Tre buone ragioni per essere a Roma il 12 ottobre


Il prossimo governo ultra-eurista giallo-rosa: sempre più chiara in questi giorni appare la notizia che il tanto esorcizzato “inciucio” è fatto quasi compiuto. I vertici del Movimento 5 Stelle, in sfregio alla base militante sincera che credeva veramente in una possibile rivoluzione politica, stanno decidendo per un governo assieme al Partito Democratico, lo stesso partito del Jobs Act, della Fornero e della Buona Scuola, partito di riferimento, seppur oramai morente, del padronato franco-tedesco. La manifestazione del 12 ottobre deve quindi essere intesa anche come violentissimo attacco a questo governo, nato per tutelare il dominio indiscusso delle oligarchie ordoliberiste della Mitteleuropa. Molto probabilmente il nuovo governo godrà di un “trattamento di favore”, la mano con loro sarà piuma, come suggerito da Oettinger. Questo perché i gruppi di potere ora egemoni in Europa temono un cambio della guardia a favore di altri concorrenti, come la borghesia esportatrice del nord-est appoggiata dalla Lega. Conte, marionetta nelle mani dei poteri euristi, è da osteggiare e da boicottare. Il suo tono istituzionale e la sua cultura nascondo la sua natura collaborazionista. Il discorso da lui pronunciato il 20 agosto, per quanto pregno di colte citazioni e formalmente bello, è stato un discorso puramente europeista, in perfetta sintonia con le direttive europee per quanto riguarda istruzione, economia e subordinazione dello stato nazionale.
La manifestazione leghista del 19 ottobre: il “governo del cambiamento” è stato fatto cadere da Salvini, che ora tenta di farsi passare da oppositore dell’Unione Europea risfoderando le antiche felpe “basta euro” che gli permisero una miracolosa crescita nei sondaggi. Salvini è un bluff: ne ha dato la prova al governo, dove distraendo gli italiani con il fantasma dell’immigrazione e ponendosi come guardiano dell’identità italiana, per lui fatta di presepi e padri pii, ha proposto provvedimenti del tutto in linea con le direttive europee, accontentandosi delle briciole, come quel ridicolo 2,04 di deficit. L’Italia ha bisogno di chiarezza, di radicalità, di coerenza, tutte cose che non troverà mai nei discorsi del pifferaio magico ultra-liberista e secessionista Matteo Salvini. Moltissimi cittadini in buonafede sperano in lui e lo votano. Questa volontà di cambiamento è legittima e più che giustificata, ma loro sono stati ingannati e sono ingannati tutt’ora dal Renzi padano. I suoi obbiettivi sono i medesimi delle forze europeiste, cambia solamente il nome di chi si vorrebbe a capo del mostro totalitario di Bruxelles.
La necessità di dar vita ad un movimento popolare di Liberazione: All’interno del panorama parlamentare, da destra a sinistra, non vi è una sola persona che persegua gli interessi del popolo lavoratore. Le nostre camere sono state infiltrate in maniera certosina da una malvagia compagine di araldi del libero mercato, del liberismo sfrenato, della tecnocrazia totalitaria. In questi gruppi non si deve riporre fiducia, sarebbe illogico e assolutamente contrario alla ragione. Occorre guardare al popolo e al popolo solo, che vuole tornare a sentirsi tale, che chiede di avere sovranità su se stesso, di aver riconosciuto il proprio diritto ad esistere e ad autodeterminarsi. L’unica strada è la mobilitazione popolare attraverso, per e grazie al popolo stesso. Da esso deve sorgere un movimento di liberazione che sappia con un colpo di scopa spazzar via ogni collaborazionista, ogni potere corporativo e camorisstico, ogni interesse di parte e in contrasto con quello generale. Il 12 ottobre, lungi da rappresentare il punto d’arrivo, deve invece essere l’inizio di tale movimento, il primo atto di una liberazione nazionale che sarà ad un tempo politica, economica e morale.

Poverty, a curse on the land of Albion

Ringraziamo i nostri fratelli della neonata “Byron Society for Peace and Democracy” di Londra per questo articolo, che vi proponiamo in lingua inglese.

Being the capital city of a developed first world country, people tend to ignore or forget that those who are at the lower end of income distribution likely have a lower standard of living. A study conducted in 2016 by the Department of Work and Pensions shows that, after housing costs have been taken in consideration, the number of people living in relative poverty in the whole of the UK to be 21% of the population. This social problem has haunted the land of Albion for years; by the end of the 19th century, only 75 % of the population had enough money to buy food, clothes, rent and fuel. Millions of population lived in unhuman conditions such bands and badly built houses. Fortunately, those without waged employment were helped by the poor law administration, but these unfortunate people still lived in overcrowded area in which the spread of diseases was certain. In the 50s it was believed that poverty had been “abolished” in Britain. However between the 50s and 60s there was an insurgence in poverty yet again, between 4% and 12% of the population was estimated to be living under the Supplementary Benefits’ scale. This eternal existence of poverty led to a significant difference of health in the classes. Between 1964 and 1965 the rate of infant deaths was more than half if not much higher in the lowest classes than in the upper ones. Low pay was a the main cause of poverty, with a report of TUC (Trades Union Congress) in 68 finding that 5 million females and 2.5 million males earned less than 15£ per week. Between the 1960s and 1970s progress was made, with 3 million families living in poverty in Britain in 1977, compared with 5 million families living in poverty in 1961. But the level of poverty started to increase yet again between 1979 and 1985, the number of UK citizens living in poverty increased from 2,090,000 to 2,420,000. This high poverty level as been attributed to the low generosity of the welfare state, the British social security system follows the notion of market dominance and private provision. The government enters in action only to “moderate” extreme poverty and provide for basic needs. As of today the situation hasn’t gotten better, with the most recent study of the New Policy Institute conducted in 2017 showing the 27% of Londoners live in poverty (six percentage points higher than the rest of England) 58% of whom are in a working family.
I want to end this article with the last stanza of the poem “London” by William Blake:
“But most thro’ midnight streets I hear
How the youthful Harlots curse
Blasts the new-born Infants tear
And blights with plagues the Marriage hearse”

Il massacro di Peterloo

Era il 16 Agosto 1819 quando nel St. Peter’s Field, Manchester, decine di cavalieri dell’esercito regio si riversarono su di una pacifica folla, uccidendo con urti e sciabolate 11 persone e ferendone centinaia. Questo insensato e terribile massacro passò alla storia come “massacro di Peterloo”, nome ispirato alla località di Waterloo, teatro della famosa battaglia, a sottolineare come le istituzioni avessero trattato il popolo alla stregua degli allora nemici dell’Impero napoleonico.

La guerra, la carestia, la voglia di cambiamento

Il 20 novembre 1815 ebbe fine il lungo conflitto che vide contrapposte alla Francia la quasi totalità delle case regnanti europee. I vincitori si accordavano a Vienna la spartizione dell’Europa, e nel frattempo milioni di soldati tornavano a casa. L’esercito britannico aveva combattuto prima la Repubblica, poi l’Impero sul mare e sulla terra, lasciando sul campo 220.000 soldati. Altrettanti ragazzi tornarono a casa, chi mutilato nella carne chi nella mente. Destino comune a tutti era la disoccupazione, o al massimo qualche lavoro giornaliero, appena sufficiente al sostentamento di un’uomo adulto, unica forma di “gratitudine” concessa dal Re a chi aveva, volente o nolente, difeso i suoi privilegi col proprio corpo. L’improvvisa immissione di centinaia di migliaia di aspiranti lavoratori all’interno di un tessuto socio-economico già provato da anni di guerra ebbe l’effetto di inasprire i contrasti interni alla società inglese, polarizzando sempre di più la cittadinanza. In questo clima nacquero le prime associazioni di lavoratori, di donne, di reduci o di semplici cittadini che chiedevano a gran voce riforme sia politiche che sociali. Ispirati dalla Grande Rivoluzione, dal ricordo del movimento luddista, da un vago ideale socialista o semplicemente dalla rabbia in ogni città sorgevano comitati, leghe e associazioni aventi come fine un cambiamento radicale. All’epoca ci si riferì a questo variegato movimento coi nomi di “riformisti” o di “radicali”, a sottolineare -con disprezzo- le pretese sovversive di queste persone. Al suo interno vi si trovarono tanto i membri del popolo minuto quanto la media borghesia stretta fra il potere dei grandi latifondisti e i privilegi della classe aristocratica. Punto d’accordo era essenzialmente la necessità di una riforma elettorale che modificasse i collegi e basata sul suffragio universale maschile. Questo perché ai tempi la legge elettorale in vigore era rimasta immutata per secoli, ignorando le modificazioni al tessuto sociale apportate dalla rivoluzione industriale. Piccoli centri rurali eleggevano numerosi rappresentanti, mentre enormi città come Manchester dovevano accontentarsi di un solo portavoce, il quale era eletto da una risibile parte della popolazione essendo il suffragio basato sul censo.

Una scena del film “Peterloo” di Mike Leigh

Alla rivendicazione politica si univa quella sociale essendo i stati i salari ridotti ad un terzo rispetto al periodo bellico e i prezzi della merce incrementati enormemente a causa delle carestie. Il popolo inglese sentiva sulla sua pelle i segni del malgoverno aristocratico, desiderava conquistare qualcosa di di natura avrebbe dovuto essere suo, ma che a lui veniva sottratto: la sovranità. Si iniziarono a fabbricare spade, picche, a nascondere fucili, a tessere bandiere e ad allenarsi a marciare in ranghi. Il popolo voleva la rivolta, desiderava il potete. Galvanizzato dall’eco dei Giacobini francesi, sentiva il diritto ed il dovere di incarcerare la famiglia reale, se essa non avesse spontaneamente accettato tutte le rivendicazioni della cittadinanza.

Per il 16 agosto venne indetto un grande comizio a Manchester dall’Unione Patriottica, al quale avrebbero dovuto parlare sia oratori d’orientamento moderato che repubblicani democratici. A migliaia arrivarono dalla campagna circostante, fino a che il St. Peter’s Field fu stracolmo. Il comizio iniziò, la parola fu presa da Henry Hunt, famoso esponente del movimento radicale, il quale aveva proibito il porto di qualsiasi arma o oggetto atto ad offendere alla manifestazione, gesto imprudente che gli costerà molto. Improvvisamente si udirono nitriti di cavalli: era la guardia nazionale assieme ai dragoni che caricavano la folla riunitasi pacificamente e legalmente. I miliziani regi massacrarono la folla inerme, divertendosi a schiacciare sotto gli zoccoli dei cavalli donne e bambini. La manifestazione non era gradita alle istituzioni locali, ostili a quella che loro definivano “plebaglia” e desiderose di evitare qualsiasi sconvolgimento socio-politico. Diversi mandati d’arresto furono firmati, tutti i capi locali del movimento riformatore vennero arrestati, la folla dispersa nel sangue.

Si apriva per l’Inghilterra come per tutta Europa una stagione di conflitti sociali e politici molto intensi, conflitti rimasti latenti sino ai giorni nostri anche se evoluti e trasformati.

Un’Unione che di unito non ha nulla

Il progetto dell’Unione Europea non c’entra nulla con l’integrazione e l’associazione delle varie nazioni europee, anzi si fonda su tutto il contrario. Sin dai primissimi tempi furono le grandi borghesie esportatrici a sostenere la necessità, l’inevitabilità e l’utilità di tale percorso, non certo in nome di un “bene comune” da loro disconosciuto, quanto per un mero tornaconto corporativo. L’Unione Europea si fonda sulla competitività e sul libero scambio, il che significa sulla concorrenza, ma da quando la concorrenza genera unione e solidarietà? La concorrenza altro non è che guerra economica, segue la logica del “mors tua vita mea”, non è interessata a battere qualsiasi altro sentiero che non sia quello dello scontro. Questo è ben evidente con i continui attriti fra la Mitteleuropa e i paesi del sud mediterraneo, fra Francia ed Italia, fra Germania e Polonia, senza contare quelli provocati assieme alla Nato, come quelli fra Russia ed Occidente, le destabilizzazioni in Medio Oriente e in Africa e lo sfruttamento neocoloniale.

Lungi da essere un avvicinamento alla fratellanza universale dei popoli, l’Ue rappresenta il più grande attacco alla democrazia, alla pace e alla convivenza della storia, ben peggiore, perché più subdolo, della Santa Alleanza o del Terzo Reich. Essa va identificata per quello che è, ovvero l’espressione delle volontà geopolitiche ed economiche dei grandi esportatori del continente, costruita col sangue e con la fatica delle masse diseredate tanto allogene quanto indigene d’Europa. E’ un ente contraddittorio perché fonda l’unione sulla guerra di tutti contro tutti, fonda la pace sulle politiche di potenza, fonda il progresso sulla concentrazione di risorse in pochissime mani. E’ un regime totalitario, un assalto alla democrazia e alla sovranità dei popoli, e va abbattuto.

Bruciare l’Amazzonia per profitto: fatto!

Se abbiamo precedentemente parlato degli incendi che sono avvenuti e che stanno avvenendo in Siberia e nelle altre zone dell’artico, non possiamo non parlare di ciò che sta avvenendo attualmente in Brasile, nella foresta Amazzonica.
È da ben 3 settimane che il cosiddetto polmone del mondo sta bruciando, e quando parliamo di foreste che bruciano non dobbiamo pensare semplicemente ad alberi spogli o terriccio scuro (che sono comunque un disastro), dobbiamo renderci conto che stanno morendo animali, piante, ma anche umani.
Ci sono intere Città messe in ginocchio (e con esse i loro cittadini): San Paolo, la città più popolosa dell’intero Continente SudAmericano, è in black out a causa dell’intensa nube proveniente dall’incendio.
Se l’incendio in Siberia ha suscitato scalpore per l’inadeguatezza del governo Russo e per l’omertà dei media, l’incendio in Amazzonia ci suscita ancora più orrore e disprezzo verso queste oligarchie che pensano di avere il diritto di modellare la Natura a proprio piacimento.
Sì, perché l’incendio in Siberia molto probabilmente è scoppiato per vie “naturali”; ogni anno in Siberia scoppiano incendi, quest’anno purtroppo ha preso piede un incendio dalle dimensioni record, che si è espanso ad una velocità inaspettata a causa del riscaldamento globale e dell’incapacità del governo Russo, che ha tagliato i fondi per la salvaguardia dell’ambiente perché settore “poco redditizio”, favorendo appunto i privati.
L’incendio in Amazzonia, a differenza di quello Siberiano, molto probabilmente è stato fatto scoppiare per cedere centinaia di ettari alle grosse aziende agricole e di deforestazione.
Da quando ha preso potere Bolsonaro, la situazione è infatti drasticamente cambiata: c’è stato un aumento dell’83% dei roghi da gennaio ad agosto 2019, rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Si sono contati quasi 73 mila incendi, rispetto ai 39 mila registrati in tutto il 2018.
E nel mese di Luglio c’è stato un aumento del 300% rispetto alla media mensile degli anni precedenti.
Ci sono vari interessi nel nascondere tutto questo, e lo si capisce facilmente dal licenziamento voluto dal presidente Bolsonaro, di Ricardo Galvao, direttore dell’Istituto nazionale che si interessa di questi disastri, colpevole di aver divulgato alcune settimane fa i dati del vertiginoso aumento del tasso di disboscamento: il 67% in più rispetto al 2018. Il rapporto dell’Inpe aveva scatenato dure critiche all’amministrazione Bolsonaro.
Vanno infine ricordati altri crimini che Bolsonaro ha commesso e sta commettendo verso l’ambiente e verso le popolazioni indigene che difendono l’Amazzonia.
È infatti recente il fatto che il presidente e il suo ordine esecutivo abbia “trasferito” le regolamentazioni e la creazione delle riserve nelle mani del ministero dell’agricoltura, controllato praticamente dalle lobby di grosse aziende agricole. Non ci vuole molto per comprendere che queste agiranno secondo i propri interessi e quindi ridisegnando i “confini” delle riserve concesse agli indigeni, liberando così spazi enormi disponibili per la deforestazione e la utilizzazione di questi ettari per fabbriche e campi coltivabili; finendo così per disboscare addirittura un area equivalente ad un comune campo di calcio, ogni singolo minuto.

Mazzini, lotta di classe ed interclassismo

Giuseppe Mazzini, come da noi ricordato in un precedente articolo, si rendeva benissimo conto tanto della necessità di un programma che raccogliesse le istanze e gli interessi della classe operaia quanto della mancanza di questo. Questi interessi, nella visione mazziniana, non dovevano però rispondere unicamente ad un bisogno materiale, ma all’applicazione di una più ampia legge morale. “Senza morale non vi è Rivoluzione”. Una mero cambio della guardia, la variazione delle persone detentrici della sovranità non è sufficiente. Quello che occorre è l’imposizione di una Legge, che Mazzini fa discendere da Dio, non unicamente economica, ma totalmente umana. Questa legge può essere da chiunque intesa, e chiunque può battersi a suo favore, da qui il suo “interclassismo”, ben diverso da quello corporativo che vorrebbe far conciliare le opposte istanze delle classi padronali e salariate. La società deve avviarsi verso un avvenire di giustizia, dove ognuno sia “padrone della totalità della ricchezza da lui prodotta”, ma anche dove lo scopo ultimo non sia la sopravvivenza, ma il miglioramento, il progresso, in un’ottica tanto individuale quanto comunitaria. La lotta di classe fondata puramente su conflitti d’interesse di natura economica non risulta quindi lo strumento più sicuro, in quanto il bisogno materiale porta l’individuo a mettere se stesso al primo posto, anche anteponendosi alla propria classe. La lotta dev’essere condotta al sistema classista in sé, ai suoi principî e ad ogni sua manifestazione, portando avanti le istanze di giustizia sociale, eguaglianza e fraternità ma scongiurando la tirannide sottomettendo la lotta ad uma direttrice profondamente morale. Strumento per questo è l’Associazione, ossia unione frsterna avente il Progresso come scopo. Si badi bene: non associazione fra padroni e sudditi, ma fra uomini liberi.
Mazzini peccó indubbiamente di idealismo nel ritenere che il suo messaggio potesse essere non solo accettato, ma addirittura compreso, dalla stragrande maggioranza del tessuto sociale italiano, in special modo la medio-piccola borghesia, che mai avrebbe rinunciato ai propri privilige in nome di una giustizia che a loro non avrebbe arrecato altro che una perdita di potere politico. Detto questo, è bene sottolineare come anche l’eccesso opposto, il materialismo economicista, non abbia che portato alla soppressione di qualsiasi istanza rivoluzionaria in nome di un caduco miglioramento della situazione materiale di pochi “capipopolo”. Come negare ciò guardando il mondo attuale, dove sono i sindacati a bloccare gli scioperi, come avvenne a Genova nel 2013, per paura delle conseguenze della lotta, dove le organizzazioni autoproclamatesi “socialiste” se non addirittura “comuniste” fungono da quinta colonna per le organizzazioni padronali neo-feudali come l’Unione Europea, o guardando ad ogni rivolta sedata da un “piatto di minestra”, da Giolitti a Tsipras. La giusta via sta nel mezzo, nell’analisi pragmatica della situazione materiale e nella guida di una direttrice morale ed ideale, via che anche se sottaciuta è stata alla base di ogni esperienza rivoluzionaria vittoriosa. I cuori non si conquistano con le discussioni sulle variazioni del saggio del profitto, né da queste sono rassicurati se stretti in un cella o difronte alla morte, né allontanati dalle possibilità di corruzione. È la bellezza di un’Idea a tener saldi i corpi davanti al fuoco nemico, a spronare verso l’incorruttibilità, il radicalismo e la coerenza.

Cambiano i burattini, non i burattinai.

Il Primo Ministro Conte ha annunciato la sua volontà di consegnare le dimissioni, bagarre in aula su “climi d’odio” e fondi russi, tutti uniti per agenda economica “liberale e dinamica”.

Conte col suo “europeismo critico” rappresenta una quinta colonna del sistema liberista. Salvini, con la sua critica delle “regolette”, è il peggior nemico del popolo e il miglior alleato di Bruxelles e dell’internazionale neoliberista di Bannon. La destra berlusconiana, non contenta dei suoi vent’anni all’insegna del precariato e delle privatizzazioni, invoca misure liberali. Il Partito Democratico, con la sua solita pappa del cuore, non desiste da una pretesa battaglia morale, ignorando che la guerra fra poveri è stata scatenata anche dai suoi provvedimenti sociali. Silenzioso il Movimento.

In poche parole si sta assistendo all’ennesima partita fra le varie correnti del Partito Unico Liberale, le quali sono tutte saldamente arroccate su posizioni liberal-liberiste, ultraeuropeiste ed antidemocratiche.

Salvini è un pericolo per la democrazia tanto quanto i suoi molto poco onorevoli colleghi che ogni giorno infangano il Parlamento con la loro ignobile presenza. Nessuna di queste figure dovrebbe godere della benché minima credibilità difronte al popolo italiano, ma anzi dovrebbero essere celermente giudicati da tribunali popolari assieme ai propri padroni e vassalli.

Contro la Lega, contro l’Unione del Padronato Europeo, contro ogni deriva liberista.

Per un nuovo CLN

In tutto il mondo si percepisce un fermento generale: i popoli esigono la loro libertà. Dal Venezuela chavista, ai Gilet Gialli francesi, ai vari movimenti per la liberazione nazionale si sta assistendo ad un attacco generale sferrato contro il sistema neoliberista e le sue periferiche incarnazioni. Stiamo assistendo ad una nuova Primavera dei Popoli, ma tutto ciò, per non tramutarsi in galere piene e sogni infranti, ha da essere gestito e coordinato, non solo a livello nazionale, ma internazionale.

Partendo dal nostro contesto, quello italiano, notiamo come siano numerose le forze democratiche e rivoluzionarie che si fanno portatrici di istanza popolari, ma come queste siano immancabilmente divise, non tanto da un punto di vista ideologico, il che è accettabile, ma da un punto di vista pratico. Nonostante l’azione comune sia quanto di più utile possa esserci al giorno d’oggi spesso mancano le piattaforme per essa e l’intelligenza politica che suggerisce di anteporre la battaglia comune al puntiglio e al personalismo. L’epoca che stiamo vivendo esige la difesa radicale della democrazia, la sua instaurazione sulle macerie di un mondo classista e dispotico. Per far questo occorre l’azione sia fisica che intellettuale, coordinata e comune. Per questo è necessaria la costituzione di un nuovo Comitato di Liberazione Nazionale, che agisca sul territorio italiano e che intrattenga intense relazioni di collaborazione a più livelli con similari gruppi sia europei che non. Giovine Italia ritiene che la manifestazione del 12 Ottobre e che il Comitato Liberiamo l’Italia possa rappresentare l’inizio di ciò, possa rappresentare l’inizio della riscossa del popolo italiano, popolo laborioso da decenni ridotto al più totale stato di minorità da tiranni esterni ed interni.

Sul taglio dei parlamentari


In questi giorni si parla di taglio dei parlamentari, risparmio per gli italiani. Parliamone, facciamo chiarezza.
La questione va analizzata su 3 punti : anzitutto, 5S e Lega si dimostrano uguali a Renzi, il quale tentò di portare avanti il referendum costituzionale al fine di cambiare radicalmente il sistema bicamerale italiano.
Secondariamente, il taglio dei senatori rappresenta un gesto voltagabbana verso la costituzione del 1948. Il cosiddetto risparmio per gli italiani non è che un pretesto per snaturare, ancora una volta, l’ordinamento dello stato non rendendolo più snello(come dicono alcuni erroneamente) bensì per esautorare gli italiani del loro potere decisionale. È evidente (lo teorizzó la P2) che diminuendo il numero di parlamentari, sarà più difficile per gli italiani avere una voce sulle questioni vitale del paese.
Terzo punto, è necessario sconfessare chi crede (in modo vizioso o meno) che diminuendo i parlamentari venga meno il cosiddetto “ping pong” fra le camere. Assolutamente no ; servirebbe, piuttosto, un sistema alla tedesca. Un “senatino” che rappresenti i Länder (in questo caso le regioni) che NON voti la fiducia ed un’altra camera che si occupi delle questioni nazionali.
Si creerebbe un sistema bicamerale che verrebbe incontro alle priorità locali da una parte e, dall’altra, le priorità nazionali.

La posizione della Giovine Italia difronte alle diverse possibilità per un nuovo esecutivo


L’esperienza e la ragione insegnano che non basta variare nomi e facce per ottenere un vero cambiamento, in quanto quetso richiede un’opera profonda di sovvertimento dei paradigmi. Il governo “gialloverde” sostenuto dalla maggioranza Lega-M5S aveva mostrato sin dall’inizio limiti e contraddizioni interne, materializzatesi in litigi e nell’abdicazione di qualsiasi volontà di rottura rispetto al passato. Nello specifico
abbiamo visto procedimenti urgenti contro l’Unione Europea venire abbandonati per chiacchiere su immigrazione e ipotesi di secessione, il tutto unito ad un’ignobile votazione in seno alle istituzioni europea, dalla quale la Lega si è furbescamente sottratta, che ha visto la nomina di due nomi abbietti e antidemocratici alla Commissione Europea e alla Banca Centrale. Domani, 20 agosto, potremmo facilmente assistere alla creazione di una nuova, instabile, momentanea maggioranza fra il centro-sinistra e i Cinquestelle, con la Lega all’opposizione. Tutto ciò non rappresenta che una partita in seno al movimento europeista e liberista. Noi non parteggeremo per nessuna delle parti, ma come sempre contrapporemo una lotta radicale a qualsiasi attacco alla sovranità e alla libertà dei popoli.