2019: un anno di lotta

È volato un altro anno.
Il 2019 è stato un anno duro, più o meno per tutto il mondo. Come sempre Sud America, Medio Oriente, Africa, ma anche Europa.

Il Popolo Francese, fratelli d’oltralpe, che dopo più di un anno continuano instancabilmente a protestare con scioperi e manifestazioni contro Macron, l’unione europea, e il liberismo nel suo complesso.
Grazie alla loro resistenza sono riusciti a far indietreggiare l’impopolare riforma delle pensioni. (Loro protestano per delle pensioni a 62 anni, noi con delle pensioni a 68 anni non ci facciamo ancora sentire).

Il Popolo Greco, che ha sofferto enormemente dal tradimento di Tsipras, fino ad arrivare a cancellare la chemioterapia dai servizi pubblici-statali. E le proteste e mobilitazioni anche nell’Ellade non mancano. Più di 700 bambini son morti per la mancanza di cure offerte dallo stato, per via delle Famiglie con un reddito non sufficiente. (Da ricordare che in Grecia i lavoratori prendono meno di tutti in Europa, ma lavorano, per numero di ore, più di tutti gli altri Lavoratori Europei).

Il povero Assange, co-fondatore di Wikileaks, arrestato perché sa troppo. Scomodo per gli stati uniti e l’ordine imperialista occidentale. Spiato in ogni stanza ed ogni ora della sua giornata, per poi esser torturato. Si augura che venga scarcerato il prima possibile.

La triste vittoria di Bolsonaro in Brasile, da non sottovalutare essendo uno dei Paesi BRICS emergenti, uno dei Paesi più grandi del mondo, ed il Paese “contenente” gran parte della Foresta Amazzonica.
Già, Foresta Amazzonica, alberi bruciati, abbattuti, e villaggi indios depredati, tutto per il “dio” denaro, venerato e molto caro al presidente-marionetta di Trump.
Tra gli incendi più grandi e disastrosi della storia, quello della Foresta Amazzonica di questo anno, quello delle Foreste in Siberia e nella zona dell’artico.
Intanto il capitalismo cerca di mutare forma, come è avvenuto diverse volte, proponendo essa stessa una presunta “soluzione” ai disastri che essa stessa ha causato. Così è nato il fridays for future, che non fa altro che gettar letame sui movimenti ambientalisti seri. Ambientalisti che vengon uccisi a migliaia (sì, veramente a migliaia) ogni anno, perché sul serio scomodi al liberismo; a differenza di Greta, la ragazzina strumentalizzata.

C’è fortunatamente il Popolo Britannico, che si è fatto sentire contro l’opprimente unione europea. Ha ridato speranza a tutti i Popoli soggiogati da questa “unione”, dimostrando che la Brexit la si vuole nonostante tutte le promesse non mantenute, la si vuole fare nonostante la propaganda assordante pro-erasmus, la si vuole fare nonostante l’effetto collaterale di aver in casa un primo ministro chiamato Boris Johnson, che non è sicuramente popolare per via delle sue proposte anti-sociali. La Brexit si deve fare, e la si fa. (Da noi, per mesi, ci hanno detto che il Popolo Inglese oramai si è rassegnato, che “secondo i sondaggi”, probabilmente presi da campioni di quartieri agiati della Londra radical-chic, la Brexit non la si vuole più fare; la verità ha per l’ennesima volta dato uno schiaffo abbastanza forte contro la propaganda liberista).

C’è poi il Popolo Irlandese, specialmente quello del Nord, che sta riaccendendo la miccia contro i “regnanti” che vogliono la Patria divisa e de-celtizzata. Sperando che questi movimenti abbiano un prospero avvenire.

C’è l’invidiabile Popolo Cileno, rappresentato finalmente dai Creoli e i nativi Mapuche riuniti contro il nemico comune: il liberismo, le grinfie del fondo monetario internazionale e della nato, marionetta degli stati uniti.
Milioni di persone che scendono regolarmente in piazza ci hanno fatto commuovere con più video, gruppi di musicisti e d’orchestra che si riuniscono per cantare El Pueblo Unido, con la presenza dei Inti Illimani stessi, in mezzo al Popolo.
Li abbiamo visti soffrire per via del capitalismo, ma anche per via dell’intervento fisico dei carabineros del dittatore neofascista Piñera. Circa 40 morti, centinaia di feriti, molti mutilati e acciecati permanentemente. Ma un Popolo che prende coscienza e si rialza non può esser oppresso per ancora molto tempo.

Abbiamo assistito, purtroppo, al golpe avveratosi in Bolivia. Le bandiere native Wiphala, sbandierate dal Popolo in sostegno al presidente indios Evo Morales, bruciate dai golpisti fascisti filo-usa.
Abbiamo visto, purtroppo, il presidente rivoluzionario Morales dimettersi e quindi arrendersi alle minacce dei golpisti, che hanno bruciato le abitazioni di parenti (compresi la sorella) e compagni; costretto infine ad esiliarsi prima in Messico e poi in Argentina. Sperando che un giorno Morales torni nella sua amata Patria, da leader o da sostenitore di mobilitazioni socialiste.

Abbiamo visto i numerosi tentativi di golpe in Venezuela, contro Maduro e la sua linea politico-economica chavista, perché scomodo, come sempre, agli interessi del vergognoso patto atlantico e il fondo monetario ed usuraio.
Grazie al sostegno da parte della Popolazione al leader Bolivariano, e all’esercito, anch’esso composto veramente da poveri e veri Venezuelani, i golpe sono falliti.
È fallito il false flag, sono falliti i tentativi di importare armi sul confine con la Colombia, ed è fallito anche l’attentato del drone contro Maduro. Ed è fallito anche Guaidò come leader, in quanto le sue foto con i compari narco-trafficanti sono state sparse su tutto il web, screditandolo enormemente. Ovviamente la minaccia non finiscr qua, e non passerà molto tempo prima che gli stati uniti tenteranno ulteriori golpe o misure simili.

Abbiamo visto le tentate proteste, anch’esse organizzate in parte dagli stati uniti, in Iran contro il governo vigente.
Il Venezuela è il primo Paese al mondo per quantità di petrolio presente nel sottosuolo (300 miliardi di barili circa), l’Iran è tuttavia il quarto (158 miliardi di barili), e controlla anche il punto più trafficato da mezzi che trasportano petrolio (in quanto per lo Stretto di Hormuz passa il petrolio da parte di Iran, Iraq, Kuwait, ed Emirati arabi uniti, che messi insieme possiedono 500 miliardi di barili di petrolio).
Anche queste proteste sono fallite, in quanto rappresentate solo da una piccolissima parte della Popolazione (che chissà come erano in possesso di armi da cecchino ed altro); che hanno a sua volta scatenato contro-proteste da parte di una grossa fetta della Popolazione contro le ingerenze statunitensi.

Abbiamo visto le tentate proteste in Hong Kong, mostrate in occidente come se fossero massive e senza precedenti.
Ci sono tantissimi video di manifestanti con maschere, che erano in verità occidentali; ci sono tantissimi video di “bianchi” che indicano a una manciata di manifestanti cosa fare e cosa colpire; ci sono tantissimi video di manifestanti che tentano di dar fuoco, gettando benzina e accendendo la fiamma nel giro di pochi secondi, contro la parte di Popolazione filo-cinese: anziani e adulti che stavano o discutendo o semplicemente passeggiando; ci sono infine video di manifestanti che ficcano puntoni in mezzo alla strada per bloccare qualunque mezzo di trasporto (acclamati tra l’altro dall’occidente, perché “metodi rivoluzionari contro la polizia opprimente del governo cinese”), ma che l’obiettivo è tutt’altro che la polizia: ci sono video di ambulanze bloccate da manifestanti, perché trasportano feriti filo-cinesi.

Il Popolo Argentino che, finalmente, dopo diversi anni di presidenza del neo-liberista Macri, ha riscoperto la sua via Peronista.
La vittoria di Alberto Fernández non è da sottovalutare: può esser un punto di svolta per l’Argentina ed il continente Sud Americano in generale.

Non vanno scordate le massiccie manifestazioni del Popolo Ecuadoriano, milioni di persone in protesta contro il fondo monetario internazionale; ma anche le manifestazioni spesso sottovalutate dei Popoli di Haiti, Colombia, Algeria, Catalogna, Sudan, Guinea, e Burkina Faso.

È stato un anno duro, ma può esser l’alba della primavera dei Popoli.
Ci auguriamo che questo passaggio, più che altro astratto e simbolico, dall’anno vecchio all’anno nuovo, sia un passaggio da mondo vecchio a mondo rivoluzionario.
Ci auguriamo che il prima possibile i Popoli si risveglino e si levino di dosso le proprie catene. Auguriamo tutti un anno nuovo.

“I miei fratelli mi vendicheranno”. Vita e morte di Jacopo Ruffini

Ruffini. Ai più, specie se studenti, questo nome evocherà molto probabilmente il noto ed utile teorema, sicuro compagno delle scuole superiori e, a volte, degli studi universitari. Jacopo Ruffini, o i suoi fratelli, verranno in mente a pochi. Magari gli appassionati di storia possono avere familiarità col nome, ma questo non è che una nota a piè di pagina, un breve paragrafo, uno dei tanti nomi della nostra storia. Sicuramente la sua breve vita non gli diede modo di costruirsi un nome più “grande”, ma occorre sempre ricordarsi che non si tratta di un Cavour, di un Carlo Alberto o di un La Marmora, ma di uno dei “cattivi” del Risorgimento, di quelli che cospirava contro i pretesi “padri della Patria” sabaudi. La parte di Ruffini uscì sconfitta, la parte dei suoi assassini vittoriosa. Ecco perché per lui oggi ci sono solo vaghe e retoriche targhe, mentre per gli altri vie e monumenti a non finire,

La storia di Jacopo Ruffini procede assieme e si interseca a qulla dell’amico fraterno Giuseppe Mazzini: nati lo stesso giorno dello stesso anno condivideranno i luoghi, le amicizie, le frequentazioni, finanche gli studi universitari e l’esperienza cospirativa. Diversa sarà la fine.

Venuto alla luce il 22 giugno 1805 da una famiglia della piccola nobiltà, Jacopo crebbe in un ambiente familiare meno “democratico” di quello dell’amico Mazzini. Il padre, per quanto di tendenze liberali, rimaneva un fervente monarchico, distante anni-luce dalle idee sovversive del figlio. Come tutti i giovani della Genova altolocata ricevette un’istruzione privata dapprima in legge, poi in medicina. Nella città ligure benessere era sinonimo non tanto di latifondo, ma di traffici commerciali, e la famiglia si sarebbe aspettata questo da Jacopo, un rispettabile e proficuo impegno mercantile, ma il suo temperamento e i suoi forti ideali non potevano essere costretti dalle mura di una bottega: egli sognava la Libertà, per tutti gli individui, per tutti i popoli, per sé e per la sua città, che in 10 anni aveva più volte cambiato padrone senza che mai venisse meno il servaggio. La famiglia Mazzini fu per lui una seconda casa. I rapporti erano strettissimi non solo con Giuseppe, ma anche con i suoi genitori. Giacomo, il padre di Mazzini, indirizzò Jacopo allo studio della medicina, carriera che aveva ipotizzata per il figlio, ma alla quale questo dovette rinunicare per diversi spiacevoli svenimenti alla vista del sangue. Ruffini si laureò, ma non fu questo l’unico grande avvenimento di quela parte della sua vita: nel 1829, sotto la spinta di un Mazzini più che mai galvanizzato dalla scoperta del mondo delle società segrete, entrò nella Carboneria. Presto si compresero i limiti di questo mondo: piccoli gruppi di uomini sconnessi dalle masse, per quanto dotati di membri valenti e colti, non avevano serie prospettive rivoluzionarie. Fu per questo che nel ’31 fu tra i fondatori della Giovine Italia. Lo stesso anno salì al trono sardo Carlo Felice. Il nuovo Re portava, come sempre avviene ad ogni cambio di sovrano, grandi aspetative di riforma, le quali però sembravano più concrete e realizzabili: Carlo aveva un passato abbastanza ambiguo fatto di simpatie liberali e carbonare, Certo, non un democratico, ma abbastanza per essere sfruttato dai giovani sovversivi. Carlo era posto, retoricamente, davanti ad una scelta: essere colui che sarebbe passato alla storia come il più illuminato dei Savoia, il che avrebbe portato a piccoli ma importanti guadagni materiali, o essere l’ennesimo monarca-boia, il che avrebbe radicalizzato l’opposizione di sinistra. La strada che imboccò Carlo Felice fu la seconda. Mazzini dalla Francia intanto si interrogava su come scatenare la rivoluzione, valutava prospettive insurrezionali e omicidi. Arrivò a dare il beneplacito ad un tentativo d’assassinio ipotizzato da un giovanissimo torinese, il quale aveva proposto un piano poco più che suicida: accoltellare il Re durante una sfilata. In due occasioni diverse lui si trovò vicino al sovrano, ed in entrambi non riuscì a colpire. Reso folle dal rammarico e dalla paura, fece perdere le tracce di sé. Scartata questa ipotesi, restava quella della sollevazione popolare. Si reclutarono dunque uomini fra gli esuli, si comprarono armi, si cercarono collegamenti nelle forze armate, le quali vennero sfruttate per diffondere materiale propagandistico. La Giovine Italia crebbe esponenzialmente nei numeri, fino a contare decine di migliaia di aderenti. Ma qualità e quantità sono cose diverse. La stragrande maggioranza di questi non si poteva definire un’esercito rivoluzionario, ma al più simpatizzanti, spesso dalle idee confuse e poco salde. I numeri reali erano di molto inferiori. Adesioni superficiali e progetti cospirativi non sono un buon mix, e dove non arrivava la polizia arrivava l’inesperienza e la leggerezza dei vari affiliati. Fu una banale rissa a condannare a morte Ruffini: due ufficiali dell’esercito si confrontarono per una donna. Furono arrestati ed interrogati sull’accaduto. Entrambi, per sbarazzarsi del rivale, rivelarono del piano di sollevazione in città e della simultanea invasione della Savoia da parte di fuoriusciti, facendo nomi e indicando abitazioni e punti di ritrovo. Era il 28 aprile del 1833. Poche settimane dopo, il 13 giugno, Jacopo Ruffini fu riconosciuto dalle guardie sotto casa sua.- Ci fu un rapido inseguimento, ma alla fine il patriota fu bloccato ed arrestato. Condotto davanti alle autorità, si rifiutò di rivelare i segreti della Giovine Italia, permettendo così a moltissimi di salvarsi fuggendo in Francia. Torturato quotidianamente nelle segrete della Torre Grimaldina, riuscì una sera a recuperare una scheggia di metallo da un muro. Passò la notte ad affilarla e, memore delle sue conoscenze anatomiche, si recise gola e polsi. Prima di morire scrisse col suo sangue sulle pareti della cella “i miei fratelli mi vendicheranno”.

La sua scomparsa, di cui si seppero i dettagli solo alcuni anni dopo, scosse profondamente Mazzini. Fu la prima di una lunga serie di morti che pesarono sempre sulla sua coscienza. Nel 1834 si tentò l’insurrezzione in Piemonte. Mazzini tentò di vendicare il suo fratello caduto. Non ci riuscì, ma fu anche il sacrificio di Ruffini, fonte di tanti sentimenti contrastanti, a spronarlo alla lotta.

Come scoppiò la guerra di Corea,1950-53

di Luca Baldelli

  1. Dal dominio giapponese a quello statunitense: la continuità dell’imperialismo: “Ripeti una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità”
    Il vangelo goebbelsiano, passato di mano con la fine della Seconda Guerra Mondiale ai tetri sacerdoti dell’anticomunismo, ha continuato a far proseliti, fino addirittura a diventare scontato canone esegetico-interpretativo, anche a sinistra. A farne le spese, tra i tanti capitoli della storia moderna e contemporanea, è stata certamente la Guerra di Corea del 1950-53 voluta e scatenata dall’imperialismo statunitense, per interposti governanti fascisti usurpatori della Corea del Sud, ma quasi unanimemente ritenuta, grazie alla propaganda intossicante delle centrali anticomuniste, un sanguinoso conflitto provocato dai comunisti sovietici e nordcoreani. Sarà il caso, quindi, di ripercorrere le tappe di questo conflitto, togliendo la maschera a calunniatori e falsari, purtroppo trasversalmente annidati (anche nell’“estrema sinistra”, specie trotskista). La Penisola coreana, da sempre oggetto di mire espansionistiche, imperialiste e colonialiste, tanto dell’occidente quanto dei giapponesi, si ribellò ai fascisti nipponici ed uscì dal secondo conflitto mondiale duramente provata, dal punto di vista sociale ed economico. La dominazione di Tokyo, iniziata nel 1905 e proseguita dietro il velo della progettata “sfera di coprosperità della Grande Asia Orientale”, significò non solo oppressione, cancellazione dei più elementari diritti di parola, di associazione, di agibilità politica, ma anche intensificazione del secolare sfruttamento delle masse contadine e saccheggio delle risorse di cui la Corea era ed è ricca (specie al Nord!) da parte dei monopoli giapponesi, i famigerati zaibatsu: oro, argento, magnesite, zinco, piombo e altre tesori del sottosuolo, furono convogliati verso le grandi concentrazioni capitalistiche nipponiche, a tutto profitto dell’oligarchia fascista. Contro questo stato di cose, fin dagli anni ’30 si era sviluppata una forte lotta antifascista, che dal 1940 raggiunse progressivamente il culmine, sotto la guida del Partito Comunista e del suo grande leader Kim Il Sung (Kim Ir Sen), destinato a diventare la carismatica guida della Corea democratica per decenni. Le masse operaie e contadine supportarono attivamente il movimento partigiano, soprattutto perché le sue parole d’ordine e i suoi programmi univano l’istanza della liberazione nazionale dal giogo straniero a quella delle più ampie riforme in senso democratico e progressista. Naturalmente, questa piattaforma fu vista sin dall’inizio come il fumo negli occhi da parte degli anglostatunitensi, desiderosi non della liberazione della Penisola coreana, ma di sostituire il dominio imperialista giapponese con il loro, con quello delle loro multinazionali e banche. Quasi tutti i principali esponenti politici statunitensi, è bene ricordarlo, avevano cospicui interessi nei consigli d’amministrazione di società e grandi concentrazioni. Basti pensare ad Allen Dulles, fratello di John Foster Dulles (che come vedremo sarà il vero stratega della Guerra di Corea) e capo dei servizi segreti statunitensi (OSS, Office of Strategic Services), il quale nel 1934 era membro del consiglio di amministrazione della “Banca Schroeder”, uno dei polmoni finanziari del nazismo, e che nel 1945 sedeva in quello della “National City Bank”, controllata dai Rockefeller e principale azionista della “New Corea Company”, colosso yankee fondato per subentrare al dominio economico giapponese in Corea.
    I partigiani coreani ebbero l’aiuto generoso e disinteressato dell’Unione Sovietica e dell’Armata Rossa e, sulla base degli accordi di Mosca tra USA, URSS e Gran Bretagna, nel 1945 la Penisola coreana fu temporaneamente divisa in due parti: a Nord del 38° parallelo la zona di occupazione sovietica, a Sud del 38° parallelo quella statunitense. Tale divisione doveva essere del tutto provvisoria, contingente, visto che nel 1943 gli stessi Alleati, al Cairo, si erano accordati per una futura Corea libera, unita e neutrale. Mentre i propositi sovietici erano sinceri e limpidi, quelli statunitensi ed inglesi invece grondavano ipocrisia da tutti i pori. Nella Corea settentrionale, infatti, sotto l’egida del Comando militare sovietico, si procedette con lena alla democratizzazione del potere, alla liquidazione di tutte le strutture antipopolari e fasciste di dominio dei giapponesi, alla creazione delle più solide basi per un’economia libera, solida e indipendente. Tecnici sovietici affiancarono da subito operai, specialisti, dirigenti coreani nella ricostruzione delle fabbriche distrutte dai fascisti. Nel frattempo, i comitati popolari, organismi nei quali i comunisti erano non solo determinanti, ma maggioritari, iniziarono ad espropriare le terre di latifondisti, proprietari assenteisti, grandi capitalisti parassitari, distribuendole tra agricoltori piccoli e medi e braccianti. Per la prima volta, chi non aveva mai avuto nemmeno un fazzoletto di terra per piantare un po’ di insalata, ricevette quanto bastava per il decoroso mantenimento di se stesso e della propria famiglia. La disoccupazione e l’indigenza progressivamente scomparvero; si inaugurò una nuova era di pace, sviluppo e vera democrazia per tutti. Il Partito Comunista agì nel pieno rispetto del pluralismo e della libertà, rafforzando e riorganizzando la propria attività nell’autunno del ’45. Accanto al PC nacquero il Partito Democratico della Corea Settentrionale, araldo degli interessi della piccola borghesia progressista, il Partito dei Giovani Amici, assai originale e composito, ispirato alla setta religiosa progressista “Cihondoge” (“Dottrina della Via Celeste”), il Nuovo Partito Popolare della Corea del Nord. Altro che dittatura e monopartitismo! Ancora oggi, nella Corea del Nord esistono più Partiti, con grande scorno della propaganda imperialista e anticomunista: il Partito Socialdemocratico e il Partito Chondoista Chongu (ispirato alla religione ceondoista) sono rappresentati nell’Assemblea Suprema del Popolo (Parlamento), ma i loro nomi non li vedrete né li udirete pronunciare nei media asserviti alla borghesia reazionaria o comunque connotata. In armonia con tutti i Partiti democratici e progressisti, dunque, i comunisti, nel Nord della Corea, s’impegnarono a fondo per la ricostruzione di città, paesi e villaggi. Non altrettanto si può dire del Sud: qui, i giapponesi restarono in sella, a tutelare le loro posizioni apicali, abusive e illegittime, persino tre settimane dopo la firma dell’armistizio. I loro organi rimasero intatti per lungo tempo, in spregio a qualsiasi processo di democratizzazione e a qualsiasi reale cambiamento. Tuttavia, le masse lavoratrici non stettero a guardare e si organizzarono in comitati popolari forti e ramificati: nell’estate del ’45, ve ne erano già 150.
    Il 7 settembre 1945, il Generale Mc Arthur, Comandante delle forze armate statunitensi nell’Estremo Oriente, comunicò con un’ordinanza che al potere nipponico subentrava quello statunitense, con un’apposita amministrazione militare. Contrariamente agli intenti svanverati, molti funzionari giapponesi rimasero, puntellati dai fucili dei marines, ai loro posti, e il popolo dovette scendere in piazza e lottare per vederne rimossi solo alcuni, come l’odiato governatore generale Abe. Sotto le ali dell’aquila yankee nacquero tutta una serie di partiti e formazioni reazionarie, di destra, che compirono azioni squadristiche e intimidazioni a danno di operai, contadini e cittadini democratici. Tutte le imprese e le attività economiche impiantate dai giapponesi per rapinare la Corea ed il suo popolo furono trasferite nelle mani degli statunitensi, che le utilizzarono a loro profitto e per la causa di un nuovo asservimento economico, politico e sociale. Si scelse anche un fantoccio, un reazionario adatto a rappresentare i voleri degli USA nella Penisola: Syngman Ri, che diventerà nel 1948 Presidente della Repubblica di Corea (Corea del Sud) con violenze inenarrabili e brogli a catena. Mentre nel Sud le epurazioni di elementi fascisti dalla polizia e dalla pubblica amministrazione marciavano spedite, nel Sud, alla fine degli anni ’40, oltre il 53% degli ufficiali e il 25% dei componenti degli apparati repressivi, erano personaggi in servizio sotto il dominio giapponese, come c’informa Max Hastings nel suo pregevole lavoro “The Korean War”.
  2. Occupazione statunitense e regime fantoccio a Sud, fondazione della Repubblica Democratica a Nord
    Alla fine del 1946, il Partito Comunista, il Partito Popolare ed il Nuovo Partito Popolare si fondevano nel Partito del Lavoro della Corea Meridionale. I complotti reazionari e imperialisti per metterlo fuori legge iniziarono subito, ma la forza del popolo, mobilitato in maniera pressoché permanente, impedì questi colpi di mano. La corruzione, la compravendita di voti, i brogli e i maneggi divennero allora pane quotidiano. Naturalmente, ciò non significò il venir meno della repressione. Nel 1947, in coincidenza con la ripresa dei lavori della Commissione sovietico–statunitense sulla Corea, nel Sud della Penisola vennero arrestati ben 12000 esponenti democratici: fu il chiaro segnale del fatto che mai gli USA avrebbero accettato una Corea unita, sovrana e indipendente com’era negli auspici di tutto il popolo. Gli statunitensi posero un veto scandaloso alla costituzione di un governo democratico provvisorio, quale era stato delineato, concordemente, negli accordi di Mosca del dicembre 1945. Kim Gu, esponente nazionalista e progressista del Sud, vero vincitore delle elezioni del 1948 nella parte meridionale del Paese, venne trattato come un appestato dagli occupanti statunitensi, che rifiutarono persino una sua richiesta d’incontro (finirà ucciso dagli sgherri di Syngman Ri). Il 26 settembre del 1947, l’URSS propose il ritiro contemporaneo delle truppe sovietiche e statunitensi. Gli USA si opposero anche a questa richiesta e lavorarono per consolidare il loro abusivo proconsolato nella parte meridionale della Penisola coreana. L’ONU, controllata dagli imperialisti, spalleggiò gli USA e si arrivò ad elezioni separate nella Corea del Sud.
    Contro questa decisione si mobilitò l’intero popolo coreano: alla Conferenza di Pyongyang dell’aprile 1948, 56 rappresentanti di partiti e organizzazioni del Nord e del Sud decisero unanimemente il boicottaggio delle elezioni farsa e chiesero l’allontanamento della Commissione ONU che le appoggiava. Nell’isola di Jeju Do si sviluppò un ampio movimento popolare e partigiano, che dette del filo da torcere alle autorità e si estese ad altre regioni del Sud. I soldati inviati da Ri si ammutinarono e passarono in massa dalla parte dei rivoltosi. Il 10 maggio del 1948, si tennero le elezioni burla per l’“Assemblea Nazionale” della Corea meridionale: in un clima di corruzione endemica, terrore e brogli, sotto le baionette e i mitra yankee, prevalsero naturalmente i reazionari. Le navi da guerra statunitensi avevano fatto la loro comparsa nei porti, gli aeroplani avevano sorvolato notte e giorno le città e i villaggi, la polizia aveva pattugliato e controllato fino all’ultimo seggio presente. Su 8000000 di elettori, 800000 si trovavano in carcere, il Partito Comunista non aveva potuto presentare candidati perché messo fuorilegge, 20 candidati indipendenti erano stati gettati in prigione perché accusati artificiosamente di “comunismo”. Con tali premesse, come avrebbe potuto prevalere la vera volontà popolare? Nell’“Assemblea Nazionale” entrarono 84 agrari, 32 magnati industriali, 23 ex-funzionari filogiapponesi e 59 reazionari del mondo della cultura, del clero e di circoli affini. Una farsa grottesca! Syngman Ri, divenuto Presidente, scatenò il terrore contro democratici, progressisti e comunisti più di prima, con l’appoggio totale ed incondizionato dei marines.
    Il Partito del Lavoro della Corea settentrionale, nato nel ’46 dall’unione del Partito Comunista e del Nuovo Partito Nazionale, decise di tenere elezioni per la creazione di una vera Assemblea Nazionale Suprema della Corea, con la partecipazione dell’elettorato tanto del Nord quanto del Sud. Nel luglio del 1948, il responso delle urne fu inequivocabile: il 99% degli elettori si pronunciò, senza alcuna costrizione e violenza, per il Fronte Unico Nazionale Democratico. Al Sud, gli squadristi di Ri fecero di tutto per impedire le consultazioni, con atti di terrorismo e provocazioni continue. Tuttavia, i reazionari non poterono schiacciare la libera espressione della volontà popolare; i rappresentanti sudcoreani eletti nella prima tornata, a causa degli impedimenti frapposti dai fascisti seguaci di Ri, si riunirono nel Nord e qui parteciparono all’elezione dell’Assemblea Suprema, composta da 572 deputati, dei quali 360 provenienti dalla Corea meridionale e 212 da quella settentrionale. Chi poteva quindi, a buona ragione, parlare a nome della parte meridionale del Paese? 198 fantocci o uomini ricattati eletti sotto la minaccia dell’esercito statunitensi, oppure 360 liberi cittadini, di tutte le estrazioni, eletti in maniera democratica? Il 9 settembre 1948, visto che al Sud il potere era stato già usurpato, venne proclamata la Costituzione della Repubblica Democratica Popolare di Corea e si formò un governo guidato da Kim Il Sung. Questo governo chiese ad USA e URSS di ritirare le truppe presenti nel Paese; l’URSS, fedele agli impegni solennemente assunti, attuò quanto richiesto, mentre gli USA, appalesando in maniera evidente una volta di più la loro malafede, se ne guardarono bene dal farlo. Alla fine del 1948, mentre l’Armata Rossa era rientrata nei propri confini, l’esercito statunitense era presente in Corea a difendere l’usurpatore Syngman Ri, a puntellare il suo governo antipopolare e mafioso. Migliore raffigurazione del quadro internazionale, del modo diverso di concepire i rapporti con gli Stati sovrani da parte dei campi capitalista e socialista, non poteva essere offerta!
    Mentre il Nord progrediva e consolidava il suo benessere, la sua libertà e la democrazia popolare più piena e compiuta, il Sud viveva nella miseria e nella paura. Lotte contadine e operaie divampavano ovunque, soffocate nel sangue della repressione. Nel 1949, un grande sciopero si sviluppò al Sud e il Fronte Unico Patriottico Democratico lanciò un appello all’unificazione del Paese. Ri fu costretto a promettere una riforma agraria, ma intanto inserì provocatori ovunque nel movimento partigiano e antifascista, per compiere atti terroristici poi sistematicamente attribuiti ai comunisti e ai progressisti tutti. Con tali premesse, il confronto bellico non poteva che emergere come prospettiva tragicamente reale e così fu.
  3. Il copione USA: risolvere la crisi economica con la guerra. Il crescendo bellicista yankee e la follia militarista di Syngman Ri
    Nel 1949-50, le provocazioni raggiunsero il culmine, contemporaneamente (guarda caso) all’emergere di una forte crisi dell’economia statunitense, che è opportuno inquadrare in alcune significative cifre: fatto 100 il potere d’acquisto del dollaro nel 1939, esso era pari a 71,2 nel 1946, a 57 nel 1950. Un crollo impietoso, al quale faceva invece da contraltare il poderoso sviluppo dell’economia dell’URSS, unico Paese del mondo nel quale i prezzi diminuivano anno dopo anno. L’indice di produzione complessivo, fatto 100 il livello del 1937, raggiunse quota 212 nel 1943, in piena guerra (a riprova del fatto che le guerre servono sempre e solo al capitalismo). Nel 1948 l’indice cadde a 170, per precipitare a 156 nel 1949. Nel primo trimestre del 1950, gli investimenti regredirono del 14% rispetto al corrispondente periodo del 1949. La disoccupazione avanzò a livelli pericolosi: 6,5% al 1° gennaio 1950, rispetto al 3,40% della corrispondente data del 1948 e al 4,3% dello stesso giorno del 1949. Questo secondo i dati dell’US Bureau of Labor Statistics! In realtà, se si prende in considerazione l’arcipelago della sottoccupazione e del precariato, volutamente non censito, si può dire che in quel difficilissimo 1950 vi fossero ben 14000000 di uomini e donne senza occupazione per un lungo periodo di tempo o in permanenza, ovvero un buon 20% del totale della forza lavoro. Nel marzo 1950, poi, le esportazioni statunitensi ammontarono a 867000000 di dollari, contro 1177000000 dell’anno precedente. I profitti netti delle società per azioni, pari a 21000000000 di dollari nel 1948, nel 1949 erano scesi a 17000000000. In questo panorama, la guerra, nella logica imperialista, s’impose come unica via di uscita. Clare Boothe Luce, futura ambasciatrice USA in Italia, moglie di Henry Luce, giornalista anticomunista del “Time”, scrisse: “Il nostro popolo non vuole né la crisi né la guerra, ma se dovesse scegliere preferirebbe la guerra”. Dal canto suo, in un’intervista alla “United Press”, rilasciata il 7 ottobre 1949, Syngman Ri affermò di potersi impadronire di Pyongyang in tre giorni. Non era una novità: il 30 settembre, appena una settimana prima, lo stesso Ri aveva scritto al suo amico statunitense Dr. Robert Oliver (autore dell’interessante opera “Syngman Rhee: The Man Behind the Myth”) una missiva con una frase molto eloquente: “Sono convinto che sia venuto il momento di lanciare un’offensiva. Cacceremo la gente di Kim Il Sung verso le montagne, dove a poco a poco l’affameremo”. Alla faccia della “guerra difensiva” contro la Corea democratica! Lo stesso concetto fu ribadito più volte l’anno successivo dal tirannuccio di Seul, anche nel corso della visita di John Foster Dulles del giugno 1950. Nello stesso periodo, concertando evidentemente dichiarazioni e piani, il generale statunitense William L. Roberts impartì ordini per numerosi attacchi armati di provocazione e azioni d’infiltrazione contro la Corea democratica. Il governo di Pyongyang ne contò ben 2167 di questi attacchi ed incursioni dal Sud, nel solo 1949. Il 1° novembre di quello stesso anno, il “New York Herald Tribune” riportò una dichiarazione di Sin Sung Mo, ministro della Guerra sudcoreano: l’esercito di Seul “è pronto a penetrare in territorio comunista”.
    Come si può vedere, la Corea democratica, lungi dall’attaccare, fu costretta a difendersi da azioni ostili continue e da piani bellicisti ed imperialisti ogni volta corroborati da nuovi aggiustamenti tattico–strategici. A far gola agli imperialisti statunitensi erano, in maniera particolare, gli impianti industriali nordcoreani, nazionalizzati e rinati con la difficilissima ricostruzione postbellica, assieme ai giacimenti auriferi di Unsan, i più ricchi dell’Asia, situati anch’essi nel Nord. Da una parte i propagandisti yankee suonavano la grancassa del più truce anticomunismo, dipingendo i Paesi a democrazia popolare come attanagliati da fame, miseria e terrore, dall’altra, nello stesso tempo, e con evidente contraddizione, invidiavano le ricchezze di quel mondo e non potevano tollerare che fossero messe al servizio del progresso di tutto il popolo e non di un pugno di sanguisughe. Ad agognare l’esclusiva dello sfruttamento dei giacimenti di Unsan, in una nuova Corea sottomessa al padrone a stelle e strisce, era soprattutto la “Oriental Mining Co.”, il cui capo era Samuel Hodd Dolbear, consigliere (coincidenza!) di Syngman Ri per le questioni dell’industria mineraria. I pescecani si agitavano nelle acque più torbide possibili, ma il potere popolare della Corea democratica non solo non cedeva, ma era sempre più forte! Il 1950 si aprì all’insegna dell’escalation delle provocazioni. Il 28 aprile 1950, il “Melbourne Sun”, testata australiana, riportò un’intervista al giornalista statunitense Richard Johnson, ben introdotto negli ambienti militari, il quale confermò le intenzioni del governo di Seul di attaccare il Nord. Ri, a detta di Johnson, non si preoccupava nemmeno di una possibile guerra mondiale pur di realizzare il suo sogno di invadere e sottomettere il Nord. Il terreno era ormai pronto per le più devastanti avventure…
  4. La visita di John Foster Dulles e lo scoppio del conflitto
    I fratelli Dulles furono, negli USA, simboli della perfetta simbiosi fra poteri forti economico–finanziari, autentici governi ombra e potere ufficiale. Ottimamente introdotti negli ambienti bancari e delle multinazionali, appoggiavano il nazismo ed il fascismo nello stesso momento in cui, ad uso dell’opinione pubblica, sostenevano di combatterli. Si può dire, nel loro caso almeno, che buon sangue davvero non mente: il loro zio Robert Lansing, segretario di Stato degli USA dal 1915 al 1920, sotto la presidenza di Wilson, aveva affermato che il bolscevismo, qualora si fosse diffuso, avrebbe comportato il dominio della “massa ignorante e incapace” sulla Terra. I Dulles, in particolar modo Allen, furono i cervelli operativi del reclutamento dei nazisti per conto dei servizi statunitensi nel dopoguerra, a cominciare dall’“Operazione Sunrise”, coi suoi “protocolli” segreti comprendenti il salvacondotto per SS e militari, fino all’“Operazione Fort Hunt” che permise la ricostituzione della rete spionistica nazista di Gehlen sotto l’egida statunitense, passando per l’“Operazione Paperclip”, che consentì di porre al servizio dell’apparato militare industriale USA migliaia di scienziati nazisti, anch’essi sottratti alla giustizia. Come meravigliarsi del fatto che nel 1950 i fratelli, in particolar modo John questa volta, fossero i principali pianificatori della Guerra di Corea? Il 17 giugno 1950, John Foster Dulles, in qualità d’inviato straordinario del segretario di Stato USA Dean Acheson, principale collaboratore del Presidente Harry Truman, si recò in Corea del Sud e, davanti al Parlamento di Seul pronunciò una frase sibillina e assai rivelatrice al tempo stesso: “I comunisti non si manterranno eternamente nel Nord”. Chiaro! Se li si aggrediva e li si attaccava ogni giorno dalle postazioni del Sud, quale altro destino si poteva preconizzare? Il disegno statunitense apparve evidente, in tutto il suo cinismo. In quella stessa occasione, Syngman Ri, da pupazzo manovrato qual era, rincarò la dose: “Se non possiamo proteggere la democrazia con la guerra fredda, dovremo strappare la vittoria con quella calda”. Due dichiarazioni di guerra belle e buone che facevano pendant, del resto, con quanto affermato il 5 maggio 1950 da Thomas T. Connally, presidente della Commissione Esteri del Senato USA, all’assai influente organi di stampa “US News and World Report”: “Molti pensano che gli USA abbiano bisogno di una guerra. La cosa migliore è farla ora”.
    Washington puntava tutto sullo scontro bellico per ravvivare l’economia, mentre Ri, che il 30 maggio aveva perso le elezioni nonostante il terrore sparso a piene mani (il 10% circa della popolazione si trovava in carcere e chi veniva trovato in possesso di armi, anche solo da caccia, veniva fucilato sommariamente), desiderava la guerra per ricompattare il consenso perduto attorno alla sua figura e mettere a tacere ogni dissenso con un giro di vite ulteriore sulla società sudcoreana, ancora più forte della legge marziale imposta l’11 giugno, dopo che grandi manifestazioni di popolo avevano salutato con entusiasmo la proposta del Fronte Democratico Unito per elezioni generali libere in tutta la Corea. Il 25 giugno, giorno dell’inizio delle ostilità, tutti i giornali del mondo immortalavano John Foster Dulles in visita al 38° parallelo, circondato da generali statunitensi e sudcoreani, con lo sguardo teso verso il Nord mentre consultava le carte topografiche. Un messaggio trasparente, nella sua tragica evidenza! Gli USA avevano ordinato l’inizio di un’altra sanguinosissima guerra. A trarne profitto sarebbero stati, come sempre, il complesso militare–industriale e i potentati finanziari statunitensi, tra i quali quella “National City Bank” che, come abbiamo visto prima, aveva Allen Dulles nel Consiglio di Amministrazione e controllava quella “New Korea Company” padrona dell’economia di un pezzo significativo della Penisola coreana. Nelle stesse ore in cui Dulles impartiva gli ordini ai suoi fantocci di Seul, a Tokyo, come informava il “New York Times” del 20 giugno 1950, il segretario di Stato alla Difesa USA Louis Johnson e il Capo di Stato Maggiore generale Omar Bradley erano a Tokyo, impegnati in “riunioni ultrasegrete presso il comando del Generale McArthur, Comandante in capo delle truppe statunitensi nel Pacifico”. Il grilletto venne premuto dunque il 25 giugno, e non dai nordcoreani. La disinformazione martellante dei media asserviti all’imperialismo ha sempre, costantemente ripetuto, e ripete ancora, che l’esercito nordcoreano attaccò per primo. Oggi, tale menzogna è quasi dogma di fede. In realtà, come stiamo via via scoprendo, le cose andarono in maniera ben diversa. A parte le aggressioni ripetute contro il Nord tutti i giorni dal 1946 almeno al maggio del 1950, che da sole avrebbero potuto costituire un buon motivo per legittimare Pyongyang a dare una risposta militare decisa e definitiva, c’è da dire che nei giorni immediatamente a ridosso dell’inizio del conflitto, gli attacchi dell’esercito di Syngman Ri divennero ossessivi, sfibranti e intollerabili. Il 25 giugno, il giornalista John Gunther seppe in Giappone, da un alto funzionario statunitense, che i sudcoreani avevano attaccato il Nord. Gunther cercò di “diluire” questa vicenda tirando in ballo malintesi e messaggi della radio nordcoreana ritenuti disinformanti, come se dei membri del governo di occupazione statunitensi in Giappone potessero credere così, su due piedi, alla presunta propaganda di Pyongyang. Una tesi che non sta in piedi e che conferma un fatto: la Corea del Sud aveva colpito per prima e la notizia era nota ai livelli più elevati del potere statunitense. Il fatto stesso, però, andava coperto, per accreditare spudoratamente la tesi opposta: quella del first strike nordcoreano. Dal 23 giugno le artiglierie di Seul bombardavano il territorio nordcoreano e vi era stato, soprattutto, un attacco di sorpresa della fanteria sulla città nordcoreana di Haeju. Questi fatti avevano reso necessaria, spiegava Radio Pyongyang, un’offensiva che doveva condurre al respingimento di ogni incursione, ma anche alla bonifica, lungo il confine, di ogni base terroristica e di ogni punto d’appoggio militare rivolto contro la Corea democratica.
    “All’alba del 25 giugno, recitava letteralmente il comunicato del Ministero degli Interni della Repubblica Democratica Popolare di Corea letto a Radio Pyongyang, le cosiddette truppe di difesa nazionale del governo fantoccio della Corea meridionale hanno sferrato una improvvisa offensiva contro il territorio della Corea settentrionale lungo l’intera linea del 38° parallelo. Attaccando d’improvviso la Corea settentrionale, il nemico ne ha invaso il territorio per una profondità variante da uno a due chilometri a Nord del 38° parallelo (…) Il Ministero degli Interni della Repubblica coreana ha ordinato ai reparti di frontiera della Repubblica di respingere gli attacchi del nemico (…) Attualmente le truppe di frontiera della Repubblica stanno sostenendo aspri combattimenti difensivi opponendo al nemico accanita resistenza. Nel distretto di Yontan i distaccamenti di frontiera della Repubblica hanno respinto gli attacchi del nemico che aveva invaso il territorio della Corea settentrionale. Il governo della Repubblica democratica popolare coreana ha incaricato il Ministero degli Interni di notificare alle autorità del governo fantoccio della Corea meridionale che, se esse non cessano immediatamente i loro temerari attacchi nell’area del 38° parallelo, saranno prese risolute misure per annientare il nemico”. Su queste dichiarazioni, vere ed anzi incontrovertibili, si esercitò il dispositivo della calunnia, della montatura anticomunista, della falsificazione della storia e finanche della cronaca. Gli USA e i loro alleati, con alcune eccezioni, utilizzarono subito gli scranni dell’ONU per scatenare una gigantesca campagna anticomunista ed antisovietica, additando falsamente al mondo la Corea democratica come Paese aggressore. L’Ufficio per l’informazione sudcoreano annunciò, nelle prime ore del 26 giugno, che la città di Haeju era stata davvero occupata, ma nel quadro di un’azione difensiva rispetto agli attacchi del 25 sferrati dalla Corea democratica (alcuna parola sui bombardamenti provocatori del 23 e 24). Seul, insomma imbrogliò le carte per figurare come vittima, quando invece un rapporto militare statunitense, già dal 25, riportava che Haeju era in mano all’esercito sudcoreano. Senza sapere nulla del comunicato radiofonico sudcoreano, “Daily Herald”, “Guardian” e “New York Herald Tribune”, nei numeri usciti il 26, quindi riferiti al giorno del 25, confermarono la cattura di Haenju da parte delle truppe di Syngman Ri. Gli USA, pur conoscendo la verità, presentarono all’ONU, mentendo, un rapporto in cui i fatti erano completamente rovesciati, seguiti da tutta una serie di prese di posizione dei Paesi “satelliti” desiderosi di partecipare alla nuova avventura bellica per raccattare le briciole del dividendo imperialista. Diversamente da quanto si ritenne all’epoca, e si continua a credere oggi, nessun contingente delle Nazioni Unite (né gli osservatori militari presenti sul campo, né la Commissione delle Nazioni Unite per la Corea, di stanza a Seul) assistette al divampare delle prime ostilità. La propaganda regnava sovrana, uccidendo la verità, con le veline sudcoreane e dei marines a sostituire la cronaca oggettiva e ponderata dei fatti. Il delegato jugoslavo provò a ricondurre tutti alla ragionevolezza: nel rimarcare l’imprecisione e la fumosità delle notizie che stavano pervenendo, propose che la Corea democratica avesse la possibilità di venire a spiegare la propria posizione, davanti alla massima assise internazionale. Non ci fu nulla da fare, naturalmente! La macchina bellica era partita.
    La Corea democratica non aveva mai nutrito alcuna intenzione di occupare il Sud militarmente. La prova incontrovertibile di tale atteggiamento, riconosciuta inevitabilmente anche dagli statunitensi, stava nel fatto che Pyongyang non aveva ordinato la mobilitazione generale e non aveva schierato l’esercito in assetto offensivo; semmai, prevedendo il primo colpo della Corea del Sud, aveva schierato alcune truppe aggiuntive a ridosso del 38° parallelo, nei giorni precedenti il conflitto, per rafforzare le difese in caso di attacco. Il Nord poteva contare su 6 divisioni pronte e pienamente operanti, contro le 13-15 necessarie per un’operazione offensiva plausibile e sostenibile. In barba a questi elementi, che mettevano in crisi l’assurda tesi della Corea democratica potenza attaccante, il 26 giugno, al Consiglio di Sicurezza dell’ONU passò la proposta statunitense per sanzioni economiche contro la Corea democratica e, il giorno successivo, si raccomandò ai Paesi membri di “fornire immediata assistenza” alla Corea del Sud “nella misura necessaria a respingere l’attacco armato”. L’URSS non stava prendendo parte ai lavori dell’ONU per protesta contro la presenza, nel suo seno del delegato della Cina nazionalista, altro Stato fantoccio legato all’imperialismo statunitense, mentre alla Cina popolare alcun seggio veniva ancora riconosciuto, nonostante la sua sovranità su un territorio abitato da oltre 540 milioni di persone, contro gli 8 milioni scarsi della Cina nazionalista (meglio nota come Taiwan). Stalin, il VK(b)P e tutti gli organi del potere sovietico stavano comunque con gli occhi bene aperti, attenti a non dare la stura a provocazioni, ma anche pronti a difendere il campo socialista e i Paesi di democrazia popolare. A manovrare tutto erano Truman, Presidente succeduto a Roosevelt, vero ideatore della guerra fredda assieme a Churchill, e il più volte citato John Foster Dulles, destinato a diventare, dal 1953, Segretario di Stato, per i suoi meriti acquisiti nel costruire a tavolino la Guerra di Corea. Truman, già nell’aprile 1950, aveva fatto preparare dal National Security Council il documento ultrasegreto denominato “NSC–68”, imperniato sul più massiccio riarmo degli USA e sull’estensione della guerra fredda. L’ONU non fu affatto imparziale, nemmeno nella persona del suo Segretario generale, il norvegese Trygve Lie: nelle sue memorie, egli afferma apertamente di non esser stato un osservatore impassibile dei fatti e dà la stura ad ogni genere di strali contro il comunismo e l’URSS. Come si scoprirà in seguito, aveva stretto, alla faccia degli Statuti e dei Regolamenti, un patto di ferro con gli USA per licenziare tutti i funzionari sospetti di simpatie comuniste o progressiste.
    Tuttavia, nonostante questa mobilitazione, la ferrea determinazione del popolo della Corea democratica nel difendere il proprio territorio e le proprie conquiste sociali, unitamente al malcontento della stragrande maggioranza dei soldati sudcoreani, riottosi all’idea di dover servire un potere corrotto e guerrafondaio, fece sì che l’esercito della Repubblica Democratica Popolare si dimostrasse oltremodo efficiente, mietendo vittorie su vittorie e respingendo quasi ovunque il nemico. Qualche tempo dopo, in un anomalo afflato di sincerità, a suo modo, lo stesso delegato statunitense all’ONU Warren Austin raffigurerà la situazione con queste parole al “New York Times” il 1° ottobre 1950: “la barriera artificiale che ha diviso la Corea democratica da quella del Sud non trova alcun motivo di esistere né nel diritto né nella ragione. Le Nazioni Unite, la loro commissione inviata in Corea e la Repubblica di Corea (la Corea del Sud) non riconoscono in alcun modo tale linea. Ora i nordcoreani, con un attacco armato portato contro la Repubblica di Corea, hanno negato anch’essi l’esistenza di una tale linea di confine”. Tornando ai primi giorni del conflitto, dobbiamo sottolineare che per Syngman Ri e la sua banda stava profilandosi quasi da subito una vera e propria disfatta, quando ecco intervenire a supporto del dittatore e della sua schiera di corrotti e criminali l’esercito statunitense: il 27 giugno, l’aviazione yankee prese a bombardare città e villaggi del Nord, mentre le unità della 7.ma flotta attaccarono i porti nordcoreani e procedettero allo sbarco di truppe a Nord del 38° parallelo: per prima la 24.ma divisione di fanteria, a seguire 2.da, 25.ma, 1.ma divisione di cavalleria blindata e 1.ma divisione di fanteria di marina. La guerra si allargò a macchia d’olio e il 7 luglio fu designato, in qualità di Comandante delle truppe ONU, il generale statunitense Douglas McArthur, guerrafondaio inveterato, il quale attuerà un’escalation oltre il 38° parallelo, arrivando all’occupazione del territorio nordcoreano. Questo folle bellicista verrà fermato solo dalla incrollabile volontà di resistenza del popolo nordcoreano, dall’intervento cinese e dalla fermezza sovietica, e verrà infine deposto da Truman, non senza aver prima richiesto, con la bava alla bocca data dalla frustrazione e dallo scorno davanti agli insuccessi, l’utilizzo della bomba atomica contro la Cina popolare (e implicitamente, contro l’URSS). Grazie alla solidarietà internazionalista, al ruolo della Cina e dell’URSS, i militaristi statunitensi ricevettero un colpo durissimo e la Corea democratica poté veder ripristinata la piena sovranità e autorità, a prezzo di un numero enorme di vite umane, un olocausto yankee sottaciuto o volutamente ignorato dai sacri testi del mondo capitalistico–borghese, trasudanti apologia e mistificazione da ogni rigo. Questa, però, come si diceva un tempo, è un’altra storia… della quale ci occuperemo presto.
  5. Un monito che vale per l’oggi!
    In questa sede, ci premeva evidenziare le cause scatenanti di un conflitto attorno al quale, ancora oggi, buona parte di quello che si legge, anche a sinistra, è composto da menzogne, esagerazioni, distorsioni. Gli USA, baluardo mondiale dello sfruttamento, dell’impostura e del brigantaggio economico imperialista, videro la loro economia salvata dal tracollo e ravvivata proprio grazie al conflitto coreano. Il celebre economista Paul A. Samuelson, direttore del prestigioso “Massachusetts Institute of Technology”, scriverà: “La nostra prosperità fu dovuta alla guerra di Corea”. Il bilancio militare era stato portato da 19 miliardi di dollari nel 1949 a 54 miliardi nel 1953; gli acquisti di equipaggiamenti e armamenti erano volati a quota 1962 milioni di dollari, contro i 312 previsti. Quando si discetta di “ricchezza” e di “opulenza” degli USA, concetti oggi fortemente in declino data la situazione sempre più evidente a tutti, occorre sempre pensare a come quell’opulenza fu costruita: fu edificata sullo sfruttamento più bestiale, sulla distruzione di milioni di vite umane, sulle continue avventure belliche intraprese con provocazioni sistematiche, inganni e stratagemmi più vari. Una lezione, questa, da tener ben presente, specie oggi che le condizioni che portarono alla Guerra di Corea paiono ripetersi pericolosamente, con un mondo capitalista in piena recessione e una potenza, gli USA, in pieno declino, sommersa dai debiti e dalla miseria crescente di vaste fette della popolazione. “Il capitalismo porta la guerra come le nuvole portano la pioggia”, affermava nel secolo scorso il socialista e pacifista francese Jean Jaures. Se così è, e non vi sono dubbi, è bene che tutti i militanti comunisti riflettano e aprano l’ombrello della rivolta cosciente per un nuovo ordine economico, umano e sociale.

Referenze biografiche e sitografiche
Filippo Gaja: “Il secolo corto” (Maquis Editore, 1994, in particolare il capitolo “In guerra a tutti gli effetti”, pgg. 353–368) “Storia Universale dell’Accademia delle Scienze dell’URSS”, voll. 10, 11 e 12 (Teti editore, Milano, 1975)
“L’Unità” (numeri del 13/4/1950 per un’analisi dello stato dell’economia statunitense e del 27/6/1950 sulle dinamiche belliche nella Penisola coreana)
John Gunther: “L’enigma di Mc Arthur” (Milano, Garzanti, 1951)
J. F. Stone: “Storia segreta della guerra di Corea” (Roma, Edizioni di Cultura Sociale, 1954)
Karunakar Gupta: “How did the Korean War Begin?”, in “The China Quarterly”, Londra, Ottobre-Dicembre 1972; “Comment: The Korean War”, in “The China Quarterly”, Aprile-Giugno 1973.
Peter Lowe: “The Origins of the Korean War” (Routledge, London and New York, 2014)
J.C. Goulden: “The Untold Story of the War” (McGraw Hill, New York, 1983)
Albert Norden: “Le secret des guerres: genese et techniques de l’aggression” (Paris, Le Pavillon, 1972)
Trygve Lie: “In the Cause of Peace” (Macmillan, New York, 1954)
Robert T. Oliver: “Syngman Rhee: The Man Behind The Myth” (Dodd Mead, New York, 1954);
Dati sulla disoccupazione negli USA dell’US Bureau of Labor Statistics, con rimandi a rielaborazioni, serie storiche e aggiornamenti.
Juche Italia, (utile per inquadrare il ruolo di Syngman Ri nella dialettica tra Nord e Sud, con riferimento alla difesa delle tradizioni da parte dei comunisti)
Kim Il Sung: “Opere Scelte” (2 voll., Edizioni in Lingue Estere, Pyongyang, 1967);
“La costruzione della società socialista” (Jaca Book, Milano, 1971), utili per una panoramica generale sulla Corea democratica e le sue vicende fondamentali.

Fonte: www.auroraproletaria.org/dettagli.php?f=a&d=9

Avanti popolo: storia di un inno di lotta

Tutti la conoscono: “Bandiera Rossa”, celeberrimo canto d’area socialista, è da più di un secolo conosciuto sia in Italia che all’estero. Non serve essere politicamente attivi per averla sentita cantare e conoscerne, anche se forse non interamente, il testo. Tuttavia pochi ne conoscono l’origine. Il testo di “Bandiera Rossa” nasce come canto repubblicano intorno al 1848. Il drappo rosso era infatti già largamente utilizzato sin dal secolo scorso, e se ne testimonia il comparire sia nelle rivolte in Francia contro Napoleone III, sia a Milano sia durante la Repubblica Romana, dove addirittura una bandiera rossa venne posta sulla sommità di Castel Sant’Angelo assieme ad un tricolore. Il testo originale presenteva ovviamente delle variazioni, era composto da una sola strofa e seguiva una melodia differente. “Avanti o popolo/alla riscossa/bandiera rossa/bandiera rossa/avanti o popolo/alla riscossa/bandiera rossa/trionferà/ evviva la Repubblica e la libertà”. Ad inizio ‘900 venne rielaborato sulla base di un canto popolare lombardo “Ciapa on saa, pica la porta”, e la parola “Repubblica” fu sostituita da “socialismo”. Tale versione, scritta da Carlo Tuzzi, continuava con diverse strofe contenenti all’unità della classe operaia “dai campi al mare/alla miniera”. Con la Grande Guerra e la rivoluzione bolscevica iniziò a prendere piede una versione che sostituiva “socialismo” con “comunismo”, versione che sarà poi la più conosciuta nella seconda metà del ‘900 e che sarà per alcuni mesi l’inno ufficiale del Partito Comunista Italiano. “Bandiera Rossa” è un canto di lotta che, attraversando il Risorgimento, le lotte di inizio ‘900 e la Resistenza, giunge fino a noi come testimone della lunga battaglia affrontata dalle classi popolari per il loro riscatto e la loro libertà

Massoneria: fra verità, paranoie e menzogne

La massoneria è praticamente l’organizzazione segreta più conosciuta al mondo.

Conosciuta al punto da non esser più, appunto, segreta.

Probabilmente non è più considerabile come un gruppo segreto, ma il suo utilizzo e i suoi meccanismo rimangono tuttavia abbastanza sconosciuti ai molti.

Vengono in genere incolpati per la povertà presente nel mondo, per eventuali disastri, per le crisi e le guerre, per la presenza di certi Stati o Istituzioni, o persino macchiati del crimine di revisionismo. I più complottisti dicono che i massoni ci nascondano il fatto che non siamo discendenti delle Scimmie, che esistevano giganti, che gli Alieni abbiano costruito le piramidi o altro, o che addirittura la Terra sia piatta.

Non parleremo ovviamente di questi deliri provenienti in genere dal web o da schizofrenici scappati dal manicomio, ma delle voci più verosimili sparse appunto sui massoni.

Innanzitutto va detto che la massoneria non è strutturata con un organizzazione centralizzata, ciò significa che ogni loggia è piuttosto autonoma ed è al massimo collegata ad una loggia più importante presente nella propria Regione o Nazione.

Esistono certe logge, piccole e formatisi in piccoli contesti cittadini, composte perlopiù da Persone di età avanzata che dibattono o dialogano su argomenti filosofici.

Per far parte di una loggia occorre che si sia di sesso maschile, ma esistono anche diverse “massonerie” sparse per il mondo che accettano anche le donne.

È una regola universale invece quella che consiste nell’ammettere solo Persone che credono in (almeno) una Divinità; non sono infatti ammessi atei, questo almeno in teoria, visto che è praticamente impossibile provare che si creda in qualcosa di trascendente.

Lo stesso termine “massone” vuol dire muratore, in riferimento alla figura divina del Creatore, chiamato anche architetto (presente anche nel simbolismo: squadra e compasso sono classici strumenti di un architetto).

È tuttavia ovvio che certe logge siano più importanti ed estremamente influenti anche sul piano politico, questo naturalmente per cause storico-geografiche.

Mentre molti anni fa la loggia massonica veniva utilizzata per discutere, anche seriamente, di politica e filosofia, accrescendo la conoscenza collettiva dei membri, oggi viene utilizzata spesso per scopi più loschi.

È inutile paragonare i grandi Giuseppe Garibaldi o José Martì ai recenti Mario Monti o George Bush; i primi due tra l’altro con pensieri totalmente opposti ai secondi.

È innegabile infatti che nei giorni nostri la massoneria abbia il suo peso nella politica, si pensi alla P2 di Lucio Gelli, sviluppatasi a Roma (quindi una metropoli, una capitale) e con conseguenti membri di spicco, certamente più influenti di semplici “anziani” che discutono di politica in una loggia da paese.

La massoneria, a causa della sua natura “segreta”, è stata più che utile agli uomini di alto rango che volevano stringer accordi all’oscuro dello Stato vigente. È utile usare un organizzazione segreta per dialogare e cercar di dovvertire una monarchia o una dittatura, ma allo stesso tempo è altrettanto utile per sovvertire la democrazia, se la loggia è composta da persone sbagliate.

La P2, citata prima, è stata ai centri dei riflettori nel secolo scorso a causa del suo scandaloso piano di distruzione della democrazia della Repubblica Italiana.

Fa stupire anzi il fatto che la P2 sia caduta in questo scandalo, visto che una fetta del “settore giudiziario” era anch’essa parte della loggia. E i risultati infatti si vedono, nonostante il gran polverone dell”81 non se ne sente quasi più parlare. Riparlare della P2 (ovviamente non superficialmente ma approfondendo i punti del suo “piano di rinascita”) sarebbe alquanto scomodo sia per i politici che i media stessi in quanto anch’essi “fanno parte” del piano.

Per farvi capire bene di ciò che parliamo riportiamo qua i punti del “piano”; se l’avete già letto in precedenza vi consigliamo di rileggerlo comunque in quanto potrebbe farvi riflettere sulle prese di posizione di diversi partiti, anche quelli che vengono considerati “alternativi” ma che invece non fanno nient’altro che compiere punti diversi del piano anche per far in modo di realizzarli tutti, indifferentemente da chi sta al governo.

Sono riportati quindi qui di seguito i punti principali:

•La nascita di due partiti: “l’uno, sulla sinistra(a cavallo fra PSI-PSDI-PRI-Liberali di sinistra e DC di sinistra), e l’altra sulla destra (a cavallo fra DC conservatori, liberali e democratici della Destra Nazionale).”

Chiara ispirazione quindi al modello statunitense, in cui la “politica” consiste ornai in una lotta tra galline. Liberisti contro liberisti, i primi conservatori, i secondi progressisti. Possiamo notare già certe similiarità con la “politica” italiana (che è più uno show oramai), dove lega e pd seppur entrambi liberisti vengono visti come arcinemici. Nel nostro sistema già possiamo dire che sia tutto una finzione, dove tutti sono finanziati da privati e agiscono quindi da burattini, ma adottando il sistema USA finiremmo in un oblio ancora più distopico, dove la Popolazione crede veramente che stia votando e applicando la democrazia, ma che, inrealtà, ha solo il diritto di scegliere se sbandierare l’asino o l’elefante; ripudiando, come dei robot col cervello lavato, ogni sistema alternativo in quanto “totalitario” o “inefficiente” perché il governo stesso ha detto che questo è il miglior mondo possibile.

In questo modo si completa quindi il supremo progetto dell’oligarchia elitaria: far odiare la politica alla Popolazione, facendo pensare a questa che in fin dei conti è inutile votare perché nulla cambia, ed è meglio che decida “chi è competente” ripudiando così il concetto stesso di democrazia; riducendo allo stesso tempo, la parte della Popolazione che ha ancora “speranza” nella “politica”, a far dei semplici tifi da stadio e schierandosi da una parte o l’altra a seconda delle condizioni metereologiche.

Evitando di dilungarci solo sul primo punto, continuiamo col secondo:

•Un progetto di controllo o di lobbismo sui mass media. Il piano prevedeva il controllo – tramite acquisizione di quote e fondazione di nuove testate – di quotidiani e la liberalizzazione delle emittenti televisive (all’epoca permesse solo a livello regionale); nonché l’abolizione del monopolio della RAI e la sua privatizzazione. L’abolizione del monopolio RAI era avvenuto prima della scoperta della loggia, con la sentenza della Corte Costituzionale del luglio 1974 che liberalizzava le trasmissioni televisive via cavo. In questo modo la Fininvest, di Berlusconi e famiglia, sbaragliò il settore delle telecomunicazioni rendendo quest’ultimo un oligopolio.

La loggia del P2, così come la politica attuale, puntava molto sull’informazione. Privatizzando l’intero settore sarebbe stato inevitabile lo schieramento di tutti i media contro il socialismo: contro gli Stati socialisti nemici dell’occidente, distorcendo le guerre e i conflitti geopolitici con un ottica imperialista, riscrivendo la storia, demonizzando qualunque socialista o addirittura snaturando o censurando le eventuali proteste presenti nel mondo o nell’occidente stesso (se non avete idea di cosa parliamo basta leggere diversi nostri articoli presenti sul sito).

L’informazione è senza dubbio una delle armi più potenti del capitalismo. Questa distorce la mente delle masse, abbindolandole in un modo assurdo e quasi surreale. È comprensibile, visto che un uomo comune che torna a casa dopo un distruttivo e stressante lavoro preferisce accendere la tv (o oramai aprire facebook) piuttosto che comprarsi e leggersi un libro; e mentre prima dell’avvento della tv l’uomo era in generale più aperto mentalmente visto che o leggeva i giornali, o non leggeva affatto (e non aveva quindi pregiudizi e opinioni dogmatiche), ora è più difficile che sviluppi una coscienza di classe. L’informazione è ormai fondata su piccole “pillole”, video e immagini che creino o scalpore e sdegno o felicità e compassione, dialoghi e concetti brevi e semplici, e dibattiti da spettacolo. Ad esempio, un tg che mostra delle fosse comuni dicendo che siano state fatte da Gheddafi fa più sdegno e crea più consensi rispetto ad un giornale che lo afferma. E proprio per questo la prima crea intorno a sé un certo senso di autorevolezza, mettendo in secondo piano quindi il fatto che sia un privato e che lotti con tutte le forze contro qualunque minaccia da parte dell’insurrezione Popolare contro le “élite”. Il giornale, così come le voci, un tempo erano più semplici da controbattere; la Popolazione era disposta a sentire gente informata e capace di dialogare ed esporre opinioni, anche se questa andava contro ciò che dicono appunto questi autorevoli giornali. Ma ora non è più così, è ovvio infatti che ad esempio il nostro sito (naturalmente avendo pochi “volontari” ha relativamente pochi articoli) o anche l’antidiplomatico siano considerati meno autorevoli di un giornale come il sole 24 ore o Libero o il Tg5; è una questione di capitale più che contenuti.

•Superamento del bicameralismo perfetto attraverso una “ripartizione di fatto di competenze fra le due Camere (funzione politica alla Camera dei deputati e funzione economica al Senato della Repubblica)”.

Con questa “manovra” si renderebbero quindi uguali le due Camere, come già accaduto, purtroppo, in certi Paesi occidentali. In questo modo si manderebbe all’aria centinaia di anni di progressi in politica, analizzati da Montesquieu con la sua divisione dei poteri presenti in uno Stato: il potere legislativo (fare le leggi), il potere esecutivo (farle eseguire) e il potere giudiziario (giudicarne i trasgressori). Condizione oggettiva per l’esercizio della libertà del cittadino, è che questi tre poteri restino nettamente separati.

Oltre ad esser proposto da diversi partiti come lega o pd, è stato anche proposto nel referendum costituzionale del 2016 di Renzi insieme ad altri punti presenti anche nel piano della P2.

•Riforma della magistratura: separazione delle carriere di P.M. e magistratogiudicante, responsabilità del CSM nei confronti del parlamento, da operare mediante leggi costituzionali.

Viene anche messo nei piani una certa criminalizzazione della figura del magistrato.

E anche questo lo si può notare sempre di più nei giornali e telegiornali oltre che i salotti di “dibattito”.

Vengono sempre presi e messi sotto i riflettori solo i magistrati che concludono delle sentenze piuttosto controverse, screditando quindi l’ordine della magistratura di per sé.

Certo è folle pensare o addirittura proporre di tagliare o “cancellare” i magistrati perché qualcuno di loro è ingiusto e poco professionale, invece di sostituirli.

Potrebbe anche essere, e non c’è da stupirsi molto viste le messe in scene surreali da parte dei liberisti in genere, che certe sentenze siano volontariamente impopolari (quindi fatte da magistrati anch’essi membri della loggia o comunque corrotti) affinché il Popolo si rivolti contro tutto l’ordine della magistratura in quanto “inutile”.

La verità è che i magistrati sono scomodi a molti: sono gente scelta al di fuori del parlamento, e quindi fuori dalla cerchia corrotta, vuol dire più gente corretta e con senso di responsabilità e rispetto verso la Costituzione. Ergo giudici e ispettori scomodi per politici corrotti che non rispettano la Costituzione e che anzi vogliono modificare a proprio piacimento.

•Riduzione del numero dei parlamentari.

Questione molto in voga da qualche anno e proposto quindi da diversi partiti.

Mettiamo però in chiaro la questione.

La lega, così come il movimento 5 stelle prima di essa, propone il taglio dei parlamentari perché, a parole sue, questi sono un gran costo per le “tasche degli Italiani”. La verità è che dimezzando il numero dei parlamentari si risparmierebbero 1 euro all’anno per ogni cittadino; certo, risparmiare e tagliare su ciò che non è necessario è anche giusto, ma tagliare il numero dei parlamentari non risolverebbe praticamente niente.

Il problema è il costo, si dice, ed è anche vero: ogni parlamentare riceve una quantità assurda di denaro, dai 5 ai 20mila euro al mese; ma non si farebbe prima a tagliare appunto lo stipendio di questi? La verità è che tagliare il numero dei rappresentanti del Popolo (o almeno, quelli che lo dovrebbero essere nella teoria) vuol dire concentrare il potere in un numero minore di “mani”. Altro che democrazia.

Come detto anche prima, si vuole far credere che la politica la debba “fare” il politico, mettendo il Popolo in secondo piano. Si vuole far credere, sin dall’infanzia, dalle scuole, che il Popolo non deve approfondire più di tanto nella politica perché questa è complicata ed interessa solo “ai grandi”. La Politica è vita, è vita da cittadini e va quindi fatta dal Popolo. Il nostro sistema è rappresentativo, certo, ma il Popolo è comunque il diretto interessato e deve quindi avere una coscienza necessaria affinché possa esprimere un giudizio e un opinione che abbia anche un valore politico affinché lui, o un suo rappresentante, possano portare queste idee al parlamento.

Viene spesso detto, inoltre, che il numero dei parlamentari Italiani sia sproporzionato rispetto al numero dei Cittadini; innanzitutto viene sempre preso come campione il Texas o comunque gli Stati Uniti, spacciato ovviamente per esempio e baluardo di democrazia. A volte viene addirittura presa in considerazione l’estensione dello Stato e non il numero della Popolazione. Si dice che l’Italia abbia troppi politici, troppi parlamentari, e quindi troppi costi per il Popolo; e invece di render la politica un qualcosa di attivo per i cittadini e smetterla di trattarlo come un lavoro (con tanto di reddito e pensione oltre che vitalizi e compagnia bella), lo si rende ancor più impopolare rendendolo ancor più elitario e oligarchico. La verità è che è vero che in Italia, in rapporto alla quantità della Popolazione, abbia più parlamentari rispetto agli USA (che hanno 500 parlamentari con 300 milioni di abitanti, vuol dire 1 ogni circa 600.000 abitanti, sicuramente poco democratico), ma abbiamo una quantità di politici in rapporto agli abitanti piuttosto simile a gli altri Paesi Europei. Mentre, tagliando i nostri parlamentati addirittura del 50% (come proposto dai nostri tanto amati partiti), arriveremmo addirittuta ad avere meno parlamentari di tutto il continente Europeo. Basti vedere i due grafici qui sotto, presi per campione i Paesi Europei.

Il primo riguardante il numero totale dei parlamentari (prima e dopo il voluto “taglio”):

il secondo, da prendere più in considerazione, raffigura il rapporto tra il numero dei cittadini e il numero dei parlamentari (anche questo prima e dopo il “taglio”); il numero sta a raffigurare ogni quanti cittadini esiste un parlamentare (quelli a destra quindi hanno più politici, quelli a sinistra ne hanno di meno):

•Abolizione delle province.

Anche questo, come diversi altri punti, è stato proposto anche nel referendum costituzionale del 2016 di Matteo Renzi.

•Abolizione della validità legale dei titoli di studio.

Possiamo già notare da diversi anni la preoccupante propaganda che promuove la flessibilità alla domanda nel “mondo del lavoro”. Dove se sei laureato in folosofia o in fisica potresti facilmente finire a lavorare in una catena di fast-food americana, o a lavare i piatti a Londra (o Berlino, visto la brexit), festeggiando al contempo le proprie rosee catene inneggiando all’erasmus.

•Presidente della Repubblica: ridurre a 5 anni il mandato, sancire l’ineleggibilita’ ed

eliminare il semestre bianco (attraverso la modifica costituzionale).

Qua bisogna specificare il perché la costituzione Italiana affermi che il mandato del presidente della repubblica duri 7 anni e che cosa sia il “semestre bianco”.

Il presidente della repubblica, a differenza delle camere (che vengono rinnovate ogni 5 anni), ha una durata più lunga e a cavallo delle diverse legislature affinché egli possa agire da “congiunzione” tra il governo precedente e quello attuale. In questo modo c’è una sorta di continuità, con un membro che abbia appunto più esperienza rispetto ad un presidente che venga eletto in concomitanza con le camere.

Il semestre bianco invece consiste nell’illegittimare lo scioglimento delle camere da parte del presidente della repubblica negli ultimi 6 mesi del suo mandato: tale limitazione intende evitare colpi di mano da parte del presidente, che sciogliendo le camere potrebbe dilazionare l’elezione del proprio successore o addirittura sbarazzarsi di un parlamento sfavorevole alla sua rielezione.

•Escludere i servizi pubblici essenziali (trasporti; dogane; ospedali e cliniche; imposte;

pubbliche amministrazioni in genere).

Privatizzando quindi tutto. Nessun “gran” partito attualmente è per la nazionalizzazione di autostrade (anche a seguito dei ripetuti tragici crolli di ponti o gallerie), alitalia (anche a seguito dei continui scioperi per i tagli del personale e dei redditi, a causa dei privati di atalantia), e l’ilva (anche a seguito dello scandalo di arcelor-mittal).

•Limitare il diritto di sciopero alle causali economiche ed assicurare comunque la libertà di lavoro.

In questo modo sarebbe legale qualunque misura contro gli scioperi e quindi i Lavoratori. Per “libertà” di lavoro ovviamente si intende la libertà, de iure, del Lavoratore nell’accettare o meno una occupazione; non prendendo in considerazione il fatto che molti, moltissimi sono indirettamente costretti ad accettare miseri stipendi pur di non morire o lasciar morire di fame la propria Famiglia.

•Disciplinare e moralizzare il settore pensionistico stabilendo: il divieto del pagamento di

pensioni prima dei 60 anni salvo casi di riconosciuta inabilità, il controllo rigido sulle pensioni di invalidita’.

Ormai siamo arrivati a pensioni a 68 anni, è surreale ormai pensare che negli anni ’80 stavano progettando l’innalzamento dell’età pensionabile, non si sarebbero mai immaginati che il Popolo Italiano non protesti neanche con pensioni a 80 anni, a differenza dei fratelli Francesi che manifestano già ad un innalzamento della pensione a 62 anni.

Questi sono i punti principali del piano, e sono consultabili liberalmente online seppur nessuno ne parli nei media. Perché l’arma del liberismo, come detto prima, è l’informazione; e facendoti credere che hai a disposizione tutto ciò che vuoi e che sei libero di informarti dove vuoi, mettono in primo piano ciò che voglion far vedere loro; e solo se si è già informati si verrebbe a cercare certe cose su internet, è improbabile infatti che qualcuno si metti a cercare su un motore di ricerca “piano di rinascita p2” o “p2 licio gelli piano” senza che ne abbia mai sentito parlare nei telegiornali o nei media in generale: la P2 non è mai morta, anzi è viva più che mai.

Riassumendo, quindi, concludiamo dicendo che la massoneria non è di per sé IL problema, ma è utilizzata come arma DAL problema, così come è stata utilizzata come arma, in rari casi e moltissimi anni fa, da Persone giuste. La massoneria, e le organizzazioni segrete in generale, sono sempre state un rischio con forte potenziale sovversivo verso i diversi Stati vigenti.

Non a caso sono stati banditi in Unione Sovietica a seguito del 1917, e molti massoni ritenuti pericolosi vennero perseguitati (a differenza delle dicerie da parte dei complottari che accusano il Comunismo di esser parte di un piano della massoneria), allo stesso modo furono banditi anche nell’Italia fascista seppur con diverse logge clandestine presenti sul territorio.

In quanto arma può esser utilizzata anche per giusti fini, ma è necessario tener “in vita” queste logge per puro spirito democratico? Dov’è che iniziano a porsi dei “paletti”, affinché non si metta in pericolo la democrazia stessa?

Le organizzazioni segrete non sono una semplice arma, le organizzazioni, appunto, sono organizzate e sono difficili da estirpare. Sicuramente, però, sarà più facile estirpare chi le utilizza in malafede. Il nemico è sempre stato e sempre sarà il padrone.

Con l’Europa contro l’Unione

Abbiamo salutato il risultato delle ultime elezioni britanniche con gioia. L’abbiamo fatto non tanto per la vittoria di Boris Johnson, del quale non siamo assolutamente dei fan, o per la scofitta di Corbyn, che per quanto portatore di un programma assolutamente condivisibile fece il fatale errore di fingere di non vedere le elezioni per quello che erano: un seconddo referendum sulla Brexit. L’abbiamo fatto perché il risultato di quelle elezioni è stato un durissimo colpo all’Unione Europea. Ma qual’è la differenza fra noi e Boris Johnson?

Noi nell’Europa ci crediamo. E qua molti si scandalizzeranno: da anni tutte le parti in campo hanno giovato dal propagandare una lotta basata sulla dicotomia fra isolazionisti ed europeisti, fomentatori dell’immigrazione contro apologeti dei confini chiusi. Non è così. La loro lotta, interna al sistema, è finalizzata alla riconfigurazione degli equilibri di potere in seno al capitalismo. La nostra lotta, portata avanti contro quel sistema, è volta alla restituzione della libertà e dell’indipendenza ai popoli e alle singole persone. Proprio perché crediamo che possa esistere amicizia e collaborazione fra i popoli, proprio perché pensiamo che la nazione sia un mezzo per arrivare ad uno scopo, che è l’Umanità, proprio perché lottiamo per la giuatizia sociale e l’uguaglianza che siamo opposti, che siamo in guerra a quella malsana struttura padronale nota come Unione Europea.

L’Europa di cui ci sentiamo parte non è un aggregato etnico, o l’estensione di un potere finanziario, ma è la comunità dei popoli, dei lavoratori, che ogni giorno vivono e lottano sul Continente, lottano per essere liberi e per sottrarsi dal giogo del mercato e della competizione. La nostra Europa è opposta alla loro, nello stesso modo nel cui erano opposte la Giovine Europa di Mazzini alla Santa Alleanza. La nostra Europa è l’Europa socialista, che è la negazione dell’Europa neo-liberista dell’Unione Europea.

Contro l’Unione quindi, contro lo sciovinismo isolazionista e contro la sua imitazione continentale, per un internazionalismo che significhi collaborazione e associazione progressiva, contro le derive autoritarie e dispotiche dei Mercati, per un’Italia libera in un mondo egualmente libero, indirizzato alla pace e al progresso, per la democrazia, il potere popolare, contro il capitalismo, arbitrio dei ricchi.

“Sardine, l’arroganza di una minoranza” di P101

Riportiamo qui la lucida e completa analisi di Leonardo Mazzei, membro di P101, nostri cari amici e compagni. (Articolo originale https://sollevazione.blogspot.com/2019/12/sardine-pesci-in-faccia-di-leonardo.html)

SARDINE: L’ARROGANZA DI UNA MINORANZA di Leonardo Mazzei

[ giovedì 26 dicembre 2019 ]

Né ridere né piangere. Né sopravvalutare né sottovalutare. Torniamo a fare analisi del “movimento delle sardine”. Che sia “spontaneo” oppure un prodotto di laboratorio non cambia la sostanza: Salvini è il bersaglio, il fine è debellare “populismo” e “sovranismo”. Per questo esso è funzionale al regime dell’élite euro-liberista.

SARDINE A NATALE

Le sardine manifesteranno a Bologna il prossimo 19 gennaio, cioè esattamente una settimana prima del voto regionale in Emilia Romagna. Forse basterebbe questo a chiudere il discorso su quale sia la loro funzione. Ma di questi tempi ci si emoziona per poco, specie quando entra in campo la piazza.

Secondo il modo di ragionare di certuni, il fatto che la gente manifesti sarebbe di per sé positivo. E questo indipendentemente dalle motivazioni, dai contenuti, dagli obiettivi, dai settori sociali realmente coinvolti nella mobilitazione. Il buffo è che queste argomentazioni vengono spesso da quella “sinistra” che considera i cortei della destra salviniana come redivive adunate fasciste dell’Italia che fu. Eppure anche quella è gente che scende in piazza…

Ma lasciamo perdere queste corbellerie. Il fatto è che la grande stampa continua ad enfatizzare il fenomeno in tutti i modi, segno inequivocabile di come ci si trovi di fronte ad un movimento sistemico, gradito come nessun altro alle neoliberali oligarchie dominanti. Tutto ciò è chiaro come il sole, ma siccome la confusione sotto il cielo è grande, non sarà male provare a fissare in alcuni punti un giudizio più netto su queste piazze benpensanti. Ecco perché ci occuperemo delle sardine a Natale. 

LE SARDINE: UN MOVIMENTO NEO-CONSERVATORE

Come tutte le cose del mondo, anche le sardine hanno le loro contraddizioni. Ma questo non significa che non abbiamo un’anima. O, come dice qualcuno (magari per criticarle), che non abbiano contenuti. L’anima c’è, ed è quella della conservazione. I contenuti ci sono, e sono quelli della delega alle istituzioni e ancor più ai “competenti”, cioè di fatto ai funzionari del capitale, ai tecnici delle oligarchie finanziarie che dominano il nostro tempo.

Esageriamo? A leggere i sei punti delle sardine sembrerebbe proprio di no:

«1. “Pretendiamo che chi è stato eletto vada nelle sedi istituzionali a fare politica invece che fare campagna elettorale permanente”. 2. “Pretendiamo che chiunque ricopra la carica di ministro comunichi solamente su canali istituzionali”. 3. “Pretendiamo trasparenza nell’uso che la politica fa dei social network”. 4. “Pretendiamo che il mondo dell’informazione protegga, difenda e si avvicini il più possibile alla verità”. 5. “Pretendiamo che la violenza, in ogni sua forma, venga esclusa dai toni e dai contenuti della politica”. 6. “Chiediamo alla politica di rivedere il concetto di sicurezza e, per questo, di abrogare i decreti sicurezza attualmente vigenti”».

Comincio ad avere una certa età, ma non ricordo una piattaforma più conservatrice di

questa. Forse un precedente si può trovare nella cosiddetta “maggioranza silenziosa” degli anni settanta del secolo scorso, ma quel movimento aveva almeno la dignità di presentarsi per quel che era: un raggruppamento conservatore, e financo reazionario, animato da una borghesia lombarda spaventata dalle lotte sociali di quegli anni. Ma adesso?

Adesso è il momento del politicamente corretto all’ennesima potenza. Un trucco per far passare contenuti ultra-conservatori senza neppure doverli dichiarare. O meglio, dichiarandoli in forma obliqua e grillesca come oggi si conviene.

Passiamo allora brevemente in rassegna questi sei punti. Il primo — chi è stato eletto se ne stia chiuso nelle istituzioni — è certo pensato contro Salvini, ma esprime un concetto gravissimo, quello di una politica che deve stare nel Palazzo, sorda e distante dal popolo e dai suoi problemi. Il secondo — chi è al governo comunichi solo attraverso i canali istituzionali — è un rafforzativo del primo, che fa però da battistrada al terzo sull’uso del social network e, soprattutto, ad un quarto punto che mira chiaramente all’istituzione di un controllo dall’alto sull’informazione. Queste pretese, viste nel loro insieme, configurano di fatto la richiesta di un orwelliano Ministero della Verità, rafforzato peraltro da quella di equiparare la violenza verbale a quella fisica.
Su tutto ciò ha scritto assai acutamente una persona solitamente ben distante dal mio modo di pensare, Barbara Spinelli. La quale, oltre a picchiar duro sui cinque punti di cui sopra, ha così liquidato pure il sesto sull’abrogazione dei “decreti sicurezza”:

«È l’unico punto veramente sensato, ma se la pretesa sulla violenza contenuta nel numero 5 (applicata in vari ambiti: media online e offline, manifestazioni pubbliche etc.) viene inserita nei decreti riscritti, è meglio forse tenersi quelli di Salvini».

Qui, al di là dell’analisi di dettaglio, quel che conta è il messaggio che le sardine vogliono trasmettere. Un messaggio che narra un Paese immaginario, un’Italia senza problemi (nessuna questione sociale viene mai citata, nemmeno di striscio) se non fosse per la comunicazione politica troppo urlata dai “populisti” e dai “sovranisti”. Roba da non credere, ma è così. 

Leggiamo, ad esempio, quel che ha detto Mattia Santori nel comizietto del 14 dicembre a Roma:

«Da sempre abbiamo chiesto un linguaggio politico più rispettoso delle vite degli italiani e che rispecchi la complessità della politica. Vogliamo che la politica torni ad essere qualcosa di complesso e andiamo a parlare dove e prima che il sovranismo arrivi. Noi cerchiamo di arrivare ai cervelli prima che si arrivi alle pance».

Ora, un movimento si giudica da tante cose, ma i primi elementi di giudizio non possono che essere il programma e l’ideologia del suo gruppo dirigente. E questi elementi ci dicono solo una cosa, che siamo di fronte ad un movimento neo-conservatore, con aspetti chiaramente reazionari. Ovviamente — ça va sans dire — stiamo qui parlando di un conservatorismo di tipo nuovo, del tutto opposto non a caso a quello salviniano, fatto invece di croci e madonne.

E’ il conservatorismo di chi non vuol neppure immaginare una crisi della globalizzazione capitalista, figuriamoci la sua messa in discussione. E’ il conservatorismo di chi non vede altra strada al di fuori del dogma europeista. Ma è anche, e bisogna dirlo con la durezza necessaria, il conservatorismo di chi sta meglio, di chi ha pagato meno la crisi, di chi sente meno l’austerità, di chi certo non ha il problema del lavoro e della precarietà. Detto in sintesi, quello delle sardine è un “popolo” largamente sovrapposto a quello delle Ztl che ancora vota Pd.

LE SARDINE: L’ARROGANZA DI UNA MINORANZA

Non sempre va in piazza chi sta peggio, chi è più oppresso, più sfruttato. Oggi, siccome certe piazze son chiamate dai media di lorsignori, talvolta ci va proprio chi vuol difendere i propri privilegi, piccoli o grandi che siano, reali o percepiti che siano, attuali o solo potenziali e di prospettiva. Privilegi non solo economici e di classe, ma legati anche all’appartenenza al club degli abilitati all’esercizio del potere – piccolo o grande, anche qui poco importa – per una sorta di grazia divina che da un quarto di secolo accompagna l’area larga del super-partito piddino.

Su cosa sia questo super-partito abbiamo già scritto due settimane fa:

«Il problema è che il Pd non è banalmente un partito. E’ qualcosa di meno — si pensi alla patetica figura del suo segretario politico —, ma è soprattutto qualcosa di più: il vero perno di un sistema che fa della sua sudditanza all’oligarchia eurista l’alfa e l’omega della propria ragion d’essere. Prodi, uno dei padri dell’euro, non è iscritto al Pd ma è Pd. Monti non è del Pd, ma è Pd. Mattarella non è iscritto al Pd, ma è Pd. E si potrebbe a lungo continuare con una lunga sfilza di nomi, oggi tutti — guarda caso — spinti sostenitori delle sardine. E questo per il semplice motivo che le sardine non sono semplicemente ascrivibili al Pd come partito, ma sono senza dubbio Pd nel senso del super-partito sistemico della conservazione eurista».

A questo c’è da aggiungere che l’attuale partito di Zingaretti è solo l’ultima mutazione di quello che il grande Costanzo Preve definiva come “serpentone metamorfico Pci-Pds-Ds-Pd”. Una mutazione, quella che ha portato da Gramsci e Togliatti a Renzi e Veltroni, che non ha bisogno di particolari commenti. Idem per quella che ha visto il passaggio dalla difesa degli interessi dei lavoratori alla diretta promozione del loro schiavismo tramite il jobs act.

Se tiriamo in ballo l’azzeccata metafora del serpentone previano è perché questa incessante trasformazione non è ancora finita. E non è finita perché non può finire. Non solo perché, notoriamente, al peggio non c’è limite, ma soprattutto perché nuovi travestimenti sono necessari affinché l’inganno possa continuare. Che le sardine abbiano qualcosa a che fare con questa esigenza lo dirà solo il tempo, ma sospettarlo è più che lecito.
Quel che è certo è che il movimento delle sardine rappresenta in tutto e per tutto gli interessi del blocco dominante. Ma così come quel blocco non è più da tempo maggioritario nel Paese, neppure le sardine che stanno lì solo per rivitalizzarlo, lo sono. E’ questo un altro punto su cui bisogna essere chiari.

Le sardine non sono pura invenzione. La società non è spaccata, come narrano alcuni confusionari, tra un 99% che sta sotto ed un modesto 1% che sta sopra. Questa semplificazione è ridicola. E, se presa davvero sul serio, foriera di drammatici errori. In realtà la punta della piramide è ben più ristretta dell’1%. Ma tra quel vertice ed il grosso del popolo lavoratore c’è un consistente strato — anch’esso assai variegato al suo interno — che identifica ancora i propri interessi (ed avrà qualche buon motivo per farlo) con quelli della ristrettissima cupola che comanda. E’ questo il blocco sociale da cui sono spuntate le sardine. Un blocco che ha ancora una forza consistente, ma che — repetita iuvant — non è più maggioritario. Che se invece lo fosse, le sardine sarebbero rimaste tranquille nelle loro Ztl.
Quando, come nei sei punti citati, le sardine pretendono di dettare il bon ton della comunicazione politica, esse mostrano non la gioiosa speranza trasformatrice dei movimenti popolari, bensì l’arroganza tipica di chi è avvezzo se non a comandare, quantomeno a stare sempre dalla parte di chi il potere lo ha. Un’arroganza sempre da respingere, tanto più oggi che è oltretutto minoritaria nella società.

LE SARDINE: IL FALSO BUONISMO DI CHI ODIA IL POPOLO

Tante sarebbero ancora le cose da dire. Ma ci soffermiamo su una, particolarmente diffusa. Per alcuni il momentaneo successo di questo pittoresco movimento ittico starebbe nel suo buonismo, nel suo essere “per” anziché “contro” qualcosa. Questo modo di vedere le cose mi pare un abbaglio assai clamoroso.

Le sardine dicono di essere in piazza contro l’odio, ma in realtà sono lì per esprimere il loro odio verso Salvini. Il quale – sia detto con la massima chiarezza – è assai spesso veramente odioso, ma è una strana lotta contro l’odio quella che muove proprio dal disprezzo per una forza politica (che in Salvini si riconosce) che ha il consenso del 30% degli italiani.

Senza scomodare l’odio, si può tranquillamente lottare contro Salvini contestandone l’impostazione culturale, le posizioni politiche, le singole proposte. Si può farlo anche (ed a ragione) criticandone il linguaggio becero e tracotante, ma perché farne il tema esclusivo di una mobilitazione come quella attuale? L’unica spiegazione di questa monotematicità sta nel fatto che i signorini che han dato vita alle sardine con Salvini hanno in comune assai più cose di quel che sembra. Di certo ne condividono la visione neoliberista, mercatista e privatizzatrice. Quel che non gli piace, invece, è la sua torsione nazionalista, sia pure di un nazionalismo ancora bizzarramente confuso con le origine padane della Lega.

 Ma c’è di più. Questa ossessione per Salvini è un comodo alibi per non parlare d’altro. Ad esempio delle malefatte di chi è attualmente al governo. Meglio ancora delle cause più profonde — dall’appartenenza all’Unione europea, al cappio rappresentato dall’euro — del degrado del Paese. Di tutto ciò non si parla perché proprio non se ne vuol parlare, ma la collocazione nel campo dell’euro-dittatura è ben rappresentata dal fatto che (a differenza delle altre) le bandiere dell’Ue sono sempre ben accette nelle piazze sardinate. Per giunta proprio nelle settimane in cui si è finalmente aperta la discussione sulla trappola del Mes, altro tema che per le sardine non esiste.

La lotta all’odio è dunque solo un’odiosa messinscena, e l’odio per Salvini nasconde invece l’odio per un popolo che non ne può più di un politicamente corretto che è servito solo a coprire il massacro sociale degli ultimi dieci anni, a rendere indiscutibili le verità dei dominanti.

Quel che è certo è che il successo delle sardine si spiega proprio con la chiara identificazione del nemico, altro che buonismo! In quanto poi all’essere “per” anziché “contro”, proprio non si capisce di cosa si stia parlando. Se i “per” sono i sei punti di cui ci siamo occupati (ed altro al momento non ci è noto) c’è solo da rabbrividire, dato che si tratta del più osceno sostegno alle oligarchie dominanti che si abbia avuto il coraggio di pubblicare negli ultimi decenni.

Chiudiamo sul punto con una semplice osservazione di buon senso. Come non vedere come tanto antisalvinismo sia in realtà la miglior benzina per la propaganda salviniana? Alle sardine il Salvini truce ed offensivo fa comodo – una conferma perfetta di quanto pericoloso sia il nemico contro il quale si manifesta. Al tempo stesso è del tutto evidente come queste manifestazioni a senso unico, tanto più in quanto mute sulle vere questioni che assillano la maggioranza delle persone, facciano la fortuna di Salvini, facendolo così apparire come il vero nemico delle èlite anche quando – come in queste settimane – elemosina un posto nel PPE e si pronuncia per Draghi al Quirinale o (via Giorgetti) a Palazzo Chigi. 

LE SARDINE: PERCHE’ NON PRENDERLE A PESCI IN FACCIA?

Veniamo adesso alla questione di quale sia il modo migliore di rapportarsi alle sardine, un tema che sta animando una certa discussione. Prima di farlo, però, due parole vanno spese sulla lettera scritta dai quattro promotori bolognesi e pubblicata da la Repubblica del 20 dicembre scorso.

Nella lettera, i quattro si presentano come anime candide momentaneamente sottratte al normale scorrere della loro vita. Ci raccontano delle fatiche dell’ultimo mese, perfino del sonno che hanno perso, poverini! Tutto ciò per concludere che (per ora, aggiungiamo noi) non faranno un partito. Per dirlo scelgono il solito linguaggio ambiguo tipico dei nostri tempi:
«Le sardine non esistono, non sono mai esistite. Sono state solo un pretesto. Potevano essere storioni, salmoni o stambecchi. La verità è che la pentola era pronta per scoppiare. Poteva farlo e lasciare tutti scottati. Per fortuna le sardine le hanno permesso semplicemente di fischiare»Un “pretesto”, ovvio che è così. Ma un pretesto per fare che cosa? Altrettanto ovvio che non ce lo dicano. Nel frattempo, l’abbiamo scritto all’inizio, la mobilitazione è pronta per il 19 gennaio a dar manforte a Bonaccini nella piazza di Bologna. D’altronde, la frase

centrale delle conclusioni dei quattro è chiara quanto mai: «La condivisione dello stesso male ci ha resi alleati coesi, ha unito il fronte». Altro che movimento “per”! Ciò che li rende uniti è proprio la condivisione del nemico, che ovviamente non è rappresentato dalle oligarchie dominanti, ma da quella particolare variabile populista – ma tutt’altro che anti-sistemica – rappresentata dalla Lega. Insomma, per le sardine l’attuale dominio di classe del blocco dominante è sacrosanto, bisogna solo assicurarsi che esso possa proseguire con le “buone maniere” dei Monti e dei Draghi.

Che di fronte ad un simile programma ci sia chi a sinistra prende fischi per fiaschi non stupisce, ma neppure può essere passato sotto silenzio. Questo pittoresco fenomeno della sinistra sardinata spiega in realtà molte cose dell’attuale egemonia della destra. Del resto, quando si perde la bussola dell’analisi concreta della situazione concreta, tutto può capitare.

Leggiamo, ad esempio, l’entusiastico commento di Sinistra Anticapitalista sulla manifestazione di Roma:

«Quella del 14 dicembre è stata una grande manifestazione, come non se ne vedevano da troppi anni a sinistra, una manifestazione di popolo che ha riempito piazza S. Giovanni di decine di migliaia di persone (più di centomila secondo gli organizzatori) animate da sentimenti antifascisti e antirazzisti. Tanti e tante lavoratori e lavoratrici nativi e migranti, giovani, si sono incontrate/i dalle prime ore del pomeriggio con le variopinte sardine per riprendersi la piazza storica della sinistra, dopo la manifestazione del 19 ottobre delle destre reazionarie».

Non solo (e qui non ridete troppo, che è Natale e bisogna essere buoni):

«Vicino alla statua di S. Francesco si erano dati appuntamento le sardine anticapitaliste di Sinistra Anticapitalista, le sardine rosse di Rifondazione, i migranti delle sardine nere organizzati con Potere al popolo, il coordinamento per il ritiro di ogni autonomia differenziata e diversi altri pezzi della sinistra radicale romana».

Ammazzate oh!

Bene, se Sinistra Anticapitalista ha almeno il merito di rendere evidente ciò che non si deve fare, come rapportarsi allora a questo movimento?

Naturalmente, e questo vale in generale, chi ha buone ragioni e validi argomenti (come pensiamo di averli noi della sinistra patriottica) deve parlare con tutti, al limite (se lo si reputa utile) perfino col carceriere e col boia. Figuriamoci se non lo si può fare con le sardine o con la base leghista! Il problema è cosa pensiamo di tirarne fuori. Se puntare ad una conversione anticapitalista, tramite apposita e variopinta infiltrazione come quella poc’anzi citata, è semplicemente patetico, cos’altro di concreto si può fare?

Bene, in proposito le idee hanno da essere piuttosto chiare. Se è certo vero che un movimento allo stato iniziale è sempre inevitabilmente magmatico e contraddittorio, il modo migliore di separare il grano dal loglio non è l’acquiescenza, tantomeno la subalternità. Il modo migliore è la piena autonomia di giudizio, nel caso specifico l’aperta denuncia dell’operazione politica in corso.

Per aprire gli occhi a chi eventualmente fosse disposto a farlo, la scelta migliore è dire le cose come stanno. A volte un (metaforico) pugno nello stomaco è più salutare di tante ed ambigue carezze. La verità talvolta è dura, ma la verità è pur sempre la verità. Le sardine vanno dunque prese a pesci in faccia. Sempre metaforicamente, beninteso, anche se per il loro tribunale speciale — vedi il punto 5 — questa precisazione non mi salverebbe comunque dalla condanna.

A pesci in faccia. Denunciando la loro funzione sistemica, la loro connivenza con le oligarchie, il loro silenzio sui drammi sociali, la loro indifferenza per il popolo che soffre, il loro programma elitario e conservatore. Con calma, tranquillità e financo con un tocco di quel bon ton cui tanto tengono. Ma a pesci in faccia.

Contro il Natale

Come ogni anno vediamo in questi giorni l’apoteosi degli addobbi e delle pubblicità collegate al Natale, festa più attesa e famosa dell’anno. Ma che senso ha tutto ciò? Il Natale cristiano, sì ponendosi in maniera simile ad altre festività di altre credenze, rimane integralmente e indiscutibilmente una ricorrenza cristiana. Cristiana. Non italiana, popolare, europea, occidentale che dir si voglia, ma una celebrazione cristiana, religiosa, volta a ricordare e celebrare l’ingresso in questo mondo di Gesù di Nazareth, figlio di Dio, parte della Trinità. Festa secondaria da un punto di vista teologico rispetto alla Pasqua, per i più non è che una continuazione del Black Friday. Ventiquattro e venticinque dicembre sono gli unici giorni, forse assieme alla Pasqua, nei quali le chiese sono piene, e ai soliti ottuagenari frequentatori abituali viene donata una più o meno attesa compagnia. Ma non esistono solo gli ipocriti, ma quanto meno rispettosi delle forma, credenti occasionali: quanti sono coloro che totalmente atei, agnostici, fedeli di altri credi o semplicemente menefreghisti non aspettano altro che la discesa dal camino di Babbo Natale, questa rappresentazione iconografica della Coca-Cola Comapany, che procederà, accolto da un maestoso albero destinato al macero, se vivo, o ad un angusto sgabuzzino, se sintetico, a lasciare sotto questo doni su doni, costruiti dalle mani sapienti dei suoi elfi, nota figura del panorama mitologico cristiano. Poco importa se questi “elfi” ad una più accurata indagine risultino meno nordici e più asiatici, meno felici e più costretti, forse della stessa altezza ma di età diversa rispetto ai reali costruttori dei regali, come del resto poco importa il fatto che per un non cristiano il 25 dicembre non dovrebbe significare nulla, come in genere nessuno si interroga o interessa della pasqua ebraica o l’Holika Dahan indù. La verità è che il “Natale” è solo un’altra maniera di colmare un vuoto, quello degli affetti, spesso, cercando di ricollegarsi ad una famiglia lontana, la quale, vittima dello stesso lavoro che porterà i regali sotto l’albero, stenta a vedersi il resto dell’anno, ma anche un altro vuoto, quello della propria autostima: cosa dice di più “io esisto e sono importante” di grandi spese, grandi cene, grandi regali, grandi vestiti? Ecco che quella che dovrebbe essere una notte di contemplazione mistica per i seguaci di Cristo diviene una passerella sulla quale rimarcare la propria classe sociale. Rompere le consuetudini è difficile, difficile è pensare, ma sopratutto agire, da come facevano i genitori, da come si è visto fare, ma serve farlo. Smettiamola di celebrare il Natale, festa che oramai non appartiene più a nessuno se non ai veri cristiani praticanti. Non serve una scusa per riunirsi in famiglia, per volersi bene. Non serve una data particolare per pensare agli altri, serve solo la buona volontà. Troviamoci altre feste, perché esse sono importanti in quanto contribuiscono ad unire la comunità, ma feste che siano nostre, sentite, vissute sinceramente e nella contemplazione di un qualcosa, che sia civile o religioso, storico o morale.

Taglio dei parlamentari: referendum in arrivo?

Taglio dei parlamentari, ci si avvia verso un referendum?
Sono state raccolte 64 firme da parte dei senatori, che verranno consegnate alla corte di Cassazione. Un probabile referendum confermativo è all’orizzonte.

Cosa proponeva la riforma?
La riforma proponeva di ridurre di un terzo i parlamentari di Camera e Senato, passando da 630 a 400 deputati e da 315 a 200 senatori.

SFATIAMO ALCUNI MITI

Il risparmio per ogni cittadino è di 1€. Se al governo i ministri sono così interessati agli interessi degli italiani, abbassino le tasse ai ceti italiani più deboli.

Secondariamente, tagliare i parlamentari NON accelera il processo di attuazione delle leggi. Per questo sarebbe stato necessario creare un sistema simile a quello tedesco, al massimo, ma che comunque noi avversiamo.

In terzo luogo, ciò appare come l’ennesimo tentativo di attuare il programma della P2 di Licio Gelli, programma che ha come ciliegina sulla torta quella di diminuire il potere dei cittadini e la loro rappresentanza. A dimostrazione che fra Renzi(ricordiamo il referendum del 2016), Di Maio, Salvini&co non c’è differenza : tutti vogliono tagliare i parlamentari ed eliminare il potere del popolo.

Gli amici dei fratelli: chi finanzia la Meloni?

Abbiamo, qualche mese fa, pubblicato i finanziamenti dei vari partiti. Dal pd alla lega, da +europa a forza Italia e fratelli d’Italia.
Oggi, però, parleremo solo di quest’ultima.
Già, la Meloni secondo gli ultimi sondaggi è la seconda leader più popolare tra gli Italiani; il consenso per lei e il suo partito sta crescendo, raccogliendo anche una parte dei voti da “pentiti” della lega, e si stima che stia per superare il movimento 5 stelle.
Insomma, mentre Salvini si sta ammorbidendo tra Draghi e dialoghi aperti col pd, la Meloni sta agendo veramente da opposizione chiudendo tutti i dialoghi con i “dem” e chiedendo nuove elezioni, senza che si cambino le leggi adottando il proporzionale (cosa che invece a Salvini e al governo attuale non dispiace).
Col passare degli anni si può notare la perfetta correlazione tra spese per comizi e campagna elettorale e numero di voti. Questo vale per tutti i partiti: ogni qualvolta che un partito taglia, per vari motivi, le proprie spese dirette alla “propaganda”, questo affonda alle elezioni. Si pensi a fratelli d’Italia, partito ormai quasi morto, che ha subito un tracollo dopo una legge fatta dal pd che poneva un limite di 100mila euro donati da un singolo privato all’anno; essendo forza Italia finanziato al 98% da Berlusconi in persona (con diversi milioni versati annualmente), il partito subì un taglio drastico alle spese per le campagne elettorali e di conseguenza i consensi diminuirono altrettanto drasticamente.
E ora possiamo notare lo stesso andamento con fratelli d’Italia, anche se nel verso opposto: in un solo anno il partito ha quasi raddoppiato le proprie spese, passando da 1,3 milioni circa a 2,3.
Ma per spendere di più servono anche più fondi, e quindi finanziamenti e finanziatori; ovviamente privati e con delle tasche sicuramente non vuote.

I nazionalisti italiani si muovono con scioltezza in Belgio, Bruxelles, nel ventre dell’Unione tanto detestata. Qui frequentano i salotti chic e cene di gala (la renaissance hotel ne è un esempio), si trovano al tavolo con le multinazionali; altro che “Prima gli italiani”. I Fratelli d’Italia con in testa i loro leader hanno persino dato una vita e una fondazione e un partito a Charleroi, 60 chilometri a sud di Bruxelles. Almeno sulla carta, perché in verità in quel indirizzo troviamo un abitazione di un semplice architetto Belga. Questa fondazione è fondamentale, per le norme dell’europarlamento, affinché si dia accesso ai finanziamenti indiretti ai partiti (in questo caso appunto fratelli d’Italia); ovviamente il tesoriere è Francesco Lollobrigida, cognato della Meloni per dare un ruolo redditizio a tutta la famiglia.

Fratelli d’Italia fa parte dell’Ecr, European conservatives reformists, tra i più ricchi per sovvenzioni dal Parlamento Europeo (sarà per questo che fa comodo criticare l’Ue, per accaparrare voti, per poi però negare ogni piano di uscita?)

La accusano, insieme al carroccio, di essere in qualche modo filo-Putin, ma strizza l’occhio ai poli opposti.
Tra i finanziatori possiamo citare Steve Bannon, ultra-conservatore, ex-stratega della casa bianca e finanziatore in comune con lega e movimento 5 stelle. Bannon è anche co-fondatore della Cambridge analytica, che è stata recentemente al centro dei riflettori dopo lo scandalo della vendita di dati personali su Facebook.

Strizza allo stesso modo l’occhio a Fred Roeder, lobbista e presidente della Consumer Choice Center, associazione collegata ai colossi del tabacco statunitense.
Non mancano altri titani dell’economia mondiale come la multinazionale del petrolio Exxon (bhe, ecco spiegato anche il negazionismo verso il riscaldamento globale, che è diverso comunque dall’ipocrisia gretina), e addirittura Huawei; quest’ultima, Cinese, riuscirà forse a cambiare idea nei prossimi mesi alla Meloni riguardo al 5g, avendo questa anche moltissimi finanziatori americani?
Ci sono poi 2 responsabili di Scientology, ciliegina sulla torta.
Una sorta di setta religiosa nata in America, in cui devi pagare per farne parte. È già stata colpita da vari scandali negli Usa, che a causa della sua natura radical-chic attira solo fedeli hollywoodiani e non certo umile plebaglia. Che fine ha fatto la Meloni del “sono Italiana, sono Cristiana”?

Nei saloni di gala di fratelli d’Italia c’è poi Raffaele Fitto, vicepresidente di new direction (costola del prima citato Ecr, per convogliare finanziamenti).
Tra i finanziatori di questa new direction troviamo British American Tobacco (terzo gruppo al mondo per produzione di sigarette, che finanzia tra l’altro fratelli d’Italia ma anche il Pd, in modo diretto), e il colosso At&T.
C’è Daniel Hager, rampollo della Southern wine&spirits, colosso americano della distribuzione di vino (spesso in polvere e in scatola, alla faccia del vino Italiano) ed anche cannabis (quest’ultima solo in Canada per ora); c’è la Heritage foundation, che già nel 1980 aveva fortemente influenzato la presidenza di Reagan negli Usa.
E parlando di Usa non possono mancare le lobby delle armi, seppur Italiane: Associazione Nazionale Produttori Armi e Munizioni, e Fiocchi Munizioni; entrambe le aziende hanno addirittura rappresentanti nel partito della Meloni nell’europarlamento. Legittima difesa? Certo, più che legittimo difendere la propria vita in caso di rapina; ma piuttosto che cancellare la povertà (fonte di crimine), si preferisce dar le armi a tutti per far arricchire le lobby delle armi, un po’ all’americana (Trump che dice che per far diminuire le sparatorie nelle scuole, che negli Usa sono circa 180 all’anno, basta dare più armi a tutti).

E dalle lobby sparse tra Europea e America, tornando in Italia, più precisamente a Roma, i finanziatori cambiano.
Troviamo infatti i classici palazzinari:
Sergio Scarpellini, deceduto l’anno scorso, coinvolto nello scandalo della casa del braccio destro della Raggi, finanziatore in comune con Pd e forza Italia; immobiliarista celebre per aver affittato a partire dalla camera dei deputati per 25 milioni di euro all’anno i suoi palazzi nel centro di Roma e per esser stato il proprietario della sede attuale del Pd;
Angiola Armellini, maxi-evasione fiscale di 20mila euro: nel 2014, quando ci fu il processo, la Meloni disse “c’è l’Italia colpevole di Angiola Armellini, che non paga per ereditare un impero senza aver fatto nulla, nasconde due miliardi di euro al fisco”, per poi accettare suoi finanziamenti due anni dopo, nel 2016;
Raffaele Marra; i costruttori Santarelli;
un azienda del gruppo MezzaRoma, indagato per patteggiamento, finanziatore in comune col Pd;
le imprese del gruppo Navarra, attivissime negli appalti pubblici;
Luca Parnasi, che voleva realizzare lo stadio per la Roma, poi travolto da un inchiesta per corruzione e finanziamento illecito;
e poi Pentapigna, che ha finanziato insieme a Parnasi anche Pd e Lega.

Possiamo inoltre aggiungere finanziatori che abbiamo già citato mesi fa con i nostri post:
associazione cacciatori veneti (70mila euro);
Gianfranco Librandi, di scelta civica, “cassiere” scelto da Monti che ha varato la legge fornero, (10mila euro);
Corallobeach di Milano marittima, di Claudio Balini, a quest’ultimo hanno sequestrato 50 milioni di euro di beni per via di legami con la malavita locale, (210mila euro);
Vincenzo Onorato, armatore Napoletano che controlla Moby, Tirrenia e Toremar, punite dall’antitrust con una multa da 29 milioni di euro per abuso di posizione dominante sulle rotte verso la Sardegna.

Vorremmo inoltre far notare che il post poco sopra citato, che elencava i finanziatori di fratelli d’Italia (tutti veri e presi da varie fonti, ora riconfermate con l’ultimo articolo che ha fatto scalpore de L’Espresso) è stato recentemente cancellato da Instagram.
È da farci due domande se siamo arrivati addirittura al punto in cui pubblicare i vari finanziatori di un partito, tra l’altro in teoria di dominio pubblico, sia ragione di censura. Tutti hanno la possibilità di informarsi, ma si sa che se si toglie l’informazione scomoda dalla “vetrina”, dal “primo piano”, pochi arriveranno appunto alla conoscenza.

Intanto la Meloni controbatte a L’Espresso, dicendo che tutti i finanziamenti siano leciti e che nessuno dei finanziatori si sia macchiato dal punto di vista giuridico.
Mentre sulla seconda affermazione si può smentire facilmente, visto che una grossa parte dei finanziatori come abbiamo visto (e potete verificare da soli su internet o altre fonti) sia stata o indagata o punita dalla legge; dobbiamo purtroppo dar ragione alla Meloni sulla prima frase: sono finanziamenti leciti. Già, perché ormai, tristemente, viviamo in un mondo dove i partiti sono semplici mezzi per accontentare i voleri dei privati. Venendo finanziati da questi è ovvio che porteranno avanti certe scelte comode a chi abbia le tasche piene di denaro.
Ad esempio un partito come il Pd è ovvio che sia a favore dell’immigrazione, visto che viene finanziata da certi centri sociali (un esempio ne è la controversa “cascina”) e da aziende agricole del sud: la bassa manodopera dei migranti è comoda e redditizia ai padroni; un partito come la Lega è ovvio che sia per la privatizzazione della sanità, essendo finanziata appunto da ospedali e cliniche private del nord; tutti, inoltre, sono contro la privatizzazione delle autostrade (perfino dopo i vari disastri a cui abbiamo assistito, il più triste è il ponte Morandi), essendo appunto finanziati da aziende come Toto holding, il gruppo Gavio e addirittura Benetton. Lo stesso discorso lo si può fare su qualunque argomento: dall’Ilva alla Tav, dal 5g alle opere pubbliche a Roma, ma anche le varie proposte come lo ius soli.
Mostrami chi ti finanzia, e so da che parte starai.