A 125 anni dalla morte di Martí. di Eros R.F.

“Nel mondo deve esserci una certa quantità di decoro, così come deve esserci una certa quantità di luce. Quando ci sono molti uomini senza decoro, ce ne sono sempre altri che hanno in sé il decoro di molti uomini. Costoro sono quelli che si ribellano con forza terribile contro coloro che rubano ai Popoli la libertà, che è come rubare agli uomini il decoro. In questi uomini vivono migliaia di uomini, vive un popolo intero, vive la dignità umana”
scriveva Martí ne L’età dell’oro; non c’è citazione più azzeccata per parlare di un uomo come lui.
Poeta, saggista, giornalista, pittore, filosofo, pedagogo, ed ovviamente un condottiero, un politico, un rivoluzionario: José Martí è probabilmente uno dei Rivoluzionari più sottovalutati in occidente, eppure lo conosce chiunque in America latina, ed è una figura di riferimento in moltissimi Paesi del terzo mondo.
Tutti conosciamo Guantanamera, storica canzone Cubana, ma quasi nessuno sa che il testo sia stato preso da una delle più belle poesie di Martí, Cultivo una rosa blanca.
Tutti i socialisti conoscono la massima “Ogni vero uomo deve sentire sulla propria guancia lo schiaffo dato a qualunque altro uomo”, e spesso la attribuiscono, erroneamente, a Che Guevara o Thomas Sankara, che hanno in verità a loro volta citato Martí.

Si può dire che sia stato il primo anti-imperialista, ed il primo a rendersi veramente conto che il sud del mondo sia l’emisfero degli oppressi, dei sfruttati. Fiero di appartenere al terzo mondo, non ha mai rinnegato le sue radici. Chiunque, secondo lui, doveva lottare per conquistare la propria libertà, passando ovviamente per la libertà del proprio Popolo e dell’Umanità intera: “Chi vuole una Patria sicura, che la conquisti. Chi non la conquista, viva di frusta e di esilio, braccato come le fiere, sbattuto da un Paese all’altro…”.*

Per approfondire meglio il personaggio, facciamo un riassunto della densa biografia di Martí:
È il 28 Gennaio 1854 quando, nella soffitta di un umile casa nell’Avana, nasce l'”Apostolo”.
Il 10 Ottobre 1868 scoppia la guerra dei 10 anni, una delle tante rivolte ed insurrezioni dirette contro il colonialismo Spagnolo.
Il 21 Ottobre dell’anno dopo il giovane ragazzo dell’Avana, solo 16enne, viene incarcerato dalle autorità spagnole in quanto “collaborazionista”, perché supportava l’esercito rivoluzionario; non è questa, tuttavia, la prima azione politica di Martí: si può dire infatti che iniziò già a 15 anni, quando pubblicò il suo primo testo politico nel giornale El Diablo Cojuelo. Lo stesso anno pubblicò Abdala, un dramma patriottico in versi, nel monovolume La Patria Libre: tutt’ora a Cuba i ragazzi studiano a memoria questa stupenda poesia:

“El amor, madre, a la Patria,
no es el amor ridículo a la tierra,
ni a la yerba que pisan nuestras plantas;
es el odio invencible a quien la oprime,
es el rencor eterno a quien la ataca…

Es mucho mas que un juego de palabras
lo que se muestras, desnudo, es estos versos”


[“L’amore, madre, per la Patria / non è l’amore per la terra, / né per l’erba che calpestano le nostre piante; / è l’odio invincibile per chi la opprime; / è il rancore eterno per chi l’attacca… // È molto di più di un gioco di parole / ciò che si mostra, nudo, in questi versi”]

Nello stesso anno compose il celebre sonetto 10 de Octubre, che fu pubblicato poco più tardi nel giornale della sua scuola.
E queste azioni, apparentemente innocue ma che contenevano un messaggio profondamente patriottico e rivoluzionario, costarono a Martí molto caro.
Vennero infatti considerati degli aggravanti all’azione che fece appunto a 16 anni, dove, insieme ad un altro amico, rimproverava, con una lettera scritta, un compagno per essersi arruolato nelle forze armate spagnole.
Viene incarcerato nell’ottobre del ’69 con l’accusa di tradimento; quattro mesi dopo si assume la responsabilità delle proprie azioni, nonostante i vari tentativi dei Genitori nel far cedere il figlio per il suo bene. Viene quindi condannato a 6 anni di reclusione. A causa delle gravi lesioni che gli provocarono le catene sulle gambe venne trasferito in un altro carcere ne l’Isla de Pinos, per poi esser infine esiliato in Spagna. Completerà gli studi lì, laureandosi in giurisprudenza e in filosofia e lettere.
Nel ’77 torna a Cuba sotto falso nome e cerca un lavoro, ma nell’80 finì per trasferirsi a New York, USA.
Qui contribuì enormemente a sviluppare un nucleo latinoamericano anti-coloniale ed anti-imperialista. Non smise mai di esprimere l’amore per la sua Patria, nonostante le varie tentate censure da parte degli Stati uniti, che comunque davano una certa libertà agli esuli delle Antille in quanto avevano l’interesse comune di sovvertire la presenza spagnola nelle Americhe.
Certo con fini diversi: gli Usa per imperialismo, e gran parte degli esuli per amor patrio e di giustizia.
Nonostante sia sempre stato grato per esser stato ospitato dai statunitensi, non ebbe mai peli sulla lingua quando c’era da criticare, anche pesantemente, le politiche degli Usa – intrighi e trame politiche a cui era abbastanza a conoscenza visto che ha fatto parte di diverse Assemblee e Conferenze; come quella panamericana, organizzata di fatto dagli Stati uniti con secondi fini.
Ha infatti assistito alla fase di transizione degli Stati uniti, diventando una potenza industriale e monopolistica, col regime dei trust; ed ha sempre denunciato il disprezzo per la povertà, il consumismo sfrenato, e il culto della ricchezza e dell’individuo che dominava il nord america.
Nelle sue cronache dell’80-’81 scriveva già:
“Questa repubblica, per il suo culto smodato alla ricchezza, è caduta, senza nessuno degli ostacoli della tradizione, nella disuguaglianza, nell’ingiustizia e nella violenza dei paesi monarchici” – e ancora: “da un’aristocrazia politica è nata un’aristocrazia del denaro, che controlla i giornali, vince le elezioni e di solito domina in assemblee quella casta superba, che mal nasconde l’impazienza con cui spia il momento in cui il numero dei propri seguaci le consentirà di manomettere il sacro testo della Patria e trasformare in favore e per il privilegio di una classe, la magna carta di generose libertà, al cui riparo questi volgari potenti hanno creato la fortuna che oggi anelano usare per ferirle in modo grave”.
Ha contribuito moltissimo con le sue cronache e i suoi articoli spesso tempestivi – “come sempre fu il primo a segnalare le ingiustizie”, disse Che Guevara nel 28 gennaio del ’60 – fu infatti il primo a scrivere sulla tragedia dell’Haymarket dell’86, Un drama terrible, in cui morirono impiccati diversi anarchici, perché difesero con le armi i vari operai che scioperarono nelle fabbriche a Chicago.
Il 2 novembre 1889, riferendosi agli Stati uniti, invierà a La Nación di Buenos Aires: “Dalla tirannide della Spagna ha saputo liberarsi l’America spagnola; e adesso, dopo aver osservato e giudicato precedenti, cause e fattori dell’invito, è urgente dire, perché è la verità, che è giunta per l’America spagnola l’ora di dichiarare la sua seconda indipendenza
Da una parte c’è in America un popolo che proclama il suo diritto, conferitosi a sé, a governare, per moralità geografica, sul continente, e annuncia, per bocca dei suoi statisti, sulla stampa e dal pulpito, nei banchetti e nel congresso, mentre mette la mano su un’Isola e cerca di comprarne un’altra, che tutta la parte nord dell’America dev’essere sua, e deve essergli riconosciuto diritto imperiale dall’istmo in giù; e dall’altra ci sono i Popoli di origine e destini diversi, sempre più attivi e meno sospettosi, che non hanno altro nemico reale che la propria ambizione, e quella del vicino che li invita a risparmiargli la fatica di togliere lori domani con la forza ciò che possono dargli di buon grado adesso. E devono mettere i loro affari i popoli d’America nelle mani del loro unico nemico?…
Perché entrare come alleati, nel fiore della gioventù, nella battaglia che gli Stati uniti si preparano a condurre col resto del mondo? Perché devono combattere le repubbliche d’America le loro battaglie contro l’Europa, e provare su popoli liberi il loro sistema di colonizzazione?”

Il 14 dicembre dell’89, sempre riferendosi agli Stati uniti, scrive a Gonzalo de Quesada:
“Sulla nostra terra, Gonzalo, c’è un altro piano più tenebroso di quello che conoscevamo finora ed è quello iniquo di forzare l’Isola, di precipitarla alla guerra, per avere il pretesto di intervenire in essa, e in qualità di mediatore e di garante impossessarsene. Cosa più vile non esiste negli annali della storia dei popoli liberi: né malvagità più fredda. Morire, per dare la base su cui sollevarsi a questa gente che ci spinge alla morte per il proprio interesse? Valgono di più le nostre vite, ed è necessario che l’Isola lo sappia a tempo. E vi sono dei Cubani, Cubani, che servono, con parate mascherate di patriottismo, questi interessi!”
Uno dei messaggi più attuali in assoluto. L’imperialismo americano, e più in generale quello occidentale, ha da sempre utilizzato la solita tecnica del false flag o della provocazione, del caos interno, per giustificare e legittimare un intervento armato per poi infine affondare le proprie grinfie sul Paese vittima – ed è per questo che Martí è sempre stato contro, oltre alla becera corrente annessionistica che puntava a svendere la propria Patria, l’intervento militare o l’intromissione politica o economica della “Roma d’America” [gli Stati uniti].
Nel 30 gennaio 1891 viene pubblicato uno dei saggi più lucidi di Martí, ancora studiato in tutto il suo continente: La Nuestra America.
Nel 1891 scrive L’eccidio degli Italiani di New Orleans, in cui cerca di evidenziare il conflitto che scorreva tra le varie nazionalità di immigrati presenti negli Usa: una lotta tra gli ultimi.

Durante i vari viaggi per le Americhe, in cerca di fondi per finanziare l’insurrezione, verrà avvelenato. Si ritira quindi sui monti Catskill, dove scriverà, con tutto il dolore che lo affligge nell’animo e nel corpo – non potendo per circa tre mesi né muoversi più di tanto, né mangiar solido –, i Versos Sencillos, la collezione di poesie più celebre dell’autore, per poi ricominciare a fare i suoi viaggi, alla ricerca disperata di fondi.
Nonostante l’avvelenamento non si ferma, e ne risentirà per il resto dei suoi giorni.
Scrive a scatti, con una calligrafia sofferente, a José Dolores Poyo: “Rotolerò per terra, senza corpo e senza conforto – senza neppure il conforto di avere degli amici che mi capiscano e mi siano vicini nell’ora della vera agonia, – ma avrò fatto quanto è possibile a un’anima e un corpo di uomo.”
La dolorosa storia di Martí non si ferma a ciò che subì da giovane, allontanato dalla propria famiglia e la propria terra perché patriota e rivoluzionario, e non finisce di certo con l’avvelenamento – dolore che rispecchia ciò che ha subito allo stesso modo la sua amata Cuba che, dopo circa 400 anni di dominio Spagnolo, rimase l’ultimo territorio in America, insieme a Puerto Rico, ad esser rimasta nelle grinfie iberiche non essendo stata ancora liberata definitivamente da nessuno, a differenza di Nuova Granada, Venezuela, Perù, Argentina ed altri Paesi che furono liberati con le imprese di Bolívar, il Libertador che proclamò la gran Repubblica della Colombia, e José de San Martín; e Martí infatti non si limitò a voler liberare la sua Isola, aveva in piano anche la futura liberazione dei fratelli Portoricani, che erano messi nella loro stessa situazione: “Cuba e Puerto Rico conquisteranno la libertà in modo molto differente e in epoca molto diversa e con responsabilità molto maggiori rispetto agli altri popoli ispanoamericani”.

José Martí, olio su tela di Hermann Norman


È l’ottobre 1891, e dopo la triste morte del padre, la madre torna a Cuba dopo esser stata con José per qualche mese; tutto questo insieme all’abbandono della moglie, che se ne va via da Martí portando con sé il figlio. Non serve neanche provare a descrivere l’infinito dolore che provò Martí. Trovò disperazione non solo nella vita personale, ma anche nella politica: nel giro di pochi mesi un incidente col console spagnolo determina la sua rinuncia ai consolati d’Argentina e Uruguay e alla presidenza della Sociedad Literaria Hispano-Americana.
Ma lui non si ferma: dalla Costa Rica alla Giamaica, e altri Paesi e territori d’America, Martí viaggia per trovare fondi per la spedizione; infaticabile attività che sembrò proficua, ma al ritorno lo attende una grande delusione, che traspare in queste parole prese da una lettera a José Dolores Poyo: “E lì come siamo andati? Neppure un peso del Cayo, a quanto risulta dalle liste che vedo, è entrato alla tesoreria. Eppure, a conti fatti erano più di tremila gli iscritti”. Incomincia così la sua grande agonia per la scarsità di fondi. Decide di andare in Messico e troverà sostegno economico. Dopo aver finalmente riunito, mettendo da parte i vari rancori, i grandi eroi veterani della guerra dei 10 anni – soprattutto il Cubano Antonio Maceo e il Dominicano Maximo Gomez –, riesce ad organizzare nei minimi dettagli la liberazione di Cuba.
Nel 1892 fonda il Partito Revolucionario Cubano e il giornale Patria.
Su Patria pubblicherà Lo spirito della Rivoluzione e il dovere di Cuba in America, dove espone esplicitamente le sue posizioni sulla necessità di una indipendenza totale della sua Isola, non solo per il bene di Cuba e dei Cubani, e probabilmente non solo per tutti i Latinoamericani, ma per il mondo intero – che, vedendola lunga, sentì già che gli Stati uniti cercheranno di estendere la propria influenza su tutto il globo:
“Sul perno dell’America si trovano le Antille, che sarebbero, se schiave, semplice base d’appoggio della guerra di una repubblica imperiale contro il mondo ostile e superiore che già si prepara a negarle il potere – semplice fortino della Roma americana; – e se libere – e degne di esserlo per l’ordine della libertà equa e gloriosa – sarebbe nel continente la garanzia dell’equilibrio e dell’indipendenza dell’America spagnola ancora minacciata e dell’onore della grande repubblica del nord, che nello sviluppo del suo territorio – disgraziatamente già feudale, e diviso in parti ostili – troverà una grandezza più sicura di quella che potrebbe trovare nella conquista ingloriosa dei suoi vicini minori, e nella lotta disumana che con il loro possesso scatenerebbe contro le potenze della Terra per il predominio del mondo”“È un mondo quello che stiamo mettendo in equilibrio: non sono solo due isole che stiamo per liberare [Cuba e Puerto Rico]”. Martí considerò infatti che, seppur vincendo la guerra contro il Messico nel 1848, gli Americani si resero conto di non poter affondare i propri artigli sul Messico né tantomeno il Canada – per via delle molte relazioni proficue, anche con l’Europa –, e che sarebbe quindi stato necessario porre le proprie basi sulle Antille per poi estendersi infine su tutto il continente Sud Americano, e quindi il mondo intero. Già Bolìvar, nel 1815, disse che “Gli Stati Uniti sembrano destinati dalla Provvidenza a piegare con la fame e la miseria l’America intera in nome della libertà”, ma Martí andò ben oltre, analizzando meglio l’impero che si stava in quei anni sviluppando, e capendo che l’indipendenza già tarda di Puerto Rico e soprattutto Cuba – essendo l’Isola più importante delle Antille, e quindi un punto strategico – era più che urgente per salvaguardare l’indipendenza del continente intero. Non a caso nel 1916 anche Lenin, ne L’imperialismo, fase suprema del capitalismo, afferma che la guerra di liberazione combattuta a Cuba fu uno degli eventi fondamentali, se non il più importante, a cambiare le sorti del mondo moderno.
Il piano di Fernandina, elaborato in moltissimo tempo da Martí, sarà un fallimento, che porterà l’Apostolo all’ennesima ricaduta nella disperazione; scriverà a Maceo nel 19 gennaio del 1895: “La viltà, e forse la malvagità, di López Queralta, scelto da Serafín Sánchez per guidare la sua spedizione, hanno tradito il nostro intero piano: le nostre tre navi veloci, partite insieme, per arrivare nello stesso momento, con armi per quattrocento uomini. Forse si salverà il carico. Ma abbiamo salvato di più: la disciplina e il rispetto dell’Isola, ammirata di tanto sforzo – e l’effetto degli emigrati acceso da quest’ingiuria manifesta. Ora, ad altri mezzi. Siamo attesi – e ce la faremo”.
Ormai la guerra era iniziata, ma era impossibile ricomporre la trama spezzata, non essendoci né fondi né tempo. Approfitteranno delle poche risorse che riusciranno a mettere insieme per ritentare, stavolta imparando dagli errori commessi, la liberazione dell’Isola. Così il 29 gennaio del ’95 gli stessi firmatari dell’8 dicembre – che pianificò la liberazione fallita – autorizzano “l’insurrezione simultanea, o quanto più simultanea possibile”, seppur non tempestiva come la voleva Martí: sarà una guerra precipitosa, disordinata, ma con un impeto ormai incontenibile, e paradossalmente con una minuziosa pianificazione ben preparata.
Il 25 marzo 1895 scrive ciò che verrà ricordato come Manifesto di Montecristi, firmato anche da Maximo Gomez, dove sancisce per l’ennesima volta i princìpi che il Partito deve seguire: mettere fine definitivamente alle varie forme di schiavitù e servitù, ma metter temporaneamente da parte l’ascia da guerra tra rivoluzionari di sinistra – in netta minoranza – e conservatori – un po’ come fece Mao con la liberazione del suo Paese – in quanto i tempi per la liberazione nazionale erano maturi, ma la coscienza di classe era ancora troppo sottosviluppata, oltre ad essere, Cuba, un Paese prevalentemente composto da sottoproletariato; sancisce il fondamentale bisogno di applicare la democrazia della futura Repubblica già nel partito e tra le schiere dell’esercito rivoluzionario: non ci deve esser alcun dispotismo, e le gerarchie devono esser presenti esclusivamente nel contesto militare; e infine il messaggio più importante: seguire l’amore per la giustizia, che porta sì all’odio verso l’ingiustizia e chi la compie, ma anche l’amore fraterno verso il Popolo Spagnolo, che non ha alcuna colpa di ciò che stava facendo il suo governo nelle rispettive colonie – il Manifesto si conclude infatti con questa grandiosa interrogazione: “E con che diritto ci odieranno gli Spagnoli, se noi Cubani non li odiamo?”.

L’11 aprile sbarcano a Cuba in 3 punti diversi gli esuli armati, riunendosi infine nel 5 maggio.
I compagni saranno stupiti della forza di José, che, nonostante la corporatura apparentemente debole e fragile, e i suoi ultimi mesi passati in agonia, riuscirà a portare decine di chili di materiale sulle proprie spalle, scalando colline, montagne, col caldo e il freddo. Tutto questo perché guidato dalla felicità; felice di passare all’azione dopo aver scritto e lottato a livello intellettuale e politico per anni e anni. Si può apprezzare il senso di realizzazione che sente Martí dal suo diario: “Finalmente ho raggiunto la pienezza della mia natura… Soltanto la luce è paragonabile alla mia felicità” – continua – “Finora non mi sentivo un uomo. Ho vissuto nella vergogna e trascinando la catena della mia Patria, per tutta la vita. La divina chiarezza dell’anima rende leggero il mio corpo; questo senso di quiete e di benessere spiegano la costanza e la gioia con cui gli uomini si offrono al sacrificio”.
Il 18 maggio scrive a Manuel Mercado, uno degli amici più intimi, la confessione politica più profonda, la rivelazione del significato ultimo del suo operato:
“…Ormai corro quotidianamente il rischio di dare la mia vita per il mio Paese e per il mio dovere – lo comprendo bene e sono deciso a compierlo sino in fondo – di impedire in tempo, con l’Indipendenza di Cuba, che gli Stati uniti si estendano sopra le Antille e si riversino, con questa forza più grande, sopra le nostre terre d’America. Quanto ho fatto sino ad oggi, e fatto in avvenire è per impedire proprio questo. Sono stato costretto a farlo in silenzio e in un certo senso in forma indiretta, perché ci sono delle imprese che per essere realizzate devono rimanere nascoste, e che se si proclamassero apertamente comporterebbero delle difficoltà troppo gravi per essere condotte a termine”. Riferendosi poi ai suoi 15 anni negli Stati uniti, conclude “Ho vissuto nel mostro, e conosco le sue viscere: e la mia fionda è quella di David”.
Il giorno dopo, a Dos Ríos, 19 maggio, i rivoluzionari vengono sorpresi da una piccola scaramuccia, e Martí, disobbedendo agli ordini di Gómez di restare nella retroguardia, avanza in prima linea con a fianco l’aiutante Angel de la Guardia. Viene ferito a morte con dei colpi d’arma da fuoco mentre sta a cavallo, “rivolto al sole”, e i soldati Cubani non riusciranno a recuperare il cadavere; gli Spagnoli lo porteranno lontano per seppellirlo.

“Yo quiero, cuando me muera,
sin patria, pero sin amo,
tener en mi tumba un ramo
de flores y una bandera.

No me pongan en lo oscuro
a morir como un traidor:
¡Yo soy bueno, y como bueno,
moriré de cara al sol!”
**

[“Vorrei, quando morirò, / senza paese, ma senza padrone, / aver sulla mia tomba un mazzo / di fiori e una bandiera. // Non pormi nel buio / a morire come un traditore: / Io sono buono, e quanto buono, / morirò di fronte al sole!”]

I timori di Martí si tramutarono in realtà. Dopo la sua morte gli Stati uniti interverranno nella guerra, ponendo fine alla dominazione spagnola, ma prendendo sfacciatamente il suo posto: gli oligarchi nordamericani presero di fatto il controllo politico ed economico dell’Isola, con i loro vari capitali e i trust sanguinari ed usurai. Si può ben vedere com’è finita Puerto Rico, che non ha fino ad oggi avuto una vera e propria rivoluzione che liberasse in toto la piccola Isola Caraibica, o tutti i golpe e gli interventi politico-economici statunitensi nel mondo e in particolar modo nel continente Americano.***
Tuttavia, tra la liberazione mutilata condotta da Martí e la rivoluzione del 1959, Cuba non si fermò. La stella solitaria è sempre stata viva, seppur silenziosa: basti vedere il grande sciopero generale che avvenne nel 1899, e quello del 1902; ci furono infine diverse lotte rivoluzionarie durante la repubblica “mediatizada” (“asservita”, “corrotta”; così viene chiamata la Cuba dell’epoca dal 1902 al 1952), con leader come Julio Antonio Mella, Rubén Martínez Villena, Antonio Guiteres, Eduardo Chibás, fino ad arrivare a Fidel Castro.
A cento anni dalla nascita dell’Apostolo, i rivoluzionari Cubani assaltano la caserma Moncada; da questo avvenimento, 26 Luglio 1953, verrà poi il nome del Movimento 26-7.
Dopo l’assalto, al giudice che chiedeva chi fosse l’autore intellettuale dell’azione, il líder máximo, Fidel Castro, rispose “José Martí”.

Parlando dei pensieri del grande Apostolo, è forse errato paragonarlo al nostro Giuseppe Mazzini, in quanto figli di un epoca ed un contesto abbastanza diversi. Eppure non possiamo far a meno di notare moltissimi punti in comune.
Si erra ancor di più se si cerca di trascinare Martí nella sfera liberale. Martí non si è mai esplicitamente detto appartenente ad una certa ideologia, se non quella “rivoluzionaria“; non ha mai espresso posizioni nette nelle politiche economiche: Martí è idealista, ma questo termine sminuisce ciò che era davvero.
Espresse comunque, diverse volte, pensieri sull’economia ancora abbastanza attuali – parlando sempre di imperialismo: “Chi dice unione economica, dice unione politica. Il Popolo che compra, comanda. Il Popolo che vende, serve. Occorre equilibrare il commercio, per garantire la libertà. Il Popolo che vuole morire, vende a un solo Popolo, e quello che vuole salvarsi, vende a più di uno. L’eccessiva influenza di un Paese nel commercio di un altro, si trasforma in influenza politica. La politica è opera degli uomini, che assoggettano i loro sentimenti all’interesse, sacrificano all’interesse una parte dei loro sentimenti. Quando un Popolo forte dà da mangiare a un altro, si fa servire da lui”.****
Nel 1956 (quindi 3 anni prima della Rivoluzione Cubana), G.D.H. Cole scriverà nel quarto volume della sua Storia del Pensiero Socialista:
“I rivoluzionari Cubani si potevano difficilmente definire socialisti; né il loro principale teorico, José Martí, enunciò una dottrina specificatamente socialista; ma il suo patriottismo era molto radicale [questa voce viene spesso tradotta erroneamente in nazionalismo; ndr], e si basava su un concetto di uguaglianza razziale che lo ricollega ai successivi sviluppi del socialismo e del comunismo nell’America latina. Egli riconobbe la necessità di fondare il movimento rivoluzionario soprattutto sulle classi lavoratrici e in particolare sui lavoratori delle piantagioni, e rifiutò decisamente il programma degli autonomisti cubani che volevano che l’Isola fosse liberata dall’oppressione spagnola accettando la protezione degli Stati uniti. Fu tenace oppositore del “colonialismo”, e durante il suo soggiorno a New York scrisse efficaci parole di condanna del capitalismo americano, specialmente nei suoi aspetti imperialistici. La sua, tuttavia, era una politica di collaborazione tra le classi lavoratrici, su cui massimamente contava, e quei nazionalisti del ceto medio che potessero essere indotti a fare causa comune con loro contro l’aristrocrazia dei piantatori, sulla base dell’abolizione di ogni discriminazione razziale. Martí fu anche sostenitore di un’avanzata legislazione sociale; per tutte queste ragioni merita un posto in questa storia”.

Così come Mazzini lo si può allocare nella sfera politica della 1ª Internazionale, seppur Martí appartenga alla generazione successiva; espresse simpatia verso gli anarchici quando questi difesero gli operai che scioperavano, e compose una poesia in memoria di Marx quando questo morì, ma non si sbilanciò mai né da una parte né dall’altra.
Non fu un materialista come Marx, e questo è incontestabile; ma così come può esser stato un “spiritualista”, essendo un forte umanista, non ha mai negato la realtà materiale del mondo e dell’uomo:
“Ed è pazza la scienza dell’anima, che chiude gli occhi alle leggi del corpo che la muove, la ospita e la schiavizza; ed è pazza la scienza dei corpi, che nega le leggi dell’anima radiosa? …La vita è duplice. Erra chi studia la vita semplice”
Che dire poi della visione di Martí sul Dovere.
Mazzini, ne dei Doveri dell’Uomo, afferma più volte che “[si deve trovare] un principio educatore… che guidi gli uomini al meglio, che insegni loro la costanza nel sagrificio, che li vincoli ai loro fratelli senza farli dipendenti dall’idea d’un solo o dalla forza di tutti. E questo principio è il Dovere. Bisogna convincere gli uomini (…) che ognuno d’essi deve vivere non per sé, ma per gli altri – che lo scopo della loro vita non è quello d’essere più o meno felici, ma di rendere se stessi e gli altri migliori – che il combattere l’ingiustizia e l’errore a benefizio dei loro fratelli, e dovunque si trova, è non solamente diritto, ma dovere: dovere da non negligersi senza colpa, dovere di tutta la vita”
Martí afferma: “Il vero uomo non guarda da quale parte si vive meglio, ma da quale parte si trova il dovere; ed è questo l’unico uomo pratico il cui sogno di oggi sarà la legge di domani, perché colui che sia entrato con gli occhi nelle viscere dell’universo e abbia visto fremere i Popoli, fiammeggianti e insanguinati nel coacervo dei secoli, sa che il futuro, senza eccezione alcuna, è dalla parte del dovere”.

Insomma, di figure fondamentali per la storia delle Patrie, e dell’Umanità intera, ce ne sono diverse. Ognuna di queste – essendo Uomini – ha una propria originalità, una propria storia, dei punti di vista, e hanno quindi contribuito, chi più chi meno, a formare ciò che dovrà esser un giorno “l’Uomo nuovo”: colui che pensa al prossimo, al dovere e quindi al miglioramento e al bene collettivo.
Ogni Nazione ha degli eroi, delle figure chiave da ringraziare per i sacrifici che hanno fatto per il bene di tutti, noi compresi. Un Uomo che morí 125 anni fa può averci drasticamente cambiato la vita, seppur possiamo non esserne coscienti: ed è questo ciò che rende un Uomo un Rivoluzionario: fare del bene, lottare per amore e non per odio: amore per la giustizia, e quindi odio verso chi la mette a rischio: disposti perfino a fare l’estremo sacrificio donando la propria vita, senza voler niente in cambio, neanche la memoria, essendo coscienti che potremmo esser scordati nel giro di poco tempo, ma che la nostra gloria durerà in eterno – scriveva nella sua ultima lettera a Mercado: “In me difenderò solo ciò che ritengo garanzia o servizio della Rivoluzione. So scomparire. Ma non scomparirebbe il mio pensiero, né la mia oscurità mi amareggerebbe”.
Vogliamo ricordare Martí anche con e per la bellezza delle sue poesie, perché è ciò che avrebbe voluto; e lo si capisce dalle confessioni fatte ad un suo intimo amico: “Desidero sempre vedermi insieme al colore, alla luminosità, alla grazia, all’eleganza. Se vedo qualcosa di cattivo mi duole come una ferita. Una cosa bella mi consola come un balsamo”.


Ma far questo ed innalzare statue non basta – diceva Guevara nel discorso che citeremo in seguito –: “Perché gli eroi, compagni, gli eroi del Popolo, non possono essere separati dal Popolo, non li si può trasformare in statue, in qualcosa che sia al di fuori della vita del Popolo per il quale diedero la loro. L’eroe popolare dev’essere una cosa viva e presente in ogni momento della storia di un Popolo”.
Tuttavia è giusto, ed anzi è un nostro dovere, ricordare tutti gli eroi e i martiri che hanno sacrificato o dedicato la propria Vita per il bene dell’Umanità intera, passando spesso per la Patria. Li dobbiamo ricordare sì con eventi magari pubblici, visto che la figura dovrebbe far sorgere emozioni e dovrebbe esser ringraziata da tutto il Popolo per ciò che ha fatto, ma soprattutto vivere e compiere azioni come avrebbero vissuto loro, perché “rivoluzione non è culto delle ceneri, ma custodia del fuoco”.
Dobbiamo appunto imparare a prendere i nostri eroi come punti di riferimento; non per copiarli, ma per prender tutto ciò che hanno di buono e farne in un certo senso nostro, perché tutto ciò che hanno fatto di giusto è stato per il Popolo, e noi ne facciamo parte così come ne facevano parte anche loro.
Questo non è culto, come detto prima, ma custodia: è ringraziare i nostri Avi per ciò che hanno fatto, il che è diverso dal venerarli, perché non sono né divinità né esseri “senza peccato originale”. Dobbiamo renderci conto che, se noi Socialisti non ci prenderemo la responsabilità nella “custodia del fuoco”, lo faranno altri, appropriandosi di figure che non condividono affatto le loro idee, ma che utilizzeranno, anzi sfrutteranno, con l’intento di accattivarsi il Popolo, che è spesso molto attaccato a questi eroi indistintamente dall’ideologia che si possa velare dietro.
Come fa notare anche Lenin, ne Stato e Rivoluzione, “Le classi dominanti hanno sempre ricompensato i grandi rivoluzionari, durante la loro vita, con incessanti persecuzioni; la loro dottrina è sempre stata accolta con il più selvaggio furore, con l’odio più accanito e con le più impudenti campagne di menzogne e di diffamazioni. Ma, dopo morti, [e se utili; ndr], si cerca di trasformarli in icone inoffensive, di canonizzarli, per così dire, di cingere di una certa aureola di gloria il loro nome, a “consolazione” e mistificazione delle classi oppresse, mentre si svuota il contenuto della loro dottrina rivoluzionaria, se ne smussa la punta, la si avvilisce”.
Questo accade agli eroi rivoluzionari che muoiono in genere come martiri – si pensi appunto a Martí; o Gramsci, Che Guevara –, o coloro che, non avendo fatto praticamente morti al di fuori delle guerre di liberazione nazionale – a cui sono d’accordo anche molti borghesi –, possono esser rese figure relativamente innocue e funzionali alla borghesia per legittimare il loro potere nelle rispettive Nazioni. I rivoluzionari che non si renderebbero in alcun modo utili alla borghesia, quali Robespierre o anche Lenin – che solo il nome potrebbe far storcere inconsciamente il naso a molti –, verranno semplicemente demonizzati o volontariamente dimenticati, subendo la sorte post-mortem opposta dei martiri.
Occorre che si strappino dalle sporche mani dei liberali le grandi figure quali Bolívar, Martí, e, parlando della nostra Nazione, di Garibaldi, Mazzini, Pisacane, o Gramsci: loro sono eroi del Popolo, delle nostre Patrie.

E come fare a non citare il celebre discorso che pronunciò Castro nel 16 Ottobre 1953, durante il processo tenutosi a Santiago de Cuba contro gli accusati per l’assalto alla caserma Moncada:
“José Martí vive, il suo Popolo è ribelle, il suo Popolo è degno, il suo Popolo è fedele al suo ricordo. Ci sono Cubani che sono caduti per difendere la sua lezione, ci sono giovani che per ripagare l’oltraggio subito dalla memoria di Martí sono venuti a morire vicino alla sua tomba e hanno dato all’Apostolo il loro sangue e la loro Vita affinché egli continui a vivere nell’anima della Patria. Cuba, che cosa ne sarebbe di te se avessi lasciato morire il tuo Apostolo!”

Concludiamo quindi questo breve scritto in memoria di Martí con un estratto del discorso pronunciato il 28 gennaio 1960 – data di nascita dell’Apostolo – da Che Guevara:
“Martí era nato, aveva sofferto ed era morto per l’ideale che oggi noi stiamo realizzando.
Ma c’è di più, Martí fu il mentore diretto della nostra Rivoluzione, l’uomo alla cui parola bisognava sempre ricorrere per dare la giusta interpretazione dei fenomeni storici che stavamo vivendo, e l’uomo la cui parola e il cui esempio bisognava ricordare ogni volta che si volesse dire o fare qualcosa di trascendente per questa Patria… perché José Martí è molto più di un Cubano; è Americano; appartiene a tutti i venti Paesi del nostro continente e la sua voce si ascolta e si rispetta non solo qui a Cuba, ma in tutta l’America.
È toccato a noi l’onore di rendere vive le parole di José Martí nella sua Patria, il luogo dove nacque. Ma ci sono molti modi per onorare Martí. Lo si può fare rispettando religiosamente le ricorrenze che indicano ogni anno la data della sua nascita o ricordando l’infausto 19 maggio del 1895. Si può onorarlo citando le sue frasi, belle frasi, frasi perfette, ma anche e soprattutto, frasi giuste. Ma si può e si deve onorare Martí nella forma in cui egli voleva che si facesse quando affermava a gran voce: “Il miglior modo di dire, è fare“.
Per questo cerchiamo di onorarlo facendo ciò che lui volle e che le circostanze politiche e i proiettili della colonia gli impedirono.”

Monumento alla memoria di José Martí, Havana.



*[nel suo articolo “A Cuba!”]

**[da “Versos sencillos”]

***[qui una lista dei maggiori interventi statunitensi dal XX secolo: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-gli_stati_uniti_hanno_passato_222_anni_su_243_di_esistenza_in_guerra/82_27999/]

****[discorso a “La Conferenza Monetaria delle Repubbliche d’America”, svoltasi a Washington nel marzo 1891]

[Consigliamo le seguenti letture, che ce ne sono poche in lingua Italiana, per chi volesse approfondire la figura di José Martí: “Martí e il sogno panamericano” di Massari editore; “Alle radici la politica rivoluzionaria di José Martí” di Pedro Pablo Rodriguez; e “Rosa blanca. Martí e Bolívar per l’alternativa socialista di una futura umanità” a cura di Luciano Vasapollo. È presente inoltre il sito www.josemarti.cu, dove sono stati resi pubblici moltissimi scritti dell’Apostolo, in lingua originale]

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