Destra e sinistra, ieri e oggi

Il problema destra e sinistra, per quanto molti siano restii a crederlo , non è un qualcosa caratteristico della società moderna; è, bensì, un dilemma che in realtà esiste da molto tempo. Già verso la fine della seconda guerra mondiale, come si legge nel libro di Bocca, il quesito era già presente: in un’epoca come quella, dove l’unione faceva effettivamente la forza, una comunione di intenti era necessaria al fine della sconfitta del nemico e dell’invasore. Ma siamo sicuri che il totale superamento di questi blocchi, il cosiddetto trasversalismo, sia in realtà una scelta azzeccata? Oggigiorno con la caduta dei grandi partiti ideologici, se ci riferiamo al nostro paese il PCI e il MSI, i partiti che hanno posizioni radicali(dunque anche antiliberali) e che, quindi, si rifanno a schemi novecenteschi sono in notevole crisi e ciò è sotto l’occhio di tutti, di quelli che “masticano” di più di politica e chi invece ne ha una conoscenza più basilare. La crisi dei valori, diretta causa e conseguenza di ciò detto sopra, ha acuito il problema : non esistono, oltre che a livello Geopolitico, due blocchi che si contrappongono anche a livello politico ; talvolta nelle chiacchiere da bar si sente “la sinistra ormai fa il ruolo della destra e la destra è a sinistra”. O ancora, “ma sinistra e destra non esistono più, sono tutti la stessa cosa. Basta con questi schematismi novecenteschi”. Per affrontare questo enigma in modo accurato, è necessario consultare chi ha speso parte della sua carriera accademica a riguardo. Norberto Bobbio, celebre filosofo liberale, ha concluso che la diade destra/sinistra ha ancora una validità e che essa si basa su un’altra dicotomia, quella diseguaglianza/uguaglianza. In sostanza la sinistra si legherebbe all’idea di uguaglianza e la destra a quella di disuguaglianza. Una posizione che ha fatto molto discutere, soprattutto dopo la sua morte.
Analizzando, però, schiettamente la realtà moderna la situazione è differente : sembra quasi la sinistra, in un giusto ma forse sprovveduto ed antipopolare tentativo di difendere le parti minoritarie della popolazione, a tralasciare totalmente la parte propenderante. Se si continua a leggere, infatti, Bobbio egli sostiene che «si possono chiamare correttamente egualitari coloro che, pur non ignorando che gli uomini sono tanto eguali che diseguali, apprezzano maggiormente e ritengono più importante per una buona convivenza ciò che li accomuna; inegualitari, al contrario, coloro che, partendo dallo stesso giudizio di fatto, apprezzano e ritengono più importante, per attuare una buona convivenza, la loro diversità».

Ma quindi la dicotomia destra e sinistra è ancora valida?
Per il popolo no, non lo è più assolutamente.
Ma come biasimare il popolo d’altronde! La popolazione vuole avere risposte chiare dalla politica, non ha interesse a posizioni ideologiche di partiti :vuole solo una vita dignitosa e, come diceva già Necker, “non sentirà mai ragione sul prezzo del pane”. Il mondo post materialista moderno, grande nemico delle ideologie, ha totalmente distrutto la vecchia divisione novecentesca, ma la colpa non è certo dell’operaio che vota lega e che, fino a cinquant’anni fa, avrebbe votato partito comunista. La colpa non è neanche, in un certo senso, della classe politica moderna perché essa svolge solo il suo sporco lavoro! Non ne ha colpa, ha un diretto ruolo da protagonista . Sono tutti riuniti sotto un’unica ideologia che è riuscita ad imporsi, il liberalismo, che li accomuna sia nella forma che nell’essenza. La colpa non è neanche di chi questa dicotomia l’ha totalmente distrutta dopo la caduta del blocco sovietico: ahimè, nell’ottica geopolitica e di tattica, non conveniva portare avanti “vecchi” partiti con idee “non moderne”. La gente era oramai disillusa , “il Wind of change” ormai spirava già.

Comunicato in occasione della seconda mobilitazione globale contro il cambiamento climatico

Alla vigilia della seconda chiamata globale di sciopero per il cambiamento ci sentiamo di dire che pur essendo lee osservazioni portate avanti da Greta Thumberg nei fatti giuste esse peccano, magari non per colpa sua, di mancanza di cognizione di causa. Dire “cambiamo il sistema, non il clima” serve a pochissimo se non si specifica quale sistema si stia cercando di cambiare e in che modo. Stiamo assistendo al dirottamento di una protesta che si basa su situazioni reali e rivendicazioni sacrosante da parte della classe politico-economica liberista, assolutamente intenzionata a trasformare ogni terreno fertile per una critica al sistema in una contestatazione controllata ed inserita nei binari del sistema stesso. Obama, Junker e la Von der Leyen stringono le mani alla alla Thumberg col preciso intento di propagandare il loro sistema come amico della causa ambientale, e questa falsissima nozione viene rimbalzata dai media al loro soldo e dai loro vari vassalli inseriti a mo’ di quinte colonne all’interno della società civile. Un ambientalismo serio deve guardare alle cause, non al decoro urbano, deve guardare ad un cambiamento sistemico identificando il sistema nemico, che è quello capitalista, non spingere per un’economia di mercato “ecosostenibile”. Se non abbiamo la forza di agire per controllare la protesta dall’alto dobbiamo inserirci dal basso, portando all’interno dei loro cortei un pensiero critico capace di mettere in difficoltà gli organizzatori dei loro orwelliani eventi. Invitiamo pertanto tutti i nostri Amici a partecipare alle mobilitazioni indette da Fridays for future col preciso scopo di ostacolare il giardinaggio liberista ed europesita spacciato per ambientalismo.

Contro il negazionismo climatico….e il “riformismo verde”

Visto i deliri di vario tipo riguardanti l’ambiente che stanno girando ultimamente, ci sentiamo in dovere di analizzare la situazione e criticare le varie bufale o distorsioni che mirano a distruggere o infangare l’ambientalismo.
Parleremo nello specifico del riscaldamento globale: di chi sostiene che non esista, chi sostiene che sia un fenomeno totalmente naturale, o che il problema derivi dall’individuo e non dal sistema. Poi parleremo in generale del problema della plastica: le ipocrisie della green economy e le cose come stanno messe sul serio.

Inanzitutto, il riscaldamento globale esiste.
Chi lo nega ci guadagna o crede a chi ci guadagna, o è semplicemente ignorante o pazzo.
Il riscaldamento globale è, come saprete, l’aumento della temperatura media globale causata dall’intensificazione dei gas serra, cioé gas che tendono a far circolare il calore nell’atmosfera senza farlo disperdere altrove. Questi gas sono principalmente l’Anidride Carbonica (CO2) e il Metano (CH4).
Il riscaldamento globale ha inizio intorno al 1750 con la prima rivoluzione industriale, cioè, “casualmente”, quando abbiamo iniziato a sfruttare il carbone come fonte energetica; subendo poi un innalzamento drastico a seguito della seconda rivoluzione industriale.
Secondo gli studi dell’Agenzia della Protezione Ambientale Statunitense infatti la concentrazione di CO2 e Metano ha subito un incremento rispettivamente del 36% e del 148% dal 1750.
Queste concentrazioni sono tra le più alte degli ultimi 650.000 anni, periodo che è misurabile in base ai dati estratti da carotaggi nel ghiaccio.
Forse starete pensando “allora 650 mila anni fa successe la stessa cosa, quindi il fenomeno è ciclico”. Non funziona così, il nostro Pianeta ha avuto certamente dei cicli di glaciazione e deglaciazione, ma questi cicli non sono mai stati rapidi e bruschi. Basti pensare che l’ultimo processo di riscaldamento impiegò circa 8.700 anni per raggiungere la deglaciazione; questo portò all’Olocene, iniziato 117 secoli fa.
L’Olocene è considerato come breve periodo interglaciale, ciò significa che nel futuro, seguendo i cicli naturali della Terra, dovrebbe iniziare una nuova era glaciale (invece di surriscaldarsi).
Nell’Olocene noi Uomini ci siamo sviluppati e siamo arrivati a “dominare” il mondo.
Proprio per la nostra influenza sull’ambiente naturale circostante quest’epoca che stiamo vivendo è stata ribattezzata “Antropocene”, periodo degli Uomini.
Ritornando a noi, mentre il processo naturale della deglaciazione impiega circa 8700 anni per far salire la temperatura media globale di circa 8 gradi, il riscaldamento globale attuale ci ha messo 150 anni per far salire la temperatura di 0,7 gradi: 10 volte più velocemente della deglaciazione naturale.

Sfatato il negazionismo e il mito del “ciclo naturale” passiamo a ciò che afferma il nuovo libro di Nicola Porro, “ti smonto in 5 mosse il mito del riscaldamento globale”.
Secondo il suo libro il riscaldamento non è causato dall’uomo, e questi sono i punti che sostiene:
1. Il riscaldamento globale osservato negli anni 1950-2000 non è un caso anomalo, ma ci sono stati nel passato periodi anche più caldi e con variazioni anche più brusche.
2. La concentrazione atmosferica di CO2 ha cominciato a crescere prima che ci fossero significative emissioni antropiche e cioè in concomitanza col riscaldamento che è seguito al 1700.
3. Viceversa, gli aumenti di concentrazione di CO2 oltre i 300 ppm pre-industriali hanno irrilevante effetto sulla temperatura media globale: quella tra concentrazione di CO2 e temperatura, infatti, non è una relazione proporzionale ma, detta in gergo, va “a saturazione”.
4. Invece, l’aumento di CO2 ha avuto benefiche conseguenze sull’aumento della vegetazione globale, inclusa l’aumentata produttività agricola.
5. È vero che i ghiacciai si sono ritirati e il livello dei mari sta salendo al ritmo di 3 mm/anno, ma entrambi i fenomeni sono cominciato dopo il 1700.

Iniziando dal primo punto,
Come abbiamo detto prima i cambiamenti climatici ci sono sempre stati, e seguono degli andamenti ciclici. Il libro afferma che ci sono stati anche cambiamenti bruschi, e non solo cambiamenti lunghi e graduali, nel passato. Si è notato che ad esempio al giungere della fine dell’ultima era glaciale nel giro di poco tempo la temperatura media si alzò drasticamente, per poi tornare stabile nel giro di 50-100 anni favorendo di nuovo un breve periodo di glaciazione. Questo “ultimo colpo di coda” dell’era glaciale è chiamato Younger dryas e durò qualche centinaio di anni; le cause di questo specifico cambiamento radicale è ancora soggetto di studi. Sappiamo comunque che un cambiamento climatico improvviso avviene di solito quando il sistema terrestre è spinto oltre certi limiti da eventi bruschi come una potente eruzione vulcanica oppure da un insieme di forze più graduali che esercitano pressione sul sistema. Come avviene quando la pressione sempre maggiore che un dito esercita su un interruttore fa accendere all’improvviso e di scatto la luce. Tuttavia questi cambiamenti improvvisi sono stati provocati da cause improvvise e temporanee, quindi non durature; questo permise alla Natura di “risistemarsi” e tornare più o meno alla normalità.
Va inoltre detto che nell’Olocene ci furono due piccole ere glaciali (piccole sia dal punto di vista di “freddo” che dal punto di vista della durata), che avvengono anch’esse ciclicamente nei periodi interglaciali; questi brevi periodi di glaciazioni inoltre sono stati seguiti da brevissimi periodi di riscaldamento o deglaciazione, ristabilendo poi la temperatura alla norma: in modo simile, seppur in scala ridotta, a ciò che avvenne dopo la fine dell’ultima era glaciale, come avevamo scritto prima.
Quindi, mentre una forte e potente eruzione vulcanica potrebbe portare a un relativamente lungo periodo di carestia, un emissione duratura (già stiamo a 150 anni) di gas serra nell’atmosfera potrebbe portare addirittura a dei sconvolgimenti permanenti ed irreversibili.

Parlando del secondo punto,
Diversi scienziati, seppur pochi, affermano che il riscaldamento sia iniziato nel 1700 e non nel 1750.
Secondo loro questo riscaldamento è comparabile a quelli avvenuti, come detto poco prima, al susseguirsi delle piccole ere glaciali.
La presenza di CO2 superiore alla norma in quei brevi periodi non sta a testimoniare l’inizio del riscaldamento globale ma un apertura (e una chiusura) di parentesi temporanea avvenuta a livello locale da dove hanno analizzato i dati.
Questa opinione è stata scartata da praticamente tutti gli scienziati visto che quei cambiamenti temporanei non sono stati influenti e duraturi quanto l’attuale cambiamento climatico, oltre al fatto che quei cambiamenti temporanei avvennero a livello locale e non globale.

Riguardo al terzo punto,
il libro afferma in poche parole che la quantità di CO2 emessa dall’Uomo è insignificante rispetto a quella emessa periodicamente dai cicli Naturali. Questo è sicuramente vero: altri flussi, derivanti dalla fotosintesi e dalla respirazione degli organismi viventi terrestri e oceanici sono nettamente più grandi. Il punto è che gli altri flussi sono in equilibrio. Un equilibrio che dipende dalle condizioni dell’atmosfera, ma che si è mantenuto piuttosto costante negli ultimi diecimila anni.
È ovvio che la quantità di CO2 che noi Animali emettiamo con la respirazione, o che i Vegetali emettono con la fotosintesi, sia maggiore a quella che noi emettiamo artificalmente; ma questo continuo ciclo è praticamente in equilibio da circa 10mila anni, e se noi immettiamo altra CO2 in circolo nell’atmosfera vuol dire inevitabilmente più CO2 da “smaltire” per le Piante (o i Plankton), ed è provato che le Piante riescono a rimuovere, o meglio metabolizzare, fino ad ora il 29% delle nostre emissioni. È una grossa parte, circa un terzo, ma non è sufficiente. Quella quantità in più di Anidride Carbonica (e Matano) basta ad arrecare i danni che possiamo notare; riuscireste ad immaginare un mondo senza il contributo delle Piante?

Passando al quarto punto,
Secondo certi la CO2 gioverebbe particolarmente alla Vegetazione e quindi anche al settore agricolo.
L’argomento utilizzato a favore della CO2 è che maggiori concentrazioni di CO2 accelerano la crescita delle piante per fotosintesi. Cosa certamente vera, il problema è che le Piante per crescere hanno bisogno anche di acqua e di nutrienti: l’aumento di CO2 porta altri effetti, come l’aumento di temperatura, in grado di ridurre l’umidità del suolo e cambiare la disponibilità di acqua e delle sostanze nutrienti (fonte: Denman et al., 2007).
Si pensera allora “ok, ma dopotutto l’effetto fettilizzante della CO2 compenserebbe i problemi relativi all’umidità del suolo e la scarsa quantità d’acqua”; invece, certi studi condotti nel 2006 e pubblicati su Science, hanno mostrato che in realtà è complessivamente negativo.
Basta un poco di buonsenso per smontare facilmente questo mito, che è stato tralaltro proposto negli anni ’60 da un certo Arthur Robinson (e suo figlio Zachary), che è a capo di una società che si occupa di biochimica. Questo Robinson spedì il suo articolo al governo statunitense spingendolo a non ratificare il protocollo di Kyoto.

Infine, quinto punto,
Abbiamo già parlato della CO2 presente nell’atmosfera e del conseguente riscaldamento prima del 1750 (rivoluzione industriale): basta ciò che abbiamo scritto in precedenza per capire che l’innalzamento del mare avvenuto in quei periodi fu, oltre al fatto di non essere globale, dovuto dai brevi periodi di riscaldamento e deglaciazione.

Concludendo il discorso riguardante il nuovo libro del conduttore e giornalista Nicola Porro, vogliamo far notare al lettore le personalità citate appunto da Porro per dar valore alle proprie tesi.
Il libro e i sostenitori del negazionismo spingono molto sul fatto che circa 100 scienziati abbiano firmato un recente appello contro l'”allarmismo” sul clima, negando appunto l’influenza dell’Uomo; ma ignorano ovviamente il fatto che ogni anno ormai tra i 15000 e 20000 scienziati firmano insistentemente diversi appelli per far cambiare opinione e atteggiamento ai governi (di questi governi, e privati, parleremo di seguito).
Tra questi 100 “scienziati” possiamo trovare circa una decina di Italiani: Uberto Crescenti, Franco Prodi, Antonino Zichichi, Franco Battaglia, Mario Giaccio, Luigi Mariani, Enrico Miccadei, Nicola Scafetta.
Di questi siamo riusciti ad analizzare certi soggetti a nostro avviso non del tutto attendibili, e se riusciamo a trovare questi soggetti su un campione di 8 persone figuriamoci quanti ce ne saranno in mezzo a “quei 100”.
Uberto Crescenti, geologo, è stato criticato anche per il fatto di essersi opposto allo stanziamento di fondi pubblici verso la ricerca dell’Istituto Nazionale si Geofisica e Vulcanologia, molto importante per una Nazione vittima di sismi continui come la nostra; oltre ad aver affermato diverse inesattezze e imprecisioni sui fenomeni sismici, corrette dal professore Paolo Gasperini nella sua “Lettera aperta ad Uberto Crescenti” (accessibile in pdf su Internet).
Riguardo Franco Prodi, fratello del politico Romano Prodi, possiamo dire che abbia già detto abbastanza da solo sparando infondatezze antiscientifiche su radio24 insieme a Giuliano Ferrara, molto impreparato sul tema. Va detto inoltre che visto il fatto che sia fratello di Romano Prodi non stupisce il fatto che difenda le attività delle aziende inquinanti, per chissà quale ragione occulta.
Riguardo Antonino Zichichi ci sarebbe da fare un libro a parte. È ormai celebre per le sue opinioni totalmente contro corrente rispetto a quelle della comunità scientifica.
È praticamente ciò che nessuno si aspetterebbe da uno scienziato: un anti-evoluzionista ed uno che non crede nel Big Bang; e per questo è preso ormai, tristemente per lui, in ridicolo perfino da Maurizio Crozza e prima ancora da Ezio Greggio, è ormai un icona pop. Dal punto di vista politico ha anche dei rapporti di amicizia con Silvio Berlusconi (Fratelli d’Italia), che voleva addirittura candidarlo ai tempi del PdL.
Molte delle inesattezze di Franco Prodi, Franco Battaglia, Nicola Scafetta, e altri negazionisti, sono state analizzate dal sito Climalteranti.it.
Di questi 100 scienziati chissà se se ne salverà qualcuno, magari qualche soggetto in buona fede che ha seguito gli altri folli o corrotti colleghi.
Già, corrotti, perché oltre a quelli condotti dalla follia ce ne sono molti che da anni dichiarano battaglia a chi lotta contro il riscaldamento globale e a chi promuove le fonti rinnovabili. Così come gli scienziati che negli anni ’60 affermavano che lo zucchero non arreca in alcun modo danni al sistema cardiaco perché pagati dall’industria dello zucchero, oggi gli scienziati (oltre al settore alimentare e salutare ancora molto manovrato dai privati) vengono corrotti forse ancor di più sul clima pagati da grandi multinazionali del petrolio e del carbone, insomma dei combustibili fossili.
È relativamente recente poi il “Clima Leaks”, che vedeva coinvolti ExxonMobil, Chevron, ConocoPhillips, BP, Shell, Peabody Energy e altre, tutti sgamati da un inchiesta giornalistica sotto copertura condotta da Greenpeace nel 2015. Queste aziende pagavano decine e decine se non qualche centinaio di scienziati per pubblicare articoli e saggi da un tot. di pagine con una “retribuzione” in genere di 15.000 dollari. Certe erano dirette addirittura a smentire la correlazione tra l’inquinamento e la morte di 3,7 milioni di persone l’anno.
Potreste pensare “bhe ma gli scienziati che invece sono contro l’inquinamento non potrebbero essere anche loro manovrati da privati?”. Certo, potrebbe essere che parte di loro lo sia, ma le aziende che per ora invedtono sulle energie rinnovabili sono relativamente poche e la loro porzione di mercato è decisamente piccola: si pensi ad esempio al settore automobilistico, di aziende rinnovabili rilevanti c’è praticamente solo Tesla motors, mentre dalla parte opposta troviamo praticamente tutte le altre aziende automobilistiche come Volkswagen, Ford, Nissan, Toyota, Audi, Fiat, Renault, Mercedes, BMW, eccetera; le aziende inquinanti hanno ormai una storia di corruzioni dietro e sicuramente non cesseranno di farlo finché hanno uno spiraglio di speranza nel continuare a produrre e ad incassare denaro, cosa che attualmente fanno in modo indisturbato, e anzi stupisce il fatto che ancora ci siano molti scienziati che non si siano venduti visto le somme spropositate che offrono queste aziende!

Abbiamo dunque sfatato i miti principali che circolano sul riscaldamento globale, almeno nel nostro piccolo e in “poche” semplici parole.
Passiamo ora all’analisi della situazione attuale sul campo apparentemente opposto a quello sostenuto dai negazionisti e i classici conservatori.
Esiste una cosiddetta “green economy”: a prima vista potrebbe sembrare qualcosa di realmente ecologico, “rivoluzionario”, ma è tutt’altro.
La green economy non osa infatti mettere in discussione il sistema di per sé, causa effettiva dell’inquinamento.
Basti sapere che il 71% delle attuali emissioni causate dall’uomo provengono da 100 grandi aziende, pari al 52% di TUTTA la CO2 emessa dalle attività umane dalla prima rivoluzione industriale! Non stupisce ovviamente il fatto che 35 di queste aziende siano molto attive nel “provare” e propagandare negazionismo verso il fenomeno del riscaldamento globale, attraverso aiuti finanziari a “ricercatori” o semplice propaganda disinformativa senza fonte.
Mentre, aprendo una piccola parentesi sulla plastica, è provato che 45% della plastica presente nell’Oceano derivi SOLAMENTE da queste 3 aziende: Coca cola, Pepsi, e Nestlé.
Infine, riguardo lo spreco dell’acqua, forse pochi o pochissimi sanno che per produrre ad esempio un automobile ci vogliano sui 150.000 litri d’acqua, per i jeans 6.800, per le magliette 1.500; e ciò che potrebbe lasciarci più basiti è che per produrre 1 kg di carne di manzo si utilizzino circa 15.000 litri di acqua; non stupisce quindi, sapendo quest’ultimo dato, che intorno al 70% del consumo globale dell’acqua sia indirizzato al settore zootecnico e agricolo. Per ogni cosa che viene prodotta c’è una certa quantita d’acqua utilizzata, questi erano solo gli esempi più “eclatanti” visto la loro quotidianità.
Anche qua potreste dire “ma non esiste un ciclo naturale dell’acqua? Quell’acqua non scompare nel nulla ma verrà riutilizzata”. Certo, ma così come con la CO2 e l’Ossigeno, l’Acqua viene metabolizzata e “riciclata” dalla Terra solo fino ad una certa quantità entro un lasso di tempo. Ogni anno noi Umani superiamo infatti in termini di consumo la quantità di acqua che la Terra “produce”; il giorno in cui oltrepassiamo la quantità di Acqua che viene prodotta dalla Terra in un anno viene chiamato “overshoot day”: quest’anno l’overshoot day è avvenuto il 29 Luglio, ciò vuol dire che dal 1 Gennaio al 29 Luglio abbiamo utilizzato tanta Acqua quanto viene prodotta dalla Terra in un anno. In poche parole andiamo in deficit, e questo deficit avviene praticamente ogni anno, purtroppo.
Vogliamo dunque far porre il dubbio sull’efficacia di questa “ecologia” mainstream che si basa sull’individuo.
A cosa serve in concreto stanziare fondi pubblici per propaganda (nelle scuole, pubblicità, libri, ecc.) del tipo “chiudete l’acqua del rubinetto quando vi lavate i denti” o “spegnete la luce anche se tra un minuto tornate nella stanza”?
Sostanzialmente a nulla, se non ovviamente a risparmiare dal punto di vista personale sulle tasse e i costi energetici. Dal punto di vista collettivo l’inquinamento dipende poco, pochissimo, dal nostro spreco individuale.
Certo, “un mare è fatto di tante gocce”, ma questo mare di cui stiamo parlando non è neanche uno stagno a confronto all’oceano che rappresenta l’inquinamento prodotto dalle aziende private.
Se io risparmio, diciamo, 10 litri di acqua nel giro di un Mese, gran parte della fetta dello spreco dell’acqua continuerà sempre e comunque ad essere quella fatta dalle aziende agricole.
Ha dunque senso imparare ai bambini e ai ragazzi, nelle scuole, che il futuro dipende solamente da loro e non dalle aziende? No, bisogna imparar loro che le aziende stanno distruggendo il loro futuro, e che spetta a noi tutti lottare. Lottare non solo chiudendo il rubinetto ma contro il sistema dello spreco, che è ben diverso.
Anzi, lo Stato e gli altri enti superiori non dovrebbero semplicemente imparare queste cose ai ragazzi, dovrebbe piuttosto agire senza sperare ad una manna dal cielo, o ad un cambiamento che provenga da questi ragazzi quando saranno adulti, ormai troppo tardi per agire.
Lo Stato, se è ancora presente, dovrebbe regolamentare in modo ferreo e senza chiusura d’occhio tutte le aziende. Inutile fare lo Stato bonaccione che stanzia qualche finanziamento a chi sviluppa il rinnovabile, o che fa “multine” da qualche migliaio o al massimo, molto ma molto raramente, milione di euro alle aziende che inquinano oltre una certa soglia (una soglia abbastanza larga poi).
Questo “Gretismo” che sta dilagando e conquistando i giovani e anche gli adulti non è che una mera distrazione di massa.
Greta Thunberg, ragazzina Svedese spesso ingiustamente offesa pesantemente, è semplicemente una pedina dei più potenti.
Che sia in buona o in cattiva fede non lo sappiamo, ma ciò che sta facendo non fa che infangare l’ambientalismo vero e rallentare i processi di sviluppo ecologico.
Perché praticamente tutti gli ambientalisti, gli scienziati, che dedicano o che hanno dedicato la vita alla causa ambientale sono sconosciuti? Perché gran parte di loro è o era cosciente del fatto che il problema non sta nel consumo quotidiano individuale, ma nel sistema e nel capitale.
Greta è comoda: una ragazzina con una storia relativamente triste dietro che si “ribella” verso i governi dicendo che la sua generazione ha bisogno di un futuro, una ragazzina innocente con le treccine bionde che organizza manifestazioni pacifiche. È bastato poco tempo per farla arrivare a fare un discorso al parlamento europeo, accolta calorosamente da Juncker e compagnia bella.
Queste manifestazioni “friday for the future”, che si tengono appunto ogni Venerdì almeno in certe Città, sono apolitiche e totalmente pacifiche, spesso mettendo in ridicolo gli ambientalisti con delle frasi imbarazzanti e decisamente poco serie scritte sui cartelloni. Sono apolitiche, e quindi non mettono minimamente in questione il sistema e le cause di questo inquinamento. Sono ben viste quindi dall’Unione Europea.
Quest’ultima ci ha ben visto nel pubblicizzare le friday for the future di Greta, visto che la sua “ecologia” non mette in dubbio la legittimità e il ruolo dell’Unione Europea. In questo modo questa Unione puramente capitalista cavalca l’onda del consenso da parte soprattutto dei giovani che hanno sinceramente a cuore la questione ambientale, mostrando loro che stanno facendo di tutto per garantire un futuro all’Umanità. Ciò che fanno è tutt’altro, e le vittime dell’inquinamento in Europa sono rimaste invariate dagli anni precedenti, se non aumentate.
Sicuramente pochi sanno che 2/3 della plastica prodotta dal mondo viene esportata e riciclata nella Repubblica Popolare Cinese (spesso giudicata molto negativamente riguardo alle sue politiche ambientali), quest’ultima ricicla una grossa parte della plastica prodotta dagli Europei e che quest’anno ha deciso di smettere di riciclare i nostri rifiuti continui e crescenti. Poco dopo l’Unione Europea ha iniziato a cercare una soluzione visto che da sola non riuscirebbe a smaltire tutta la plastica prodotta. La questione è ancora aperta.
Tornando al discorso delle manifestazioni, ciò che ha un stampo politico ovviamente viene o censurato (come la recente censura da parte del parlamento europeo verso i simboli comunisti o di estremo socialismo) o etichettato come violento. Le manifestazioni politiche fatte dai lavoratori chiedendo più diritti vengono considerate spesso come estremiste, mentre se ti dai fuoco vieni visto come un povero oppresso. In poche parole vieni visto come uno sfruttato e dalla parte del giusto solo se subisci qualcosa, mentre se cerchi rispetto e diritti sei semplicemente violento e folle che vuole mettere in dubbio i meccanismi che mettono in atto l’oppressione.
Ritornando alla questione ambientale, ci sono moltissimi attivisti disposti a sacrificare la propria vita che lottano contro l’inquinamento dell’atmosfera, contro l’inquinamento della plastica nei mari e nella terra ferma, contro la deforestazione, contro il bracconaccio, contro la caccia e la pesca intensiva. E moltissimi di essi, rischiano e perdono effettivamente la propria Vita.
Nel 2017 sono stati uccisi 197 attivisti ambientalisti, nel 2018 invece 164, quanti dovranno ancora morire per la nostra Terra e per i suoi Abitanti, uccisi dai nemici del Popolo?
Greta statene certi che sarà viva e vegeta, perché lei stessa fa parte di questo sistema Orwelliano. Di “Grete” ce ne sono molte, sparse per il mondo, e vorremmo proporne una seria e molto attuale come la nativa SudAmericana Telma Taurepang, che lotta ad esempio contro la deforestazione in Amazzonia, ci sono interi villaggi che vengono dati alle fiamme dagli uomini di Bolsonaro per fare piazza pulita e industrializzare il Paese. Nessuno ne parla?

Impareremo mai qualcosa?
Faremo forse la fine degli abitanti di Rapanui?
Forse ciò che accadde nell’Isola di Pasqua ci dovrebbe fare da monito.
I Polinesiani ci si stanziarono intorno all’800, all’inizio convissero pacificamente con la Natura presente, erano relativamente pochi e la Vegetazione pulluleggiava. Nel d.C. 1200 iniziarono a costruire i Moai (le celebri statue rappresentanti le facce presenti nell’Isola di Pasqua), disboscando per via del bisogno di legna per muovere questi grossi massi. Nel giro di 500 anni circa tutto questo finì: non si erano resi conto di aver disboscato praticamente tutta l’Isola visto che questo processo durò 5 secoli. I più anziani sapevano che fossero presenti più alberi quando erano giovani, ma non immaginavano di certo che 500 anni addietro tutta l’Isola era ricoperta di Vegetazione; oltre al fatto che i giovani ignoravano le parole degli anziani e continuarono a disboscare come avevano sempre fatto per generazioni, non pensando che una volta raggiunto un certo limite non ci sarebbero stati più Alberi.
Gli abitanti finirono per utilizzare i cespugli come combustibile e l’Isola non fu più abitabile per varie ragioni conseguenziali alle loro azioni. La civiltà Rapanui cessò di esistere.
Questa esperienza isolata potrebbe insegnarci molto sul presente e sul futuro. Potrebbe farci capire che non è assolutamente normale che ogni singolo giorno si estinguono in media tra le 150 e le 200 Specie di Animali e Vegetali, cioé tra le 6 e le 8 Specie all’ora. È sempre giusto ricordarlo, perché viene ribadito troppe poche volte. Potreste pensare che è assurdo che non se ne parli nei notiziari, ma ovviamente oltre al conflitto d’interessi nel comunicarlo, all’opinione pubblica interessa relativamente poco delle Specie poco popolari; tutt’altro invece comporta se si estingue un Animale “importante” come l’Elefante, il Leone, la Tigre, o l’Orso Polare, che sono ormai stampati nella mente di tutti e che creerebbero relativamente un forte disagio e tristezza a tutti (e ovviamente sarebbe anche impossibile da nascondere una mancanza di essi).
Va detto che le estinzioni esistono da sempre, ma il ritmo attuale è addirittura 1.000 volte superiore all’andamento “naturale”, mentre secondo certi scienziati esperti nell’ambito affermano che questo ritmo di estinzione è addirittura il più grande che la Natura abbia affrontato dall’ultima estinzione di massa avvenuta ai Dinosauri 65 milioni di anni fa. Questo periodo, l’Antropocene, è quindi possibile che sia considerabile come l’era che porterà alla sesta estinzione di massa; stavolta provocata da un Essere Vivente.
Si stima infine che il 67% della Popolazione Animale e Vegetale cesserà di esistere verso il 2020.
Va detta un ultima cosa riguardo al riscaldamento globale: gli Alberi come abbiamo accennato in precedenza agiscono anche da “ammortizzatori” contro la presenza eccessiva della CO2, non riuscendo comunque a smaltirla tutta. Disboscando eccessivamente gli Alberi quindi si può capire facilmente che si facilita il riscaldamento globale, e la quantità di questi Alberi non è sicuramente indifferente: si parla di 15.000.000.000 Alberi tagliati all’anno in giro per il mondo, in media circa la superficie di un campo da calcio al secondo. Poi, sotto praticamente i ghiacciai di tutto il mondo, specialmente quelli del nord, è presente una grossa quantità di Metano. Questa quantità è indefinita ma si stima che ce ne sia abbastanza da far innescare un circolo vizioso che ci renderà impossibile qualunque tentativo di ritorno alla normalità. Questo viene chiamato appunto punto di non ritorno, e accadrà inevitabilmente, anche se non non si sa quando. Attraverso il riscaldamento globale infatti i ghiacci ovviamente si sciolgono, e quando queste bolle di Metano vengono sprigionate nell’atmosfera l’effetto serra aumenta. E questo fa in modo che la temperatura aumenti ancora di più fino a sprigionare di nuovo altro Metano. Questo ciclo continuerebbe probabilmente fino a quando tutto il Metano non sarà sprigionato. E probabilmente accadrà quando saranno ormai tutti estinti e morti.

Quanto tempo ci rimane?
Riguardo questo argomento non vorremmo sbilanciarci troppo visto che gli esperti nel settore sono molto discorsi e giungono a nuove conclusioni ogni tot. di tempo.
Qualcuno parla di 100-200 anni, altri 50-75, altri ancora 20-35.
Fatto sta che, prima o dopo, tutti prevedono un limite di tempo.
Pensare a quanto tempo ci rimanga e non a ciò che potremmo fare per eliminare questo limite è un atteggiamento imprudente, incosciente ed egoistico.

Non ci resta che lottare allora.
Lottare per il bene della Terra è una delle cose più nobili, se non la più nobile.
Lottare non solo per noi stessi, ma sopratutto per gli altri abitanti del nostro Pianeta: sua i 7 miliardi e mezzo di esseri Umani che le altre migliaia di Specie di Animali e di Vegetali; e non solo per gli abitanti attuali, ma per tutte le future generazioni di noi Esseri Viventi.
Come si lotta? Sicuramente non con l’apoliticità. Non si lotta senza mettere in questione certe cose; negarlo vuol dire porre dei dogmi, mettersi dei paraocchi, e scendere nell’ipocrisia oltre che all’omertà.

Vogliamo infine consigliare la lettura di “a qualcuno piace caldo, errori e leggende sul clima che cambia” di Stefano Caserini per chi volesse approfondire sull’argomento del riscaldamento climatico.
È disponibile su internet in pdf, gratuitamente e accessibile a tutti.
Mentre noi abbiamo cercato di smontare ogni mito nel nostro piccolo, cercando di far ragionare anche sulle cause della popolarità di queste bufale, questo saggio smonta dettagliatamente ogni mito antiscientifico; e nel giro di circa 200 pagine avrete a disposizione tutte le informazioni per trarre delle conclusioni avendo delle basi sull’argomento, senza venir quindi influenzati da dicerie che sempre più circolando sull’argomento. Un revisionismo scientifico che in fin dei conti è scandaloso quanto il revisionismo storico che si sta rafforzando negli ultimi tempi.

Il problema, sperando che l’abbiate capito almeno dopo questo articolo, è insito nel sistema.
Un sistema basato sulla concorrenza e il profitto, e quindi sulla predominazione di un individuo su un altro non può che essere un sistema che istiga all’egoismo. E questo egoismo non ci vuole molto per comprendere che sia la causa di un atteggiamento individualista che ignora le conseguenze di certe azioni, che ignora la sofferenza dei propri simili, che non si fa scrupoli nel far morire migliaia di Animali e di ettati di Vegetazione per far spazio ad industrie. Ciò che conta in questo mondo è far soldi, far soldi, far soldi. Non ne hai abbastanza? Muori. Ne hai abbastanza? Bravo, ora potrai accumularne ancora di più, di più, e di più; non conta chi farai morire, devi fare più soldi.
Se vuoi accumulare la terra e fare un avvallamento dovrai anche scavare una fossa.

Il malinteso fra democratici e socialisti nelle parole di Mazzini

Riportiamo qua di seguito l’estratto di una lettera di Giuseppe Mazzini al patriota spagnolo Ferdinando Garrido riguardo al suo ultimo testo sul socialismo europeo. Da queste erighe emerge tutta la volontà conciliatrice di Mazzini nei confronti delle frange materialiste del socialismo, opposte per un’incomprensione al movimento democratico, che mentre ne condivideva le finalità di radicale cambiamento sociale né osteggiava le basi filosofiche. Davanti ad un nemico comune e ad un comune obbietivo la pluralità di punti di vista può essere solo che un’arma in più, ma per saperla adoperare occorre una volontà di sintesi e una non indifferente dose l’umiltà. Né Mazzini né i suoi compagni/avversari materialisti seppero compiutamete mettere in atto un processo positivo, ma la volontà, seppur altamente, ci fu. Oggi più che mai è necessario trarre i dovuti insegnamenti dalla storia passata.

“Esiste un malinteso fra gli uomini della Democrazia e i socialisti; e questo malinteso produsse la scissura che rese possibile la dittatura bonapartista, e tiene tuttora divisa, in Europa, la classe media dalle classi operaje. Questo malinteso consiste nell’aver confuso, sì gli uni che gli altri, i sistemi socialisti col pensiero sociale, col principio d’associazione.
Gli uni credettero che il Socialismo consistesse in certe teorie assolute, presentate da alcuni pensatori; e siccome quasi sempre queste teorie movevano dal punto di vista governativo, e minacciavano colla loro uniformità regolamentare di sopprimere ogni personalità umana, quelli uni condannavano il socialismo in nome della libertà.
Gli altri credettero che l’antagonismo della Democrazia verso i loro sistemi provenisse dalla negazione del loro principio fondamentale, e condannarono quindi la Democrazia, in nome dell’Associazione.
Questo malinteso esiste tuttora per gli uomini esagerati, che sempre si trovano in ogni partito; ma è però affatto mancante di base.
Havvi un terreno comune abbastanza vasto, perchè vi possiamo stare tutti uniti.
Per noi non esiste rivoluzione, che sia puramente politica. Ogni rivoluzione deve essere sociale, nel senso che sia suo scopo la realizzazione di un progresso decisivo nelle condizioni morali, intellettuali ed economiche della Società. E la necessità di questo triplice progresso, essendo più urgente per le classi operaje, ad esse anzitutto devono essere rivolti i beneficî della rivoluzione.
E neppure può esservi una rivoluzione puramente sociale. La questione politica, cioè a dire, l’organizzazione del potere, in un senso favorevole al progresso morale, intellettuale ed economico del popolo, e tale che renda impossibile l’antagonismo alla causa del progresso, è una condizione necessaria alla rivoluzione sociale.
È necessaria all’operajo la sua dignità di cittadino, ed una garanzia per la stabilità delle sue conquiste nella via della libertà.
La parola d’ordine dei nostri tempi è l’Associazione, che deve estendersi a tutti.

Il diritto ai frutti del lavoro è lo scopo dell’avvenire; e noi dobbiamo adoperarci a rendere vicina l’ora della sua realizzazione. La riunione del capitale e dell’attività produttrice nelle stesse mani sarà un vantaggio immenso, non solo per gli operaî ma per l’intera Società, poichè aumenterà la solidarietà, la produzione ed il consumo.
Le associazioni volontarie, moltiplicate indefinitamente, oltre al riunire un capitale inalienabile, aumenteranno progressivamente e faranno concorrere al lavoro, libero e collettivo, un numero di operaî ogni giorno maggiore.
Ciò è quanto io intendo esprimere colle due parole, egualmente sacre, che non cesso di ripetere: LIBERTÀ—ASSOCIAZIONE. Forse che ciò non basta a farci unire nel lavoro come fratelli? Un solo passo nella realizzazione di questi due principî non ci schiuderebbe egli un’ampia via per discutere tranquillamente le questioni secondarie?
Ecco quanto, se lo potessi, ripeterei ogni giorno ai miei fratelli di Spagna. Ecco quanto dovete ripeter loro in mio nome: Libertà per tutti; progresso per tutti; associazione di tutti. Può egli esistere un vero democratico, che non s’inchini, nel fondo del suo cuore, davanti a questi tre termini eterni del problema della Umanità? La logica inflessibile non esige forse il lavoro associato di tutti, per conquistare, svolgere e consolidare il progresso e l’associazione?
Per quanto si voglia impedirlo, noi corriamo ad una crisi europea, simile a quella del 1848: sventurata la Spagna e sventurati noi tutti, se le severe lezioni che allora e negli anni seguenti abbiamo ricevute, non ci hanno insegnato ad unire le nostre forze per la prossima lotta![…]”.

Democrazia: alcuni ragionamenti

La questione della lingua

Una parola non è che uno strumento, essa serve un fine che è la comunicazione di un certo contenuto. La scelta di un termine e la definizione che si da di esso sono strumentali al tipo di contenuto che si vuole comunicare. Non esiste nessun significato intrinseco, e tantomeno una naturale tendenza nella parola, che non ha caso necessitano per esistere di una mente umana che la componga, verbalmente o graficamente. Avendo come fine la comunicazione di un messaggio tanto soggetto a fraintendimenti più o meno voluti quale è quello di natura politica, è estremamente necessario fermarsi a definire i termini. Ci concentreremo ora su alcune parole necessitanti di definizione, la quale è da comprendere, per riuscire ad intendere i nostri successivi ragionamenti. Ciò che ci interessa non è la formalità, l’aspetto esteriore dei termini, ma il loro contenuto. Sentitevi dunque liberi, una volta letta ed intesa la sostanza, di sostituire al termine dato quello che più si confà alla vostra cultura e mentalità.


-Partito: vogliamo intendere con questo termine una particolare organizzazione sociopolitica a carattere gerarchico e verticistico, la quale si basa su vincoli di interesse materiale, ed inserita all’interno di una universale guerra di tutti contro tutti, data per assiomatica e, sovente, moralmente giustificata. Da questa guerra si vuole uscirne vincitori, mantenendo gli sconfitti in una posizione di inferiorità e di sudditanza. Il partito prevede un modello competitivo, che si fonda sulla discordia e che per essa vive. Diciamo “Partito” quella forza integrata all’interno di un sistema classista espressione degli interessi di un particolare gruppo, una parte, che vuole arrivare al vertice della piramide sociale senza intaccare le fondamenta di questa, ossia la natura competitiva e gerarchica. Un’organizzazione politica rappresenta in nuce un mondo che si vuole creare, un dover essere da imporre all’essere. Essendo il partito non indirizzato ad un cambiamento ma unicamente ad una diversa distribuzione del potere esso si può definire come l’organismo antipolitico per eccellenza.


-Democrazia: “potere del popolo”. Per attribuire un significato a questa parola è necessario prima di tutto definire i termini “popolo” e “potere”, per cui: -Popolo: Assieme di individui che sono, o si vogliono, liberi ed eguali, e che si definiscono storicamente con un passato ed un futuro comuni. Tale ente è delimitato nel tempo e nello spazio dai limiti della sua azione storica.
-Potere: facoltà di poter intervenire liberamente e senza costrizione alcuna, al di fuori del soddisfacimento dei bisogni naturali, sull’ambiente d’azione, sia esso esterno al soggetto o esso stesso. Si è potenti in ragione di quanto si è liberi, la capacità di esercitare tale potenza è detta sovranità.
Risolta questa questione possiamo passare al termine che mette in correlazione i due precedenti, ossia “democrazia”, che risulta dunque essere la capacità del popolo di intervenire spontaneamente su se stesso e sulla sua sfera d’azione senza restrizioni che il rispetto dell’altrui diritto di fare altrettanto, ossia di autodeterminarsi. Democrazia significa progresso di tutti ad opera di tutti, ossia l’assenza di classi sociali o di interessi divergenti, i quali generano per natura una situazione di guerra che impedisce l’esercizio della collettiva autodeterminazione. Significa perfetta comunanza d’intenti data dal riconoscimento dei propri diritti naturali e del limite di questi posto nell’altrui diritto. La democrazia è dunque definibile anche come l’assenza del conflitto e della competizione fra parti, poiché non prevede l’esistenza di queste. E’ l’antitesi del privilegio, poiché prevede la perfetta eguaglianza, poiché una disparità economica si traduce in disparità di potere politico. E’ l’antitesi del narcisismo individualista e del becero campanilismo, che maschera l’egoismo con il mantello di un simulato senso d’appartenenza comunitaria.
Con la questione terminologica risolta almeno in parte possiamo addentrarci in alcune brevi riflessioni su alcuni aspetti della situazione corrente.

Cretinismo elettorale

Oramai dovrebbe essere chiaro a tutti, ma tuttavia persiste l’esistenza di un forte zoccolo duro ancora convinto che all’interno del totalitarismo liberal-liberista le elezioni siano qualcosa in più che una semplice formalità, l’illusione del controllo popolare su una sovranità che è sempre con più insistenza rivendicata da gruppi privato aventi interessi propri e proprie agende. Abbiamo visto la privatizzazione della Banca d’Italia, abbiamo visto l’euforico ingresso nell’area euro, abbiamo visto la firma del Trattato di Lisbona e finanche la menzione in diversi articoli della nostra Costituzione dell’Unione Europea e delle sue direttive. Abbiamo visto interi pacchetti di riforme varati in ossequio a direttive di un organismo evidentemente di maggior peso come l’Unione Europea. In aggiunta a ciò, sul nostro territorio nazionale trovano riparo migliaia di soldati stranieri, intere flotte e persino armi nucleari. Serve una certa dose di coraggio per portare avanti con tutti questi dati evidenti il pensiero che basti raccogliere alcune migliaia di firme o di voti per poter liberarsi da tutte queste catene. Come se il processo fosse così lineare poi, come se per costruire il consenso non servissero ingentissimi mezzi di cui ogni forza che vuole porsi al di fuori di certe dinamiche di potere è destinata a rimanere totalmente sprovvista. Pensieri del genere possono nascere solamente in mancanza di una capacità d’analisi sistemica, dal concentrarsi sulla forma e non sulla sostanza dell’epoca storica da noi vissuta. Questo atteggiamento leguleio rende sterile ogni azione politica, ogni sano slancio verso il cambiamento, ogni energia riposta in un progetto. Certo, il partecipare alle elezioni garantisce una, seppur minima, visibilità, ma c’è da chiedersi se un progetto di crescita a lungo termine sia possibile visto il sempre più terribile potere degli oligarchi. Occorre aggiungere che questa comoda illusione che prevede unicamente lo sforzo propagandistico per assicurarsi la vittoria va spesso di pari passo al feticismo per mai esistiti “bei tempi andati”. Analizziamo un periodo diventato molto comune da idolatrare dopo l’introduzione della locuzione “sovranismo costituzionale” nella terminologia politica: la Prima Repubblica. E’ inutile dire che questi anni nulla ebbero di “glorioso”: i diritti sociali furono sì maggiori rispetto agli attuali, e sicuramente si riuscì a godere di un benessere abbastanza diffuso, ma ciò fu reso possibile da violentissime manifestazioni volte a contestare lo status quo democristiano. La Prima Repubblica è il periodo dell’IRI, del proporzionale puro e del boom economico, ma è anche il periodo degli anni di piombo, della Gladio, dell’ombrello della N.A.T.O, del terrorismo, della repressione, delle asprissime lotte sociali che sovente lasciavano morti per le strade, della rivolta di Reggio e della strage di Modena, degli accordi Stato-mafia e dei tentati golpe. Un conto è riconoscere le caratteristiche economiche e sociali di un dato periodo, elaborando quindi una critica storica che metta alla luce pregi e difetti, l’altro è il feticismo nostalgico che pone come fine un passato non solo inventato, ma materialmente non replicabile.

Individuo e comunità

L’esistenza di una dicotomia fra individuo e comunità è retaggio dei pensatori individualisti ed egoisti, i quali arrivarono all’estremo del solipsismo e al ritenere la comunità come una finzione. In realtà, come innumerevoli sapienti insegnano, da Proudhon a Pisacane a Mazzini, l’individuo non è soppresso o “castrato” dalla comunità, ma reso più libero, e di conseguenza più potente. La libertà cresce in corrispondenza dell’aumentare delle relazioni sociali che l’individuo stabilisce con i suoi simili, non rinunciando alla sua precedente libertà ma anzi aumentandola. Si potrebbe dire che sia proprio questo il ruolo dello Stato: non solo tutelare ma anzi aumentare la libertà d’ognuno, garantita da un patto sociale e dal vivere in comunità. Pensare che limitando la propria libertà si arrechi beneficio al gruppo è come pensare che si possa correre più veloce tagliandosi una gamba. La comunità è un’astrazione dell’individuo, il quale riconosce il proprio vicino come assimilabile a lui, vede in lui un minimo comune denominatore che permette di creare un concetto unitario che vada a mettere in correlazione tutti e due i soggetti. E’ d’uopo andare a contestare una popolare quanto stupida credenza, ossia quella secondo la quale l’astrazione non farebbe parte del reale. Per ridurre al silenzio ciò basta pensare alla vita quotidiana, come concetti astratti quali la famiglia, il denaro, una società per azioni, una legge e un titolo di studio riescano ad avere enormi ricadute sul reale nonostante il loro essere astrazioni, convenzioni sociali, pensieri sviluppatisi nella mente degli uomini e diffusi intorno a loro. L’astrazione non si ferma al singolo che scopre nel suo vicino un membro della sua famiglia, ma porta le famiglie ad unirsi formando città, le città nazioni, le nazioni l’Umanità. In definitiva, possiamo tranquillamente affermare che ogni attacco contro la persona sia un attacco non solo alla famiglia e alla nazione, ma alla totalità degli esseri, in quanto il singolo questi genera e in questi è contenuto.

Contro la gerarchia

Ogni ripartizione ineguale di potere fra gli uomini non è solo dannosa per la vita sociale, ma profondamente antidemocratica. Poco importa il titolo che si vuole dare ad un superiore: sia esso presidente, segretario, capo, duce, comandante la sostanza è una divisione verticale destinata a generare interessi contrastanti e dunque conflitto. Gli uomini sono eguali e liberi di natura, la nostra etologia vuole che ci si raggruppi nella maniera tale da garantirci le migliori possibilità di sopravvivenza, ed essa non è il potere del singolo sul gruppo, ma la sovranità del singolo su sé stesso, della comunità sulla comunità. Ogni livello della socialità umana ha una sua particolare sfera d’azione, ed entro questa sfera d’azione è giusto che agisca solamente il soggetto in questione. Tutto ciò che non inficia la comunità è lecito al singolo, tutto ciò che non arreca danno all’Umanità è lecito alla nazione, questo perché il limite della libertà è l’altrui diritto, di conseguenza non sono diritti il furto, l’omicidio e la schiavitù, ma anzi il loro contrario, ossia l’imposizione di un privilegio. Ovviamente all’interno della comunità ci si pone il problema del soddisfacimento di certi bisogni, sempre crescenti col passare della Storia. Dalle semplici necessità di cibo e riparo si è passati a dover regolare la distribuzione di beni in territori vastissimi, la riscossione delle tasse e il mantenimento di servizi di igiene pubblica. E’ lecito e giusto che ogni cittadino, ossia il libero uomo conscio dei doveri nati con la vita comunitaria, svolga la mansione a lui più consona, e che tragga da questa tutti i bene a lui necessari. Essendo la vita in grandi comunità estremamente complessa, è legittimo che esistano commissari deputati dalla comunità stessa a svolgere particolari compiti, siano essi il regolare gli orari dei treni o a condurre trattative commerciali. Questi commissari non devono però essere dotati di per sé di nessun potere al di fuori del mandato concesso dal popolo per un particolare compito da svolgersi in un particolare tempo, devono essere in ogni momento sindacabili e revocabili dalla loro posizione. Il potere del popolo su sé stesso deve essere assoluto, non esiste carica che il popolo debba valutare come “superiore” a quella del cittadino normale, ossia dotata di diritti maggiori.

Libertà e sacrificio

Da ciò di cui abbiamo discusso prima se ne può dedurre che una mutilazione della libertà del singolo non rechi giovamento alla comunità, ma che anzi la libertà di questa venga in modo proporzionale ridotta. Di conseguenza una riduzione della libertà non si traduce in un sacrificio, ma in un attentato alla vita pubblica. La parola “sacrificio” deriva dal latino, e significa “rendere sacro”. Ciò di cui l’uomo si negava in favore di un qualcosa di maggiore, sia stato cibo, capi di bestiame o anche la vita, era ritenuto reso sacro dal gesto. Elementi fondanti di questo processo erano la sua spontaneità del dono e il suo valore in termini di lavoro, di attaccamento o di importanza. Il sacrificio non era automutilazione, ma rinuncia ai frutti del proprio lavoro, della propria fatica, della vita. Esso si traduce nell’impegno quotidiano, nell’instancabilità, della repulsione verso la pigrizia. Si traduce nella scelta di inserire in una scala valoriale ben precisa ciò che è dovere e ciò che è superfluo, sacrificabile. Impegnandomi per la comunità, combattendo pro aris et focis non perdo una libertà individuale per guadagnare un potere collettivo, ma aumento la mia libertà e con essa quella della mia comunità

5 punti per l’azione politica

Vogliamo elencare sommariamente 5 consigli che ci sentiamo di fare a noi stessi e ad ogni nostro interlocutore, 5 punti essenziali e semplici per la correzione dei vizi ai quali si può andare naturalmente in contro, ancora di più in questi tempi bui che suscitano reazioni retoricamente estremistiche ma sostanzialmente “conservatrici”.
1-Rinunciare ad ogni aspirazione ad un ruolo messianico, prendere coscienza che l’agire del singolo per essere fruttuoso deve essere inserito in un contesto comunitario, così come quello comunitario deve essere posto in un contesto più ampio.
2-Bando al feticismo e all’idolatria. Non c’è bisogno di santini o di madonne, non serve ricordare improbabili età dell’oro. Serve una presa di coscienza del presente, il porre questo in continuità col passato, il rifarsi creativamente e criticamente ad esso, senza erigere altari, poco consoni ad un popolo che si vuole civile.
3-Non avere paura dei termini. Lasciamo le coscienze spaventate dai toni a sé stesse, esse non sono soggetti storici, ma spettatori passivi. Chiamiamo le cose per quello che sono, con intelligenza ma senza paura di causare turbamenti negli animi degli insicuri. Questo è l’unico modo per costringerli a prendere campo: porli davanti ad una scelta.
4-Aprire gli occhi sul mondo che ci circonda. Farsi illusioni di improbabili intercessioni divine, capovolgimenti improvvisi o altre sciocchezze è assolutamente controproducente. Siamo in una situazione estremamente difficile dove solo ancora per poco saranno rispettate certe formalità “democratiche”. Prendiamone atto e agiamo di conseguenza, i nostri discendenti chiederanno conto delle nostre azioni.
5-Sentirsi parte del tutto, non parte fra le parti. Ogni ente è scomponibile, ogni ente è assimilabile ad altri per arrivare ad un ente maggiore. Non esiste contraddizione in ciò, anche se avviene tutto al contempo. Prendiamo atto di questo, prendiamo atto che la nostra individualità esiste come collettività di livello minore, e la nostra collettività come individualità di livello maggiore.

Contro il Reich europeista, per la lotta democratica

Prove tecniche di totalitarismo.
Grande finanza e alta borghesia europea mostrano la faccia totalitaria del liberal-liberismo oramai giornalmente. I miti dei “70 anni di pace”, dei benefici dell’euro e della stabilità iniziano a cadere nelle menti di sempre più persone. All’orwelliana commissione per lo “stile di vita europeo” si va a sommare la fascistoide equiparazione fra nazismo e socialismo sovietico, col tentativo sia di riscrivere la storia ad uso e consumo dell’imperialismo statunitense sia di colpire i movimenti comunisti che coerentemente si battono contro il Reich di Bruxelles. A loro ed a ogni altra forza democratica va la nostra solidarietà e il nostro impegno nel tener duro, nel continuare la lotta per la pace, la libertà e la giustizia. Le loro censure non ci fermano, le loro catene non ci fermeranno. Avremo la libertà o avremo la morte.

Esportazioni e sviluppo industriale

Vuoi bloccare lo sviluppo economico di uno stato? Rendilo un’esportatore, fagli impiegare la sua forza lavoro nel soddisfare la domanda estera, senza aver riguardo per il mercato interno, lo stato occupazionale e lo sviluppo dell’industria. Ciò ci appare vero sopratutto oggi, con paesi-reggenze neocoloniali sparsi un po’ in tutta l’Africa e il Sud America impiegati in una certosina opera d’estrazione di materie prime, le quali arricchiranno le compagni occidentali. Ciò costringe le economie nazionali a focalizzarsi su una domanda che, nel lungo periodo, porta alla sterilità economica. Esistono anche esempi storici degni di nota, di paesi che videro un declino o si negarono qualsiasi possibilità di divenire potenze industriali proprio a causa della necessità di soddisfare richieste estere di materie prime e dall’impossibilità di lavorarle in loco. Questi casi sono la Poloni, il Portogallo e l’Italia dell’epoca moderna, le quali dovettero rispondere alla richiesta dei “big” dell’epoca (Francia, Inghilterra e Olanda) di grano, olio, vino e tessuti grezzi. Il Marchese di Pombal, nel 1703, al culmine di questo processo, annotò:” Due terzi di ciò che abbisogna il Portogallo sono forniti dall’Inghilterra. Gli inglesi producono, vendono e rivendono tutto ciò che il Portogallo abbisogna mentre le antiche manifatture portoghesi sono state eliminate”. Tale processo di distruzione dei concorrenti minori è connaturato all’essenza della competizione capitalistica, come connaturato ad essa è sempre l’espropriazione, volontaria o coatta, delle risorse di un territorio. Oggi vediamo simili dinamiche ripersi, con rare eccezzioni di personale tecnico autoctono formato da stati stranieri, come nel caso degli investimenti cinesi in Africa.

Il ruolo ambiguo degli industriali nel periodo della resistenza.

Come si può leggere nelle pagine del bellissimo ed inspirante libro di G.Bocca “storia popolare della Resistenza”, il ruolo espresso dalla Fiat (ergo Agnelli) era ambiguo. Va detto, per questioni di onestà intellettuale, che il libro viene ovviamente analizzato da un punto di vista delle brigate Garibaldine, le quali non vedevano di buon occhio ( e giustamente, visto l’apporto dato fino a quel momento alla macchina bellica italiana) gli industriali italiani. Quest’ultimi, infatti, non erano di per sé antifascisti ; cavalcarono il vento popolare in quel periodo, pensando probabilmente che la guerra (durante la R.S.I.)fosse ormai agli sgoccioli e che, quindi, fosse meglio agire affianco dei patrioti piuttosto che dei repubblichini. Gli operai, i quali ricordavano i grandi scioperi del 21 22 in cui lo stesso Agnelli arrivò a proporre a Giolitti di bombardare gli insorti, erano freddi nei confronti degli industriali, sebbene questi ultimi avessero (va ammesso) aiutato in quei mesi i partigiani ; concedevano loro di riunirsi e, poi, la fabbrica rappresentava un rifugio. Tuttavia, i problemi arrivarono quando le brigate Garibaldine erano ormai ben salde nei territori del nord, soprattutto in Liguria, dove gli operai iniziarono a creare problemi seri sia alle istituzioni fasciste che alle truppe regolari. Ovviamente gli industriali, trovandosi in un fuoco incrociato, subito tentennarono ma poi, fortunatamente per loro, tranne le incursioni ardite dei Gap e Sap, le battaglie si rispostarono, nuovamente, nelle valli che erano un ambiente più confacente al partigiano che, forse, disprezzava pure l’ambiente urbano.E così, la stagione dei grandi scioperi del marzo 44 finì, parzialmente in un bagno di sangue, con più del 20% degli scioperanti deportati in Germania.

Lettera ad un padano di Pontida


Per anni ti hanno detto che il tuo nemico, il tuo vero nemico, stava a Roma. A Roma siedevano politici e burocrati desiderosi di succhiarti il sangue, sottraendoti quei soldi guadagnati con fatica risparmiati magari per una gita con la famiglia, per comprare la macchina al figlio, o anche semplicemente le incognite del futuro. Per anni ti hanno indicato come mali per te i meridionali, gli extracomunitari, lo stato centrale con le sue imposte, le regioni “parassite” contrapposte a quelle “virtuose”. Tu hai ascoltato tutto questo, e hai dato loro ragione, perché tu, alla fine, vivi afflitto. Ti senti solo, ti senti perseguitato da enti che sono vicini solo per chiedere e mai per dare, ti senti con l’intero mondo scaricato sulle tue spalle, ed è vero, ma non nei modi e coi motivi che ti hanno insegnato. Guardati bene intorno, guarda bene il mondo che ti circonda: tu, operaio, condividi la sorte di milioni di italiani. Guarda negli uffici di chi ti comanda: vedrai gli stessi sorrisi, le stesse sardoniche e viscide espressioni di cui sono pregni i palazzi romani. E i tuoi soldi, da chi sono primariamente sottratti? Le tasse sono troppo alte, e non corrispondono ai servizi, ma la colpa di questo non sono i vaghi sprechi di cui si riempiono la bocca furbi politicanti. Lo stato non è fatto per sostenersi con le tasse, le quali devono essere esclusivamente uno strumento di controllo della circolazione del denaro, ma attraverso l’emissione di denaro, attraverso il lavoro compiuto dai cittadini. Guarda al tuo lavoro, guarda alla tua paga, guarda ai tuoi diritti elisi progressivamente per le esigenze del mercato, e poi guarda l’opulenza di quei pochi oligarchi che estromettendo i loro concorrenti più deboli stanno riducendo la tua vita a quella di un servo. Tu cosa pensi, che loro, resi forti da questo sistema, l’abbandonerebbero per dare a te, servo dei servi, un vantaggio? Loro al contrario lo rafforzerebbero. Le tasse esisterebbero ancora, e anzi sarebbero per te, plebeo, ben più alte, a modello dell’uso dell’Antico Regime. E anche se queste dovessero essere più basse per la privatizzazione della Cosa Pubblica ne saresti ben ripagato dalla fine dello stato di diritto, dal regno dell’arbitrio e della forza, il che si tradurebbe in servizi costosissimi e scadenti retti da monopoli mantenuti dalla forza dell’oro e delle armi. Tu, che rinneghi l’Italia perché ad essa associ i mali che derivano invece dai suoi oppressori, non comprendi quanto i tuoi desideri di benessere e di tranquillità siano osteggiati in primis dagli stessi che si pongono come tua guida. Pensi forse che gente cone Zaia, Giorgetti e Salvini possano migliorare la tua condizione? Ti rispondo loro, citando colei che ridusse in ginocchio il popolo inglese, Margaret Thatcher, e affermando che “l’euro conviene al nord”, dove per nord non si intende il muratore bergamasco, o lo straniero irregolare schiavizzato nei campi, o l’anziano delle campagne friulane, ma il grande imprenditore esportatore, colui che stipa nei suoi capannoni centinaia di disperati, impossibilitati a fare altro, esposti ad ogni genere di pericolo e di privazione. L’assenza di uno stato democratico non significa assenza dall’oppressione, ma anzi il suo contrario. Il capannone che vi cade sulla schiena per l’avidità del padrone che lo porta a risparmiare sulla manutenzione non sarà certo seguito da una dura condanna per i colpevoli se i progetti liberisti e secessionisti di certi ingannatori dovessero avere successo, ma da un cordoglio esteriore e pieno di boria, lo stesso che ostentavano i signori alla morte dei loro servi. Il vostro nemico non è chi sta più a sud di voi, o più a nord o ad est o a ovest, ma chi sta sopra di voi, ed è in questa posizione grazie ai vostri sacrifici ed al vostro lavoro. Non rinnegate lo Stato, perché dello Stato non avete esperienza. Lottate invece per crearlo, per dare vita assieme a tutti gli oppressi d’Italia e del mondo ad un grande progetto democratico di pace e giustizia.
Guardatevi da chi dice di fare i vostri interessi ma la sera non è tormentato dagli spettri di debiti da saldare o dalla precarietà della sua condizione. Guardatevi bene da chi confonde il suo privilegio come vostro interesse. Cambiete nome e capitale all’oppressore, per voi la vita rimarrà la medesima.

18 settembre, a Roma contro Macron!

Aderiamo e supportiamo il presidio indetto dal Comitato Liberiamo l’Italia contro la visita di Emmanuel Macron a Roma. Il presidente francese si è reso autore non solo di sanguinose repressioni ai danni del movimento popolare patriottico dei Gilets Jaunes, macchiandosi anche di omicidi di innocenti, oltre che della mutilazione di centinaia di francesi ad opera dei suoi corpi mercenari, ma anche fautore di una sistematica spoliazione dell’Africa occidentale grazie al diabolico Franco CFA. È gesto di solidarietà internazionalista il supportare il popolo francese creando una doverosa accoglienza all’autarca liberista Macron. Il 18 settembre saremo a Roma in piazza Vidoni alle 17. Macron non è il benvenuto! Lunga vita alla lotta del popolo!