Mes: dossier e denuncia

Questo sabato, 8 dicembre, la sezione varesotta di M-48 “Mu’ammar Gheddafi” ha esposto nel centro cittadino uno striscione di denuncia contro il Meccanismo Europeo di Stabilità e la sua ultima riforma, particolarmente perniciosa per il popolo italiano e tutti gli europei. Il MES si configura come uno strumento di dissoluzione della democrazia in mano alla finanza continentale, un organismo che non deve rispondere a nessuno e che potrà controllare le decisioni politiche di tutti i paesi ai quali è necessaria la vedita dei propri titoli di stato.

Di seguito riportiamo il dossier di Moreno Pasquinelli apparso sul sito di “Liberiamo l’Italia”:

Le menzogne degli europeisti e le ambiguità dei “sovranisti”

Il contesto da cui nacque la bestia del MES

Dopo decenni di finanziarizzazione dissennata, nel 2007-2008, scoppiò negli Stati Uniti la bolla dei mutui subprime, in sostanza la più grave crisi finanziaria dopo quella del 1929. La conseguenza fu il cosiddetto “credit crunch”, il sostanziale blocco dell’offerta di credito da parte delle banche. L’onda d’urto globale travolse anzitutto l’Occidente, ma colpì in modo letale l’eurozona. I governi di Stati Uniti, Giappone e Gran Bretagna, dopo qualche esitazione, decisero di obbligare le loro banche centrali ad esercitare la funzione di prestatore di ultima istanza (lender of last resort), ovvero stampare la moneta necessaria per prestarla a banche e istituti simili, in grave crisi di liquidità. Il paracadute fornito dalla banche centrali evitò in effetti la catastrofe e l’economia poté riprendersi presto.

Per farci un’idea di quanto massiccia fu la manovra della Federal Reserve, basti ricordare che questa acquistò titoli sul mercato per circa 4500 miliardi. Risultato: vero che il deficit salì al 4,2% e il debito pubblico passò al 102% del Pil, ma la disoccupazione scese sotto il 5%, il Pil tornò a crescere del 2% e Wall street tornò presto ai livelli pre-crisi. Una linea “interventista” che la FED non ha mai abbandonato, se è vero, com’è vero, che nel settembre scorso è intervenuta con una gigantesca operazione di 260 miliardi in soccorso di diverse banche a rischio di collasso.

Non fu così nell’eurozona. Alla BCE, del tutto indipendente dai governi e dal Parlamento europeo, tenuta per statuto a rispettare le sue ferree regole monetariste  (stabilità dei prezzi e tasso d’inflazione non superiore al 2%) è proibito di agire come prestatore di ultima istanza o di correre in soccorso degli Stati. Avemmo così, tra il 2010-2012, la cosiddetta “crisi dei debiti sovrani”: la finanza predatoria, proprio a causa di questa sua natura speculativa, e dato che la BCE non sarebbe intervenuta per assistere gli stati in sofferenza, cessò di finanziarli (i PIIGS in particolare), ed iniziò a sbarazzarsi dei titoli di debito che aveva acquistato. Non soltanto la  BCE non corse in soccorso degli Stati sotto attacco ma, ubbidendo al comando della Germania e della Francia, impose alla Grecia di passare sotto il criminale comando della Troika — ricordiamo che il cosiddetto bazooka del “Quantitative easing” arriverà solo nel 2015. Per quanto concerne l’Italia, ottenute le dimissioni del governo Berlusconi che recalcitrava ad adottare draconiane misure antipopolari (lettera di Trichet e Draghi del 5 agosto del 2011), impose il governo commissariale di Mario Monti che adottò politiche austeritarie senza precedenti.

Fu il fallimento di queste politiche (debito pubblico e deficit dei paesi posti sotto comando come la Grecia o auto-commissariati come l’Italia crebbero invece di scendere), che spinse l’Unione europea a dare vita al MES (Meccanismo Europeo di Stabilità).

IL MES com’era…

Il MES (Meccanismo Europeo di Stabilità), contestualmente alla modifica del Trattato di Lisbona, venne approvato in fretta e furia dal Parlamento europeo il 23 marzo 2011. Venne quindi ratiticato dal Consiglio europeo il 25 marzo. Questo il testo integrale.

Il Parlamento italiano, governo Monti in carica (sostenuto anzitutto da Pd e Pdl), lo approverà assieme al Fiscal Compact, nel luglio 2012. Solo la Lega votò contro, anche se ci furono molti altri parlamentari contrari e astenuti (sul MES 108  addirittura gli assenti al momento del voto).

Finanziato dai singoli Stati membri con una ripartizione percentuale in base alla loro importanza economica — la Germania, contribuisce per il 27,1 %, seguita dalla Francia, 20,3%, e dall’Italia,17,9%. Il finanziamento diretto da parte degli Stati ammonta a 80 miliardi di euro (l’Italia ha versato 14,3 miliardi, la Francia 20 e la Germania 27). La cosiddetta “potenza di fuoco” prevista a pieno regime è di circa 700 miliardi — i restanti 620 miliardi, proprio come qualsiasi altro fondo speculativo che deve fare profitto, il MES li raccoglierà sui mercati finanziari attraverso l’emissione di propri bond.

Fondato formalmente come un’organizzazione intergovernativa, esso, per la natura e le smisurate discrezionalità consegnategli, è stato concepito, né più e né meno, che come una super-banca d’affari privata con in più poteri politici e strategici di vita o di morte sui Paesi che dovessero cadere sotto la sua “tutela”.

Scopo principale dichiarato ed essenziale del MES era ed è quello di salvare la moneta unica e l’Unione europea, mettendo entrambi al riparo dal rischio di collasso, esito altamente probabile nei casi eventuali di default di questo o quello stato membro, quindi la loro uscita dall’eurozona. A questo scopo esso doveva reperire sul mercato le necessarie risorse finanziarie per poi fornire “assistenza” (prestiti) ai Paesi dell’eurozona che si trovassero in difficoltà nel finanziarsi sui mercati.

In cambio di questa “assistenza” il MES, costituzionalmente investito di funzionare come prestatore di ultima istanza, ha l’autorità insindacabile di imporre agli Stati “assistiti” feroci politiche economiche e di bilancio: tagli alla spesa  pubblica, a pensioni e salari, aumenti dell’imposizione fiscale, privatizzazione e vendita dei beni pubblici. Sotto mentite spoglie proprio il massacro che la Troika ha compiuto in Grecia. In sostanza,  come accaduto alla Grecia, i paesi che dovessero ricorrere allo “aiuto” del MES, in cambio, dovranno cedergli piena sovranità, così che il Paese diventa un suo protettorato semicoloniale.

Come se non bastasse il Trattato consegnava, all’interno del comitato direttivo del MES, il potere di veto solo a Germania e Francia. Ergo: questi due Paesi avevano l’ultima parola sugli “aiuti” e nell’imporre le condizioni per erogarli. Tra quests condizioni la stessa “ristrutturazione

Peggio ancora: il MES si sceglieva motu proprio i controllori del suo operato; ad esso era consentito di operare al di sopra di ogni legge nazionale e comunitaria; i suoi membri potevano agire nell’assoluta segretezza; essi godevano di una illimitata immunità civile e penale (nessuno poteva essere perseguito in caso di abusi ed anche crimini); esso gode della cosiddetta “neutralità fiscale”, di fatto si appoggia ai paradisi fiscali per non pagare tasse sui suoi utili

I “sovranisti”, ovvero i pesci in barile

Attenti adesso alle date. Il vertice dell’Unione europea tenutosi il 29 giugno del 2018 (era in carica il governo giallo-verde) annuncia di voler “rafforzare” il MES, “riformandolo”. La ragione di questa “riforma” è palese: il vecchio MES non viene più considerato adeguato a fare fronte al rischio di una tempesta finanziaria globale che, considerata altamente probabile, potrebbe far saltare l’eurozona. Una conferma palese che, al di là delle chiacchiere di circostanza e dei peana verso Draghi, gli stessi tecnocrati prendono atto del fallimento loro e della politica di Quantitative Easing della BCE.

I tecnici si mettono al lavoro per emendare e aggiornare il vecchio Trattato del MES.

Così il 14 dicembre 2018 (governo giallo-verde in carica) il vertice dei paesi dell’eurozona approva le linee generali il “prospetto” con gli emendamenti per la revisione del MES.

E quindi arriviamo al 21 giugno 2019 quando si prende atto dell’accordo generale sul nuovo testo del Trattato. A nome del governo giallo-verde sempre in carica c’erano Conte e Tria che danno l’assenso. In questi giorni assistiamo al baccano assordante della Lega  che accusa Conte di aver “tradito” la Risoluzione approvata dal Parlamento il 19 giugno 2019. Salvini e company vorrebbero far credere che quella Risoluzione impegnava Conte e Tria a respingere la riforma del MES.

Per quanto sia chiaro che Conte e Tria siano asserviti alla cupola eurocratica, l’accusa è falsa. La Risoluzione, riguardo al MES affermava solo quanto segue:

«è opportuno sostenere l’inclusione, nelle condizionalità previste dal MES e da eventuali ulteriori accordi in materia monetaria e finanziaria, di un quadro di indicatori sufficientemente articolato, compatibile con quello sancito dal Regolamento (UE) n. 1176/2011, dove si consideri quindi fra l’altro anche il livello del debito privato, oltre a quello pubblico, la consistenza della posizione debitoria netta sull’estero, e l’evoluzione, oltre che la consistenza, delle sofferenze bancarie, onde evitare che il nostro Paese sia escluso a priori dalle condizioni di accesso ai fondi cui contribuisce».

La Risoluzione, come si vede, non solo non respingeva il MES, accettava la riforma chiedendo solo venissero considerati altri criteri per accedere all’assistenza del MES medesimo e respinti eventuali automatismi nella ristrutturazione del debito pubblico.

In barba alle resistenze di economisti come Alberto Bagnai e Claudio Borghi, c’è stato un evidente e implicito cedimento politico (dopo quello compiuto a dicembre 2018 sulla Legge di Bilancio). De facto la Lega non ha mai deviato dalla “linea Giorgetti”.

Non dimentichiamo che erano i giorni in cui la Commissione europea minacciava una procedura d’infrazione. I giallo-verdi, Lega compresa se l’erano praticamente fatta sotto: non consegnarono a Conte e Tria alcun mandato, né quello di dire no alla riforma, né tantomeno di dire no al MES. Peggio: chi abbia letto la selva di inaccettabili emendamenti è portato a chiedersi se dirigenti e parlamentari di Lega a 5 Stelle li abbiano letti davvero. Temiamo di no, altrimenti avrebbero dovuto convenire, almeno, per un rifiuto categorico della “riforma”.

Il MES com’è diventato

Veniamo ora a questa famigerata “riforma”. Le cose, sono peggiorate o migliorate per il nostro Paese? Fermi restando i già terribili criteri del vecchio MES, sono peggiorate, e di molto. Sono infatti diventate molto più severe, e di molto, le cosiddette “condizionalità” per poter accedere allo “aiuto” del MES. Per di più con le modifiche apportate vengono aumentati sia i poteri del MES che le sue facoltà di ingerenza negli Stati, e si rafforza la sua indipendenza — che diviene totale, anche rispetto agli organismi Ue come la Commissione o il Consiglio, per non parlare del cosiddetto “Parlamento europeo”. Altro che “democrazia”! Il MES è l’incarnazione stessa della natura oligarchica e tecnocratica, oltre che liberista dell’Unione europea.

Non è facile, per un comune cittadino, capirci qualcosa. Si tratta di 35 pagine di farraginosi e contorti emendamenti, quasi quanto l’intero Trattato originale, scritti nel tremendo linguaggio dei tecnocrati, cioè comprensibile solo a degli iniziati.

Incombente minaccia. Vengono istituite, in caso di tempesta finanziaria, due linee di credito, di fatto dividendo i Paesi dell’eurozona, in barba ad ogni principio di solidarietà europea, in affidabili (seria A) e inaffidabili (serie B).

A – Quelli di serie A, che rispettano un deficit sotto il 3%, un rapporto debito/pil entro il 60% (riconfermate, come si vede, come intangibili le assurde due regole alla base della Ue), e che non abbiamo procedure d’infrazione, potranno accedere facilmente ai crediti del MES. Per di più il nuovo Trattato terrà conto dell’assenza di problemi di solvibilità bancaria e che abbiano avuto accesso ai mercati finanziari  a “condizioni ragionevoli”. Questa prima linea di credito è chiamata PCCL (Linea di Credito Precauzionale Condizionata).

B – Quelli di serie B, i quali, come scrivono lorsginori “deviano” dal Patto di stabilità e crescita. E’ palese che l’Italia è esclusa da questa categoria, mentre verrebbe collocata nella seconda linea di credito denominata ECCL (Linea di Credito Condizionata Rafforzata). Il MES fornirebbe aiuto solo a determinate condizioni, ovvero che il Paese in questione adotti politiche di bilancio e sociali per un rientro forzoso entro i parametri del 3% e del 60%. Ergo: ove l’euro barcollasse a causa di una nuova tempesta finanziaria globale e l’Italia dovesse ricorrere allo “aiuto” del MES, dovrebbe procedere a tagli immani della spesa pubblica, al massacro sociale, a svendere a predatori stranieri gran parte dei beni e delle aziende pubbliche.

E’ facile intuire come non solo sia falso che nel Trattto non siano contemplati “automatismi”, che date le condizioni terribili e di ardua attuazione, ove l’Italia dovesse ricorrere a questo eventuale “soccorso” del MES, il Paese verrebbe gettato nel girone infernale dei Paesi insolventi, con rischio effettivo di un caotico default.

La spada di Damocle. Per i Paesi di serie B i tecnocrati hanno previsto che il MES, prima di concedere “assistenza” possa chiedere loro la “ristrutturazione” maligna del debito pubblico, ovvero una brutale svalutazione del valore dei titoli di stato in mano ai suoi possessori. Tecnicamente questa “ristrutturazione si riferisce alle famigerate  CACs (Clausole di Azione Collettiva) che implicano, in barba all’Art. 47 della nostra Costituzione, che i titoli di Stato potrebbero non essere più garantiti.

Il MES interverrebbe quindi solo dopo il default, comprando quindi i titoli di debito a prezzi stracciati. Perché questa “ristrutturazione” sarebbe nefasta? Perché milioni di cittadini che hanno acquistato titoli italiani, si troverebbero dimezzato il valore del loro risparmio. Va da sé che davanti a questo rischio è altamente probabile che si inneschi una fuga dai titoli italiani, coi paperoni e le stesse banche che vorranno sbarazzarsi di BTP, Bot ecc., per acquistare quelli di Paesi a tripla A. Non si fa altro, quindi, che incoraggiare la fuga dei capitali dal nostro Pese ed aggravare il pericolo di una crisi di debito, con spread in rialzo ecc.

Banche: la corda sostiene l’impiccato

Al peggio non c’è limite. Il Trattato riformato stabilisce che esso verrà applicato contestualmente all’attuazione della letale (non solo per l’Italia) Unione Bancaria europea.

Si istituisce, allo scopo di impedire agli Stati ogni salvataggio, un “Fondo Unico di Risoluzione” costituito dalle banche europee, ma sotto la stringente sorveglianza del MES. Le conseguenze per le banche italiane sarebbero devastanti. Non a caso addirittura due europeisti di ferro come il governatore di Bankitalia Visco e il Presidente dell’ABI Patuelli, hanno lanciato l’allarme.

Nel Trattato del MES, nascosto tra le pieghe degli arzigogolati emendamenti riguardante il “completamento dell’Unione bancaria”, su pressione anzitutto tedesca (in particolare del Ministro delle Finanze Olaf Scholz),  è stata introdotto il criterio di “rischio rating sui titoli di debito”. Dato che le banche italiane hanno in pancia centinaia di miliardi di titoli di stato, non solo per esse si renderebbe altamente pericoloso acquistarne di nuovi, il punteggio negativo le spingerebbe in un tunnel senza via di scampo. Ed è evidente che ciò avvantaggerebbe la Germania. Dato infatti che circa 400 miliardi titoli pubblici italiani è oggi in possesso delle banche italiane, esse si troverebbero con i loro asset falcidiati. Quella che lorsignori, con linguaggio criptico, chiamano “ponderazione dei titoli di stato”, che null’altro sarebbe se non una decurtazione lineare del valore dei titoli, farebbe saltare il sistema bancario italiano.

I tecnocrati hanno previsto pure questo, e hanno stabilito che le banche, se vorranno sopravvivere e non essere mangiate da quelle tedesche e francesi, dovranno ricorrere al bail-in, ovvero pagheranno un prezzo salatissimo i costi del salvataggio non solo gli azionisti e gli obbligazionisti ma pure i correntisti — come già accaduto a Cipro.

Viene così brutalmente calpestato l’Art. 47 della Costituzione che obbliga lo Stato a “favorire” e “proteggere il risparmio”. Si tratterebbe dell’ultimo strappo anticostituzionale, visto che da decenni i governi, accettando di sottomettersi alle regole dell’Unione europea hanno già ucciso il medesimo articolo recita che “la Repubblica disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito”. Sarà il MES e solo il MES ad arrogarsi questa funzione, obbligando le banche italiane, diventate suo ostaggio, a chiudere i rubinettti del credito a cittadini e imprese, con ciò facendo precipitare il Paese in una depressione spaventevole.

Abbiamo così che i Paesi che coi criteri ordoliberisti avrebbero un sistema bancario “sano” — per lorsignori sarebbero “sane” le banche tedesche, francesi  e olandesi piene zeppe di derivati tossici mentre sarebbero “malate” quelle italiane dati i crediti deteriorati che ancora hanno in pancia — sono palesemente avvantaggiati, mentre quelli come l’Italia, malgrado le banche abbiano compiuto enormi sforzi di ricapitalizzazione, per godere dell’assistenza dovrebbero non solo sottomettersi a cure da cavallo —tagli drastici ai costi e una stretta nel credito— ma ricorrere al bail-in. E’ quindi un fatto, visto che i Paesi di serie A godranno di una corsia preferenziale per accedere al soccorso del MES, che coi soldi versati dall’Italia al MES saranno salvate in prima battuta le banche tedesche, francesi o olandesi.

Il soccorso del MES è come la corda che sostiene l’impiccato.

Potremmo continuare scendendo in dettagli che confermano l’impianto vessatorio (anzitutto verso il nostro Paese) della “riforma”. La morale è che lassù sono disposti a tutto pur di salvare l’euro e questa Unione liberista e matrigna, anche a far affondare l’Italia.

Come uscire dalla gabbia

Le destre “sovraniste” non la dicono tutta. Non basta chiedere il governo ponga un veto alla riforma del MES. Il veto va posto sul MES in quanto tale. Ove non lo facesse è giusto che esso si dimetta e che gli italiani siano chiamati al voto. Tanto più risibile, lo diciamo ai 5 stelle e a LEU, limitarsi a chiedere un “rinvio” per riformare la riforma.

Le destre “sovraniste” predicano bene ma razzolano male. Esse stanno sbraitando sul MES, ma cosa effettivamente propongono in alternativa alle direttive che vengono dall’Unione europea in caso di un altamente probabile schock finanziario globale? Essendo, come il loro compari del PD di provata fede liberista, e avendo abbandonato l’uscita dall’euro e la riconquista della sovranità monetaria, non riescono a proporre nulla di serio e credibile.

Se il male è grave la terapia non può che essere radicale. Quando arriverà il prossimo schock finanziario tutto dipenderà fondamentalmente da una questione: quella della sovranità nazionale, che include ovviamente la decisiva sovranità monetaria. Ciò è tanto più vero per un paese come l’Italia. E’ sicuro che un’Italia ancora prigioniera dell’euro e con le mani legate dai vessatori meccanismi europei, non potrà che restare in balia dei mercati finanziari (cioè delle grandi banche d’affari, fondi, etc.).

Un Paese che avesse scelto l’uscita dalla moneta unica avrebbe invece la possibilità di attuare misure difensive di notevole efficacia.

La prima di queste misure è quella del nuovo ruolo da assegnare alla Banca d’Italia, riportata a tutti gli effetti sotto il controllo dello Stato, come prestatrice di ultima istanza. In questo modo l’arma del debito puntata contro il nostro Paese risulterebbe del tutto spuntata.

La seconda misura è la nazionalizzazione dell’intero sistema bancario, a partire dalle principali banche nazionali (che non potranno più svolgere le funzioni proprie delle banche d’affari). In questo modo lo Stato provvederebbe ad eventuali salvataggi salvando il risparmio popolare senza alcun bisogno di interventi esterni. Al tempo stesso le banche pubbliche sarebbero la base di ampi progetti di investimenti pubblici, senza i quali non è possibile immaginarsi alcuna uscita dalla crisi.

La terza misura consiste nel blocco all’esportazione dei capitali, sia attraverso drastiche misure d’emergenza, sia con un’intelligente politica di investimenti nazionali in grado di ridare credibilità ad un percorso di ripresa economica.

La quarta misura dovrebbe consistere in provvedimenti tesi a favorire lo spostamento delle attività finanziarie da quelle speculative ed estere, a quelle interne e volte a finanziare il piano di investimenti pubblici (che andrà visto anche come grande piano per il lavoro). Se si riuscisse a riportare una quota del 20% della ricchezza finanziaria complessiva (4.500 miliardi) ad investire o direttamente nell’economia reale, o a finanziare gli investimenti statali con l’acquisto dei titoli del debito pubblico, la crisi finirebbe sia sul lato del lavoro che su quello del bilancio statale. A tale proposito utile sarebbe l’emissione di nuovi titoli di stato rivolti esclusivamente alle famiglie italiane, garantiti al 100%, e adeguatamente remunerati a condizione della loro non negoziabilità sul mercato secondario per un certo numero di anni.

Il Coordinamento nazionale di Liberiamo l’Italia

a cura di Moreno Pasquinelli

Presidio a favore del partigiano Firpo, contro l’assegnazione del ponte a Quattrocchi

Genova, 2 novembre 2019.
Oggi alcuni patrioti si sono recati al ponte Firpo, il quale doveva essere ridenominato Fabrizio Quattrocchi. Sì, doveva perché il comune (sollecitato dalla sorella del famigerato contractor che combatte’ in Iraq a fianco degli occupanti americani) ha fatto un passo indietro e ha deciso che il ponte restasse intitolato a Firpo, partigiano comunista fucilato dalle Brigate Nere nel 1945.
Chiunque abbia partecipato al presidio odierno ha rimarcato come sulla controversa figura del Quattrocchi sarebbe necessario indagare meglio : quest’ultimo infatti lavorava per un’agenzia privata, che forniva supporto all’esercito imperialista americano in Iraq il quale, come è noto, si è macchiato di crimini contro il popolo che resisteva. Che Quattrocchi, sequestrato dalla Resistenza irachena, sia morto con “onore” non toglie il fatto che i neofascisti inneggiano al Quattrocchi perché pare che prima di essere ucciso fece il saluto romano; così ci spieghiamo il motivo per cui questa notte la targa è stata sostituita con il suo nome da Azione Frontale, fascisti “cattolici”, nonostante il dietrofront del Comune. Suona giustamente come una provocazione e la sua figura, in questo modo, è ancor più inaccettabile.
Al presidio hanno partecipato il PC, il Fronte della Gioventù Comunista, l’ANPI e Movimento 48 (Giovine Italia) accompagnati dall’immancabile bandiera della Brigata Garibaldi.


6 e 7 dicembre: esserci per resistere

Due appuntamenti molto importanti in questo mese di dicembre, che purtroppo potrebbe passare alla storia come uno degli ultimi atti della definitiva soppressione dell’ordinamento repubblicano. Il 6 dicembre sotto Montecitorio avverrà un presidio di protesta contro il terribile Meccanismo Europeo di Stabilità, vero e proprio esproprio autorizzato ai danni della ricchezza del popolo, contro la legge finanziaria e la progressiva soppressiobe del contante. Il 7 dicembre, sempre a Roma in Via Frentani 4, ci sarà la prima assemblea costituente del movimento popolare “Liberiamo l’Italia”, atto fondamentale per la Liberazione Nazionale.

A nome di tutto il movimento vi aspettiamo!

No al Mes: 6 dicembre sotto a Montecitorio

Come Liberiamo l’Italia saremo sotto il Parlamento Venerdì 6 dicembre, dalle ore 15:30 in poi, per far sentire al Palazzo perché siamo contro il limite all’abolizione del contante, una vergognosa marchetta del potere a favore delle banche. Le ragioni le abbiamo spiegate.

Nel frattempo è esplosa la questione del MES che se fosse accettato rappresenterebbe una gravissima minaccia per il nostro Paese. Abbiamo quindi deciso di manifestare non solo in difesa dell’uso del contante ma per chiedere che il governo respinga il MES e ponga il veto in vista del vertice europeo previsto per metà dicembre.
Partecipate in tanti all’assemblea-manifestazione del 6 dicembre!

NO AL MES

Il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) si chiama “fondo salva-stati” ma si pronuncia FONDO SFASCIA STATI.
Se il MES era già terribile (chiedetelo ai greci), nella sua nuova versione è mostruoso.
L’organismo “tecnico” che verrebbe fuori avrebbe poteri di vita e di morte sugli stati dell’Eurozona, in particolare su quelli con alto debito pubblico come l’Italia, i quali, col suo eventuale intervento, verrebbero privati dell’ultimo barlume di sovranità nazionale e quindi di democrazia.  
Il punto centrale della “riforma” del MES sta nel fatto che, oltre a rispettare i già stringenti dettami del fiscal compact, lo Stato che fosse sotto attacco da parte della speculazione finanziaria, per ricevere un “aiuto”, dovrebbero tagliare drasticamente il loro debito pubblico, ovvero adottare misure draconiane di austerità.
Altro che “aiuto”! Sarebbe come dare in pasto un malato di anemia a Dracula.
Ce lo conferma un europeista convinto, l’economista Giampaolo Galli:

«Una ristrutturazione preventiva sarebbe un colpo di pistola a sangue freddo alla tempia dei risparmiatori, una sorta di bail-in applicato a milioni di persone che hanno dato fiducia allo Stato comprando titoli del debito pubblico. Sarebbe un evento di gran lunga peggiore di ciò che l’Italia ha vissuto negli ultimi anni a causa dei fallimenti di alcune banche».

Quindi il MES è una pistola alla tempia dell’Italia. Ma non solo per le perdite (ed il tradimento) dei risparmiatori di cui parla il Galli, ma anche — aggiungiamo noi — per il dissesto bancario che ne seguirebbe.
Notoriamente le banche italiane detengono titoli di stato per circa 350 miliardi di euro, titoli che in caso di ristrutturazione del debito potrebbero subire una pesante svalutazione, mettendo così in grave difficoltà il grosso degli istituti di credito. I quali, di fronte alla necessità di gigantesche ricapitalizzazioni, finirebbero facilmente preda delle grandi banche francesi e tedesche.
Cosa ci conferma la vicenda del MES? Che l’Italia non avrà pace finché non uscirà dall’euro e riconquisterà piena sovranità monetaria, economica e politica.

Per denunciare quest’ennesimo atto vessatorio dell’Unione europea, affinché il governo respinga il MES e ponga il veto in vista del vertice europeo previsto per metà dicembre, per dire no ai limiti al contante, per spiegare che ci vuole un’altra economia è stata indetta, per venerdì 6 dicembre, ore 15:30 la manifestazione-assemblea pubblica sotto il Parlamento.

Il Coordinamento nazionale di Liberiamo l’Italia
21 novembre 2019

“Ma se il popolo si desta…”

Grande manifestazione ieri in piazza a Roma, migliaia e migliaia scesi in piazza mossi dall’appello del comitato Liberiamo l’Italia. Finalmente stiamo assistendo alla costruzione di un fronte democratico di lotta in opposizione al regime capitalista e alle sue manifestazioni più prossime: Nato ed Unione Europea. E’ nostro dovere contribuire alla crescita e ai successi di questo movimento, vera speranza per la lotta di liberazione nazionale, unico progetto concreto, al di là della sudditanza verso gli alter-europeisti nostrani e del cretinismo elettorale. E’ stato un grandissimo sforzo aver portato in piazza più di tremila persone, ma ciò rappresenta solo l’inizio. La vera battaglia è ancora davanti a noi, e si combatterà nelle piazza, nelle scuole, sui posti di lavoro. Alle nostre spalle, dalle plebi insorte dell’antichità, al Risorgimento alla Resistenza abbiamo migliaia di padri ideali che ci spingono alla battaglia. La nostra lotta sarà coronata dalla Vittoria.

Di seguito il testo dell’intervento del nostro delegato alla manifestazione e il comunicato del Comitato Promotore.

“Esistono giorni la cui importanza non è avvertita dai contemporanei, i quali, sia chi partecipa all’avvenimento, sia chi si limita ad osservare, non sono ancora in grado di comprenderne l’importanza storica. Pensiamo al 14 luglio del 1789, quando il popolo, conscio della sua naturale ed assoluta sovranità, conquista e distrugge l’odiata Bastiglia. Ebbene noi pensiamo a quella stessa sera, con Luigi XVI che tornava a casa concluse le sue signorili attività, e forse con noia appuntava sul suo diario personale “oggi non è successo niente”. Si sarebbe accorto da lì a poco cosa era successo quel giorno, eccome se ne sarebbe accorto!
Ora, cittadini, mentre io parlo davanti voi in questa piazza, altri tiranni tornano alle proprie case. Non più re di antiche dinastie, ma banchieri, speculatori, affaristi e tutta la schiera dei loro camerieri. Anche questi, con la stessa boria ed impertinenza, annoteranno vicino a questa data “non è successo niente”. Presto si accorgeranno di cosa è successo!
Chiedo quindi a tutti voi, compagni cittadini, di avere Fede. Fede nella forza del popolo, poiché se questo si desta, e si sta destando, non esiste forza terrena capace di sconfiggerlo. Davanti a noi stanno armate le schiere dei capitalisti, degli egoisti, dei tiranni di ogni specie. Uniamoci e li schiacceremo sotto ai nostri piedi!
Liberemo l’Italia, ridaremo il sacro diritto all’Italia di esistere, coesistere e prosperare assieme ad ogni altra nazione umana. La nostra lotta ha per arma il popolo e non conosce confini, a nulla varranno le infamie e i sotterfugi atti a dividerci, a metterci fratello contro fratello: il nemico è chiaro, e non è il mio pari, l’altro sfruttato, ma colui che dall’alto ci impone il cappio. Con loro nessuna pietà, nessun accordo. Spezziamo le sue catene: fuori dall’Euro, fuori dall’Unione dei Padroni Europei e fuori dalla Nato, ma soprattutto fuori loro dall’Italia! Siamo di più, abbiamo dalla nostra parte la forza della fede e la certezza della giustezza della nostra causa. Viva l’Italia, viva il popolo! Vinceremo!”

12 ottobre: un primo bilancio
Diversi sono i criteri per valutare se una manifestazione è stata un successo oppure no.
Certo, anzitutto da quanti hanno raccolto la sfida.
Aver motivato più di tremila cittadini venuti a Roma da tutto il Paese, la gran parte con mezzi propri, è un grande successo.
La data del 12 ottobre sarà una data da ricordare.
Un grande successo, per niente scontato quindi, confermato da diversi fattori.
Avevamo detto che il 12 ottobre sarebbe stato il primo passo, l’inizio di un cammino, quello che dovrà dare vita ad movimento popolare, indipendente e trasversale, per liberare l’Italia dalle gabbie dell’Unione europea e del neoliberismo.
La volontà, non solo nostra, ma dei tanti che erano in piazza è che sì, si deve andare avanti in questa direzione. Non demordere, agire, organizzarsi, per costruire LIBERIAMO L’ITALIA come nuova comunità politica, democratica, ribelle, patriottica e internazionalista perché solidale con gli altri popoli. La Costituzione del 1948 come nostra stella polare.
Sappiamo che il terreno è in salita, ma i tantissimi cittadini che ieri ci hanno avvicinato offrendo la loro disponibilità ad essere protagonisti di questo cammino di libertà, ci riempie di gioia e ci da tanta forza.
La responsabilità è enorme, sappiamo che il difficile comincia adesso, che non possiamo permetterci errori.
Non li faremo se sapremo fare tesoro della lezione che ci ieri ci è venuta.
Ieri, in piazza, era palpabile il clima di soddisfazione: per lo spirito unitario, plurale ma inclusivo della manifestazione.
È stata come una sinfonia: tante le voci uno solo l’annuncio: LIBERIAMO L’ITALIA!
Di più. Grazie ai fratelli stranieri presenti (greci, francesi, spagnoli, inglesi, austriaci, ma anche africani) e di quelli non presenti (saluti sono giunti da diversi altri paesi), la manifestazione ha voluto esprimere il sentimento di fratellanza verso tutti i popoli che soffrono sotto il giogo delle oligarchie liberiste e della finanza predatoria globale.
Solo uniti vinceremo, uniti procederemo, uniti ce la faremo.

Il Comitato promotore
13 ottobre 2019

18 settembre, a Roma contro Macron!

Aderiamo e supportiamo il presidio indetto dal Comitato Liberiamo l’Italia contro la visita di Emmanuel Macron a Roma. Il presidente francese si è reso autore non solo di sanguinose repressioni ai danni del movimento popolare patriottico dei Gilets Jaunes, macchiandosi anche di omicidi di innocenti, oltre che della mutilazione di centinaia di francesi ad opera dei suoi corpi mercenari, ma anche fautore di una sistematica spoliazione dell’Africa occidentale grazie al diabolico Franco CFA. È gesto di solidarietà internazionalista il supportare il popolo francese creando una doverosa accoglienza all’autarca liberista Macron. Il 18 settembre saremo a Roma in piazza Vidoni alle 17. Macron non è il benvenuto! Lunga vita alla lotta del popolo!

Liberiamo l’Italia! Il 12 Ottobre in piazza a Roma!

E’ stata indetta da parte del comitato “Liberiamo l’Italia” una manifestazione nazionale contro l’Unione Europea e a favore della sovranità democratica dei popoli per il 12 ottobre a Roma. Giovine Italia da subito risponde a questa chiamata promuovendo e supportando questa iniziativa.

L’azione vale più di mille parole, e sarebbe da ipocriti tirarci ora indietro adducendo ridicole scuse dal piglio aristocratico, buone forse per professori e dottrinari ma in netto contrasto con la natura del nostro movimento e gli scopi che per questo ci siamo prefissati. E’ il nostro stesso periodo storico, segnato dai continui attacchi ai danni della libertà dei popoli, ad imporre una prassi radicale che sappia sfruttare ogni occasione per restituire alle oligarchie padronali i colpi. Per questo, in nome della comune battaglia contro il sistema capitalista e la sua emanazione politico-finanziaria che prende il bugiardo nome di “Unione Europea”, siamo pronti a collaborare attivamente con qualsiasi altra forza che si riconosca nella Costituzione della Repubblica così come ci è stata trasmessa dai Padri Costituenti, e che si dimostri solerte nella lotta per la conquista delle libertà fondamentali e della sovranità popolare.

Il 12 ottobre ogni affiliato alla Giovine Italia sarà a Roma in qualità di italiano, chiediamo ad ogni nostro simpatizzante, sostenitore o lettore di fare altrettanto, in modo da contribuire, con la sua forza, alla creazione di un grande movimento di contestazione che possa difendere il popolo da attacchi e soprusi.

https://www.liberiamolitalia.org/2019/07/16/manifestazione-del-12-ottobre-liberiamo-litalia-lappello/

A difesa della Repubblica!

La Repubblica democratica italiana, frutto dei sacrifici e del martirio di innumerevoli generazioni di patrioti, è sotto attacco.

Dal padronato “italiano” alle organizzazioni capitaliste ed imperialiste sovranazionali è costante l’attacco ai danni della sovranità popolare.

Il 2 Giugno non dev’essere l’ennesima “sagra di paese” animata da uno pseudo-patriottismo tanto spiccio quanto millantato, ma una giornata di lotta, che sproni i cittadini a riconquistare la libertà e la dignità che sono loro diritto, vincendo la gabbia dell’alienazione e del consumismo.

Per questo Giovine Italia, oggi scesa in piazza in diverse città, fra le quali Genova, Roma e Trieste, chiede ad ogni italiano di organizzare la resistenza, favorendo la coesione comunitaria e l’auto-organizzazione popolare.

Viva l’Italia. Viva la Repubblica.

PER UN PRIMO MAGGIO DI LOTTA

Genova, 1 maggio 2019

Nella tarda mattinata le sezioni locali della Giovine Italia, del Fronte Sovranista Italiano e di AlterLab hanno deposto, di fronte al cippo per i caduti del lavoro in via Diaz, una corona d’alloro in occasione del 1 Maggio.

Questo giorno non è da intendersi come un giorno di festa, ma anzi come eterno sprone alla lotta per gli interessi del popolo lavoratore.

Alla deposizione della corona sono seguiti interventi dei tre portavoce delle organizzazioni, i quali hanno ricordato sia il volume della tragedia delle cosiddette “Morti Bianche”, che l’attacco alla democrazia e alla sovranità popolare costituito dalle riforme liberiste e dal “mito” della competitività.

È stato inoltre ricordato l’ennesimo infame attentato contro il Venezuela bolivariano e la sua rivoluzione.

La corona posta davanti al monumento.

Giovine Italia supporta Assange!

Julian Assange è un prigioniero politico, colpito perché ha diffuso la verità celata dal regime ai popoli. Arrestato da traditori del popolo britannico grazie al servo Moreno, a lui va il nostro totale supporto e solidarietà. Il regime deve iniziare a capire che i popoli sono stanchi di subire, e che in tutto il mondo essi si stanno organizzando per riottenere la Libertà.

Lo striscione, attaccato questa notte, dalla sezione genovese