Carlo Giuliani, ragazzo? di Leonardo Sinigaglia

Perdere un amico, un compagno, un figlio è sempre un qualcosa di tragico, e la carica emotiva del lutto spesso basta a spazzare via ogni ricalco retorico, ogni idealizzazione del fatto. Ma la lotta politica non si fonda su rapporti intimi e personali. Il Rivoluzionario come figura umana è distinto dalla persona che può essere amico, parente, amante.

Il rivoluzuionario è un uomo perduto. Non ha interessi propri, affetti privati, sentimenti, legami personali, proprietà, non ha neppure un nome. Un unico interesse lo assorbe, un unico pensiero, un’unica passione: la Rivoluzione“. Queste parole di Sergej Necaev calzano perfettamente con l’argomento: il soggetto politico è distinto dalla persona in sé, dai suoi rapporti, dalle sue emozioni e dai suoi legami. Mischiare i due livelli non porta ad un rafforzamento ma già ad una confusione sterile: la lotta esige sacrificio, abnegazione, finanche anche volontà di annullarsi, come si può far intersecare tutto ciò con la carità filiare, le relazioni umane, gli affetti e i divertimenti? Non si può. Il Rivoluzionario è una persona, è vero, ma quando agisce da soggetto politico deve mettere da parte il suo sé, perché spesso e volentieri di questo sé è necessaria la distruzione.

Per questo la retorica del “Carlo Giuliani, ragazzo” mi appare debole e controproducente. Giuliani non fu una vittima, non fu un Aldrovandi, e nemmeno un Cucchi, vittime di una violenza sommaria ed insensata. Giuliani morì in uno scontro contro le forze di polizia, morì esercitando violenza rivoluzionaria. Non fu una “vittima”, e perpetuare questa retorica è quanto più di dispregiativo si possa fare. Non ci sono vie intermedie: o fu un criminale o fu un martire. O Carlo Giuliani morì aggredendo dei poliziotti, o morì colpito dal fuoco delle forze repressive del regime durante uno scontro. Sono ben più coerenti e onesti i tanti reazionari che non si fanno scrupoli a definirlo delinquente facendo l’elogio del carabiniere che lo uccise rispetto ai tanti “compagni” presi dal solito “vittimismo isterico“, per il quale la violenza esiste solo se subita, a quel punto diviene tabù.

No, Giuliani non fu una vittima. E’ probabile che quando quella mattina andò in piazza per combattere quel sistema di cui ora più che mai vediamo gli effetti criminali non si aspettasse di trovare la morte, ma di certo sapeva benissimo che la lotta politica è anche fatta di violenza, e che se in essa ti cali è certo che sarai costretto a subire. Vogliamo rendergli onore? Smettiamola con la retorica vittimista del “ragazzo assassinato dallo stato”, e iniziamo a dire le cose come stanno: Giuliani è caduto per abbattere il sistema, non va pianto, ma imitato.