Bruciare l’Amazzonia per profitto: fatto!

Se abbiamo precedentemente parlato degli incendi che sono avvenuti e che stanno avvenendo in Siberia e nelle altre zone dell’artico, non possiamo non parlare di ciò che sta avvenendo attualmente in Brasile, nella foresta Amazzonica.
È da ben 3 settimane che il cosiddetto polmone del mondo sta bruciando, e quando parliamo di foreste che bruciano non dobbiamo pensare semplicemente ad alberi spogli o terriccio scuro (che sono comunque un disastro), dobbiamo renderci conto che stanno morendo animali, piante, ma anche umani.
Ci sono intere Città messe in ginocchio (e con esse i loro cittadini): San Paolo, la città più popolosa dell’intero Continente SudAmericano, è in black out a causa dell’intensa nube proveniente dall’incendio.
Se l’incendio in Siberia ha suscitato scalpore per l’inadeguatezza del governo Russo e per l’omertà dei media, l’incendio in Amazzonia ci suscita ancora più orrore e disprezzo verso queste oligarchie che pensano di avere il diritto di modellare la Natura a proprio piacimento.
Sì, perché l’incendio in Siberia molto probabilmente è scoppiato per vie “naturali”; ogni anno in Siberia scoppiano incendi, quest’anno purtroppo ha preso piede un incendio dalle dimensioni record, che si è espanso ad una velocità inaspettata a causa del riscaldamento globale e dell’incapacità del governo Russo, che ha tagliato i fondi per la salvaguardia dell’ambiente perché settore “poco redditizio”, favorendo appunto i privati.
L’incendio in Amazzonia, a differenza di quello Siberiano, molto probabilmente è stato fatto scoppiare per cedere centinaia di ettari alle grosse aziende agricole e di deforestazione.
Da quando ha preso potere Bolsonaro, la situazione è infatti drasticamente cambiata: c’è stato un aumento dell’83% dei roghi da gennaio ad agosto 2019, rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Si sono contati quasi 73 mila incendi, rispetto ai 39 mila registrati in tutto il 2018.
E nel mese di Luglio c’è stato un aumento del 300% rispetto alla media mensile degli anni precedenti.
Ci sono vari interessi nel nascondere tutto questo, e lo si capisce facilmente dal licenziamento voluto dal presidente Bolsonaro, di Ricardo Galvao, direttore dell’Istituto nazionale che si interessa di questi disastri, colpevole di aver divulgato alcune settimane fa i dati del vertiginoso aumento del tasso di disboscamento: il 67% in più rispetto al 2018. Il rapporto dell’Inpe aveva scatenato dure critiche all’amministrazione Bolsonaro.
Vanno infine ricordati altri crimini che Bolsonaro ha commesso e sta commettendo verso l’ambiente e verso le popolazioni indigene che difendono l’Amazzonia.
È infatti recente il fatto che il presidente e il suo ordine esecutivo abbia “trasferito” le regolamentazioni e la creazione delle riserve nelle mani del ministero dell’agricoltura, controllato praticamente dalle lobby di grosse aziende agricole. Non ci vuole molto per comprendere che queste agiranno secondo i propri interessi e quindi ridisegnando i “confini” delle riserve concesse agli indigeni, liberando così spazi enormi disponibili per la deforestazione e la utilizzazione di questi ettari per fabbriche e campi coltivabili; finendo così per disboscare addirittura un area equivalente ad un comune campo di calcio, ogni singolo minuto.