Mes: dossier e denuncia

Questo sabato, 8 dicembre, la sezione varesotta di M-48 “Mu’ammar Gheddafi” ha esposto nel centro cittadino uno striscione di denuncia contro il Meccanismo Europeo di Stabilità e la sua ultima riforma, particolarmente perniciosa per il popolo italiano e tutti gli europei. Il MES si configura come uno strumento di dissoluzione della democrazia in mano alla finanza continentale, un organismo che non deve rispondere a nessuno e che potrà controllare le decisioni politiche di tutti i paesi ai quali è necessaria la vedita dei propri titoli di stato.

Di seguito riportiamo il dossier di Moreno Pasquinelli apparso sul sito di “Liberiamo l’Italia”:

Le menzogne degli europeisti e le ambiguità dei “sovranisti”

Il contesto da cui nacque la bestia del MES

Dopo decenni di finanziarizzazione dissennata, nel 2007-2008, scoppiò negli Stati Uniti la bolla dei mutui subprime, in sostanza la più grave crisi finanziaria dopo quella del 1929. La conseguenza fu il cosiddetto “credit crunch”, il sostanziale blocco dell’offerta di credito da parte delle banche. L’onda d’urto globale travolse anzitutto l’Occidente, ma colpì in modo letale l’eurozona. I governi di Stati Uniti, Giappone e Gran Bretagna, dopo qualche esitazione, decisero di obbligare le loro banche centrali ad esercitare la funzione di prestatore di ultima istanza (lender of last resort), ovvero stampare la moneta necessaria per prestarla a banche e istituti simili, in grave crisi di liquidità. Il paracadute fornito dalla banche centrali evitò in effetti la catastrofe e l’economia poté riprendersi presto.

Per farci un’idea di quanto massiccia fu la manovra della Federal Reserve, basti ricordare che questa acquistò titoli sul mercato per circa 4500 miliardi. Risultato: vero che il deficit salì al 4,2% e il debito pubblico passò al 102% del Pil, ma la disoccupazione scese sotto il 5%, il Pil tornò a crescere del 2% e Wall street tornò presto ai livelli pre-crisi. Una linea “interventista” che la FED non ha mai abbandonato, se è vero, com’è vero, che nel settembre scorso è intervenuta con una gigantesca operazione di 260 miliardi in soccorso di diverse banche a rischio di collasso.

Non fu così nell’eurozona. Alla BCE, del tutto indipendente dai governi e dal Parlamento europeo, tenuta per statuto a rispettare le sue ferree regole monetariste  (stabilità dei prezzi e tasso d’inflazione non superiore al 2%) è proibito di agire come prestatore di ultima istanza o di correre in soccorso degli Stati. Avemmo così, tra il 2010-2012, la cosiddetta “crisi dei debiti sovrani”: la finanza predatoria, proprio a causa di questa sua natura speculativa, e dato che la BCE non sarebbe intervenuta per assistere gli stati in sofferenza, cessò di finanziarli (i PIIGS in particolare), ed iniziò a sbarazzarsi dei titoli di debito che aveva acquistato. Non soltanto la  BCE non corse in soccorso degli Stati sotto attacco ma, ubbidendo al comando della Germania e della Francia, impose alla Grecia di passare sotto il criminale comando della Troika — ricordiamo che il cosiddetto bazooka del “Quantitative easing” arriverà solo nel 2015. Per quanto concerne l’Italia, ottenute le dimissioni del governo Berlusconi che recalcitrava ad adottare draconiane misure antipopolari (lettera di Trichet e Draghi del 5 agosto del 2011), impose il governo commissariale di Mario Monti che adottò politiche austeritarie senza precedenti.

Fu il fallimento di queste politiche (debito pubblico e deficit dei paesi posti sotto comando come la Grecia o auto-commissariati come l’Italia crebbero invece di scendere), che spinse l’Unione europea a dare vita al MES (Meccanismo Europeo di Stabilità).

IL MES com’era…

Il MES (Meccanismo Europeo di Stabilità), contestualmente alla modifica del Trattato di Lisbona, venne approvato in fretta e furia dal Parlamento europeo il 23 marzo 2011. Venne quindi ratiticato dal Consiglio europeo il 25 marzo. Questo il testo integrale.

Il Parlamento italiano, governo Monti in carica (sostenuto anzitutto da Pd e Pdl), lo approverà assieme al Fiscal Compact, nel luglio 2012. Solo la Lega votò contro, anche se ci furono molti altri parlamentari contrari e astenuti (sul MES 108  addirittura gli assenti al momento del voto).

Finanziato dai singoli Stati membri con una ripartizione percentuale in base alla loro importanza economica — la Germania, contribuisce per il 27,1 %, seguita dalla Francia, 20,3%, e dall’Italia,17,9%. Il finanziamento diretto da parte degli Stati ammonta a 80 miliardi di euro (l’Italia ha versato 14,3 miliardi, la Francia 20 e la Germania 27). La cosiddetta “potenza di fuoco” prevista a pieno regime è di circa 700 miliardi — i restanti 620 miliardi, proprio come qualsiasi altro fondo speculativo che deve fare profitto, il MES li raccoglierà sui mercati finanziari attraverso l’emissione di propri bond.

Fondato formalmente come un’organizzazione intergovernativa, esso, per la natura e le smisurate discrezionalità consegnategli, è stato concepito, né più e né meno, che come una super-banca d’affari privata con in più poteri politici e strategici di vita o di morte sui Paesi che dovessero cadere sotto la sua “tutela”.

Scopo principale dichiarato ed essenziale del MES era ed è quello di salvare la moneta unica e l’Unione europea, mettendo entrambi al riparo dal rischio di collasso, esito altamente probabile nei casi eventuali di default di questo o quello stato membro, quindi la loro uscita dall’eurozona. A questo scopo esso doveva reperire sul mercato le necessarie risorse finanziarie per poi fornire “assistenza” (prestiti) ai Paesi dell’eurozona che si trovassero in difficoltà nel finanziarsi sui mercati.

In cambio di questa “assistenza” il MES, costituzionalmente investito di funzionare come prestatore di ultima istanza, ha l’autorità insindacabile di imporre agli Stati “assistiti” feroci politiche economiche e di bilancio: tagli alla spesa  pubblica, a pensioni e salari, aumenti dell’imposizione fiscale, privatizzazione e vendita dei beni pubblici. Sotto mentite spoglie proprio il massacro che la Troika ha compiuto in Grecia. In sostanza,  come accaduto alla Grecia, i paesi che dovessero ricorrere allo “aiuto” del MES, in cambio, dovranno cedergli piena sovranità, così che il Paese diventa un suo protettorato semicoloniale.

Come se non bastasse il Trattato consegnava, all’interno del comitato direttivo del MES, il potere di veto solo a Germania e Francia. Ergo: questi due Paesi avevano l’ultima parola sugli “aiuti” e nell’imporre le condizioni per erogarli. Tra quests condizioni la stessa “ristrutturazione

Peggio ancora: il MES si sceglieva motu proprio i controllori del suo operato; ad esso era consentito di operare al di sopra di ogni legge nazionale e comunitaria; i suoi membri potevano agire nell’assoluta segretezza; essi godevano di una illimitata immunità civile e penale (nessuno poteva essere perseguito in caso di abusi ed anche crimini); esso gode della cosiddetta “neutralità fiscale”, di fatto si appoggia ai paradisi fiscali per non pagare tasse sui suoi utili

I “sovranisti”, ovvero i pesci in barile

Attenti adesso alle date. Il vertice dell’Unione europea tenutosi il 29 giugno del 2018 (era in carica il governo giallo-verde) annuncia di voler “rafforzare” il MES, “riformandolo”. La ragione di questa “riforma” è palese: il vecchio MES non viene più considerato adeguato a fare fronte al rischio di una tempesta finanziaria globale che, considerata altamente probabile, potrebbe far saltare l’eurozona. Una conferma palese che, al di là delle chiacchiere di circostanza e dei peana verso Draghi, gli stessi tecnocrati prendono atto del fallimento loro e della politica di Quantitative Easing della BCE.

I tecnici si mettono al lavoro per emendare e aggiornare il vecchio Trattato del MES.

Così il 14 dicembre 2018 (governo giallo-verde in carica) il vertice dei paesi dell’eurozona approva le linee generali il “prospetto” con gli emendamenti per la revisione del MES.

E quindi arriviamo al 21 giugno 2019 quando si prende atto dell’accordo generale sul nuovo testo del Trattato. A nome del governo giallo-verde sempre in carica c’erano Conte e Tria che danno l’assenso. In questi giorni assistiamo al baccano assordante della Lega  che accusa Conte di aver “tradito” la Risoluzione approvata dal Parlamento il 19 giugno 2019. Salvini e company vorrebbero far credere che quella Risoluzione impegnava Conte e Tria a respingere la riforma del MES.

Per quanto sia chiaro che Conte e Tria siano asserviti alla cupola eurocratica, l’accusa è falsa. La Risoluzione, riguardo al MES affermava solo quanto segue:

«è opportuno sostenere l’inclusione, nelle condizionalità previste dal MES e da eventuali ulteriori accordi in materia monetaria e finanziaria, di un quadro di indicatori sufficientemente articolato, compatibile con quello sancito dal Regolamento (UE) n. 1176/2011, dove si consideri quindi fra l’altro anche il livello del debito privato, oltre a quello pubblico, la consistenza della posizione debitoria netta sull’estero, e l’evoluzione, oltre che la consistenza, delle sofferenze bancarie, onde evitare che il nostro Paese sia escluso a priori dalle condizioni di accesso ai fondi cui contribuisce».

La Risoluzione, come si vede, non solo non respingeva il MES, accettava la riforma chiedendo solo venissero considerati altri criteri per accedere all’assistenza del MES medesimo e respinti eventuali automatismi nella ristrutturazione del debito pubblico.

In barba alle resistenze di economisti come Alberto Bagnai e Claudio Borghi, c’è stato un evidente e implicito cedimento politico (dopo quello compiuto a dicembre 2018 sulla Legge di Bilancio). De facto la Lega non ha mai deviato dalla “linea Giorgetti”.

Non dimentichiamo che erano i giorni in cui la Commissione europea minacciava una procedura d’infrazione. I giallo-verdi, Lega compresa se l’erano praticamente fatta sotto: non consegnarono a Conte e Tria alcun mandato, né quello di dire no alla riforma, né tantomeno di dire no al MES. Peggio: chi abbia letto la selva di inaccettabili emendamenti è portato a chiedersi se dirigenti e parlamentari di Lega a 5 Stelle li abbiano letti davvero. Temiamo di no, altrimenti avrebbero dovuto convenire, almeno, per un rifiuto categorico della “riforma”.

Il MES com’è diventato

Veniamo ora a questa famigerata “riforma”. Le cose, sono peggiorate o migliorate per il nostro Paese? Fermi restando i già terribili criteri del vecchio MES, sono peggiorate, e di molto. Sono infatti diventate molto più severe, e di molto, le cosiddette “condizionalità” per poter accedere allo “aiuto” del MES. Per di più con le modifiche apportate vengono aumentati sia i poteri del MES che le sue facoltà di ingerenza negli Stati, e si rafforza la sua indipendenza — che diviene totale, anche rispetto agli organismi Ue come la Commissione o il Consiglio, per non parlare del cosiddetto “Parlamento europeo”. Altro che “democrazia”! Il MES è l’incarnazione stessa della natura oligarchica e tecnocratica, oltre che liberista dell’Unione europea.

Non è facile, per un comune cittadino, capirci qualcosa. Si tratta di 35 pagine di farraginosi e contorti emendamenti, quasi quanto l’intero Trattato originale, scritti nel tremendo linguaggio dei tecnocrati, cioè comprensibile solo a degli iniziati.

Incombente minaccia. Vengono istituite, in caso di tempesta finanziaria, due linee di credito, di fatto dividendo i Paesi dell’eurozona, in barba ad ogni principio di solidarietà europea, in affidabili (seria A) e inaffidabili (serie B).

A – Quelli di serie A, che rispettano un deficit sotto il 3%, un rapporto debito/pil entro il 60% (riconfermate, come si vede, come intangibili le assurde due regole alla base della Ue), e che non abbiamo procedure d’infrazione, potranno accedere facilmente ai crediti del MES. Per di più il nuovo Trattato terrà conto dell’assenza di problemi di solvibilità bancaria e che abbiano avuto accesso ai mercati finanziari  a “condizioni ragionevoli”. Questa prima linea di credito è chiamata PCCL (Linea di Credito Precauzionale Condizionata).

B – Quelli di serie B, i quali, come scrivono lorsginori “deviano” dal Patto di stabilità e crescita. E’ palese che l’Italia è esclusa da questa categoria, mentre verrebbe collocata nella seconda linea di credito denominata ECCL (Linea di Credito Condizionata Rafforzata). Il MES fornirebbe aiuto solo a determinate condizioni, ovvero che il Paese in questione adotti politiche di bilancio e sociali per un rientro forzoso entro i parametri del 3% e del 60%. Ergo: ove l’euro barcollasse a causa di una nuova tempesta finanziaria globale e l’Italia dovesse ricorrere allo “aiuto” del MES, dovrebbe procedere a tagli immani della spesa pubblica, al massacro sociale, a svendere a predatori stranieri gran parte dei beni e delle aziende pubbliche.

E’ facile intuire come non solo sia falso che nel Trattto non siano contemplati “automatismi”, che date le condizioni terribili e di ardua attuazione, ove l’Italia dovesse ricorrere a questo eventuale “soccorso” del MES, il Paese verrebbe gettato nel girone infernale dei Paesi insolventi, con rischio effettivo di un caotico default.

La spada di Damocle. Per i Paesi di serie B i tecnocrati hanno previsto che il MES, prima di concedere “assistenza” possa chiedere loro la “ristrutturazione” maligna del debito pubblico, ovvero una brutale svalutazione del valore dei titoli di stato in mano ai suoi possessori. Tecnicamente questa “ristrutturazione si riferisce alle famigerate  CACs (Clausole di Azione Collettiva) che implicano, in barba all’Art. 47 della nostra Costituzione, che i titoli di Stato potrebbero non essere più garantiti.

Il MES interverrebbe quindi solo dopo il default, comprando quindi i titoli di debito a prezzi stracciati. Perché questa “ristrutturazione” sarebbe nefasta? Perché milioni di cittadini che hanno acquistato titoli italiani, si troverebbero dimezzato il valore del loro risparmio. Va da sé che davanti a questo rischio è altamente probabile che si inneschi una fuga dai titoli italiani, coi paperoni e le stesse banche che vorranno sbarazzarsi di BTP, Bot ecc., per acquistare quelli di Paesi a tripla A. Non si fa altro, quindi, che incoraggiare la fuga dei capitali dal nostro Pese ed aggravare il pericolo di una crisi di debito, con spread in rialzo ecc.

Banche: la corda sostiene l’impiccato

Al peggio non c’è limite. Il Trattato riformato stabilisce che esso verrà applicato contestualmente all’attuazione della letale (non solo per l’Italia) Unione Bancaria europea.

Si istituisce, allo scopo di impedire agli Stati ogni salvataggio, un “Fondo Unico di Risoluzione” costituito dalle banche europee, ma sotto la stringente sorveglianza del MES. Le conseguenze per le banche italiane sarebbero devastanti. Non a caso addirittura due europeisti di ferro come il governatore di Bankitalia Visco e il Presidente dell’ABI Patuelli, hanno lanciato l’allarme.

Nel Trattato del MES, nascosto tra le pieghe degli arzigogolati emendamenti riguardante il “completamento dell’Unione bancaria”, su pressione anzitutto tedesca (in particolare del Ministro delle Finanze Olaf Scholz),  è stata introdotto il criterio di “rischio rating sui titoli di debito”. Dato che le banche italiane hanno in pancia centinaia di miliardi di titoli di stato, non solo per esse si renderebbe altamente pericoloso acquistarne di nuovi, il punteggio negativo le spingerebbe in un tunnel senza via di scampo. Ed è evidente che ciò avvantaggerebbe la Germania. Dato infatti che circa 400 miliardi titoli pubblici italiani è oggi in possesso delle banche italiane, esse si troverebbero con i loro asset falcidiati. Quella che lorsignori, con linguaggio criptico, chiamano “ponderazione dei titoli di stato”, che null’altro sarebbe se non una decurtazione lineare del valore dei titoli, farebbe saltare il sistema bancario italiano.

I tecnocrati hanno previsto pure questo, e hanno stabilito che le banche, se vorranno sopravvivere e non essere mangiate da quelle tedesche e francesi, dovranno ricorrere al bail-in, ovvero pagheranno un prezzo salatissimo i costi del salvataggio non solo gli azionisti e gli obbligazionisti ma pure i correntisti — come già accaduto a Cipro.

Viene così brutalmente calpestato l’Art. 47 della Costituzione che obbliga lo Stato a “favorire” e “proteggere il risparmio”. Si tratterebbe dell’ultimo strappo anticostituzionale, visto che da decenni i governi, accettando di sottomettersi alle regole dell’Unione europea hanno già ucciso il medesimo articolo recita che “la Repubblica disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito”. Sarà il MES e solo il MES ad arrogarsi questa funzione, obbligando le banche italiane, diventate suo ostaggio, a chiudere i rubinettti del credito a cittadini e imprese, con ciò facendo precipitare il Paese in una depressione spaventevole.

Abbiamo così che i Paesi che coi criteri ordoliberisti avrebbero un sistema bancario “sano” — per lorsignori sarebbero “sane” le banche tedesche, francesi  e olandesi piene zeppe di derivati tossici mentre sarebbero “malate” quelle italiane dati i crediti deteriorati che ancora hanno in pancia — sono palesemente avvantaggiati, mentre quelli come l’Italia, malgrado le banche abbiano compiuto enormi sforzi di ricapitalizzazione, per godere dell’assistenza dovrebbero non solo sottomettersi a cure da cavallo —tagli drastici ai costi e una stretta nel credito— ma ricorrere al bail-in. E’ quindi un fatto, visto che i Paesi di serie A godranno di una corsia preferenziale per accedere al soccorso del MES, che coi soldi versati dall’Italia al MES saranno salvate in prima battuta le banche tedesche, francesi o olandesi.

Il soccorso del MES è come la corda che sostiene l’impiccato.

Potremmo continuare scendendo in dettagli che confermano l’impianto vessatorio (anzitutto verso il nostro Paese) della “riforma”. La morale è che lassù sono disposti a tutto pur di salvare l’euro e questa Unione liberista e matrigna, anche a far affondare l’Italia.

Come uscire dalla gabbia

Le destre “sovraniste” non la dicono tutta. Non basta chiedere il governo ponga un veto alla riforma del MES. Il veto va posto sul MES in quanto tale. Ove non lo facesse è giusto che esso si dimetta e che gli italiani siano chiamati al voto. Tanto più risibile, lo diciamo ai 5 stelle e a LEU, limitarsi a chiedere un “rinvio” per riformare la riforma.

Le destre “sovraniste” predicano bene ma razzolano male. Esse stanno sbraitando sul MES, ma cosa effettivamente propongono in alternativa alle direttive che vengono dall’Unione europea in caso di un altamente probabile schock finanziario globale? Essendo, come il loro compari del PD di provata fede liberista, e avendo abbandonato l’uscita dall’euro e la riconquista della sovranità monetaria, non riescono a proporre nulla di serio e credibile.

Se il male è grave la terapia non può che essere radicale. Quando arriverà il prossimo schock finanziario tutto dipenderà fondamentalmente da una questione: quella della sovranità nazionale, che include ovviamente la decisiva sovranità monetaria. Ciò è tanto più vero per un paese come l’Italia. E’ sicuro che un’Italia ancora prigioniera dell’euro e con le mani legate dai vessatori meccanismi europei, non potrà che restare in balia dei mercati finanziari (cioè delle grandi banche d’affari, fondi, etc.).

Un Paese che avesse scelto l’uscita dalla moneta unica avrebbe invece la possibilità di attuare misure difensive di notevole efficacia.

La prima di queste misure è quella del nuovo ruolo da assegnare alla Banca d’Italia, riportata a tutti gli effetti sotto il controllo dello Stato, come prestatrice di ultima istanza. In questo modo l’arma del debito puntata contro il nostro Paese risulterebbe del tutto spuntata.

La seconda misura è la nazionalizzazione dell’intero sistema bancario, a partire dalle principali banche nazionali (che non potranno più svolgere le funzioni proprie delle banche d’affari). In questo modo lo Stato provvederebbe ad eventuali salvataggi salvando il risparmio popolare senza alcun bisogno di interventi esterni. Al tempo stesso le banche pubbliche sarebbero la base di ampi progetti di investimenti pubblici, senza i quali non è possibile immaginarsi alcuna uscita dalla crisi.

La terza misura consiste nel blocco all’esportazione dei capitali, sia attraverso drastiche misure d’emergenza, sia con un’intelligente politica di investimenti nazionali in grado di ridare credibilità ad un percorso di ripresa economica.

La quarta misura dovrebbe consistere in provvedimenti tesi a favorire lo spostamento delle attività finanziarie da quelle speculative ed estere, a quelle interne e volte a finanziare il piano di investimenti pubblici (che andrà visto anche come grande piano per il lavoro). Se si riuscisse a riportare una quota del 20% della ricchezza finanziaria complessiva (4.500 miliardi) ad investire o direttamente nell’economia reale, o a finanziare gli investimenti statali con l’acquisto dei titoli del debito pubblico, la crisi finirebbe sia sul lato del lavoro che su quello del bilancio statale. A tale proposito utile sarebbe l’emissione di nuovi titoli di stato rivolti esclusivamente alle famiglie italiane, garantiti al 100%, e adeguatamente remunerati a condizione della loro non negoziabilità sul mercato secondario per un certo numero di anni.

Il Coordinamento nazionale di Liberiamo l’Italia

a cura di Moreno Pasquinelli

Nuovo appello dei Gilet Gialli

Apprendiamo e diffondiamo l’appello dei Gilet Gialli votato all’ultima assemblea nazionale. Ad un anno dall’inizio delle manifestazioni si rinnova sempre più intenso il supporto ai fratelli francesi.

“APPELLO DEI GILET GIALLI FRANCESI A TUTTI I POPOLI IN RIVOLTA NEL MONDO

Noi, Gilet gialli di tutta la Francia, ci indirizziamo a tutti i popoli in rivolta

In occasione dell’anniversario del nostro movimento il 16 ed il 17 novembre, dedichiamo la nostra festa a tutte le sollevazioni popolari nel mondo.

Da un anno, noi, Gilet Gialli, ci siamo sollevati per la giustizia sociale, la giustizia fiscale, la giustizia ecologista, la democrazia diretta, la libertà e la dignità, per diventare padroni del nostro avvenire.

Un anno dopo, numerose sollevazioni sono sorte in tutto il mondo, Cile, Iraq, Catalogna, Libano, Hong Kong, Algeria, Equador, Sudan, Colombia, Haiti, Guinea-Conacry ecc.

Noi ci sentiamo fratelli, sorelle ed alleati di questi movimenti nati in tutto il mondo.

Esigiamo la liberazione immediata di tutti i prigionieri politici e che si fermi la repressione di stato.

Viviamo in un sistema globalizzato e imperialista. Per cambiare le cose dobbiamo agire tutti insieme. Alleandosi, i popoli in rivolta potranno trasformare le loro condizioni di vita. Chiediamo, in un primo tempo, un’azione comune, durante il fine settimana del 16 e 17 novembre per creare e rinforzare dei legami tra i popoli in lotta.

Il 16 e 17 novembre noi festeggeremo l’anniversario della nostra sollevazione.

Noi lo dedichiamo a tutte le rivolte in corso nel mondo, a tutti inostri alleati che si sollevano a livello planetario. Saremo felici di celebrarlo in modo solidale e di condividerlo, nettamente usando banner comuni contenenti gli hashtag

#RevolutionEverywhere #Quesevayantodos

I POPOLI DEL MONDO INTERO VOGLIONO LA CADUTA DEL SISTEMA

Per creare una connessione tra i popoli in rivolta, è stato creato un indirizzo di posta elettronica per poter riceverei messaggi di tutti i popoli in rivolta e dei collettivi del mondo intero oltre alle foto ed ai banner che faremo.”

La società democratica

Che cos’è la democrazia
Democrazia, come tutti sanno, deriva dal greco e letteralmente significa “Potere del Popolo”, il termine fu “inventato” in Grecia da alcuni filosofi, tra i quali
spiccano Aristotele e Platone; tuttavia la democrazia adottata nell’antica Grecia era prevalentemente esclusiva, infatti potevano votare unicamente i maschi adulti appartenenti ad una determinata classe sociale.
Se dobbiamo azzardare una definizione di democrazia in senso puro, potremmo dire che è il potere che viene dal popolo e che va a beneficio dello stesso, il sistema
dove nessuno è così ricco da poter comprare un altro e nessuno così povero da vendersi, citando Rousseau. Un sistema democratico in piena regola non permetterebbe mai disuguaglianza, consumismo e individualismo, sono fattori completamente antidemocratici e impopolari, cancro stesso della nostra società insieme al capitalismo.

I valori comunali: vera essenza della democrazia
Ora che abbiamo dato una definizione, seppur semplicistica, della democrazia dobbiamo analizzare attraverso cosa essa viene esercitata. E’ abbastanza scontato che la democrazia diretta non possa essere adottata a livello nazionale e chi lancia questa accusa manca di dialettica, il sistema democratico si può muovere solamente entro certi limiti territoriali, Gheddafi ha risolto questo problema nel suo Libro Verde, dove spiega che devono essere stabiliti su tutto il territorio nazionale comitati popolari e congressi popolari di base, da questi ultimi viene eletto un portavoce, dall’insieme dei portavoce (definiti da Gheddafi come “Segretetrie”)
si formano i congressi popolari non di base, mentre dai comitati popolari di base sono eletti i comitati amministrativi e così per tutti i settori della società, si
può dire che ha sistemato in modo abbastanza completo la questione democratica odierna. Anche Ocalan ci offre una valida soluzione: una democrazia diretta basata
sull’ecologia sociale e sulle comunità locali, questo sistema prende il nome di confederalismo democratico, ovvero una forma autogestionale di stampo libertario
apertamente ispirata al pensiero dell’anarchico e ambientalista americano Murray Bookchin. Nel suo libro “Oltre lo stato, il potere e la violenza” Ocalan
ci spiega come la soluzione al capitalismo, secondo lui, è la completa decentralizzazione e una “democrazia senza stato”, basata tanto sulle libertà individuali
quanto sul potere comunitario. Insomma sia Gheddafi che Ocalan ci fanno capire come le comunità siano la cosa più importante in una Nazione.
Se vogliamo paragonare la Nazione a un essere vivente potremmo dire che le comunità locali sono le sue cellule, i suoi tessuti e i suoi organi, senza le comunità
non esisterebbe la Nazione, la Patria stessa è una comunità. I valori comunali sono quindi il senso d’appartenenza alla nazione, una irrefrenabile voglia di libertà
e un fervente internazionalismo. Sono valori che, come vedremo più avanti, sono sempre esistiti e continuano tutt’oggi ad esistere.

democrazia e capitalismo: due sistemi in costante conflitto
La democrazia è un sistema egualitario, è impensabile associarlo al capitalismo in quanto esso è un sistema classista, nato dall’evoluzione del sistema schiavista
di Roma e dal feudalesimo medioevale. Una società democratica è di base una società autogestionale, comunitaria, dove non ci sono differenze nè economiche nè sociali.
Da questo si evince che capitalismo e democrazia sono due poli radicalmente opposti l’uno all’altro. Guardiamo all’Italia: nel nostro paese il 12%
della popolazione è disoccupata (quindi circa 7 milioni di persone) mentre il 30% della popolazione vive sotto povertà relativa (quindi circa 18 milioni di persone)
e 7 milioni di persone vivono in povertà assoluta (fonte: ISTAT). La democrazia non può esistere dove ci sono tali situazioni, è un completo ossimoro definire
la nostra società come democratica. Tutti i grandi pensatori democratici degli ultimi secoli erano avversi al capitalismo, come ad esempio Mazzini e Garibaldi. Il
fatto che molti non riescono a capire è che il capitalismo e oggi in particolare il neoliberismo sono la crisi stessa, non sono sistemi stabili adatti alla
convivenza, ma rappresentano anzi il più grande ostacolo alla vita umana, basati sulla competitività più sfrenata e il perenne dominio di pochi su molti,
questo sistema nasce dal bisogno ossessivo di alcuni individui di arricchirsi e comandare sugli altri, dopo che questi tramite massacri e menzogne hanno preso
il potere hanno distrutto tutto ciò che girava intorno alla vita comunitari, causando così una perenne crisi, che subisce continue scosse causate dall’anarchia
nel mercato. Dire che il capitalismo è un fattore naturale dell’uomo è la più grande menzogna mai esistita: l’uomo ha sempre vissuto in comunità, etnie, tribù ecc…
è un suo istinto naturale vivere in comunità, istinto represso dalla sete di potere e dall’invidia di pochi menzogneri, ma questa parte la vedremo più avanti.

sovranità è democrazia
la democrazia, come già detto, è il potere del popolo e di conseguenza chi è democratico è anche sovranista, ma non un falso sovranismo basato sulla retorica
del “difendere i confini nazionali dall’invasione islamica” o del voler “cambiare” l’UE dall’interno, bensì un sovranismo popolare dove il popolo non è sottomesso
ad una cricca di oligarchi e despoti, sia interni che esterni, ma è libero di agire politicamente all’interno della nazione. Come disse Mazzini non può esistere
sovranità al di fuori del bene sociale, della libertà e del progresso di tutti per opera di tutti, quindi sovranità è un concetto strettamente
legato alla vita comunitaria e democratica, perchà dove esiste sovranità esiste un popolo unito e libero. Oggi essere tacciati di sovranismo è un qualcosa di
negativo, la sovranità è paragonata a un Leviatano che distrugge tutto, come scrive Carlo Galli, ma in realtà non è altro che la più grande opposizione al neoliberismo,
ed è per questo che hanno dovuto creare gli pseudo-sovranisti alla Salvini, per far perdere di vista il vero significato democratico e sociale che ha sempre
avuto la sovranità. Sovranismo è anche un concetto da intendere in senso economico, finchè i lavoratori non possederanno i mezzi di produzione non ci sarà mai piena
libertà e benessere sociale, perchè i lavoratori sono sottomessi ad un capitalista che li sfrutta per fare soldi. Il lavoro, così come il resto della
società, deve funzionare in modo democratico e comunitario, senza differenze tra gli individui, in modo che ciascuno possa agire in modo libero e indipendente.

la democrazia nella storia: dai profeti ai barbari, dagli alchimisti ai monasteri, dal settecento a oggi
La democrazia, come già anticipato, non è nata in Grecia, ma bensì è sempre esistita fin dalla nascita dell’uomo. Ocalan la definisce “società matriarcale”
perchè, secondo i suoi studi, il centro della comunità era la donna, fatto sta che erano delle forme primordiali di autogestione perchè non esistevano ancora fattori
come l’economia e la politica. L’evoluzione e la necessità hanno spinto alcune comunità a diventare sedentarie, in particolare nella zona del Vicino Oriente (in
Mesopotamia), lungo il corso del Nilo e in estremo oriente. La società era ancora autogestita ma con più incarichi questa volta, come la gestione delle risorse da
distribuire ai membri della comunità. Sul lungo andare alcuni individui divennnero avari e così iniziarono a “trasformare” le religioni totemiche/animiste in religioni
politeiste e mitologiche. Queste religioni rappresentavano il potere e l’asservimento, infatti bisognava avere paura degli dèi. Questi individui si autoproclamarono
re-dèi, perchè loro rappresentavano il collegamento tra la vita terrena e quella spirituale, questo fenomeno si evolse e fu creata la gerarchia religiosa, le
Ziqqurat rappresentavano perfettamente il simbolo del potere, in alto il re-dio, scendendo i sacerdoti, poi l’esercito, i mercanti e infine il proletariato, sul
quale ricadeva tutto il peso della società. Tuttavia questo sistema gerarchico riscontrò molta opposizione da parte dei “fedeli” alla società democratica, che ora erano
rappresentati dalle Tribù e dalle etnie: i curdi sono un esempio, in Sumero “Curdi” significa “coloro che vivono sulle montagne”, e quindi un’etnia autogestita che
si opponeva al sistema stabilitosi. in Europa gli eredi delle società democratiche erano rappresentate dai barbari del nord, i germani, che facevano continue incursioni
in territorio romano, creando degli scossoni nel sistema gerarchico dell’Impero. In tutta la storia di Roma dalla fondazione della Repubblica prima e dall’impero poi
ci furono correnti profetiche che aspiravavano alla libertà dei popoli dal dominio dei romani. Il primo di questa corrente fu sicuramente Spartaco, che guidò
un’insurrezione contro Roma, è abbastanza ovvio che egli voleva anche lanciare un messaggio di lotta contro il sistema gerarchico romano, tanto che è diventato
un grandissimo simbolo di lotta al capitalismo nei tempi moderni, come ad esempio la Lega Spartachista di Rosa Luxemburg in Germania. Il più importante, e conosciuto,
di questi profeti fu sicuramente Gesù Cristo, egli ha dedicato la sua vita alla lotta contro l’Impero Romano e ha pagato col sangue. Cristo esprimeva, tramite la figura
di Dio, idee che oggi potrebbero essere definite libertarie e, se proprio vogliamo, pseudo-socialiste ed anarchiche. Gesù lottava, ad esempio, contro il mercantilismo
(lo dimostra quando caccia i mercanti dal tempio) ed era favorevole alla piena libertà religiosa, contrapponendosi alla teocrazia (famosa la frase “date a Dio quello
che è di Dio e a Cesare quello che è di Cesare”). Purtroppo, come spesso accade nei sistemi schiavisti, le figure che lanciano un fortissimo messaggio di lotta
vengono strumentalizzate e sfruttate a proprio favore, non ci volle molto prima che venne a formarsi la gerarchia ecclesiastica e che l’impero che Gesù tanto lottò
divenne una teocrazia “cristiana” (in completo disaccordo con le sue stesse idee). Tuttavia anche qui gli oppressori non riuscirono a monopolizzare il loro pensiero,
infatti le correnti democratiche erano ancora molto influenti sulla società. In particolar modo nel medioevo la forma di società democratica più sviluppata era
sicuramente il monastero; in questo luogo si professava la vera fede di Cristo, ovvero una vita autogesitita e comunitaria dove tutti hanno un proprio ruolo che punti
a far prosperare e progredire la società. Tutti i grandi scienziati e studiosi del tempo vivevano in un monastero o seguivano la dottrina cristiana pura: Giordano
Bruno, Galileo Galilei, Copernico e tanti altri, è solo grazie a loro se oggi siamo dove siamo, grazie alla loro lotta al becero tradizionalismo del Vaticano.
Da ricordare in particolar modo sono gli alchimisti e le streghe, questi rappresentavano il progresso scientifico e il bene comunitario, in particolare nell’ambito
farmaceutico. Le donne di scienza venivano bruciate perchè il pensiero reazionario non permetteva una concezione della donna superiore ad un oggetto e così la donna
che si mostrava superiore alla cosa veniva presa per strega, una serva di Satana. A dare la scossa più forte di tutti al sistema fu sicuramente Giordano Bruno: egli
attacava la Chiesa Cattolica non con la scienza ma con la teologia stessa, aveva una concezione panteista del mondo e dell’Universo, l’Universo è infinito perchè
Dio è infinito, noi dobbiamo rispettare l’ambiente perchè Dio è l’ambiente e noi dobbiamo combattere i reazionari che impediscono l’evoluzione del pensiero umano
perchè noi stessi siamo parte di Dio. Giordano Bruno diede la vita per combattere il sistema, fu arso vivo al Campo de’ Fiori a Roma per eresia, in quello stesso luogo
i Garibaldini ci costruirono una statua in suo nome, la posizione della statua era molto significativa, era stata proposta da Armand Lévy (uno degli ideatori della
Comune di Parigi) e voltava le spalle al vaticano in segno di rivolta, la statua fu distrutta con la caduta della Repubblica Romana ma in seguito fu ricostruita con
l’Unità d’Italia. Nonostante la vittoria del capitalismo subito dopo la fine del medioevo il Rinascimento diede una forte spinta ai movimenti democratici e lo dimostrano
tutte le rivolte popolari avvenute in quel periodo: la Jacquerie in Francia, la Guerra dei Contadini, o per meglio dire la rivolta dei contadini, in Germania (Sacro
Romano Impero), la ribellione di Wat Tyler in Inghilterra e tante altre. Tutte queste forze democratiche furono soppresse ma tutto ciò era solo l’inizio, si possono
paragonare questi eventi e le repressioni successive a una carica di dinamite, le rivolte del Rinascimento e le tirannie rappresentavano la miccia, una volta che la
miccia si esaurì la bomba scoppiò e cominciò così la Rivoluzione Francese, nel 1789. La rivoluzione francese fu molto controversa ma non c’è dubbio che c’era un
fortissimo contenuto popolare e democratico, lo dimostra lo Stato Rivoluzionario di Maximilien de Robespierre, dove il Cittadino era al centro della società e chiunque
si opponesse al potere popolare veniva eliminato, purtroppo durò relativamente poco perchè la borghesia riuscì a prevalere e Robespierre fu giustiziato.
Anche se questa fu una sconfitta per le forze democratiche il popolo non si arrese, nemmeno 50 anni dopo i giacobini (ora noti come neogiacobini) si rivoltarono
contro la tirannia e istaurarono la Seconda Repubblica, anche questa cadde, questa volta sotto un imperatore, Napoleone III. Quest ultimo adottò politiche dispotiche
internamente e imperialiste all’estero, in seguito nel 1871 cadde sotto l’invasione prussiana e nello stesso anno il popolo parigino, stufo della pessima situazione, si
rivoltò e nacque così la Commune de Paris, uno stato socialista in piena regola, con influenze proudhoniane e bakuniane, l’esercito regolare fu sciolto e i cittadini
si armarono per difendere la loro Patria, la bandiera di questo stato era la bandiera rossa. Purtroppo anche questa rivoluzione cadde nel nulla e la comune si sciolse
poco tempo dopo. Anche l’Italia fu travolta da una forte onda di rivolte democratiche, le più importanti furono certamente quelle del 1848: queste proteste, di carattere
marcatamente popolare e democratico permisero la formazione della Repubblica Romana, dove per la prima volta in Italia vi era un deputato eminentemente socialista,
Quirico Filopanti, egli era anche a capo della Commissione Barricate a Bologna. La Repubblica Romana, come si può dedurre dalla stessa costituzione, prevedeva un punto
di svolta radicale rispetto agli altri stati italiani: sanciva votazioni a suffragio universale, piena libertà, giustizia sociale e incorporava tutti i Cittadini
nella milizia popolare. Purtroppo questo sogno crollò sotto i cannoni francesi e il papa, prima spodestato dal popolo, venne rimesso al suo posto, distruggendo tutti
i progetti sociali di Mazzini, Garibaldi e altri Repubblicani, che persero molti fratelli negli scontri con la Francia. Dopo il fallimento a Roma nel 1849 la borghesia
e l’aristocrazia tornarono tranquille sui loro troni, fatti di ossa e sangue, ma non finì qui, nella notte tra il 5 e il 6 Maggio 1860, circa mille volontari
garibaldini, con poche armi e pochissime munizioni, partirono da Quarto, il loro obiettivo era aiutare le rivolte popolari che si stavano scatenando in Sicilia contro
il Regno dispotico dei Borbone. Bisogna precisare ora un paio di cose: il Piemonte non supportava in nessun modo la spedizione e, anzi, Cavour fece di tutto per fermarla
e nemmeno gli inglesi supportavano la spedizione, perchè se fosse così non sarebbero partiti male armati e senza munizioni. Comunque, la spedizione riuscì e Garibaldi
arrivò a Napoli con ben 55 mila uomini, a prova del fatto che era supportato dal popolo. In quel momento a Torino si stavano mangiando le mani, il generale Garibaldi,
democratico e socialista, che annette il Regno delle Due Sicilie, inaccettabile per dei liberali, ora dovevano agire, Garibaldi stava rivolgendo le armi contro Roma,
inutile dire che, pur di evitare un ulteriore rafforzamento del movimento democratico in Italia, i piemontesi spararono addosso alle camicie rosse e allo stesso Garibaldi.
Eventi simili accaddero anche in America Latina, dove Simon Bolivar proclamava, una quarantina di anni prima, la Gran Colombia; uno stato liberale di matrice democratica
che puntava a unire tutti i popoli del Sudamerica, anche questo progetto fallì, ma questa volta a causa degli oligarchi interni. Agli del 1900 i movimenti democratici
nel mondo erano abbastanza deboli, finchè non arrivò una forte scossa che sconvolse il mondo intero: la Prima Guerra Mondiale. Questa guerra era la figlia prediletta
dell’imperialismo e del capitalismo, ma anche delle forze democratiche che cominciavano a muoversi di nuovo. E’ il caso di Gavrilo Princip, il quale apparteneva a un
movimento di liberazione nazionale di ispirazione mazziniana, Gavrilo fece un attentato ai danni del granduca d’austria Francesco Ferdinando d’Asburgo, uccidendolo mentre
passava per Sarajevo, questa fu la famosa goccia che fece traboccare il vaso. L’Austria scatenò una forte repressione in Bosnia e nel frattempo la Germania invadeva il
Belgio per riuscire a invadere la Francia da nord con effetto sorpresa, subito i garibaldini accorsero alla difesa della Francia per aiutare a respingere l’invasore,
tuttavia l’anno seguente molti dei garibaldini che erano in Francia si spostarono e tornarono in Italia dopo la notizia dell’entrata del Regno in guerra contro l’Austria.
In pochi anni l’Italia, e la triplice intesa, vinsero la guerra ma in quello stesso momento stava accadendo qualcosa di ancora più sconvolgente per il mondo: in Russia
gli zar venivano spodestati e il rivoluzionario Vladimir Lenin saliva al potere con l’unico scopo di liberare il popolo russo. Senza perdersi in dettagli inutili possiamo
dire che ci riuscì in pieno, grazie anche alle capacità militari di Lev Trotsky e la politica di Iosif Stalin, il quale, succedendo a Lenin, cominciò la costruzione del
socialismo in Unione Sovietica portando alla definitiva liberazione del popolo russo. Dopo la prima guerra mondiale il movimento democratico si rafforzò moltissimo
in tutta Europa, la Lega Spartachista in Germania, il Partito Comunista d’Italia, l’Unione Sovietica e tanti altri, questo rafforzamento, dovuto alla pessima situazione
causata della grande guerra, comportò una risposta da parte delle forze reazionarie che si tradusse nel fascismo in Italia e nel nazismo in Germania, e qui il sistema
subì un’altra forte scossa: la seconda guerra mondiale. La Seconda Guerra Mondiale è stato l’evento che ha influenzato più di tutti la nostra vita oggi. Con la sconfitta
di Hitler il mondo fu diviso in due poli e questa spaccatura passava proprio per Berlino. Da una parte dei governi popolari e dall’altra dei regimi capitalistici,
l’Unione Sovietica aveva certamente molti problemi ma la democrazia dei soviet era assai preferibile alle “democrazie” liberiste occidentali, dove a comandare non è
il popolo ma degli oligarchi.
Nel dopo guerra il mondo era costantemente sul piede di guerra: in Italia la CIA ha falsificato le elezioni, facendo vincere i democristiani e facendo rivoltare la
popolazione, in Irlanda del Nord i repubblicani lottavano per unificare la patria e liberarla dal dominio della Corona inglese, in Cina dopo la fine della tregua
anti-giapponese tra comunisti e nazionalisti Mao mosse le armate e scacciò i nazionalisti reazionari, in Corea Kim il Sung, principale esponente della resistenza
antimperialista prese il controllo della parte Nord della penisola, mentre il sud fu conquistato dagli americani che misero al potere dei despoti che repressero nel
sangue tutte le rivolte popolari e democratiche (come quella di Jeju), in Vietnam Ho Chi Minh scacciava francesi e americani mentre in Sudamerica i popoli si
alzavano spodestando, come in Cile, gli oligarchi, le marionette degli States. In Africa e Vicino Oriente fu una vera e propria alba dei popoli: Gheddafi, Sankara,
Lumumba, Mandela, Kenyatta, Nasser, Hussein, Tourè e tanti altri, i movimenti democratici cominciavano a spargersi ovunque. Poi accadde la tragedia, l’Unione Sovietica
cadde, per quanto con Krusciov e Gorbaciov fosse diventata un gigante burocratico e malfunzionante la mancanza di due blocchi contrapposti permise lo spargimento
a macchia d’olio del neoliberismo, in particolare con le dottrine di Reagan e Tatcher. E poi oggi, dove i movimenti democratici stanno combattendo per emergere, come in
Cile, Haiti, Iraq, Ecuador, ma non basta, dobbiamo impegnarci pure noi per portare la giustizia e libertà in Italia e nel mondo, portando alla definitiva liberazione
dell’Umanità.

Rivoluzione come progresso integrale

Libertà ed uguaglianza, obbiettivi imprescindibili e fondamentali, sono in ultima analisi dei mezzi per un più grande miglioramento dell’Uomo dal punto di vista morale ed interiore. A questo serve il Progresso: più che a riempire le pance a riempire cuori e menti. Se la rivoluzione avesse come obbiettivo la pura felicità materiale allora che senso avrebbe nei confronti di noi occidentali, che nella maggior parte dei casi certo non deficitiamo di beni e servizi? No, la Rivoluzione è un qualcosa di ben più ampio e profondo di un miglioramento economico, è un miglioramento dell’uomo tanto come singolo quanto come Umanità collettiva.
“Non si persegue il progresso per costruire belle fabbriche ma per fare belle persone”, scriveva Ernesto Guevara mezzo secolo fa, come eco rispetto a rivoluzionari più lontani. Già Giuseppe Mazzini un secolo prima scriveva nel Dei doveri dell’uomo “Dovete dunque cercare, e otterrete questo come mutamento; ma dovete cercarlo come mezzo, non fine: cercarlo per senso di dovere, non unicamente di diritto: cercarlo per farvi migliori, non unicamente per farvi materialmente felici.”. La rivoluzione non può essere semplicemente un riempire le pance, non può mirare unicamente a fare materialmente contenti gli uomini, ma deve usare un miglioramento materiale come trampolino di lancio per un progresso integrale: solo così sarà vera rivoluzione

4 novembre: nazione, democrazia ed emancipazione sociale

Oggi più che mai la questione nazionale, l’unità del popolo e la sua emancipazione politica rimangono temi di grande importanza ed attuali. È infatti tappa fondamentale del percorso di liberazione degli uomini l’indipendenza e l’unità della loro comunità nazionale, progetto antitetico rispetto ad ogni mira oligarchica e reazionaria. La comunità nazionale, una fra le molte comunità delle quali l’individuo e parte e grazie alle quali è definito, deve sempre godere di considerazione, sia in sé che come punto d’arrivo che di partenza. È infatti la Nazione l’insieme in cui le varie comunità locali sublimano, ed è dalla Nazione che si può partire per costruire un pensiero che sia internazionale.

La sua costruzione, come ogni fine di un moto comunitario, è stato un percorso all’insegna degli ideali democratici, repubblicani e socialisti, anche se declinati in diversi modi. Da Buonarroti a Pisacane, passando per Mazzini, Garibaldi, Saffi e Mameli: questa fu l’Italia, questi furono i veri patrioti. La Nazione, realtà comunitaria e fraterna, mal si presta ai valori e agli ideali reazionari, siano essi monarchici piuttosto che liberali. Di fatti, i vari governi che dal 1861 in poi hanno di fatto oppresso la nazione italiana attraverso modelli politicied economici gerarchici non hanno saputo che richiamarsi ad essa in maniera retorica, appropriandosi di una causa non loro, ossia quella del popolo. L’Italia Turrita, ammantata dal tricolore ma sfregiata dallo stemma sabaudo si presta bene ad esemplificare lo stato in cui, per colpa della dinastia d’oltralpe, l’Italia ha soggiaciuto per decenni: uno stato di sottomissione ed imposizione.

La Grande Guerra, momento d’indubbia importanza storica, avrebbe potuto segnare la fine dell’ordinamento monarchico-liberale, e l’instaurazione di un sistema democratico. Ma mentre in Russia sorgeva la rivoluzione, a cui faceva eco la Germania, in Italia ogni movimento rivoluzionario, sia per contrasti interni, sia per “purismo”, sia per debolezze contestuali, veniva messo a tacere dall’avvento del Regime Fascista, che seppe retoricamente coinvolgere molti strati della popolazione, propagandandosi come movimento “nazionale”, ma mettendo in pratica un progetto profondamente oligarchico ed antidemocratico. Pensiamo agli Arditi del Popolo, che isolati seppero condurre una lotta patriottica e socialista contro le milizie fasciste, o ai successivi volontari in Spagna, eredi della tradizione garibaldina, che combatterono al fianco della Repubblica assediata.

Fu poi durante la Resistenza che si rinsaldò il connubio fra Nazione ed emancipazione sociale che era stato scisso da decenni di retorica e propaganda. Vinti gli occupati, le elezioni del ’48 diedero in maniera poco limpida la vittoria nuovamente a forze reazionarie, ossia quelle liberali democristiane, che continuarono l’antica tradizione di coprire sotto il vessillo del popolo italiano le loro repressioni, i loro complotti, i loro maneggi.

In Italia, nazione occupata ancora oggi da uno stato imperialista, si verificò nella seconda metà del ‘900 il fenomeno dell’ostilità nei confronti del concetto di “Patria”, interpretato erroneamente come reazionario. Ciò non fu solo frutto dell’errore di certa sinistra, ma il frutto di una premeditsta campagna d’appropriazione che mirava a sottrsrre al popolo italiano il suo particolare vessillo, a spacciare per reazionario ciò che per contenuto intrinseco è profondamente rivoluzionario. Oggi, nel 2019, è importante riscoprire il valore dell’unità nazionale, il valore della comunità incarnata nella Nazione, che ad essa non si limita ma anche da essa viene espressa. Nazione non è egoismo, ma fratellanza, è la via verso l’Umanità. Chiudiamo questo breve pensiero con le parole di due grandi italiani, entrambi liguri, che combatterono per l’emancipazione dell’uomo e dell’Italia, Giuseppe Mazzini e Sandro Pertini:
“La Patria è la casa dell’Uomi libero, non dello schiavo”
Giuseppe Mazzini
“Eleviamo in questo giorno il nostro pensiero a quanti combatterono e si immolarono per l’indipendenza e per la libertà, ai caduti della resistenza, a tutti i nostri fratelli che sacrificarono la vita per tali altissimi ideali: è una schiera innumerevole e gloriosa che ci guida nel nostro cammino, presente tra noi, vivente dell’esempio che ci ha trasmesso. Da loro traiamo auspici per il futuro, nella fierezza di esserne eredi, nella consapevolezza degli ardui impegni che ci attendono.”
Sandro Pertini

Democrazia: alcuni ragionamenti

La questione della lingua

Una parola non è che uno strumento, essa serve un fine che è la comunicazione di un certo contenuto. La scelta di un termine e la definizione che si da di esso sono strumentali al tipo di contenuto che si vuole comunicare. Non esiste nessun significato intrinseco, e tantomeno una naturale tendenza nella parola, che non ha caso necessitano per esistere di una mente umana che la componga, verbalmente o graficamente. Avendo come fine la comunicazione di un messaggio tanto soggetto a fraintendimenti più o meno voluti quale è quello di natura politica, è estremamente necessario fermarsi a definire i termini. Ci concentreremo ora su alcune parole necessitanti di definizione, la quale è da comprendere, per riuscire ad intendere i nostri successivi ragionamenti. Ciò che ci interessa non è la formalità, l’aspetto esteriore dei termini, ma il loro contenuto. Sentitevi dunque liberi, una volta letta ed intesa la sostanza, di sostituire al termine dato quello che più si confà alla vostra cultura e mentalità.


-Partito: vogliamo intendere con questo termine una particolare organizzazione sociopolitica a carattere gerarchico e verticistico, la quale si basa su vincoli di interesse materiale, ed inserita all’interno di una universale guerra di tutti contro tutti, data per assiomatica e, sovente, moralmente giustificata. Da questa guerra si vuole uscirne vincitori, mantenendo gli sconfitti in una posizione di inferiorità e di sudditanza. Il partito prevede un modello competitivo, che si fonda sulla discordia e che per essa vive. Diciamo “Partito” quella forza integrata all’interno di un sistema classista espressione degli interessi di un particolare gruppo, una parte, che vuole arrivare al vertice della piramide sociale senza intaccare le fondamenta di questa, ossia la natura competitiva e gerarchica. Un’organizzazione politica rappresenta in nuce un mondo che si vuole creare, un dover essere da imporre all’essere. Essendo il partito non indirizzato ad un cambiamento ma unicamente ad una diversa distribuzione del potere esso si può definire come l’organismo antipolitico per eccellenza.


-Democrazia: “potere del popolo”. Per attribuire un significato a questa parola è necessario prima di tutto definire i termini “popolo” e “potere”, per cui: -Popolo: Assieme di individui che sono, o si vogliono, liberi ed eguali, e che si definiscono storicamente con un passato ed un futuro comuni. Tale ente è delimitato nel tempo e nello spazio dai limiti della sua azione storica.
-Potere: facoltà di poter intervenire liberamente e senza costrizione alcuna, al di fuori del soddisfacimento dei bisogni naturali, sull’ambiente d’azione, sia esso esterno al soggetto o esso stesso. Si è potenti in ragione di quanto si è liberi, la capacità di esercitare tale potenza è detta sovranità.
Risolta questa questione possiamo passare al termine che mette in correlazione i due precedenti, ossia “democrazia”, che risulta dunque essere la capacità del popolo di intervenire spontaneamente su se stesso e sulla sua sfera d’azione senza restrizioni che il rispetto dell’altrui diritto di fare altrettanto, ossia di autodeterminarsi. Democrazia significa progresso di tutti ad opera di tutti, ossia l’assenza di classi sociali o di interessi divergenti, i quali generano per natura una situazione di guerra che impedisce l’esercizio della collettiva autodeterminazione. Significa perfetta comunanza d’intenti data dal riconoscimento dei propri diritti naturali e del limite di questi posto nell’altrui diritto. La democrazia è dunque definibile anche come l’assenza del conflitto e della competizione fra parti, poiché non prevede l’esistenza di queste. E’ l’antitesi del privilegio, poiché prevede la perfetta eguaglianza, poiché una disparità economica si traduce in disparità di potere politico. E’ l’antitesi del narcisismo individualista e del becero campanilismo, che maschera l’egoismo con il mantello di un simulato senso d’appartenenza comunitaria.
Con la questione terminologica risolta almeno in parte possiamo addentrarci in alcune brevi riflessioni su alcuni aspetti della situazione corrente.

Cretinismo elettorale

Oramai dovrebbe essere chiaro a tutti, ma tuttavia persiste l’esistenza di un forte zoccolo duro ancora convinto che all’interno del totalitarismo liberal-liberista le elezioni siano qualcosa in più che una semplice formalità, l’illusione del controllo popolare su una sovranità che è sempre con più insistenza rivendicata da gruppi privato aventi interessi propri e proprie agende. Abbiamo visto la privatizzazione della Banca d’Italia, abbiamo visto l’euforico ingresso nell’area euro, abbiamo visto la firma del Trattato di Lisbona e finanche la menzione in diversi articoli della nostra Costituzione dell’Unione Europea e delle sue direttive. Abbiamo visto interi pacchetti di riforme varati in ossequio a direttive di un organismo evidentemente di maggior peso come l’Unione Europea. In aggiunta a ciò, sul nostro territorio nazionale trovano riparo migliaia di soldati stranieri, intere flotte e persino armi nucleari. Serve una certa dose di coraggio per portare avanti con tutti questi dati evidenti il pensiero che basti raccogliere alcune migliaia di firme o di voti per poter liberarsi da tutte queste catene. Come se il processo fosse così lineare poi, come se per costruire il consenso non servissero ingentissimi mezzi di cui ogni forza che vuole porsi al di fuori di certe dinamiche di potere è destinata a rimanere totalmente sprovvista. Pensieri del genere possono nascere solamente in mancanza di una capacità d’analisi sistemica, dal concentrarsi sulla forma e non sulla sostanza dell’epoca storica da noi vissuta. Questo atteggiamento leguleio rende sterile ogni azione politica, ogni sano slancio verso il cambiamento, ogni energia riposta in un progetto. Certo, il partecipare alle elezioni garantisce una, seppur minima, visibilità, ma c’è da chiedersi se un progetto di crescita a lungo termine sia possibile visto il sempre più terribile potere degli oligarchi. Occorre aggiungere che questa comoda illusione che prevede unicamente lo sforzo propagandistico per assicurarsi la vittoria va spesso di pari passo al feticismo per mai esistiti “bei tempi andati”. Analizziamo un periodo diventato molto comune da idolatrare dopo l’introduzione della locuzione “sovranismo costituzionale” nella terminologia politica: la Prima Repubblica. E’ inutile dire che questi anni nulla ebbero di “glorioso”: i diritti sociali furono sì maggiori rispetto agli attuali, e sicuramente si riuscì a godere di un benessere abbastanza diffuso, ma ciò fu reso possibile da violentissime manifestazioni volte a contestare lo status quo democristiano. La Prima Repubblica è il periodo dell’IRI, del proporzionale puro e del boom economico, ma è anche il periodo degli anni di piombo, della Gladio, dell’ombrello della N.A.T.O, del terrorismo, della repressione, delle asprissime lotte sociali che sovente lasciavano morti per le strade, della rivolta di Reggio e della strage di Modena, degli accordi Stato-mafia e dei tentati golpe. Un conto è riconoscere le caratteristiche economiche e sociali di un dato periodo, elaborando quindi una critica storica che metta alla luce pregi e difetti, l’altro è il feticismo nostalgico che pone come fine un passato non solo inventato, ma materialmente non replicabile.

Individuo e comunità

L’esistenza di una dicotomia fra individuo e comunità è retaggio dei pensatori individualisti ed egoisti, i quali arrivarono all’estremo del solipsismo e al ritenere la comunità come una finzione. In realtà, come innumerevoli sapienti insegnano, da Proudhon a Pisacane a Mazzini, l’individuo non è soppresso o “castrato” dalla comunità, ma reso più libero, e di conseguenza più potente. La libertà cresce in corrispondenza dell’aumentare delle relazioni sociali che l’individuo stabilisce con i suoi simili, non rinunciando alla sua precedente libertà ma anzi aumentandola. Si potrebbe dire che sia proprio questo il ruolo dello Stato: non solo tutelare ma anzi aumentare la libertà d’ognuno, garantita da un patto sociale e dal vivere in comunità. Pensare che limitando la propria libertà si arrechi beneficio al gruppo è come pensare che si possa correre più veloce tagliandosi una gamba. La comunità è un’astrazione dell’individuo, il quale riconosce il proprio vicino come assimilabile a lui, vede in lui un minimo comune denominatore che permette di creare un concetto unitario che vada a mettere in correlazione tutti e due i soggetti. E’ d’uopo andare a contestare una popolare quanto stupida credenza, ossia quella secondo la quale l’astrazione non farebbe parte del reale. Per ridurre al silenzio ciò basta pensare alla vita quotidiana, come concetti astratti quali la famiglia, il denaro, una società per azioni, una legge e un titolo di studio riescano ad avere enormi ricadute sul reale nonostante il loro essere astrazioni, convenzioni sociali, pensieri sviluppatisi nella mente degli uomini e diffusi intorno a loro. L’astrazione non si ferma al singolo che scopre nel suo vicino un membro della sua famiglia, ma porta le famiglie ad unirsi formando città, le città nazioni, le nazioni l’Umanità. In definitiva, possiamo tranquillamente affermare che ogni attacco contro la persona sia un attacco non solo alla famiglia e alla nazione, ma alla totalità degli esseri, in quanto il singolo questi genera e in questi è contenuto.

Contro la gerarchia

Ogni ripartizione ineguale di potere fra gli uomini non è solo dannosa per la vita sociale, ma profondamente antidemocratica. Poco importa il titolo che si vuole dare ad un superiore: sia esso presidente, segretario, capo, duce, comandante la sostanza è una divisione verticale destinata a generare interessi contrastanti e dunque conflitto. Gli uomini sono eguali e liberi di natura, la nostra etologia vuole che ci si raggruppi nella maniera tale da garantirci le migliori possibilità di sopravvivenza, ed essa non è il potere del singolo sul gruppo, ma la sovranità del singolo su sé stesso, della comunità sulla comunità. Ogni livello della socialità umana ha una sua particolare sfera d’azione, ed entro questa sfera d’azione è giusto che agisca solamente il soggetto in questione. Tutto ciò che non inficia la comunità è lecito al singolo, tutto ciò che non arreca danno all’Umanità è lecito alla nazione, questo perché il limite della libertà è l’altrui diritto, di conseguenza non sono diritti il furto, l’omicidio e la schiavitù, ma anzi il loro contrario, ossia l’imposizione di un privilegio. Ovviamente all’interno della comunità ci si pone il problema del soddisfacimento di certi bisogni, sempre crescenti col passare della Storia. Dalle semplici necessità di cibo e riparo si è passati a dover regolare la distribuzione di beni in territori vastissimi, la riscossione delle tasse e il mantenimento di servizi di igiene pubblica. E’ lecito e giusto che ogni cittadino, ossia il libero uomo conscio dei doveri nati con la vita comunitaria, svolga la mansione a lui più consona, e che tragga da questa tutti i bene a lui necessari. Essendo la vita in grandi comunità estremamente complessa, è legittimo che esistano commissari deputati dalla comunità stessa a svolgere particolari compiti, siano essi il regolare gli orari dei treni o a condurre trattative commerciali. Questi commissari non devono però essere dotati di per sé di nessun potere al di fuori del mandato concesso dal popolo per un particolare compito da svolgersi in un particolare tempo, devono essere in ogni momento sindacabili e revocabili dalla loro posizione. Il potere del popolo su sé stesso deve essere assoluto, non esiste carica che il popolo debba valutare come “superiore” a quella del cittadino normale, ossia dotata di diritti maggiori.

Libertà e sacrificio

Da ciò di cui abbiamo discusso prima se ne può dedurre che una mutilazione della libertà del singolo non rechi giovamento alla comunità, ma che anzi la libertà di questa venga in modo proporzionale ridotta. Di conseguenza una riduzione della libertà non si traduce in un sacrificio, ma in un attentato alla vita pubblica. La parola “sacrificio” deriva dal latino, e significa “rendere sacro”. Ciò di cui l’uomo si negava in favore di un qualcosa di maggiore, sia stato cibo, capi di bestiame o anche la vita, era ritenuto reso sacro dal gesto. Elementi fondanti di questo processo erano la sua spontaneità del dono e il suo valore in termini di lavoro, di attaccamento o di importanza. Il sacrificio non era automutilazione, ma rinuncia ai frutti del proprio lavoro, della propria fatica, della vita. Esso si traduce nell’impegno quotidiano, nell’instancabilità, della repulsione verso la pigrizia. Si traduce nella scelta di inserire in una scala valoriale ben precisa ciò che è dovere e ciò che è superfluo, sacrificabile. Impegnandomi per la comunità, combattendo pro aris et focis non perdo una libertà individuale per guadagnare un potere collettivo, ma aumento la mia libertà e con essa quella della mia comunità

5 punti per l’azione politica

Vogliamo elencare sommariamente 5 consigli che ci sentiamo di fare a noi stessi e ad ogni nostro interlocutore, 5 punti essenziali e semplici per la correzione dei vizi ai quali si può andare naturalmente in contro, ancora di più in questi tempi bui che suscitano reazioni retoricamente estremistiche ma sostanzialmente “conservatrici”.
1-Rinunciare ad ogni aspirazione ad un ruolo messianico, prendere coscienza che l’agire del singolo per essere fruttuoso deve essere inserito in un contesto comunitario, così come quello comunitario deve essere posto in un contesto più ampio.
2-Bando al feticismo e all’idolatria. Non c’è bisogno di santini o di madonne, non serve ricordare improbabili età dell’oro. Serve una presa di coscienza del presente, il porre questo in continuità col passato, il rifarsi creativamente e criticamente ad esso, senza erigere altari, poco consoni ad un popolo che si vuole civile.
3-Non avere paura dei termini. Lasciamo le coscienze spaventate dai toni a sé stesse, esse non sono soggetti storici, ma spettatori passivi. Chiamiamo le cose per quello che sono, con intelligenza ma senza paura di causare turbamenti negli animi degli insicuri. Questo è l’unico modo per costringerli a prendere campo: porli davanti ad una scelta.
4-Aprire gli occhi sul mondo che ci circonda. Farsi illusioni di improbabili intercessioni divine, capovolgimenti improvvisi o altre sciocchezze è assolutamente controproducente. Siamo in una situazione estremamente difficile dove solo ancora per poco saranno rispettate certe formalità “democratiche”. Prendiamone atto e agiamo di conseguenza, i nostri discendenti chiederanno conto delle nostre azioni.
5-Sentirsi parte del tutto, non parte fra le parti. Ogni ente è scomponibile, ogni ente è assimilabile ad altri per arrivare ad un ente maggiore. Non esiste contraddizione in ciò, anche se avviene tutto al contempo. Prendiamo atto di questo, prendiamo atto che la nostra individualità esiste come collettività di livello minore, e la nostra collettività come individualità di livello maggiore.

Partiti e Cittadini: chi è l’anima della politica?

Con l’ormai già avvenuta crisi sia del sistema-partito che dell’anti-politica diventa prioritario un riflessione sul cittadino, i suoi doveri e le relazioni che esso che esso ha con la Politica, che è da lui definita e che lo definisce ad un tempo.

La forma partito, per quanto abbia segnato un lungo periodo della storia repubblicana, si è mostrata limitata, e passibile di degenerazione in lobby. L’identificazione del militante nel partito ha spesso allontanato quella nella società nazionale, con la creazione di vere e proprie camorre che vedevano se stesse come superiori in una scala di valore rispetto al paese. Essendo una struttura chiusa, un partito tende per forza di cose a creare una sotto-società interna alla nazione, i quali interessi spesso non combaciano, anzi sono concorrenziale, a quelli della cittadinanza come essere collettivo. Questo è stato verificato diverse volte nella storia recente, con la creazione di reti d’interesse connesse ai partititi politici, non solo nella Prima Repubblica, esplosa a seguito dell’inchiesta “Mani Pulite”, ma anche ai giorni nostri, con partiti a caratterizzazione territoriale come la Lega e il Partito Democratico posti a tutela di vari gruppi di interesse locali, quali associazione sportive, venatorie, culturali, sociali e via dicendo.

Allo stesso modo la reazione negativa alla crisi del partito, espressa prima dal movimento dei Forconi e poi, più approfonditamente, dal Movimento 5 Stelle, ha esaurito il suo compito, essendo stata incapace di dare forma a qualcosa di diverso di una reazione qualunquista e aperta alle infiltrazione degli stessi gruppi di potere che fino a quel momento si erano serviti dei partiti. Basta ricordarsi degli esordi del Movimento, dei “VaffaDay”, di un Grillo iper-critico e spesso radicale nelle posizioni, con un rifiuto netto di ogni forma di dialogo, con un’opposizione a nato ed Euro che lasceranno negli anni il passo agli accordi prima con la Lega salviniana e poi con il nemico di sempre, il Partito Democratico. Al di là delle peculiarità del Movimento 5 Stelle e le varie figure e capitali di cui era emanazione, questa evoluzione è spiegabile anche con la mancata risoluzione di contraddizioni ideologiche all’interno della struttura, di una sua mancata definizione e dall’incapacità di farsi percepire come una proposta politica seria dalla maggioranza della società civile, il quale ha per lo più considerato i 5 Stelle un voto di protesta.

Occorre interrogarsi su chi componga l’anima della politica all’interno di uno stato che si vorrebbe Repubblica Democratica. Non i partiti, costruzione posteriore alla creazione del patto sociale, e per ovvie ragioni logiche nemmeno la loro negazione critica. Sono i cittadini in quanto tali ad essere i protagonisti della politica, loro e solo loro compongono la Democrazia. Un cittadino è tale perché conscio prima di tutto dei doveri che gli si chiede di assolvere in quanto parte di un corpo sociale, e la politica è racchiusa in questo. Il partito è un contenitore privo di una qualsiasi dignità se non quella che gli è riconosciuta da un corpo sociale e dai cittadini che ne fanno parte, ma da cittadini, non da emanazioni individuali di un partito. Il cittadino partecipa alla vita politica per definizione. La sua azione è azione politica. Il partito/movimento viene a posteriori a questo, nasce come associazione di cittadini che condividono un progetto particolare fra di loro, ma che continuano a sostenere i medesimi scopi e principi della comunità. Un partito non deve essere inteso come un corpo a distinto dal paese, come lo sono stati per lungo tempo, ma come un punto d’incontro, una spinta positiva alla discussione ed al confronto. Se ciò viene meno si crea una società all’interno di una società, irriducibile alla più grande e i quali scopi spesso non collimano, essendo quelli del partito espressione degli interessi di una parte. Un cittadino guarda invece agli interessi generali, perché inserito in un contesto globale e comunitario.

Per poter porre una soluzione al vuoto organizzativo che inficia principalmente le forze esterne e nemiche del sistema è doveroso cimentarsi in una riflessione ad un tempo pratica ed ideale. La battaglia che si sta combattendo oggi non è strettamente o esclusivamente parlamentare e giuridica, anzi si combatte sopratutto negli spazi al di fuori del Parlamento, oramai campo di battaglia degli interessi di opposte oligarchie. Non è nemmeno una lotta strettamente sociale e materiale, in quanto un momentaneo miglioramento delle condizione fisiche o lavorative non porterebbe che ad allontanare il problema della perdita della dignità umana nel tempo o nello spazio, delegando la lotta alle generazioni successive o alle classi lavoratrici della periferia del mondo. Allo stesso momento non si può nemmeno parlare unicamente di lotta culturale, in quanto oggi più che mai è necessario che i pensieri avvengano di concerto all’azione concreta. Per questi motivi è necessaria la creazione di una nuova forma politica che superi ed inglobi i singoli teatri di battaglia. Tale forma non può essere che l’associazione dei Cittadini, capaci come esseri umani completi di essere ad un tempo soggetto politico, sociale, economico, culturale e morale. L’essere umano ha in sé la molteplicità e l’unità, è facendo fruttare queste due apparenti contraddizioni che si riuscirà a creare uno strumento adatto all’emancipazione totale.

8 settembre: in tutta Italia inizia la resistenza!

Oggi, domenica 8 settembre, Giovine Italia ha preso parte ai presidi che in tutta Italia si sono tenuti in solidarietà al popolo greco, vittima sacrificale sull’altare dell’austerità. Oggi più che mai, coi mercati che sorridono al nuovo governo, è necessario compattare il fronte dell’opposizione democratica, cercando l’amicizia e la collaborazione di ogni patriota. Sempre più cittadini prendono le parti del popolo nella lotta fra questo e il capitale, ed è solo questione di tempo prima che questi raggiungano una massa critica. Noi siamo convinti che la sempre più vicina data del 12 ottobre rappresenterà un saldo punto d’inizio per la costruzione di un fronte popolare.

Cambiano i burattini, non i burattinai.

Il Primo Ministro Conte ha annunciato la sua volontà di consegnare le dimissioni, bagarre in aula su “climi d’odio” e fondi russi, tutti uniti per agenda economica “liberale e dinamica”.

Conte col suo “europeismo critico” rappresenta una quinta colonna del sistema liberista. Salvini, con la sua critica delle “regolette”, è il peggior nemico del popolo e il miglior alleato di Bruxelles e dell’internazionale neoliberista di Bannon. La destra berlusconiana, non contenta dei suoi vent’anni all’insegna del precariato e delle privatizzazioni, invoca misure liberali. Il Partito Democratico, con la sua solita pappa del cuore, non desiste da una pretesa battaglia morale, ignorando che la guerra fra poveri è stata scatenata anche dai suoi provvedimenti sociali. Silenzioso il Movimento.

In poche parole si sta assistendo all’ennesima partita fra le varie correnti del Partito Unico Liberale, le quali sono tutte saldamente arroccate su posizioni liberal-liberiste, ultraeuropeiste ed antidemocratiche.

Salvini è un pericolo per la democrazia tanto quanto i suoi molto poco onorevoli colleghi che ogni giorno infangano il Parlamento con la loro ignobile presenza. Nessuna di queste figure dovrebbe godere della benché minima credibilità difronte al popolo italiano, ma anzi dovrebbero essere celermente giudicati da tribunali popolari assieme ai propri padroni e vassalli.

Contro la Lega, contro l’Unione del Padronato Europeo, contro ogni deriva liberista.

Per un nuovo CLN

In tutto il mondo si percepisce un fermento generale: i popoli esigono la loro libertà. Dal Venezuela chavista, ai Gilet Gialli francesi, ai vari movimenti per la liberazione nazionale si sta assistendo ad un attacco generale sferrato contro il sistema neoliberista e le sue periferiche incarnazioni. Stiamo assistendo ad una nuova Primavera dei Popoli, ma tutto ciò, per non tramutarsi in galere piene e sogni infranti, ha da essere gestito e coordinato, non solo a livello nazionale, ma internazionale.

Partendo dal nostro contesto, quello italiano, notiamo come siano numerose le forze democratiche e rivoluzionarie che si fanno portatrici di istanza popolari, ma come queste siano immancabilmente divise, non tanto da un punto di vista ideologico, il che è accettabile, ma da un punto di vista pratico. Nonostante l’azione comune sia quanto di più utile possa esserci al giorno d’oggi spesso mancano le piattaforme per essa e l’intelligenza politica che suggerisce di anteporre la battaglia comune al puntiglio e al personalismo. L’epoca che stiamo vivendo esige la difesa radicale della democrazia, la sua instaurazione sulle macerie di un mondo classista e dispotico. Per far questo occorre l’azione sia fisica che intellettuale, coordinata e comune. Per questo è necessaria la costituzione di un nuovo Comitato di Liberazione Nazionale, che agisca sul territorio italiano e che intrattenga intense relazioni di collaborazione a più livelli con similari gruppi sia europei che non. Giovine Italia ritiene che la manifestazione del 12 Ottobre e che il Comitato Liberiamo l’Italia possa rappresentare l’inizio di ciò, possa rappresentare l’inizio della riscossa del popolo italiano, popolo laborioso da decenni ridotto al più totale stato di minorità da tiranni esterni ed interni.