Boldrin, lascia stare la scuola

Michele Boldrin, l’economista liberista, si presente alla seconda conferenza del movimento “Liberi, oltre le illusioni” con una volontà di fondo ben precisa, ossia distruggere l’impianto educativo dell’istruzione italiana a favore di un impianto mirato a sfornare “imprenditori di se stessi” drogati di competizione e scentismo spicciolo. “Abolire il classico, lo studio del latino è un lusso, la programmazione è un diritto”. Ma lusso per chi, Boldrin? Lo studio della lingua e della letteratura latina è funzionale agli scopi della scuola, ossia l’educazione di futuri cittadini, il tramandare la paideia che si vorrebbe dimenticare in nome della produttività capitalistica. No Boldrin, il latino non è un lusso, ma anzi un’esigenza. E’ un’esigenza per un popolo che deve tornare a sentirsi tale, che vuole esistere nel mondo come libero, unico ed in pace coi propri fratelli. E’ un’esigenza per chi punta a qualcosa di più di una misera esistenza passata alla ricerca del profitto fra gavette interminabili e “bellum omnium contra omnes”, per chi punta ad essere un Cittadino, non un consumatore. I linguaggi di programmazione, conoscenza importantissima e rispettabile al pari di ogni altra, sono utili unicamente all’atto pratico, e solamente come elementi di determinati tipi di lavoro, per i quali esiste una preparazione specializzata che si sviluppa in corsi universitari o privati. Essendo una conoscenza pratica indirizzata al lavoro non dovrebbero essere argomento della scuola dell’obbligo, che NON deve formare lavoratori, ma educare. Ancor più miserabile risulta la tua proposta se vista col fine di preparare masse schiavili alle “sfide del mercato”, sempre più alla ricerca di personale specializzato per diminuire i costi del lavoro ed aumentare i profitti degli imprenditori-vampiri da te idolatrati e propagandati come punti di riferimento per la società. Non aboliamo ma potenziamo invece lo studio del latino, in modo tale che gli studenti possano leggere dei Gracchi, di Catilina, di Spartaco, e imparare che tiranni ed oligarchi, gli stessi che oggi opprimono il mondo tramite “i Mercati” possono essere combattuti e vinti. Aboliamo il parassitismo di chi vorrebbe distruggere la cultura in nome del profitto. Aboliamo il pensiero liberista, bastoniamo ed allontaniamo chiunque professi e propagandi una società classista e diseguale. Te in primis.

Pascoli, poeta ribelle?


Analogamente a Carducci, Pascoli è una figura complessa. La politica non è certo al centro della sua vita, né delle sue opere. Tuttavia, risulta interessante analizzare il contesto ed il rapporto che questo autore (allievo di Carducci) ha avuto con la politica nella sua vita. Proprio come il suo maestro, si può parlare quasi di un “tradimento”. Dovuto, nel caso di Pascoli, alla vigliaccheria ed all’utilitarismo. Quest’ultimo frequenta i circoli repubblicani e socialisti emiliani, viene arrestato nel 1879 per “attività sovversive” e trascorse 3 mesi in carcere. Un’esperienza che lo segnerà vita, che metterà la parola fine alla sua vita politica. Ma prima di questo, all’inizio degli anni ’70 dell’ottocento, Pascoli si era invece mostrato come attivista politico a tutti gli effetti. Strinse infatti amicizia con Andrea Costa, esponente di spicco dell’internazionalismo emiliano, con il quale parteciperà alla manifestazione studentesca del 1876 contro l’allora ministro dell’educazione Bonghi. Fu solo grazie a Carducci che poté riavere il suo lavoro all’università, oltre ad avere una borsa di studio. A chi parla di Pascoli come “sovversivo” (ci si riferisce spesso ad una sua frase durante un processo ad Imola nel ’79 in cui disse “Viva la Comune! Viva l’Internazionale! Viva i malfattori, avanti i vigliacchi sgherri”, verrà assolto poi per oltraggio e grida sediziose), sarebbe meglio sottoporre la poesia che egli scrisse dopo l’ uccisione del Re nel 1900: l’inno Re Umberto infatti è una celebrazione del sovrano, in cui esalta la casa reale. Ma non solo, nel 1911 con l’invasione della Libia egli dirà “la grande proletaria (l’Italia) si è mossa” esponendosi a favore dell’avventura coloniale. Pascoli quindi rappresentò, in età più giovanile, gli ideali rivoluzionari ma nella parte finale della sua vita incarnó i valori più reazionari e sabaudi. Non certo un esempio per chi, nel caso, volesse ritrovare in lui un poeta rivoluzionario.

La nostra lotta

DICHIARAZIONE DI RAPPORTI FRATERNI TRA MPL-P101 E M-48

 
La lotta di liberazione delle classi subalterne non ha futuro se queste perdono memoria di se stesse.
Questa lotta esige identità, e questa è data dall’incontro tra idee forti e altrettanto solide radici storiche.
 
Il Movimento Popolare di Liberazione (P101) e l’organizzazione giovanile Movimento 48 si considerano eredi della migliore tradizione di pensiero e d’azione del movimento rivoluzionario italiano. C’è un filo rosso che unisce noi alla generazione che si gettò con ardore nella lotta per l’unità e l’indipendenza dell’Italia, a quella che combatté per evitare l’avvento del fascismo e gli resistette, a quella che armi in pugno combatté per la liberazione nazionale e la fondazione della Repubblica, a quella che successivamente animò il più potente movimento operaio d’Occidente. Al contempo raccogliamo l’eredità della grande ondata delle lotte di liberazione dei popoli oppressi dall’imperialismo. Come sinistra patriottica critico è invece il nostro giudizio sulla “nuova sinistra” post-’68, che in larga parte è finita, seguendo quella “storica”, nel campo nemico.
 
La politica è lotta incessante affinché diventino egemoni determinate idee valori e interessi. Essa implica un atto preliminare: l’individuazione del nemico. Il sistema capitalistico non solo si fonda sull’oppressione del popolo lavoratore e della maggioranza dei cittadini, è strutturato per impedire la loro liberazione. Creando e riproducendo ingiustizie e diseguaglianze sociali questo sistema ha  un carattere antagonistico. Se ad un polo ci sono oppressi a quello opposto ci sono oppressori. Nostri nemici sono queste belve (convinte come sono che noi esseri umani non saremmo che lupi egoisti condannati a sbranarci a vicenda), anche quando si travestono da agnelli.
 
Noi facciamo tesoro della storia di cui siamo figli, fatta di sconfitte e vittorie, di avanzate e ritirate. Abbiamo imparato che merita la fiducia del popolo solo quell’avanguardia umana e politica che tiene fede alla sua promessa di lottare fino alla vittoria finale. Vittoria che consiste nella conquista del potere statale da parte del popolo, vittoria che non si può ottenere senza la più larga e organizzata sollevazione rivoluzionaria. Che il rovesciamento delle classi dominanti sia pacifico, come ci auguriamo, o violento, non è mai dipeso da chi stava sotto bensì da chi stava sopra, che sempre ha dimostrato di non voler cedere privilegi e potere. Quali che siano le modalità e la via che vorremo e dovremo percorrere, la nostra stella polare era e resta una società socialista, libertaria e democratica. Il fallimento dei tentativi sin qui seguiti ci aiuta ad evitare quegli errori ed orrori. Il sosicliamo che vogliamo è descritto a grandi linee nei documenti di P101 “I Dieci comandamenti. Il socialismo che vogliamo” (gennaio 2013) e “ Il socialismo a misura d’uomo, un socialismo per l’Italia” (dicembre 2015).
 
Il carattere antagonistico del sistema viene meglio alla luce nei suoi momenti di sua crisi organica. Organica è la crisi in cui il sistema è entrato da un decennio. Dopo decadi di neoliberismo sfrenato sono aumentate le ingiustizie e le diseguaglianze sociali: ad una minoranza di depravati che concentra nelle sue mani enormi ricchezze e tutto il potere, fa da contraltare l’inasprimento delle tribolazioni di un’ampia maggioranza, la cui sofferenza si manifesta ad ogni livello, fino all’infelicità esistenziale. Il capitalismo iper-finanziarizzato e plutocratico, portata l’umanità verso il baratro di una catastrofe combinata economica, militare ed ecologica, non sembra in grado di fare marcia indietro. L’Unione europea, artefice e frutto amarissimo di questa dissennata finanziarizzazione neoliberista, è ora vittima di questa crisi storico-sistemica, ed è destinata a soccombere. Non dobbiamo agire affinché ciò non avvenga ma, al contrario, lottare per accelerare la sua dipartita. Le nazioni possono e debbono tornare pienamente sovrane, la democrazia ripristinata, il potere consegnato ai popoli.
 
L’Italia è il Paese che ha pagato a caro prezzo la iper-finanziarizzazione neoliberista e l’adesione all’Unione europea. Non ha scampo se non quello di un declino storico, se non esce dalla gabbia, se non riconquista la piena sovranità: politica, istituzionale, economica e monetaria. L’Italexit, la rottura della gabbia dell’Unione europea (e della NATO) che tengono incatenato il nostro Paesi ad un regime di sudditanza, non è per noi solo un auspicio, è un obbiettivo imprescindibile. Esso implica una battaglia paziente ma tenace per contrastare e battere le forze politiche interne che fanno capo all’élite neoliberista e che hanno tutto l’interesse a svendere gli ultimi brandelli di sovranità nazionale. Contro i due blocchi di centro-sinistra e di centro-destra occorre adoprarsi per dare vita ad un terzo polo democratico alternativo. Un terzo polo di massa che punti ad essere una forza motrice della mobilitare i cittadini, che sappia poi costruire un largo fronte popolare senza il quale non otterremo la liberazione nazionale — e senza questa non avremo quella sociale. Di questo fronte, ne siamo sicuri, saranno protagoniste le giovani generazioni, verso le quali occorre rivolgersi in via prioritaria per portarle fuori dal torpore e dall’apatia politica. Il loro risveglio sarà il segnale della rinascita popolare, democratica e nazionale.
 
Su queste basi il Movimento Popolare di Liberazione (P101) e l’organizzazione giovanile Movimento 48, allo scopo di dare seguito all’accordo politico, stabiliscono quanto segue:
 
(1)  svolgere riunioni congiunte regolari dei rispettivi organismi dirigenti e di consultarsi stabilmente per concordare comuni prese di posizione;

(2)  attuare, ogni volta che entrambi lo ritengano necessario, azioni pubbliche congiunte;

(3)  realizzare seminari di formazione politica per i rispettivi militanti;

(4)  pubblicare con regolarità sui rispettivi organi di comunicazione contributi, scritti o filmati dell’uno e dell’altro;

(5)  aiutarsi reciprocamente in caso di bisogno;

(6)  agire di concerto per rafforzare Liberare L’Italia e portare a compimento il suo processo costituente.




Siamo tutti antisionisti

SIAMO TUTTI ANTISIONISTI
Bieca manovra del centro-destra “sovranista” per Washington che in questi giorni sta tentando di imporre l’odioso paradigma sionista, già diventato legge nella Francia dello Zar Macron, che equipara la difesa dell’esistenza e della libertà del popolo palestinese all’odio etnico. Antisionismo non è antisemitismo, e queste manovre non sono altro che l’ennesimo distopico tentativo di impedire la diffusione di un pensiero che non sia in linea con la vulgata imperiale. Nessun odio per gli ebrei o per gli israeliani, ma giusta condanna dei crimini del governo dell’Entità Sionista, che se da un lato opprime i palestinesi, dall’altro umilia i suoi stessi cittadini, costretti ed indotti nel ruolo del volenteroso carnefice.
Per la liberazione dei popoli, contro ogni oppressione.
Palestina libere.
Movimento ’48

Guerra dei dazi: è pace fra Cina e Stati Uniti?

In questi giorni si parla spesso dell’accordo commerciale tra Usa e Cina, mettendo quindi fine alla “guerra dei dazi” iniziata più o meno 2 anni fa.
Va analizzata bene la situazione, perché, anche se in fin dei conti si sta parlando di un semplice accordo, stiamo parlando dei Paesi più sviluppati economicamente al mondo (seppure con molte contraddizioni nel sistema di entrambi).
“Non c’è mai stato nulla del genere nella storia americana” ha detto Trump, osannando le proprie gesta.
In base all’intesa la Cina si impegna ad acquistare ulteriori 200 miliardi di prodotti e servizi americani, a non lanciarsi in svalutazioni della propria valuta. Gli Stati Uniti dal canto loro si impegnano ad evitare di aumentare i dazi.
Le reazioni invece? Wall street immediatamente in rialzo (Dow Jones sale dello 0,49%, Nasdaq dello 0,18%, S&P utilities 1,44%), confermando che sempre di più il coltello dalla parte del manico, dal punto di vista economico, lo ha la Cina.
I dazi finora imposti alla Cina hanno sempre lasciato quest’ultima illesa, facendo invece cadere in recessione, paradossalmente, il suo vicino Giappone e addirittura l’Europa.
E mentre Trump si impegna ad evitare i dazi con la Cina, l’Unione Europea è ancora nel mirino del protezionismo americano; si prevedono quindi relazioni più “fredde” e distaccate.
C’è da dire, però, che Trump ha anche affermato che i dazi per ora rimarranno, per fare leva quindi sulla Fase II dell’accordo.
Intanto Xi Jinping cerca di rallentare l’arrivo alla Fase II, rendendosi probabilmente conto che questa è più che altro una tregua tra i due avversari, e che continuando gli accordi gli Stati Uniti ne uscirebbero più rafforzati della Cina (perché favoriscono più la prima).
Insomma, viste le prossime elezioni negli Usa non si può non pensare che tutto questo sia semplicemente campagna elettorale di fine mandato, un po’ come l'”uccisione” di al baghdadi e il vigliacco omicidio del generale Soleimani; tutto questo è utile per “metter una pezza” sugli errori di Trump in questi 4 anni in politica ed economia interna, rifacendosi una buona reputazione per i mercati e per gli alti uffici dell’oligarchia plutocratica statunitense.
Molto probabilmente, quindi, una volta fatte le elezioni (e mettendo caso che Trump vinca di nuovo), gli accordi con la Cina verranno stracciati senza averci rimesso niente, anzi guadagnandoci, visto che i dazi saranno rimasti e in cambio la Cina avrà importato più prodotti e servizi dagli Usa.

Ritornando alla dichiarazione di Trump che abbiamo citato all’inizio, “non c’è mai stato nulla del genere nella storia americana”.
Sarà proprio così?
In verità ci sono stati diversi accordi ben più importanti di questo recente, si pensi ad esempio al NAFTA.
Proprio il NAFTA, però, si stava ormai sgretolando col tempo (ha già suscitato proteste dall’inizio della sua esistenza, nel’94, dando un motivo in più ai Zapatisti in Messico per insorgere), e con l’amministrazione Trump si rischiava di farla morire del tutto.
Ci si aspettava quindi che nel giro dei prossimi 1-2 anni l’accordo avrebbe cessato di esistere; Trump ha pensato bene a rinnovarlo (garantendosi quindi, nel caso vincesse le elezioni, una situazione di nuovo stabile con i due Paesi confinanti).
Il nuovo patto trilaterale si chiamerà Accordo Stati Uniti-Messico-Canada (Usmca). Il presidente Usa Donald Trump si è affrettato a definirlo “un fatto storico per la nazione americana e per il mondo” perché in grado di favorire – a differenza del passato (almeno lo ha ammesso, visto gli effetti evidenti ed incontestabili che ha avuto questo patto a favore degli Usa negli ultimi 30 anni) – equità e reciprocità nelle relazioni commerciali tra Paesi. La dovremmo prendere quindi per verità? Qualunque patto commerciale proposto dagli Stati uniti equivale ad un patto col diavolo: a breve termine potrebbe apparire un patto favorevole a tutti, ma a lungo andare ha sempre un giroconto dietro.
Questo patto non fa che favorire l’industria automobilistica Statunitense: uno dei tanti punti afferma ad esempio che verrà alzata al 75% (rispetto al 62,5% esistente) la quota di quanto si dovrà produrre all’interno dei Paesi del Nafta per poter poi vendere un’automobile libera dai dazi.
C’è inoltre un altro aspetto che ci fa capire la natura temporanea del patto stipulato con la Cina: l’inserimento di una speciale clausola – fortemente voluta dai negoziatori americani – che conferisce a ciascuno dei tre partner un vero e proprio potere di veto sulla possibilità per gli altri due di avviare negoziati per accordi di libero scambio con un Paese a economia “non di mercato”, e, quindi, con la Cina.
Dopo mesi di aspri confronti con i due partner del Nafta, l’Amministrazione americana vuole cercare di spingere entrambi i Paesi a schierarsi dalla sua parte nello scontro con la Cina, battendo quindi la strada alla seconda fase della guerra commerciale con la Cina, che si è ormai spinta oltre all’economia viste le ingerenze che abbiamo potuto vedere ad Hong Kong e anche in Uyghuristan.

Guerra d’Algeria, un Vietnam vicino all’Europa?

La guerra d’Algeria, avvenuta fra il 1954 e il 1962, è passata alla storia come una delle lotte più dure di liberazione dal colonialismo, soprattutto quello francese. Molti autori ne hanno parlato, Sartre per esempio, ed hanno tentato di descriverne i tratti violenti. Dal Casus Belli, Toussaint Rouge il 1 Novembre del ’54, sino alla “pace”, gli accordi di Evian del 18 marzo 1962, si calcolano che siano morti ben più di 140000 soldati del FLN( Fronte di Liberazione nazionale, di orientamento socialista), 300000 civili e circa 1 milione di esodati.

GLI SCHIERAMENTI
Dalla parte del FLN, i principali sostenitori furono l’URSS, la Repubblica Cinese, Cuba e la Jugoslavia.
Per quanto riguarda la Francia, guidata da De Gaulle nella “quinta repubblica”, fu sostenuta dalla Nato e dalla Spagna Franchista, nonché da un gruppo (60000 uomini) di Harki( algerini pro Francia) . Non è, infatti, da sminuire l’apporto che ebbe l’OAS. L’OAS fu una formazione paramilitare clandestina francese, creata il 20 gennaio 1961 dopo un incontro a Madrid (dunque in periodo Franchista), da Jean-Jacques Susini e Pierre Lagaillarde. L’OAS, che aveva come motto “L’Algérie française” era un’organizzazione che attuò numerosi attacchi terroristici, fra cui attentati dinamitardi e assassinii, ed uccise, tra il maggio 1961 ed il settembre 1962, più di 2.400 algerini.

LA FRANCIA ED IL NAPALM
Spesso il napalm viene ricollegato alla resistenza dei “Vietcong”, vittime di attacchi chimici. Tuttavia, in Algeria, furono utilizzati allo stesso modo. Insieme alla tortura, che i francesi usarono quando capirono che soffocare la rivolta non sarebbe stato così semplice, rappresentò la forma più forte di coercizione . Sempre l’OAS, durante il cessate il fuoco, ne fece uso. La Francia ha negato tutti gli abusi sul popolo algerino per molto tempo ed ancora oggi è restia ad ammettere le sue enormi colpe.

IL COLPO DI STATO
Nei primi mesi del 1958 Soustelle organizzò un colpo di Stato, riunendo ufficiali dissidenti dell’esercito, coloni e simpatizzanti gollisti: una giunta armata comandata dal generale Massu prese il potere ad Algeri nella notte del 13 maggio. Il generale Salan assunse il comando di un Comitato di Salute Pubblica, formato per rimpiazzare l’autorità civile, e sostenne le richieste della giunta militare affinché il presidente francese René Coty domandasse al generale de Gaulle di formare un governo di unione nazionale investito di poteri straordinari per prevenire “l’abbandono dell’Algeria”.

Il 24 maggio, paracadutisti francesi dall’Algeria atterrarono in Corsica, prendendo possesso dell’isola senza spargimenti di sangue in seguito alla cosiddetta “Opération Corse”. Subito dopo in Algeria venne dato avvio ai preparativi per l'”Opération Résurrection”, che aveva come obiettivo la presa di Parigi e la rimozione del governo francese. L’operazione sarebbe scattata in tre ipotesi: se de Gaulle non fosse stato nominato capo del governo dal Parlamento, se lo stesso de Gaulle avesse chiesto assistenza militare per salire al potere, oppure se forze comuniste avessero tentato da parte loro di prendere il potere in Francia.

DE GAULLE E LA FINE DELLA GUERRA
Intanto, De Gaulle, veniva eletto presidente in Francia. Con una mossa molto astuta, il vecchio generale decise di includere tutti i musulmani (donne incluse) negli elenchi elettorali per un nuovo referendum costituzionale. Questa mossa poteva indebolire l’FLN, che era riuscito ad ottenere il supporto popolare.
L’FLN, sostenuto dai sovietici e da vari governi africani, instauró un governo provvisorio che non riuscì a dissuadere la popolazione a votare. L’FLN era nel suo momento di massima vulnerabilità, ma riuscì a resistere.
Ma la svolta avviene all’inizio del ’61: a gennaio un referendum ebbe come esito una maggioranza a favore dell’autodeterminazione dell’Algeria; il governo francese riniziò segretamente delle negoziazioni col governo provvisorio di Abbas(che aveva interrotto dopo l’ escalation degli anni precedenti).
Ma alcuni generali non accettarono il passo indietro di De Gaulle, tentarono un colpo di Stato in Algeria che fallì.
Il 19 marzo del 62 si trovò finalmente un’accordo, sebbene l’OAS continuò a sostenere i Pieds Noirs e non smise di attuare angherie sul territorio algerino.

I PIEDS NOIRS E GLI HARKI
I pieds noirs, Che scapparono in massa (1 milioni di persone) dall’Algeria, erano i bianchi francesi. Essi rimasero accampati sulle banchine dei porti per molti mesi, in stato di agitazione. La maggior parte tornò in Francia, alcuni si recarono a Ceuta e Merilla, mentre la comunità ebraice decise di tornare in Israele.
Lo slogan dei nazionalisti algerini in quel periodo fu: “la valise ou le cercueil” (la valigia o la bara). Un trattamento differente fu invece destinato agli Harki. Gli Harki erano tutti gli algerini, musulmani, che decisero di combattere al fianco dei francesi. Di fede musulmana, una volta terminata la guerra furono sterminati dal FLN che non dimenticò mai il tradimento lealista. Alcuni riuscirono a scappare, ma si stima morirono circa 30-60 mila Harki(ricordati recentemente da Chirac con l’istituzione di una “giornata del riconoscimento nazionale per gli Harkis”).

“Land of the poor”: la povertà negli Stati Uniti

Il fatto che una grossa fetta della Popolazione degli Stati Uniti sia in stato di povertà può esser ignorato da gran parte del Mondo. Eppure, per chi si “intende” di politica ed economia, non è una novità.
Può sconvolgere qualcuno questo fatto: addirittura 1 Americano su 3 è senza un abitazione.
La verità è che, seppur apparentemente folle, i poveri e soprattutto i senzatetto negli Stati uniti vengono ostracizzati ed ignorati: dai notiziari ai film si vedono relativamente poco i cosiddetti “homeless”. Eppure pensateci un attimo: quante volte avete visto nei film questi senzatetto, che vivono in genere in posti nascosti e poco frequentati, bui e freddi, riscaldarsi col classico barile o cestino in fiamme? Clochard riuniti intorno ad un piccolo fuoco, per sopravvivere. Il fatto sta che, nella maggior parte dei casi, la povertà viene considerata come cosa naturale, inevitabile: può succedere (stesso discorso potrebbe esser applicato con i tossicodipendenti, le prostitute, e in certi casi i ludopatici).
I poveri sono inoltre esclusi, costretti a vivere nei margini della società anche sul piano fisico: ovviamente i senzatetto non sono i benvenuti nella parte borghese della città, non sono i benvenuti perché fanno suscitare ribrezzo ai ricchi, delusione per i turisti; spesso esser coscienti della violenza e della disperazione presente nel mondo provoca una chiusura mentale, che sia volontaria ed inconscia, in modo tale da rifiutare la realtà e quindi le proprie responsabilità in ciò che di negativo accade.
Costretti quindi a vivere nelle periferie o ancora più ai margini, si crea conflitto perfino tra i poveri stessi: penultimo contro ultimo; se io non posso avere un posto di lavoro non lo devi avere neanche tu, se io non posso avere un abitazione non la devi avere neanche tu. Prendendo un semplice esempio: se vengo licenziato perché un migrante accetta un salario più basso del mio, me la dovrei prendere con questo o col padrone? Pensate davvero che al migrante non farebbe piacere un salario più alto? Pensate davvero che accetti un salario più basso proprio per far perdere il posto di lavoro a voi? Oppure accetta perché il padrone se ne apprifitta della situazione economica del disperato?
È così che i padroni, la causa dei mali di entrambi le vittime, godono alla vista della “lotta tra polli”.
È indispensabile che il Popolo prenda coscienza di chi sia il nemico, che riprenda la propria vista e che si renda conto di esser oppresso. È indispensabile comprendere che la storia della società si basa sulla lotta di classe.
La lotta di classe viene quindi messa in secondo piano, mettendo al primo posto in genere la lotta tra cittadino e migrante (sembra di parlare solo dell’Italia, eppure è ciò che avviene in tutto l’occidente, soprattutto negli Usa).

Ci sono poi due “linee di pensiero” presenti nell’occidentale medio: la visione Cristiana, che cerca di aiutare i poveri, offrir loro assistenzialismo, perché tutti in teoria potrebbero finire come loro; e la visione liberista che non si degna neanche di offrir un minimo di aiuto al senzatetto in quanto la sua condizione è causata dal senzatetto stesso, colpa sua ed esclusivamente sua.
Entrambi le visioni sono limitate, e mentre, seppure con dei paraocchi che evitano la visione complessiva della questione mettendo in questione il sistema vigente, la prima testimonia la presenza di “umanità” anche nella classe più o meno più agiata (almeno rispetto al senzatetto), la seconda non mostra alcuna pietà verso la vittima del sistema che ha dato invece ricchezza alla persona che giudica.
Negli Usa prevale la seconda: politici, media, gente comune, e spesso artisti considerano i poveri come reietti, gente che ha scelto di viver senza una casa, gente che non ha seguito “il sogno americano”.
E proprio da reietti vengono considerati anche dalla legge: “reato contro la qualità di vita” la chiamano, e la si può vedere ultimanente anche in Europa e in Italia: hanno suscitato scalpore a molti, infatti, i vari episodi dei sindaci (di tutti i partiti, da destra a “sinistra”) che hanno fatto mettere delle sbarre interne alle panchine sparse per i propri Comuni, o perfino mettere dei pungiglioni sotto i ponti, tutto per intralciare appunto la vita e la dignità già calpestata dei senzatetto (impossibilitati in quelle città a dormire o ad “accamparsi”).
Inoltre, questo sistema che penalizza già di suo i poveri, si spinge addirittura ad aumentare il divario tra le classi premiando per l’appunto i ricchi. Questi vengono premiati proprio perché son ricchi, con riduzioni fiscali, agevolazioni nell’acquisto di nuove abitazioni (più sono costose e più lo Stato ti aiuta); letteralmente una regressività fiscale, l’opposto del razionale modello progressivo.
È noto a tutti, non solo noi socialisti ma anche gli economisti capitalisti (forse ad eccezione di qualche liberista che cerca di bendarsi da solo), che la percentuale del consumo in rapporto al guadagno scende all’aumentare di quest’ultimo: in poche parole uno che guadagna 500 euro al mese li spenderà probabilmente al 100% (perché per vivere servono anche più di 500 euro), mentre uno che guadagna 50000 euro al mese (sì, esistono) ne spenderà un 10% o poco più (la percentuale varia a seconda degli andamenti economici). È dunque una semplice questione di logica, se vogliamo lasciar ai la morale ai socialisti, che le tasse e le imposizioni fiscali abbiano una percentuale maggiore al crescere del reddito. I soldi devono circolare, serve consumare, e il capitalismo, purtroppo per loro, si basa su questo (anche per questo esiste l’assistenzialismo, proposto dagli stessi capitalisti).
Ritornando a noi, quindi, i ricchi vengono premiati, ed oltre ad aver la vasta possibilità economica di acquistare e riacquistare nuove abitazioni, possono aver ulteriori fonti di reddito con innumerevoli affitti.
Proprio questi, gli affitti, sono un altra questione cruciale. Sono innumerevoli i casi di cittadini statunitensi che, per un motivo o per un altro, non hanno (spesso per un breve periodo di tempo) la capacità economica per pagar l’affitto o estinguere eventuali debiti. Saltare una quota mensile basta per finire in tribunale, cacciati da una casa sì presa in affitto, ma con tutti i propri beni dentro e senza avere altro tetto a disposizione. Ed è proprio il tribunale un altro problema, circa il 90% dei “sfrattati” non ha i mezzi economici per permettersi un avvocato e quindi una difesa, alla faccia de “la Legge è uguale per tutti”.
Non stiamo parlando di “scansafatiche” che non vogliono pagare l’affitto. Stiamo parlando di Persone che nella maggior parte dei casi, per l’appunto, non può permettersi una difesa nella corte; stiamo parlando inoltre, perché succede molto spesso, di vari proprietari di abitazioni che decidono di alzare d’un tratto la quota dell’affitto proprio per cacciare l’inquilino, per dar spazio a qualcuno di più abbiente, qualche altra preda succolenta. Succede spesso inoltre che, quando un proprietario viene a conoscenza della perdita del lavoro del proprio inquilino, la quota d’affitto viene alzata in modo tale da levarsi preventivamente di mezzo un eventuale problema futuro (nel caso questo non trovi un lavoro al più presto).
In una società che si basa sulla concorrenza, sull’idea della sopravvivenza, dove chi non uccide viene ucciso, dove tutti son nemici di tutti, è quindi ovvio che non ci possa essere un senso di compassione verso il prossimo. Fin da piccoli viene insegnato ai cittadini americani che chi è ricco va premiato, chi è povero va sì aiutato con qualche spicciolo, per farlo mangiare, ma guai a dargli un lavoro, sarà sicuramente uno scansafatiche che non vuole essere cittadino. È pazzia non trovare similiarità con il lavaggio di cervello che veniva fatto alla gioventù nella Germania nazista, dove veniva insegnato che dar sostegno economico ai disabili era davvero dispendioso per lo Stato, e che i disabili in fin dei conti erano tali per causa loro.
Disabili e senzatetto hanno tuttavia una cosa in comune, entrambi sono finiti in questa disgrazia per pura influenza esterna e non di certo per propria scelta; chi per fatalità fisiche chi per fatalità causate dalla “mano invisibile” che tutt’altro fa che regolare i mercati.

Alla fine, purtroppo, molti cascano nell’inutile autocritica, rassegnandosi al sistema e inziando a pensare che alla fin fine la colpa è la loro se hanno perso lavoro, famiglia, amici, casa, e dignità. Si autoescludono da tutti, e accettano la dura realtà; altri si aggrappano alla fede, sperando che una volta morti la “vita” possa esser migliore di quella terrena (e qui entra in gioco l’influenza che ha la Chiesa, spesso aiutando o spesso lucrando, sui disperati).
Parliamo di un Paese che ospita il 41% dei più ricchi al mondo, insieme ad altri 105.300.000 abitanti che invece soffrono letteralmente la fame.
Altra piccola considerazione sull’inefficacia del sistema è questo dato: il 50% della ricchezza globale è detenuto da sole 26 persone (già, con nessun 0 a seguire), mentre due anni fa era in mano a 43, 4 anni fa ne erano 62. I ricchi secondo i sondaggi infatti sono sempre di meno, i poveri sempre di più; e mentre i primi si arricchiscono a dismisura, i secondi sprofondano senza incontrare mai un fondo, cancellando quindi la vecchia “classe media” (e questo lo si può vedere e sentire spesso anche nei notiziari), proletarizzando quindi tutti.

Ma è un problema dell’amministrazione Trump o del precedente Obama? Dei repubblicani o dei democratici? Insomma, la situazione è così da sempre?

Secondo il Libro “Guai ai poveri. La faccia triste dell’America” la povertà iniziò a decollare, negli Stati uniti, a partire dagli anni ’70.
Proprio in questi anni infatti gli Usa hanno avuto un forte cambiamento nell’economia, passando dal settore industriale a quello dei servizi. In questo modo i tassi di disoccupazione hanno raggiunto le stelle depenalizzando i “meno qualificati”.
Sempre secondo il Libro “A differenza del clochard ubriacone, maschio, bianco e vecchio che rispecchiava lo stereotipo non solo letterario dell’ homeless, la popolazione dei senzatetto è oggi formata in grande misura da famiglie e la categoria di homeless in maggior crescita è quella dei bambini”. Il Libro afferma che sono 2 milioni e mezzo i bambini senzatetto minori: 1 ogni 30 bambini americani, in aumento, dal 2007 del 64%.
In verità gli Stati Uniti hanno avuti sali e scendi nella propria economia, ma la vasta povertà e l’eccessiva ricchezza ci sono sempre state.
È da illusi pensare che il governo degli elefanti o degli asini sia la causa di questa povertà dilagante, la verità è che il problema è il sistema capitalista. Proprio il fatto che la povertà (così come le sue conseguenze citate all’inizio: prostituzione, alcolismo, ecc.) sia considerata una cosa “alla norma”, inestirpabile e irrisolvibile, testimonia che questi problemi ci sono da sempre stati. E mentre il blocco orientale si scandalizzò dalle conseguenze del libero mercato dopo la caduta del muro (basti leggere i commenti di vari Tedeschi della DDR che abbiamo citato in un articolo scritto tempo fa), l’occidente ha sempre considerato la prostituzione “il più antico lavoro al mondo” e la povertà una semplice disgrazia incurabile dalla medicina.
Avrete visto tantissime foto scattate durante le varie carestie che ci sono state in Ucraina con l’holodomor (rivelatisi poi scattate durante la prima guerra mondiale, quindi false e fuori contesto), morti di fame, una sorta di “Africa” in Europa. Ma quante foto avete visto di quelle scattate durante la grande depressione?
Del ’29 nero sicuramente ne avrete sentito parlare: crollo della borsa di Wall Street, broker finiti con gli scatoloni nelle vie (portando a casa le cose dall’ufficio avendo perso il lavoro), e il “new deal” di Roosevelt.
Ma dite la verità: mai visto scenari apocalittici dove centinaia e migliaia di americani vivevano in delle abitazioni fatte letteralmente di alluminio e cartone? Parliamo di realtà, nessun film. Gente costretta letteralmente a vendere o donare i propri Figli, per dar a questi ultimi una vita più dignitosa e per avere in cambio almeno un po’ di Pane per far continuare a vivere i Genitori disperati. Stiamo parlando di Stati uniti, l’emblema del capitalismo e della “democrazia, “patria della libertà”; non della “totalitaria” Nord Corea, Unione Sovietica, o Cuba.

La crisi del ’29 è stata probabilmente la crisi economica più disastrosa che ci sia stata a livello globale nell’intera Storia dell’Umanità.
Fino ad allora ci si appellava infatti alla “mano invisibile”, alla cosiddetta “economia classica” o liberismo. Si pensava che i mercati si auto-regolassero, che la domanda e l’offerta potessero efettivamente avere qualche turbolenza temporanea, ma niente di più. Tutto si basava sul fatto che, secondo i liberisti, gli uomini agissero per puro egoismo; questo egoismo avrebbe portato benefici a tutta la comunità, perché, sempre secondo loro, quando uno agisce seguendo i propri interessi e le proprie ambizioni, investendo e producendo, si crea ricchezza che viene poi automaticamente “distribuita” a tutta la Popolazione secondo i propri meriti. Nessuna regola è necessaria.
Ed è proprio allora, dopo centinaia di bolle accadute nella storia (la più famosa e disastrosa è stata quella del Papavero), che il liberismo crollò, almeno apparentemente.
La crisi del ’29 era la prova definitiva che occorreva adottare un nuovo sistema, moltissimi liberisti “ortodossi” proprio in quell’occasione cambiarono idea rendendosi conto che continuare col sistema economico vigente era insostenibile.
Si scelse quindi, nonostante forti opposizioni da parte di vari economisti ed imprenditori di parte, di seguire le teorie di Keynes. Quest’ultimo, economista abbastanza ignoranto almeno fino alla crisi, poi diventato una sorta di “rockstar” ed idolo di molti, aveva già affermato che il sistema capitalistico aveva bisogno di interventi provenienti da un ente esterno affinché si potesse regolare, evitando quindi continue crisi cicliche.
La teoria Keynesiana aveva certamente delle basi condivisibili, ma non si spingeva oltre alla regolamentazione del mercato. Non metteva infatti in dubbio l’efficienza del capitalismo; proponeva anzi metodi per farlo “campare” per più tempo.
A breve termine tuttavia dava effettivamente i suoi frutti. Il new deal non è sicuramente stato un “miracolo” come molti lo dipingono al giorno d’oggi; la disoccupazione rimase e la povertà non c’è neanche il bisogno di dirlo.
Tuttavia queste manovre economiche, che consistevano principalmente in grandi opere pubbliche, fecero risollevare l’economia americana e diede occupazione a molti. Giusto il necessario per “dare una botta” agli ingranaggi inceppati.

Le crisi sono state tante, innumerevoli, e nel sistema capitalista ci sono sempre state. L’ultima grande crisi avvenuta a livello mondiale che c’è stata è quella del 2008, anch’essa partita dagli Usa. Anch’essa provocò migliaia se non milioni di poveri, se consideriamo le conseguenze che essa ha avuto sull’intero globo; e non solo, questa crisi ha portato ad un austerità sempre maggiore in occidente, ripescando quindi il liberismo e scartando il modello keynesiano: austerità può essere una parola che non provoca né caldo né freddo, ma allo stesso tempo, che piaccia o no, significa tagli all’istruzione, ai servizi sociali, e quindi alla sanità. Povertà vuol dire aumento di morti a lungo termine, tagli alla sanità vuol dire aumento di morti soprattutto a breve termine, tagli all’istruzione vuol dire futuro buio.

Tornando agli Stati Uniti,
La Popolazione è ormai convinta che la concorrenza sia giusta, e che in fin dei conti la società funziona così perché rispecchia giustamente la Natura selvaggia (ignorando ovviamente che la civiltà esiste per portare progresso ed equità); l’individualismo è così dilagante che il Patriottismo è ormai raro.
Questo andamento lo si può notare anche in Europa, dove da anni ormai si insegna nelle scuole che la concorrenza porta progresso e ricchezza a tutti, e che l’inseguimento delle proprie ambizioni porta benesse a sé stessi e a chi ci sta intorno.
Vediamo ovviamente gente sbandierare il proprio stendardo assiduamente come se fosse un tifo, come se fosse una squadra sportiva (ed effettivamente vediamo questa “manifestazione di patriottismo” proprio in concomitanza di grandi tornei sportivi), vediamo gente cantare l’inno come se fosse una filastrocca o un coro da stadio; ma quanti veramente si sentono Americani, o Italiani?
Vediamo Statunitensi cantare commossi il proprio inno al super bawl (praticamente il torneo americano d’eccellenza, consumismo alle stelle, e strisce), vediamo americani “tifare” per la propria Nazione quando vanno in guerra, ovviamente in senso imperialistico, contro altre Nazioni sorelle, vediamo americani fare l’alzabandiera perfino nelle scuole, li vediamo poi, proprio nelle scuole, imparare solo la storia della propria Nazione, quasi a memoria, ignorando tutto il resto; ignorano perfino le origini di quella Nazione, basata in teoria su valori più o meno “socialisti” (con molti limiti sulla schiavitù e anche sulla proprietà), ed ignorano anche il sangue su cui si è fondata quella Nazione, non dei coloni ma dei Nativi, visti ormai come i “cattivi” nei classici film hollywoodiani e nell’immaginario dell’occidentale medio.
È un sistema costruito per render, o anzi sfruttare, la Patria come mezzo di propaganda; così come avveniva prima (o spesso anche ora) con le varie Fedi e Religioni. Ti fanno odiare il prossimo, dicendo che la società è composta da altre belve egoiste come te; poi ti dicono che questo in cui vivi è il modello migliore, la Nazione con più libertà al mondo; ti costringono all’ignoranza, dicendoti poi che questa o quella Nazione è un rischio per la vita di tutti gli americani. Giustificano così qualunque interventismo, mirato ovviamente da fini imperialistici quali l’appropriazione del petrolio, di materie prime di alto valore o necessarie per l’industria (specialmente quella tecnologica), o per vie politiche comprensibili solo se viste su un vasto contesto a lungotermine.
E tutto questo è ovviamente basato sull’ignoranza: basti sapere che, secondo i sondaggi, la parte degli americani favorevoli ai vari interventi militari (o delle varie sanzioni, anch’esse di crimine pari a quelle delle guerre) sono proprio quelli che non sanno indicare la Nazione in questione su una comune cartina geografica; sono completamente alienati, e proprio perché alienati non sanno ciò che sta accadendo nel mondo a causa loro e non sono coscienti della mostruosa ingiustizia che c’è a casa loro.

Gli Stati uniti sono probabilmente la “Nazione” (se può esser definita tale) più controversa economicamente, ed anche politicamente.
Vivere negli Usa vuol dire viver nella “pancia del dragone” (come disse anche José Martì), vivere nella pancia del mostro del capitalismo; vuol dire rischiare di finire sotto un ponte, ma anche raggiungere le stelle e il godimento edonistico, prevalicano ovviamente il prossimo per raggiungere questo fine.

“Cari compagni italiani”

Pubblichiamo questa lettera apparsa poche ore fa sui siti di Marx21 e su l’Antidiplomatico.

Cari compagni italiani,

siamo lavoratori italiani che vivono in Francia. Siamo militanti del sindacato di classe francese, CGT, la Confédération Générale du Travail.

Da oltre un mese, dal 5 Dicembre, ci sono mobilitazioni e scioperi contro la riforma delle pensioni del Governo Macron. Oltre un mese in cui i trasporti sono bloccati, in cui lavoratori dormono al fuoco dei copertoni nei depositi degli autobus, nelle centrali elettriche, nelle raffinerie, nei porti. Ma anche un mese in cui si sono mobilitati lavoratori che non lo avevano mai fatto prima: gli avvocati sono in sciopero, con il loro sindacato e sostenuti da tutto l’ordine; i lavoratori della cultura, che hanno bloccato i teatri e che si esibiscono gratuitamente in strada a sostegno del loro sciopero e di quello di tutti gli altri settori. Ma anche scuole, poste, ospedali, in mobilitazione da oltre un anno. O le lavoratrici a cottimo degli hotel, che scioperano da oltre sei mesi.

Tutto questo non è ovviamente solo uno sciopero contro una delle tante contro riforme delle pensioni. E’ una tenace resistenza contro la cancellazione del progetto di società uscito dalla Resistenza al nazismo, che prevedeva per tutti un sistema di protezione sociale che permettesse una vita sicura, lontano da povertà economica e culturale, da fame, angoscia e paura.

Quello a cui assistiamo non è solo uno sciopero. E’ uno sconvolgimento totale della società, un evento che cambia la propria vita e che segnerà il futuro sociale di questo paese. E’ uno sciopero tra i più lunghi, più lungo di quello del 1995, che bloccò la Francia, più lungo di quello del ‘68, forse la più grande mobilitazione dei lavoratori in Europa da quella dei minatori contro la Tatcher. E’ la prima grande risposta dei lavoratori europei alla crisi cominciata 10 anni fa.

Nonostante i disagi, tutti i sondaggi continuano a mostrare un grande sostegno agli scioperi. Anche i sondaggi fatti con domande talmente contorte pur di suggerire la risposta giusta, falliscono e mostrano percentuali ben oltre il 50% a favore degli scioperanti. La partecipazione agli scioperi, dopo la pausa natalizia, è ricominciata ed è fortissima, giovedì eravamo oltre un milione e settecento mila. Una pausa natalizia che non c’è stata per tutti quei lavoratori che da oltre un mese scioperano ad oltranza e che non hanno fatto alcun Natale e alcun Capodanno e che non hanno ricevuto nulla come stipendio a Dicembre e che non riceveranno nulla neanche a Gennaio. Due mesi senza stipendio, niente regali per i figli, niente cenone. La tredicesima è servita a partecipare allo sciopero e alcuni hanno fatto debiti per continuare a resistere.

La solidarietà è stata forte, a dimostrazione del sostegno che hanno questi eroici lavoratori. La cassa nazionale di sostegno allo sciopero è arrivata in un mese a oltre due milioni di euro, e altre casse locali sono state create a sostegno dei lavoratori, come quella di Parigi che ha raggiunto in pochi giorni i 100’000 euro. Questi soldi non sono stati donati da chissà chi. Sono stati donati da persone come noi, che arrivano a fine mese e basta, da mamme single, da anziani con la pensione sociale, da disoccupati, da interinali, da lavoratori immigrati, dai fattorini e da tantissimi che hanno dato quanto potevano per sostenere chi sta lottando anche per loro. Si tratta di piccole donazioni, di 10 o venti euro, di 5 euro, a volte anche di uno solo.

Per noi, quali militanti sindacali, ha significato vivere qualcosa che non avevamo mai conosciuto in Italia e che marcherà la nostra vita politica e personale. Significa una mobilitazione continua, per organizzare gli scioperi nelle nostre aziende, ma anche per sostenere chi fa uno sciopero ad oltranza come nei trasporti e nelle ferrovie. Significa dimenticare ogni altra cosa e partecipare e vivere e contribuire a un grande momento di solidarietà e resistenza. Di quelli che in Italia non vediamo da decenni e che avevamo ascoltato solo dai racconti dei nostri genitori e dei nostri nonni.

Cari compagni italiani, già un mese fa scrivemmo una lettera a tutti voi, chiedendo solidarietà. Questa nuova lettera non la firmeremo, come l’altra, con la sigla del partito a cui apparteniamo. E non la tradurremo, come abbiamo fatto per l’altra, perché vogliamo che resti tra noi, che non giri sulla rete.

In questo mese, tramite i social e qualsiasi altro mezzo a nostra disposizione, abbiamo fatto quanto avevamo promesso: abbiamo passato le giornate a condividere quanto avveniva qui. Foto, video, articoli di giornale, le nostre esperienze. Lo abbiamo fatto di nascosto durante il lavoro, rischiando il licenziamento. Lo abbiamo fatto in diretta, dalle manifestazioni a cui partecipavamo. Lo abbiamo fatto perché volevamo dare speranza ai nostri compagni italiani, che vivono in una situazione sociale estremamente difficile. Le notizie che vi inviavamo, speravamo potessero sollevarvi, rincuorarvi. Speravamo e volevamo che diventassero una bandiera da sventolare, per dare una speranza a quanti vi sono vicini, per spronare sindacalisti pigri, per mobilitare partiti spesso ripiegati su se stessi e privi di spirito militante. Ci aspettavamo anche una solidarietà da portare ai nostri compagni francesi che lottano con noi. Per non sentici soli, per non farli sentire soli. Avevamo chiesto piccole donazioni di sostegno, anche solo un euro. O una lettera di vicinanza da scrivere alla CGT, e ci siamo resi disponibili a tradurla se necessario. O una manifestazione all’ambasciata francese, una foto con i propri compagni di sindacato, una cena di sostegno fatta dal proprio partito, associazione o circolo. Eravamo pronti a mettere tutto quel che potevamo per aiutare a risollevare un po’ la situazione italiana.

In verità, dopo un mese, ci sentiamo più soli di prima. L’unica cosa che è arrivata è stato un magro comunicato della CGIL nazionale il 5 dicembre, primo giorno di sciopero. Poi più nulla. Abbiamo cercato su tutte le pagine della confederazione, dei suoi mezzi di comunicazione, sui social, nelle pagine delle correnti interne. Non c’è nulla. Come se non esistessimo. Come se questi lavoratori non ci fossero. Un comunicato e null’altro. E la situazione non cambia per i sindacati di base. La cosa è ancora più sconfortante per i partiti e i movimenti italiani.

Quando abbiamo provato a sollecitare alcuni compagni italiani, invitandoli a sostenere gli scioperi, a fare circolare le notizie, ci siamo scontrati con una passività totale. Una passività stridente con tutto quanto stiamo vivendo qui. Nonostante quanto abbiamo fatto in un mese per cercare di fare circolare le notizie, i video e le foto, nulla è arrivato in Italia. Non ha suscitato nulla, e tutti hanno continuato a dibattere delle solite cretinate come i diti medi a Salvini o della famiglia reale inglese. E’ prioritario dibattere se Craxi era un ladro o uno statista rispetto al sostegno a lavoratori che scioperano da oltre un mese?

Molti hanno ripreso per ben due volte una falsa notizia Ansa per cui gli scioperi sarebbero finiti perché il governo rinunciava ad alzare l’età della pensione. La notizia circolò una prima volta a dicembre e di nuovo sabato scorso. Falsa nei due casi e a nulla è valso il nostro impegno per smentirla. Domani si sciopera di nuovo, ma questo è incomprensibile in Italia, talmente siamo abituati alle capitolazioni senza combattere.

La vera risposta sarebbe stata uno sciopero di solidarietà. Ma conosciamo la situazione italiana. Sappiamo che non ci sono le condizioni per questo oggi. Ma, come detto, oggi ci sentiamo soli, molto più soli, perché privati non solo del sostegno di tanti lavoratori italiani, ma perché privati della speranza che in Italia ci possa essere un cambiamento a breve e che questo possa partire da sinistra.

Noi continueremo a fare il nostro lavoro, quello di italiani militanti sindacali e politici in Francia. Continueremo a partecipare e organizzare le mobilitazioni e gli scioperi e continueremo a informare chi è rimasto in Italia su quanto avviene qui. Non possiamo fare altro, è tutto quello che possiamo fare. Questa lettera è un ulteriore appello nella speranza che quanto facciamo, che quanto avviene qui, possa aiutare i compagni italiani a uscire dalla situazione in cui si trovano. Che possa mostrare che in un paese non troppo diverso, a pochi chilometri dall’Italia, tutto quanto stiamo mostrando è possibile, e che quindi anche in Italia ci si può riprovare. Altrimenti continuerà il teatrino tra Salvini e le sardine, tra la Meloni e Zingaretti.

Concludiamo questa lettera con lo slogan che viene intonato a tutte le manifestazioni. Lo facciamo perché pensiamo che rappresenti bene quello che sta avvenendo qui. Perché fa capire cosa muove un semplice lavoratore a rinunciare alle feste, ai figli, allo stipendio, al voler resistere un minuto in più del governo e dei padroni. E se pensate che tutto questo avvenga per 10 euro di pensione in più tra vent’anni vi sbagliate di grosso:

“On est là, on est là !

Même si Macron ne le veut pas, nous on est là !

Pour l’honneur des travailleurs et pour un monde meilleur !

Même si Macron ne le veut pas, nous on est là !”

[Noi ci siam! Noi ci siam!

Anche se Macron non vuole, noi siam qui!

Per l’onore dei lavoratori e per un mondo migliore,

anche se Macron non vuole, noi ci siam, noi siam qui!]

Lorenzo e Alberto

Deideologizzazione? Parliamone

Un disegno di legge viene depositato: un fronte trasversale a suo sostegno, un fronte trasversale ad opporsi. O ancora: totale accordo ed armonia riguardo ai modelli economici e di sviluppo in seno al dibattito politico. O anche: periodiche rittrattazioni delle posizioni precedentemente espresse, con la damnatio memoriae per voti e pareri espressi. Queste scene assolutamente familiari ad ogni occidentale vengono in genere ricondotte al fenomeno della “deideologizzazione”, ossia della progressiva perdita d’indentità caratteristica da parte delle forze politiche a favore di un totale pragmatismo mirato al risultato immediato. E’ così? Può darsi, ma questa visione non convince del tutto.

L’ideologia dominante

L’ideologia, accettando la definizione comune e diffusa del termine, altro non è che un sistema di pensiero, un insieme di idee condivise espressione della storia, delle aspirazioni, delle paure e degli interessi di un determinato gruppo. Affermato questo possiamo vedere come tutt’ora esista, e prepotentemente, un ordinamento ideale diffuso, accettato ed anzi dato e propagandato come scontato ed inevitabile. Non si parli di nichilismo, perdita di valori o fine dei sistemi politici, quanto di un loro riassestamento sulle posizioni culturali dei vincitori della guerra fredda. La postmodernità, volendo accettare questa definizione, può sembrare basarsi su grandi negativi e sul relativismo più totale, ma non è così: ciò è percebile epercepito solo dall’interno di essa, accettando la sua, e qui veniamo al punto, ideologia. Dall’interno del sistema ideale post-moderno noi non vediamo altro che questo, magari declinato in varie forme e colorato in vari modi, ma questo rimane. Non esistono prospettive di cambiamento strutturale, non esistono voci radicalmente fuori dal coro, ma unicamente differenti posizioni all’interno di un unico sistema etico, politico, economico, culturale e sociale. Essendo questo sistema oramai egemone, e forse l’unico pensiero forte -perchè di questo si tratta: una precisa, decisa e radicale codificazione politica e filosofica- diffuso su larga scala, è facile cadere nella sua stessa propaganda, dandolo “per scontato”, scegliendo subconsciamente di non vederlo, allo stesso modo in cui il cervello non elabora la sagoma del naso pur essendo questa perennemente al centro di ciò che vedono i nostri occhi.

Discostandoci da quella linea di pensiero indotta possiamo osservare in tutta la sua interezza l’ideologia ora dominante. Possiamo vedere il capitalismo portato al parossismo, il ritorno in auge della colpevolizzazione della povertà, possiamo vedere una critica radicale al concetto di democrazia in nome di un direttorio tecnocratico, di un simposio di “esperti”, possiamo vedere l’acritica accettazione di un’idea di uomo naturalemente egoista e malvagio, in barba a qualsiasi prova della sua socialità, possiamo vedere la competizione e la flessibilità assunti a dogmi, e l’accumulazione di capitale, speso spesso in maniera molto barocca unicamente per l’immagine, come unico motore trainante degli abitanti di questo sistema, che non possono, e non ci tengono più, ad essere definiti dittadini.

“Destra e sinistra non esistono più”

Una delle credenze più diffuse, delle posizioni più sostenute e madre di ogni sorta di strampalate teorizzazioni politiche è l’assioma secondo il quale le categorie politiche destra e sinistra sarebbero oramai inesistenti, concetti slegati dall’agire politico quotidiano. Per confutare questa tesi serve prima di tutto avere chiaro cosa significano i termini “destra” e “sinistra”. Dando per scontata l’origine storica, si può sintetizzare definendo di “sinistra” quelle istanze che mirano all’attuazione di un disegno di progressiva attuazione di un dover-essere all’essere, scegliendo di vedere la proiezione futura di questo come razionalizzabile, mentre di “destra” quelle che puntano alla difesa -o alla ricostruzione- di un esistente dato come unico argine o come naturale frutto di un essere caotico e violento, impermeabile ad ogni cambiamento in positivo se non collaterale e circostanziato.

Queste due categorie hanno per secoli raccolto la tensione ideale di chi immaginava società diverse, irriducibili l’una alle altre, il che era manifestato da un’intensa contrapposizione tanto fisica quanto intellettuale. Oggi quella contrapposizione esiste ancora, ma è ignorata dal grande pubblico. Possiamo utilizzare un paragone coi giorni nostri: l’Italia è da almeno due decenni in un costante stato di guerra, con le proprie truppe impegnate in diversi teatri; alla domanda “secondo te siamo in guerra?” l’uomo della strada risponderebbe colpito dall’apparente idiozia della domanda con un “certo che no!”. Eppure saltuariamente passano le notizie di morti e feriti, di conflitti a fuoco, per tacere delle ignorate vittime civili o di parte avversa. Allo stesso modo sembrerebbe non esistere più scontro politico se non limitato a temi estetici e di ordine pubblico, con una storia arrivata al capolinea in un eterno presente, ma poi arriva chi reclama l’eguaglianza, chi urla al mondo intero che vuole distruggerlo e crearne uno nuovo e migliore, che tutto questo è perfettamente possibile e che, anzi, è il presente sistema ad essere irrazionale e folle. E quando le città si bloccano e le strade bruciano ecco riemergere la Politica, quella che sembrava lasciata al secolo scorso, sotterata in virtù di un’insulsa concordia civile che altro non è che la vittoria della classe possidente. La guerra esiste, ma non è percepita nel campo egemone, e solo chi ne fa esperienza diretta può testimoniarne la materialità.

Destra e sinistra esistono ancora, e ad oggi non esistono categorie politiche migliori nella descrizione sommaria delle istanze politiche. Se sembrano essere sparite è perché in realtà una sola di queste si è resa egemone, ottenendo il monopolio della politica istituzionale, dei media, della cultura. La destra si è imposta: competizione, conflitto, profitto, terrore stanno alla base del sistema attuale, e negare ciò sarebbe negare l’ovvio.

Per contrapporsi a quello che nei fatti è un pensiero forte, dotato di una grande massa di sostenitori, anche se spesso incoscienti, non c’è altra strada se non la lotta aperta, riconoscendo in primis l’esistenza di questa. Porsi fuori dagli orizzonti di un sistema che è nostro nemico ed opporgli un altro mondo, un mondo nuovo da immaginare e creare.

La lotta paga

LA LOTTA PAGA
Nuova luce arriva dalla Francia: Il liberista Macron ha ritirato la sua riforma pensionistica dopo settimane intere di sciopero generale e più di un anno di mobilitazione continua dei Gilet Gialli. La lotta paga, è bene che tutti prendano nota: solo tramite l’impegno ed il sacrificio il popolo francese è riuscito a respingere un vergognoso attacco alla sua vita, impedendo l’alzamento dell’età pensionabile. Ovviamente silenzio, quando non borghese condanna, dei metodi usati e dei risultati ottenuti da parte dei lavoratori d’Oltralpe. Silenzio anche dai sindacati, che accolsero la legge Fornero, assolutamente più grave di ciò che era proposto in Francia, con un paio d’ore di sciopero simbolico. I fatti parlano: il sindacalismo conflittuale vince, quello istituzionalizzato e neo-corporativo si rivela strumento delle classi possidenti.
Viva la Francia ed i suoi lavoratori, viva la lotta dei tanti contro i pochi.