popoli” o le mascherate a tema operaio tanto care al nostro ministro dell’Interno. La vicinanza ai lavoratori è millantata, solo superficiale e puramente propagandistica. La verità si vede nelle azioni di questi sedicenti “patrioti”, ossia nella sistematica sottomissione agli interessi delle lobbies finanziarie internazionali e ai cartelli industriali lombardo-veneti. Mentre i primi chiedono deregolamentazioni e privatizzazioni a non finire, i secondi spingono per un’egoista autonomia, per una “secessione dei ricchi” e per sostituirsi alla confindustria franco-tedesca alla guida del Regime Europeo. Tutte queste richieste, nell’immediato o meno, sono accolte dal “governo del popolo” quanto lo sarebbero da una qualsiasi opposizione di centro-sinistra.

Vi è poi un altro sinistrismo, meno istituzionale e più “militante”, composto dai sedicenti “rivoluzionari” tanto pronti e celeri nell’attuare una ribellione puramente estetica quanto nell’ignorare gli attacchi alla sovranità democratica, l’imperialismo dilagante e l’onnipresente liberismo. Per questi socialisti della domenica l’Unione Europa “non è un problema”, la globalizzazione “è inevitabile e va accettata”, mentre affermare l’esistenza di un popolo italiano, affermare l’esistenza di realtà collettive e basate sulla solidarietà è “retaggio novecentesco”. Pronti a scendere in piazza per le più becere quisquilie piccolo-borghesi, si rifiutano con ostinazione di difendere la democrazia, di difendere la sovranità e l’indipendenza del popolo. Gli unici fascisti, per queste prefiche dell’estrema destra, sono quelli con la svastica ricamata sul giubbotto. Quelli in giacca e cravatta, quelli che causano spaventosi aumenti della mortalità infantile, quelli che scavalcano bellamente i parlamenti nazionali, quelli che attuano politiche anti-operaie e di darwinismo sociale sono, al limite, visti con indifferenza, quando non con stima. Vedere convinti europeisti salutare a pugno chiuso, definirsi socialisti e bollare di “rossobrunismo” chiunque sia ancora legato ai principi comunitari che sono la base del socialismo non è tanto motivo di sconforto, quanto la constatazione della vittoria del capitalismo nella guerra culturale.

Che si presenti come selfie in tenuta da lavoro, come pugno chiuso ad una manifestazione a sfondo europeista, questa maschera copre il volto multiforme del Capitale.

A proposito del CETA

In questi giorni il nostro paese si sta scontrando con le multinazionali americane, in particolare con le grandi aziende agricole canadesi. Ancora una volta il continente europeo è esposto agli attacchi di un libero mercato che danneggia tanto i lavoratori quanto i consumatori, in barba all’importanza data a questi dai padri del liberalismo, il tutto sommato ad uno spietato attacco ai danni della sovranità degli stati nazionali, oramai di pari potere rispetto ai colossi economici privati. Non solo l’Italia in questi giorni sarà costretta a pagare 10 milioni di euro di risarcimento ad un’azienda olandese (oramai esiste un tribunale appositamente costituito per punire gli Stati che tentano di adempiere alle loro funzioni), ma vede a rischio , come nel caso del TTIP, la sopravvivenza del proprio comparto industriale, sempre più minacciato e vessato da chi vorrebbe delocalizzare nel nome del profitto.

Questo tipo di accordi, che permettono ai colossi internazionali di accedere al e di dettar legge sul nostro mercato, non fanno che aggravare ancor di più la situazione già non rosea delle piccole e medie aziende italiane, oltre che a minare concretamente la possibilità da parte di ogni lavoratore di condurre una vita sana e dignitosa. Ci rivolgiamo, dunque, a tutti gli europeisti secondo i quali “l’UE ci dà la possibilità di resistere alle superpotenze internazionali” e chiediamo loro se questa non è, invece, un’organizzazione neoliberista atta precisamente ad azzerare le nostre difese nei confronti degli stessi colossi che dovrebbe, sulla carta, contenere.

A 162 anni dalla Spedizione di Sapri

Il 25 giugno del 1857 salpavano da Genova, clandestinamente, diversi patrioti guidati dal socialista Carlo Pisacane, imbarcatisi su un piroscafo di linea. Quelli che in apparenza parevano normali viaggiatori erano in realtà audaci rivoluzionari, pronti a compiere un colpo di mano che, per quanto fallimentare, scrisse una pagina indelebile nella storia della lotta per la libertà e la giustizia sociale.

Carlo Pisacane, soldato e rivoluzionario

“Socialismo o schiavitù: non esiste altra via per la nostra società”

Protagonista ed ideatore dell’impresa fu Pisacane, ex ufficiale del genio presso l’esercito borbonico, socialista, mazziniano ed eccellente soldato. Nato nel nel 1818 da una famiglia della nobiltà partenopea. Dopo una fuga d’amore in Francia e un periodo come ufficiale della Legione Straniera partecipò come volontario alla Prima guerra d’Indipendenza, prendendo parte, dopo la sconfitta piemontese, alla Repubblica Romana mettendo a disposizione di questa la sua esperienza di militare di carriera. Dopo la sconfitta ad opera degli eserciti reazionari Pisacane fuggi a Londra, da dove nel 1853 si trasferirà a Genova. Da qui pianificherà la sua ultima impresa, canto del cigno di un uomo coerente e coraggioso, pronto a sacrificare tutto – ricchezza, stabilità, famiglia- per la causa degli oppressi. Influenzato, oltre che da Mazzini e dai pensatori illuministi, da Proudhon, Bakunin e dai cosiddetti “socialisti utopici”, vide il cambiamento politico come inutile e velleitario se non accompagnato da una rivoluzione sociale. Propugnatore della propaganda del fatto, teorizzava una guerra popolare da causare tramite un’insurrezione vittoriosa fra i contadini del sud, qui l’origine della Spedizione di Sapri.

La spedizione

Guidati da Pisacane, 24 uomini si imbarcarono sul ‘Cagliari’, piroscafo di linea Genova-Tunisi. Preso la notte stessa il controllo della nave, si fece rotta per l’isola di Ponza, dove dal carcere qui presente si aveva l’intenzione di reclutare volontari fra coloro i quali più di tutti avevano motivi per odiare i Borbone. Si costituì così un piccolo esercito, composto sia da ex-detenuti che da guardie passate sotto la bandiera tricolore che da alcuni passeggeri del piroscafo.

La morte di Pisacane in un quadro d’epoca

Sbarcati a Sapri, i rivoluzionari si accorsero prima di tutto della diffidenza della popolazione, ben maggiore rispetto a quella che sarebbe da aspettarsi nei confronti di estranei armati. La polizia era un passo avanti ai patrioti, aveva da tempo diffuso la voce di un’imminente attacco da parte di un gruppo di banditi, aveva fatto armare i latifondisti locali e i loro servi, aveva istruito il clero a sobillare i superstiziosi contadini contro chiunque sembrasse straniero. Trovatisi soli e diffamati in un territorio altalenante fra l’ostile e l’indifferente, i militi della colonna di Pisacane furono braccati ed uccisi dalla soldataglia borbonica e dalle milizie padronali. Lo stesso Pisacane venne ucciso, e 150 dei suoi uomini furono presi prigionieri dal regime monarchico,

L’importanza della memoria

Pisacane fu un ribelle. Egli, portando avanti la bandiera rossa unita al tricolore italiano instillò il terrore nel padronato meridionale, che preferì mascherare il suo tentativo rivoluzionario con uno dei numerosi raid banditeschi che piagavano il non così felice regno dei Borbone. Pisacane, assieme a Mazzini, Mameli e Garibaldi, rappresenta l’altro Risorgimento, quello del popolo che sogna l’emancipazione, quello lontano dagli intrighi di palazzo e dagli accordi fra potenti. Contro la narrazione neo-borbonica, la quale dipinge un “Meridione Felix”, un’età dell’oro rovinata in qualche vago modo dall’Unità, contro il tutt’ora presente sfruttamento dei braccianti agricoli, sottoposti ad un terribile regime da parte di un baronato-caporalato a trazione mafiosa, contro un capitalismo sfruttatore ed un finto socialismo cosmopolita e sottomesso alla retorica liberista occorre oggi più che mai tenere a mente l’eroico esempio di Carlo Pisacane e dei suoi uomini, caduti per la libertà, l’emancipazione delle classi lavoratrici e l’indipendenza, per la patria e per il socialismo.

No all’intervento italiano in Siria

Da settimane il governo italiano è sotto pressione da Washington per ottenere l’ennesimo intervento militare volto a destabilizzare la regione. Noi ci schieriamo fortemente contro l’ennesimo intervento anticostituzionale volto a dissolvere qualsiasi possibilità d’autodeterminazione del popolo siriano.

Nonostante l’ambiguo silenzio di istituzioni e mezzi d’informazione i quali, ricordiamo, sono ben solerti nel celebrare il trapasso dei calciatori-terroristi, la pressione è molto alta, ennesima misura volta ad alzare la tensione con la Russia. Infatti, 8500 soldati e decine di navi da guerra sono impiegati in questo periodo nell’esercitazione navale denominata “Baltops”, la quale ha il dichiarato scopo di preparare le truppe dell’Alleanza a “difendersi da qualsiasi nemico”.

Le guerre tra oligarchi non possono che portare rovina alle nazioni. E’ compito di ogni patriota opporsi tanto all’intervento in Siria, il quale non sarebbe altro che l’ennesimo carnaio per i nostri soldati, tanto alla sempre più minacciata guerra contro la Federazione Russa, degna controparte degli imperialisti statunitensi. Solo dicendo un secco no alla guerra contro gli altri popoli e riportando il conflitto sull’asse verticale si potrà costruire una società migliore e più giusta, solo rifiutando in toto le logiche d’interesse geopolitico si potranno dimenticare gli intrighi di potere e le guerre per procura.

Nel caso di risposta affermativa, anche se propagandata furbescamente sotto termini umanitari, Giovine Italia scenderà in campo con qualsiasi altra forza amante della democrazia e della pace per difendere l’Italia da chi la vorrebbe burattino nelle mani degli imperialisti.

Whirpool: unica soluzione l’autogestione.

Ennesimo caso di delocalizzazioni mirate ad aumentare i profitti padronali a scapito delle vite dei lavoratori e delle loro famiglie. Il caso della Whirpool, ultimo in linea temporale, è emblematico. Dopo aver usufruito degli ammortizzatori sociali concessi dal governo ed aver con questo firmato un accordo lo scorso Ottobre, i padroni, spinti dal loro caratteristico feticismo omicida per il profitto, hanno scelto di spostare la produzione, comunicandolo agli operai con una slide. “In un attimo ci hanno tolto tutto”, così commenta l’infame azione uno dei lavoratori, che dopo essere rimasti giorni in presidio permanente davanti agli stabilimenti napoletani si sono recati questo martedì’ sotto il ministero dello sviluppo economico per protestare contro l’azione criminosa della multinazionale, rea di aver persino violato gli accordi firmati col governo. Al di là delle possibili strumentalizzazioni elettorali da parte di un governo che raramente è stato capace di essere forte con i forti, ricordiamo la mancata e sempre più necessaria nazionalizzazione delle autostrade, Giovine Italia si schiera assieme ai lavoratori in una giustissima lotta operaia, a favore della Libertà e della giustizia sociale. Gli operai si dicono in grado di mandare avanti la fabbrica, quel che ci vorrebbe è l’iniziale impulso economico e politico da parte dello stato. Il nostro posto è assieme a questi patrioti che, cantando il nostro inno nazionale e canti partigiani, stanno sfidando l’ennesimo colosso feudale.

Pronti alla resistenza contro la nuova offensiva europeista

Iniziata da parte del regime di Bruxelles la procedura per infrazione ai danni dello stato italiano. Colpa delle istituzioni sarebbe quella di non aver spinto abbastanza per la realizzazioni di misure “pro-crescita” (leggasi liberalizzazioni e privatizzazioni intensive). Nonostante anche questo governo, da noi osteggiato in ogni modo, abbia voluto partecipare al gioco liberista, privatizzando il possibile e mancando agli impegni presi di nazionalizzare “Autostrade per l’Italia”, ciò non è stato percepito come sufficienti dagli eurocrati, sempre ingordi di nuovo potere politico ed economico.

Uno scenario a tinte fosche è quello che si prospetta alla nostra nazione. Dall’autoritario e collaborazionista governo “Conte” si rischia di cadere ancora maggiormente nella morsa della bestia liberista. Il piano è già in atto: Draghi nominato senatore, il suo mandato in scadenza, la Bonino proiettante la sua bieca ombra sulla presidenza della Commissione Europea. Prevediamo la crisi di governo, prevediamo il successivo insediarsi di un esecutivo tecnico a guida mario Draghi. Prevediamo un attacco senza precedenti alla sovranità del popolo italiano.

Chiediamo perciò ad ogni forza sinceramente democratica di prepararsi a resistere, con ogni mezzo dettato dalle circostanza, alla prossima ondata repressiva e anti-popolare.

Il soldato moderno e idee per una svolta democratica delle istituzioni militari

Oggi più che mai, viste le crescenti tensioni internazionali e il mai passato di moda imperialismo, è necessario analizzare e definire il ruolo della forza militare nella vita di uno stato, partendo dall’attualità per arrivare a proposte in linea con un pensiero democratico ed associazionista. La forza militare, strettamente collegata al potere economico e da esso dipendente, rappresenta ancora la principale arma degli stati da impiegare per tutelare i propri interessi dentro e fuori i confini nazionali. Il progresso tecnico e tecnologico tendono tutt’ora ad impostare la guerra come evento totale e totalizzante, da qui nasce l’esigenza, oltre che di comprendere le cause sociali, economiche e politiche della stessa, di interrogarsi difronte al significato delle forze armate, della loro impostazione corrente e sul significato del loro ruolo.

Polizia privata e contractors

Dalla fine della Guerra Fredda si è acuita la tendenza a promuovere gli eserciti non più come forza di difesa, quindi basata su di una mobilitazione generale della popolazione abile, ma come piccolo nucleo di specialisti altamente addestrati, a cui vengono assegnati compiti squisitamente offensivi. Gli eserciti moderni sono composti da poche migliaia di uomini, per i quali i costi dell’addestramento e dell’equipaggiamento raggiungono cifre esorbitanti. Eserciti del genere, pur dotati di un’alta mobilità, non possono, tranne in rari casi, farsi carico della difesa territoriale, in quanto sprovvisti non solo del personale umano per far ciò, ma anche della quantità dei mezzi. L’esercito di uno stato occidentale moderno non risponde più all’esigenza di dover frapporre fra l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti quanto più terreno di scontro possibile, ma unicamente quello di vigilare che gli interessi economici e politici del governo o delle principali compagnie nazionali siano tutelati oltre confine, andando così a fornire un contraltare internazionale alle forza di polizia che agiscono con i medesimi fini all’interno dei confini nazionali.

Possiamo benissimo avere prova di ciò dando uno sguardo ai teatri nei quali sono dispiegate le forze militari dei paesi europei: tolte le “missioni di pace”, le quali non sono altro che un modo legale per occupare un territorio ed imporre un’ingerenza geopolitica, vediamo truppe europee a difesa di stabilimenti petroliferi, raffinerie, complessi minerari o punti strategici. Le truppe italiane in Libia, i francesi nell’Africa Occidentale, le forze statunitensi in Afghanistan, Iraq, Sud America ed Europa non sono ascrivibili all’elenco delle forze impiegate per la difesa nazionale, ma in quello delle forza destinate ad un’azione aggressiva d’appropriazione di risorse straniere o di consolidamento di una posizione strategicamente rilevante. Tutto ciò, ovviamente, non porta vantaggi che a coloro che governano la politica e l’economia degli stati nazionali, giammai delle nazioni le quali pagano il tributo di sangue necessario al profitto degli oligarchi. Parlando di cifre, e limitandoci ad un contesto noto come quello dell’Afghanistan, sono stati più di tremila i militari della coalizione morti in azione, ai quali vanno aggiunti decine di migliaia di morti fra la popolazione afghana. Litri e litri di sangue che macchiano indelebilmente le mani di chi profitta da una guerra eterna, nata unicamente per la politica di potenza delle oligarchie capitaliste.

Analizzando la situazione particolare delle nostre forze armate vediamo come queste, le quali dovrebbero essere presidio della libertà del popolo, relegate a compiti da gendarmeria sabauda come l’operazione “Strade Sicure”, quando non direttamente poste a porre rimedio alle mancanze di uno “stato” sempre meno capace di intervenire economicamente per garantire i servizi essenziali ad una vita dignitosa per i cittadini. E’ notizia recente l’impiego di medici militari inviati negli ospedali del Molise per far fronte alla carenza dei medici civili. Tutto ciò, senza voler sminuire i medici dell’Esercito Italiano, è sintomo di uno snaturamento del compito delle forze armate che, strette tra il nepotismo caratteristico di un sistema gerarchico e l’inettitudine di uno stato sempre più colonia e sempre meno Res Publica. E’ chiaro come il compito di un esercito non dovrebbe essere quello di gendarmeria privata o di forza repressiva, quanto quello di estensione armata della cittadinanza, che, ispirata da un sincero spirito democratico, si prodiga per la Libertà, l’Indipendenza e la sicurezza di questa.

Nazione Armata: il Cittadino contro il mercenario

Il volontarismo garibaldini, prototipo della Nazione Armata

La difesa della Comunità è parte dei doveri verso di essa. Una comunità non può essere libera se non è capace di contrapporre ad una violenza da parte di un usurpatore una violenza del popolo ispirata al mantenimento della Libertà. E’ essenziale che ogni cittadino, a seconda delle sue capacità e predisposizioni, contribuisca alla difesa della propria famiglia, della propria città, della propria nazione o nel caso più estremo dell’Umanità intera. Il milite è uno degli aspetti che compongono il Cittadino. Esso è irrinunciabile ed inseparabile dagli altri. Ogni Cittadino in qualsiasi momento sta agendo a favore della comunità. Quando ciò prende la forma di una resistenza ad una violenza tirannica si manifesta la parte militante della cittadinanza. L’esercito, che come sancisce la nostra Costituzione “si conforma allo spirito democratico della Repubblica” non può quindi essere organizzazione gerarchica e repressiva, ma raggruppamento volontario di cittadini in armi, non può essere costituito da coscritti ma unicamente dai più volenterosi italiani che, facendosi carico della difesa materiale della Patria, si sacrificano pro aris et focis. La struttura di una forza militare da noi propugnata si compone in libere compagnie, frutto della spontanea associazione dei cittadini che, addestrate e mantenute nei periodi di attività grazie al contributo pubblico, si coordinano a livello progressivo per garantire la difesa della Libertà e il rispetto dei principi dell’Associazione. La gerarchia, vetusto orpello del sistema feudale tramutatosi in borghese è da eliminare, e i principi democratici da espandere all’esercito. E’ la truppa a dover decidere chi ricoprirà determinati ruoli di comando, in qualsiasi momento revocabili e questionabili. E’ inoltre fondamentale eliminare la centralizzazione dell’autorità militare, lasciando che sia un’assemblea dei rappresentanti delle singole formazioni a discutere sulle strategie da adottare. Un milite non può essere una macchina, un servo il quale è costretto a seguire gli ordini di un superiore, ma dev’essere, nello spirito della tradizione volontaristica italiana, un Cittadino cosciente che agisce per cognizione di causa e per fedeltà ai suoi principi. Come già sostenuto da Saint-Just, fautore di diverse vittorie ad opera dell’esercito rivoluzionario, nonostante “…Si creda che le elezioni militari indeboliranno l’esercito, io credo, al contrario, che le sue forze ne verranno moltiplicate”, poiché esiste “…un solo mezzo per resistere all’Europa: contrapporle il genio della Libertà”.

Solo applicando realmente la democrazia all’interno dell’istituzione militare si potrà evitare la degenerazione di essa a compiti da sbirraglia o la sua mutazione in corpo mercenario a soldo dei potenti.

“Non si può combattere per la Libertà con un esercito di uomini abituati a tenere gli occhi bassi”

Curzio Malaparte