In Emilia Romagna vince l’estrema destra


La regione resta saldamente nera: le prime due liste, entrambe arroccate su posizioni neoliberali, atlantiste, europeiste e filo-imprenditoriali, sono arrivate complessivamente al 95% delle preferenze. Al di là del solito gioco delle parti che “contrappone” gli europeisti liberali ai liberali europeisti, è doveroso segnalare la totale disfatra, verrebbe da dire programmata, del terzo polo, o quello che per anni si era propagandato come tale. Fatica ad arrivare al 5% il Movimento 5 Stelle, oramai in piena decomposizione, con i suoi ex elettori esuli presso le altre formazioni o ritornati nel vasto oceano dell’astensione, che rimane comunque ad un 33%. L’estrema sinistra non sfonda, vittima dell’estrema polarizzazione e dell’inflazione di partiti costretti a battersi per conquistare i voti dello stesso elettorato di riferimento.
Appare chiaro come il sistema incentrato sul bipolarismo totalmente in seno al campo padronale sia perfettamente sano, tornato in auge in maniera completa. Per opporsi ad esso non si può di certo guardare a sette che fanno della politica identitaria e delle sottoculture la loro caratteristica, sette litigiose ed incapaci di adattarsi alla battaglia odierna. Ci stiamo rifetendo soprattutto ai resti di Potere al Popolo, naufragati fra transfemminismo e silenzio-assenso nei confronti dell’Unione Europea. Serve la rinascita di un terzo polo che sappia coniugare le istanze popolari e democratiche ad una lotta spietata contro l’Unione e la Nato, che sappia rivendicare la bandiera della sovranità nazionale legata a quella della giustizia sociale. Non un partito di intellettuali né un circolo autoreferenziale, ma un vero movimento che voglia tornare ad essere espressione delle masse per le masse.

Virus in Cina: cosa sta accadendo?

Una Wuhan deserta e messa sotto quarantena

Avrete ormai tutti sentito parlare di ciò che sta avvenendo in Cina.
Il 2019-nCoV si è rapidamente sparso in Cina in questi giorni.
Non è la prima volta che un coronavirus si evolve saltando da un altra Specie Animale all’Uomo, è infatti la terza. La prima avvene nel 2002 col SARS, contagiando 8.000 persone e provocando 775 morti; la seconda fu il MERS, che contò 2.500 infezioni e 858 morti, attaccando specialmente la Penisola Arabica.
Stavolta tutto è partito nel Wuhan, come col SARS il focolaio è proprio un mercato di animali (ora ittico).
Così come gli altri coronavirus, si dice che sia partito dai Pipistrelli, per poi passare ai Serpenti e quindi all’Uomo, tutto per via di un mercato che ha condotto con ogni probabilità un traffico illegale di animali selvatici.
Va detto che questo virus è iniziato a circolare verso fine dicembre 2019, e che in “tutto” questo tempo ci siano stati 1.300 infetti circa e 44 morti (questo articolo è del 25 gennaio 2020).
Dei primi 17 morti per il coronavirus sappiamo questo: citando i dati resi noti dalle autorità sanitarie cinesi, otto delle vittime avevano più di 80 anni, e due più di 70; inoltre, tra i pazienti deceduti si contano cinque 60enni, un uomo 50enne e una donna di 48 anni, la vittima più giovane. Almeno 9 vittime erano in cura per patologie come diabete, cirrosi epatica, ipertensione arteriosa, malattie cardiocircolatorie e morbo di Parkinson. Per fare un confronto: l’influenza comune della scorsa stagione (ottobre 2018-aprile 2019), in Italia ha causato 198 vittime con un’età media di 68 anni.
Le autorità cinesi dicono che il virus si estenda alla stessa velocità dell’influenza comune, e che molto probabilmente ogni infetto potrebbe “attaccare” in media altre 2,5 persone. Tuttavia, seppure non ci siano molte informazioni sull’inizio e sul paziente zero di questo virus, stando alle informazioni che si hanno ben 15 persone sono state infettate dal primo paziente.

C’è rischio per noi e l’Europa?
È difficile dirlo: creare allarmismo è piuttosto inutile e forse controproducente.
È senz’altro ovvia l’utilità che abbia la forte cura dell’igiene. Ed è anche ovvio evitare qualunque viaggio verso la Cina od anche i Paesi dell’estremo oriente.
In Europa ci sono stati diversi casi in Regno unito e 2 presunti casi in Francia, che per ora sono stati gestiti più o meno tutti bene.
La situazione per ora è sotto controllo viste le politiche deterrenti della Cina, ma non vanno sottovalutati i pochi casi che sono stati riscontrati nei Paesi limitrofi alla Cina, che potrebbero mal gestire la situazione. È quindi impossibile stabilire se sia imminente il rischio in Europa o in altri continenti (a parte l’Asia); sicuramente è in parte inevitabile l’isteria di massa da parte della Popolazione: si sentono già persone dire, probabilmente per ignoranza, di evitare i ristoranti Cinesi (che, praticamente in tutti i casi, utilizzano cibo Italiano o comunque Europeo) e addirittura i Cinesi stessi in quanto portatori di virus; certo, tutti son liberi di aver paura e prendere precauzioni anche eccessive, ma è anche giusto essere prima informati sulle varie probabilità. Basta leggere questi numeri: 1.300 infetti in città con un totale di 40 milioni di persone: 0.003% della Popolazione in questione, e 0,00009% della Popolazione Cinese (oltre al fatto che siano quasi tutti situati nelle città messe in quarantena); equivarrebbe quindi a 5.500 Italiani su 60 milioni. Dire che tutti i Cinesi siano potenziali portatori di virus è folle, e si scende più o meno allo stesso livello di quelli che accusavano gli ebrei di essere “untori” della peste nera; c’è chi addirittura, con sfondo razzista, afferma che “in fondo ci vorrebbe una pulita in quel Paese da 1 miliardo e mezzo di persone”: non servono risposte a queste persone.
È inoltre obbligo ricordare le varie psicosi di massa (fomentate ovviamente dai media) avvenute con le recenti “epidemie”: ricordate l’ebola (diversi arrivarono a dire che gli Africani portassero la malattia in Europa e in Italia coi barconi, e che ogni nero era un potenziale portatore di ebola), lo zika, il “cetriolo killer”, la polmonite da Legionella, ecc.; fecero tutte molte più vittime dell’attuale coronavirus, e si risolsero tutti nel giro di qualche mese (anche se esistono ancora vari casi locali, specialmente ebola e zika, che mietono vittime in silenzio per via della povertà in Africa e Sud America).

Tornando a noi;
L’OMS ha dichiarato che si tratta ancora di un’emergenza locale e non globale e che la trasmissione da uomo a uomo è, per ora, limitata alla Cina. E’ consigliato rimandare viaggi non necessari e applicare sempre misure igieniche più o meno comuni, quali: lavare frequentemente le mani con acqua e sapone, coprire la bocca ed il naso con un fazzoletto quando si starnutisce o si tossisce, evitando di usare le mani; evitare il contatto con persone affette da malattie respiratorie; evitare luoghi affollati, in particolare mercati del pesce e di animali vivi; evitare di toccare animali e prodotti di origine animale non cotti.

Intanto l’amministrazione cinese ha deciso di mettere in quarantena Wuhan ed altre 17 città, oltre ad aver cancellato ogni celebrazione pubblica del capodanno Cinese nelle maggiori città.
Stando ad oggi sono più di 40 milioni di persone quelle messe in isolamento, assolutamente la prima volta nella storia che vengono tagliate le vie d’uscita ed entrata di un area così estesa.
Sono misure drastiche, visto che le messe in quarantena sono iniziate già a circa 200-400 infetti: isolare una città come Wuhan, dalla mole simile a Londra con circa 10 milioni di abitanti potrebbe sembrare un po’ esagerato; per non parlare delle altre città messe in isolamento nei giorni seguenti (e continuano ad aumentare).
Il rappresentante dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) in Cina, Gauden Galea, ha ammesso ad Associated Press che il piano delle autorità cinesi lo lascia perplesso: “Per quanto ne so, provare a isolare un’intera città di 11 milioni di persone è una novità per la scienza. In questa fase non sappiamo dire se possa o non possa funzionare”.

Xi Jinping già dai primi casi di questa “polmonite misteriosa” ha aperto le porte a ricercatori internazionali dell’OMS ed altre organizzazioni.
Nei vari media Cinesi si sparge questo messaggio: “Chi nascondesse informazioni sul virus sarebbe punito severamente e inchiodato per l’eternità alla colonna dell’infamia”.

Il governo cinese cerca di arginare l’allarmismo, ma non basta: i cittadini di Wuhan e delle altre città messe in isolamento sono tutt’altro che sereni, ovviamente. Metropolitane vuote, controlli al tappeto ovunque, città deserta, centri commerciali con rifornimenti continui, con corse all’acquisto di beni essenziali per vivere più a lungo possibile a casa: cibo in scatola, mascherine, e prodotti per l’igiene, un verio e proprio scenario apocalittico da film.
Un infermiere ed un medico di Wuhan, marito e moglie (Francesco Barbero e Xiaowei Yan) hanno dichiarato ad un intervista della Medical Facts: “a ‘rovinare’ il clima di serenità ci ha pensato il modello epidemiologico dell’Imperial College di Londra: secondo i loro calcoli, i casi d’infezione erano stimati in un numero compreso tra quasi 1.000 e 2.300. Quindi, dallo scorso 17 gennaio, l’autorità municipale ha ricominciato ad aggiornare i numeri dei nuovi casi confermati: 17, poi 59, ancora 77 il 19 gennaio e infine 60 lo scorso lunedì. In appena 4 giorni, 213 nuovi contagiati e un numero crescente di casi sospetti. Oggi (22 gennaio), il numero totale dei contagiati nell’intera Cina è salito a 544, con 17 decessi”.

È incredibile come nel giro di circa un mese siano morti 4 persone, per poi passare in un giorno a 17, e tre giorni a 44. Il ritmo è quindi quasi esponenziale.
SE i numeri fossero veri c’è una probabilità di morte (in rapporto alla quantità degli infetti) del 3% (sicuramente aumenterà col passare del tempo), mentre la SARS aveva una mortalità del 10% e la MERS del 30%. I pazienti tristemente deceduti sono per la maggior parte appartenenti alla fascia d’età anziana e in certi casi adulta, spesso con malattie o sindromi pre-esistenti, come detto già prima stando ai rapporti delle autorità cinesi sui primi 17 morti. C’è da dire che nel giro di un mese è molto difficile capire i risultati che potrebbe avere il virus a lungo andare: l’incubazione (il periodo che passa prima che si avvertano i primi sintomi) dura circa 14 giorni, e questo ceppo di coronavirus essendo per ora molto misterioso non da molti indizi sugli effetti che possa avere oltre al passare di 30 giorni, oltre al fatto che, stando alle ultime notizie, molti infetti potrebbero addirittura non presentare i sintomi e trasmetterli comunque ad altre persone, rendendo quindi difficile la ricerca su questo virus e rendendolo allo stesso tempo molto infettivo (uno che non presenta sintomi come febbre o tosse è ovvio che non finisca in ospedale, di conseguenza infetterà altre persone).

Il governo cinese ha iniziato da 3 giorni la costruzione di un ospedale da finire in 10 giorni, per iniziare a costruirne un altro tra pochi giorni. In totale ci saranno circa 2.000 posti letto. Non è la prima volta: già col SARS fu costruito da zero un ospedale in soli 6 giorni nel focolaio in Cina. Molti si sono stupiti da queste dichiariazioni, ma girano già video sulla strepitosa velocità con cui questi ospedali si stanno costruendo: https://youtu.be/rtQiavOEN7E. Gli operai, visto il disagio, la necessità estrema, e la ricorrenza del capodanno cinese (festa importantissima per la tradizione cinese), verranno pagati il triplo; riceveranno infatti 1.200 yuan al giorno, che equivalgono a circa 156 euro.

Inizialmente si è stimato che per un antidoto ci sarebbero voluti dai 10 ai 12 mesi, per poi passare, stando a recenti dichiarazioni del governo Cinese e Russo, ai 3-4 mesi.
È passata inosservata inoltre la notizia di una paziente che è stata guarita dopo 3 giorni: https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-le_autorit_cinesi_confermano_il_primo_caso_di_guarigione_dal_nuovo_coronavirus/82_32773/.

È quindi altamente probabile che si trovi una cura prima di una catastrofe, ma i morti saranno purtroppo inevitabili per ancora qualche mese.

Stando alle dichiariazioni di Xi si dice inoltre che la velocità con cui il virus si sta espandendo è allarmante, e che non va assolutamente sottovalutato.
Arriva poi il tweet di Trump che ringrazia il presidente Cinese per aver gestito bene la grave situazione.

E arrivano quindi varie teorie sull’origine del virus e su cosa stia succedendo.
Non vogliamo, come già detto, spargere bufale, complotti, ed allarmismi inutili di varia natura. Ci limitiamo quindi a riportare le varie ipotesi emerse e ad esprimere un opinione da un punto di vista prettamente geopolitico.
Innanzitutto va ridetto che Wuhan è una città dalle dimensioni circa Londra, e che le probabilità che un focolaio possa iniziare da là non erano del tutto basse.
C’è da far notare inoltre che proprio a Wuhan c’è il laboratorio di armi batteriologiche della Cina (e che, stando alle informazioni, sia l’unico di quel Paese); questi laboratori li hanno tutte le superpotenze mondiali, e, per via della loro natura imprevedibile e rischiosa, in genere vengono situati in luoghi piuttosto isolati (sia in Russia che negli Usa si trovano infatti in delle isole), è quindi stato, aldilà della veridicità o meno della teoria, un errore costruire un luogo del genere in un centro abitato, specialmente nel Wuhan, che ha una densità di popolazione assurda.
La teoria che il virus sia stato creato in laboratorio per poi scappare di controllo non è del tutto ignorabile, seppure va detto che sia stata sparsa in giro probabilmente da un “esperto” Israeliano, quindi non del tutto imparziale, dal punto di vista politico, verso la Cina. Ci sono volute poche ore affinché questa “notizia”, o meglio teoria, rimbalzasse su tutti i media.
Altre teorie affermano che la Bill & Melinda Gates Foundation, organizzazione controversa per via delle varie morti avvenute in diversi Paesi a causa di sperimentazioni di vaccini su minori e poveri, abbia creato il virus perché possiede già l’antidoto, rilasciandolo poi in un luogo umido, con scarsa igiene, e con molte persone (mercato ittico), in un periodo prossimo alle feste (il capodanno cinese, con moltissimi eventi pubblici tradizionali), e in una città, appunto Wuhan, che avrebbe indotto i media e i vari Stati ad addossare automaticamente le colpe alla Cina per la sua irresponsabilità e per via del suo laboratorio batteriologico “rischioso e con controlli insufficienti”. Insomma, ci sono molte coincidenze; e la teoria, che a primo impatto può sembrare folle, ha almeno un fondo di verità: la Johns Hopkins Center for Health Security, affiliata appunto alla B&MG e il Word Economic Forum, proprio un mese prima dell’epidemia fece una simulazione su un coronavirus che avrebbe provocato 65 milioni di vittime in Cina, e in tale occasione la fondazione di Bill Gates stanziò 7 miliardi di dollari nella ricerca di antidoti per un verosimile futuro virus (realizzatosi appunto reale): https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-piccole_note/16658_32771/; non è da escludere, a questo punto, che questi privati agiscano anche con fini politici finanziati dagli Stati uniti per minare appunto la Cina sotto tutti i punti di vista (moltissime morti, discontenti da parte della Popolazione, crollo dell’economia e della reputazione del Paese).
Altri “esperti” dicono addirittura che la Cina stia nascondendo, per evitare allarmismi, ai suoi cittadini e agli altri Stati il fatto che il numero dei morti ammonti già a più di 1.000 (mentre la somma ufficiale è per ora 44).
Quest’ultima “voce” è un po’ più difficile che sia vera: se ci fossero così tanti morti (e quindi infetti), e se i mezzi ci sono, perché creare ospedali dalle dimensioni e velocità record da “soli” 1.000 posti?
C’è poi chi dice che la Cina abbia chiesto aiuto a Stati uniti e Russia per cercare un antidoto, offrendo in cambio tutte le informazioni segrete su questa arma batteriologica. Il tweet di Trump che elogia Xi Jinping potrebbe essere un indizio di questo scambio passato “sotto banco”.
Qual è la verità? Difficile dirlo, sta di fatto che il virus è scoppiato in un momento davvero delicato per la Cina, che sta sì crescendo economicamente fino alle stelle, ma che sta fronteggiando un duro testa a testa con gli Stati uniti.
Sono passati pochi giorni dall'”esplosione” di questo virus, e giungere a conclusioni così affrettate non fa che mettere in cattiva luce la Cina in un momento in cui l’occidente ne aveva davvero bisogno.
Sia chiaro, noi non difendiamo la Cina: è ormai innegabile che sia un Paese capitalista (seppure non liberista) addentratosi addirittura nella sua fase imperialista; ma tacciarli ed incolparli di tutto, dall’inquinamento alle crisi economiche e presunte “invasioni silenziose”, non è altro che mera propaganda occidentale. È uno scontro tra titani, occidente contro Cina, ormai protagonista, che piaccia o no, del teatro mondiale, destinata a sostituire gli Usa prima o poi.
È stato più volte tentato di frenare questa scalata al potere: i vari dazi, le rivolte fomentate in Hong Kong, e i terroristi islamici nell’Uyghuristan.
Una cosa è sicura: se mai risultasse vero il fatto che il virus sia “sfuggito” dai controlli del laboratorio, la reputazione della Cina sarà profondamente macchiata, e la storia dell’intero mondo avrà forse una forte svolta. Non mancheranno sicuramente forti rivolte contro il governo (in parte sincere e veramente portate avanti dalla Popolazione, ma con inevitabili ingerenze estere con fomentazioni e finanziamenti a gruppi estremisti, come avvenne più volte nella storia), per non parlare di crisi politiche interne insieme a profondi crolli economici (industrie che chiudono, cali di investimenti, ecc.), eventuali blocchi e sanzioni più dure di prima.
Sarà forse il virus un altro attacco da parte degli Usa o l’occidente, sparso volontariamente in una città facilmente incolpabile (avendo Wuhan un laboratorio batteriologico) ed in un posto molto trafficato (come un mercato)? Sarà forse il virus creato da parte di privati, avendo già l’antidoto pronto, per creare profitto addirittura rilasciando questa terribile epidemia? Sarà forse vero che il virus sia effettivamente nato con una mutazione come nei 2 casi precedenti avvenuti in questo secolo? O sarà vero che il virus sia stato creato artificialmente dal laboratorio Cinese per poi esser sfuggito involontariamente di mano?
La situazione va presa sotto controllo. È ancora presto per avere risposta alle nostre domande. Ma speriamo che non ci vorrà molto tempo prima che questa triste storia finisca.

“La via dell’italexit” dal blog di Sollevazione

Condividiamo dal sito di Sollevazione questo articolo di Leonardo Mazzei.

sollevazione

venerdì 24 gennaio 2020

LA VIA DELL’ITALEXIT di Leonardo Mazzei

Alcuni lettori, per niente convinti dell’ITALEXIT, ovvero dell’uscita dall’euro, hanno mosso delle obiezioni alle tesi di MPL-P101 pubblicate giorni addietro.  “L’Italia è troppo piccola per reggere l’urto della reazione dei mercati”, “col debito che abbiamo ci strangolerebbero”, “i capitali fuggirebbero a gambe levate”, “avremmo inflazione e… svalutazione”. Volentieri entriamo nel dettaglio con questo articolo.

Quelli che… ormai è troppo tardi 
 
Che l’euro sia un grave problema per l’economia italiana viene ormai riconosciuto con sempre maggior frequenza. Ma mentre la platea degli ultras della moneta unica si va pian piano svuotando, viene invece a riempiersi quella di chi, pur ammettendo i danni prodotti, sa solo concludere che ormai è troppo tardi per uscirne.

Insomma, se fino a qualche tempo fa si doveva assolutamente restare nell’eurozona per i presunti benefici di questa collocazione – moneta “forte”, aggancio a sistemi produttivi considerati più avanzati, tutela del risparmio, eccetera – oggi si tende ad evidenziare i problemi connessi all’uscita. Segno dei tempi, senza dubbio, ma anche della manifesta impossibilità di continuare a sostenere la bontà di una scelta che ha fatto sprofondare l’Italia nella crisi più grave degli ultimi ottant’anni.

Certo, la recessione scoppiata nel 2008 ha avuto una dimensione non solo europea, ma il fatto che si sia rivelata più profonda e prolungata proprio nell’Unione, ed ancor più nell’eurozona, qualcosa dovrà pur dirci. Tanto più che tra i benefici dell’euro doveva esserci pure quello di attenuare i cosiddetti shock esterni. E’ avvenuto invece il contrario, come dimostrato da tutti gli indicatori economici: da un lato l’Unione Europea è l’area dove la crisi ha picchiato più duro, dall’altro l’euro ha aumentato le asimmetrie tra le varie economie nazionali che la compongono. Detto in altri termini, la moneta unica ha innescato un meccanismo di redistribuzione della ricchezza al contrario, avvantaggiando i paesi più ricchi (Germania in primis) a danno di quelli considerati “periferici”. Tra questi l’Italia.

Naturalmente, il nostro Paese non è l’unico ad essere profondamente danneggiato dall’euro, basti pensare al drammatico caso della Grecia. Né le negative conseguenze della moneta unica sono solo di tipo economico, dato che il vincolo esterno così prodotto colpisce a morte la stessa democrazia parlamentare. Diversi sono dunque i motivi per tornare alla moneta nazionale: dalla riconquista della sovranità democratica, al recupero del controllo dello strumento monetario come mezzo decisivo per realizzare una politica economica volta ad uscire dalla crisi ed a contrastare la disoccupazione.

Chi scrive non ha dunque dubbi sulla necessità di uscire dall’euro e dalla stessa UE, ben sapendo al tempo stesso che per ottenere una vera svolta l’uscita è sì necessaria ma da sola non sufficiente. Ma una necessità di questa portata è senz’altro una priorità assoluta. Anche perché, senza uscita dalla gabbia dell’euro, ogni ipotesi di vera ripresa (e dunque di lotta alla disoccupazione) non si regge in piedi. Il decennio alle nostre spalle è lì a dimostrarlo.

Colpisce come di fronte al disastro economico di questi anni i difensori della moneta unica si stiano ora asserragliando dietro ad una campagna terroristica, ricca di argomenti irrazionali come di affermazioni assolutamente false. E’ di questo che vogliamo occuparci in questo articolo, dedicato in primo luogo a quanti, pur variamente collocati, ci propongono grosso modo un solo ragionamento: sì, è vero, l’euro crea problemi, aderirvi è stato forse un errore, ma ormai è troppo tardi, visto che uscirne adesso sarebbe una catastrofe. Un esempio di questo modo assurdo di affrontare le cose è condensato in questa frase, che chiude un articolo di Giorgio Lunghini sul Manifesto del 23 settembre 2016: 

«In breve, l’Unione Economica e Monetaria europea è come l'”Hotel California” nella canzone degli Eagles: forse sarebbe stato meglio non entrare, ma una volta dentro è impossibile uscire». [1] 

Il fatto è che una vera e propria catastrofe economica e sociale è già in atto da anni. Dal 2008 l’Italia ha perso 9 punti di Pil ed il 25% della produzione industriale, mentre la disoccupazione è andata alle stelle, con quella giovanile oltre il 40%. Ecco, prima di annunciare le catastrofi del futuro (dovute all’uscita dalla moneta unica, che d’ora in poi chiameremo per comodità Italexit), bisognerebbe confrontarsi con quelle del presente, anche perché rimanendo nell’euro l’unico futuro che possiamo immaginare è, nella migliore delle ipotesi, quello di una prolungata e micidiale stagnazione. Micidiale in particolar modo sul piano sociale, per i suoi effetti di impoverimento generale, di precarizzazione senza sbocchi per i giovani, di marginalizzazione crescente di intere categorie (come i pensionati), di regresso complessivo nei campi della scuola e della sanità.

Ma uscire “non sarà una passeggiata”, così ci ammoniscono i difensori dello status quo. Grazie, ma lo sapevamo già. Il fatto è che ormai sono rimasti in pochi a poter passeggiare liberi dalle preoccupazioni per il domani. Il raffronto non va dunque fatto tra i problemi connessi all’Italexit ed una (inesistente) situazione altrimenti positiva. L’unico raffronto serio che possiamo e dobbiamo fare è tra quei problemi e l’insostenibilità della situazione attuale.

D’altronde, se si ammette che l’euro è un problema, perché non mettere al centro la riflessione su come venirne fuori? Certo, alcuni insistono sulla strada della “riforma”: riforma dell’UE, dei trattati, della stessa Bce. Peccato si tratti di riforme impossibili, dato che l’Unione Europea non è nata per la costruzione di un’Europa solidale, bensì per dare forma ad un’area in cui i demoni del neoliberismo potessero dispiegarsi senza ostacoli. Che è poi quello che è realmente avvenuto. Ma la sentenza definitiva sull’irriformabilità dell’UE (e dunque dell’euro) ce l’hanno fornita i fatti, a partire dallo strozzamento finanziario applicato alla Grecia nel 2015.

Ma poi, per quale motivo una moneta dovrebbe essere “irreversibile” (come ogni tanto afferma Draghi) [2] e dunque eterna? Curioso, ma rivelatore, questo pittoresco atteggiamento antistorico: più una nuova credenza religiosa in tempi di profonda secolarizzazione, che un argomento razionale da discutersi con gli strumenti della ragione.

Ed è forse proprio per la natura dogmatica di questa posizione che i problemi reali dell’Italexit vengono sempre posti in maniera distorta ed oltremodo esagerata. In proposito potremmo citare un vasto campionario di svarioni e di vere e proprie stupidaggini. Qui ci limiteremo ad affrontare i cinque temi che più insistentemente vengono lanciati nella campagna terroristica che vorrebbe convincerci che proprio non possiamo farci niente, che non ci sono alternative alla gabbia dell’euro, che il TINA (There is no alternative) della signora Tatcher l’avrà vinta ancora una volta.

I cinque temi in questione sono i seguenti: 1) la svalutazione, 2) l’inflazione, 3) la fuga dei capitali, 4) la ridenominazione del debito, 5) il presunto isolamento dell’Italia e le sue dimensioni ritenute troppo piccole per ritornare alla sovranità monetaria.

Sono cinque temi da sempre branditi dalla propaganda filo-euro, quelli che dovrebbero chiudere il discorso rispetto ad ogni prospettiva di uscita. Viceversa, cercheremo di dimostrare non solo le falsità di quella propaganda, ma pure la gestibilità di un passaggio certo difficile, ma comunque affrontabile oltreché inevitabile, come quello dell’Italexit. Agli argomenti di un terrorismo da quattro soldi che ormai convince sempre meno, come si è visto nel caso della Brexit, tenteremo di contrapporre un ragionamento che, senza negare i problemi, cercherà di ricondurli alla loro effettiva consistenza.

1. L’Italexit e la svalutazione

Partiamo dal tema della svalutazione, quello maggiormente usato per incutere terrore. Eppure le svalutazioni, come pure le rivalutazioni, sono fatti economici che avvengono di continuo senza che ciò determini alcuna catastrofe. Anzi, il più delle volte la maggioranza delle persone neppure si accorge di queste variazioni nei cambi. Ovviamente è tutta una questione quantitativa, perché una svalutazione del 10% non produce le conseguenze di una del 50%. Dunque, gli effetti – sia quelli positivi che quelli negativi – andrebbero valutati in base all’entità della svalutazione attesa. Ma questo vorrebbe dire ragionare, che è l’esatto opposto della volontà di spaventare. Ecco allora (ma sono solo due esempi tra i tanti) che il direttore del Corriere della Sera, Luciano Fontana sparacchia un 30% [3] , mentre il già citato Lunghini (perché porsi limiti?) arriva al 50/60%.

Si tratta di cifre campate in aria, tant’è che chi le sbandiera non porta mai vere argomentazioni a sostegno. E la poca serietà di questi numeri è provata dal fatto che costoro parlano sempre di una forte svalutazione della nuova lira, ma mai ci dicono verso quali altre valute. In ogni caso, se ci si riferisce a quel che rimarrebbe dell’euro, nel caso di un’uscita della sola Italia, queste cifre non stanno né i cielo né in terra. Se si parla del dollaro idem. Se invece ci si vuol riferire al nuovo marco tedesco è possibile anche un’oscillazione intorno al 30%, ma non tanto per una svalutazione della lira, quanto per una fortissima rivalutazione del marco rispetto all’insieme delle monete circolanti. Che è esattamente quel che servirebbe all’Italia, e che ovviamente la Germania cercherà di impedire a tutti i costi.

In realtà esistono diverse ricerche che prevedono, dopo un periodo transitorio ovviamente più turbolento, un assestamento della nuova lira ben diverso da quello ipotizzato dai catastrofisti. Tra questi, riprendiamo i dati [4] di uno studio dell’OFCE (Observatoire français des conjonctures économiques). Secondo i due autori – Cédric Durand e Sébastien Villemot – in caso di rottura dell’euro, la nuova lira si apprezzerebbe addirittura dell’1% rispetto alla media dei dodici paesi dell’eurozona presi in esame. Una sostanziale stabilità data dalla media di una rivalutazione verso la Francia (12%), la Spagna (11%), la Finlandia (19%), il Belgio (18%), la Grecia (39%) ed una svalutazione verso la Germania (13%), l’Olanda (14%), l’Austria (14%).

Naturalmente, trattandosi di simulazioni, anche queste cifre sono opinabili. Ma, a differenza di quelle buttate là a casaccio sui media nostrani, esse vengono almeno da studi approfonditi coi quali sarebbe bene confrontarsi. Che è esattamente quello che i catastrofisti di mestiere non faranno mai.

Detto questo è indispensabile affermare un punto ben preciso: una svalutazione verso la Germania (e l’area economica che gli si raccoglie attorno) è assolutamente necessaria per l’economia italiana. Si tratta di recuperare competitività verso un paese che continua a praticare una fortissima politica mercantilista, verso un sistema produttivo che è diretto concorrente dell’industria italiana. Secondo i dati del 2016, il surplus commerciale della Germania (5) ha raggiunto i 252,9 miliardi, avvicinandosi ormai al 10% del Pil, quando le regole dell’Unione europea imporrebbero di non superare il 6%. Ma, si sa, l’Europa parla tedesco e per Berlino non ci sono sanzioni. Questo straordinario risultato commerciale ha però un nome ben preciso: euro. E’ grazie alla moneta unica, e cioè grazie alla possibilità di avere de facto una sorta di marco super-svalutato che la Germania ha retto la crisi mentre tanti paesi dell’UE invece vi affondavano. Questa banale osservazione ci porta a dire due cose: la prima è che l’euro non è una moneta neutrale, dato che avvantaggia alcuni paesi e ne danneggia altri (e questa è la ragione per cui chi ne è avvantaggiato lo difende e lo difenderà a denti stretti); la seconda è che avere una moneta sopravvalutata è spesso uno svantaggio più che un vantaggio.

Breve digressione. I vantaggi dell’euro per i paesi del centro (Germania in primis) non si riducono alla questione del cambio. Tra di essi vi è anche la possibilità di finanziare a tassi bassissimi, e spesso addirittura in territorio negativo, il proprio debito (quello pubblico come quello privato), ottenendo così un ulteriore guadagno competitivo rappresentato dallo spread che si determina grazie alle asimmetrie interne all’area euro. Un altro vantaggio, che in prospettiva potrebbe diventare ancor più importante, risiede nella svalutazione interna che le politiche austeritarie – necessarie a riequilibrare la competitività proprio perché non si può agire sui cambi – producono in paesi come l’Italia. Uno degli effetti di queste politiche è la svalutazione del valore delle aziende, come pure di quello degli immobili. In questo modo, tali beni sono destinati a finire sempre più spesso nelle mani di gruppi nord-europei grazie ai prezzi di svendita che si sono così determinati.

Ma torniamo alla svalutazione. Qui l’importante è comprendere che l’alternativa al deprezzamento valutario (svalutazione esterna) non è la non-svalutazione, bensì la svalutazione interna. Cos’è, in poche parole, la svalutazione interna? Essa consiste in una progressiva riduzione dei salari, delle pensioni, del welfare in generale, ma anche (come abbiamo già accennato) in una ugualmente progressiva riduzione del valore dei beni materiali. Quando, ad esempio, si protesta contro il crescente degrado del sistema sanitario è a questo meccanismo che bisognerebbe in primo luogo pensare. Idem quando, sempre ad esempio, non si riesce più a vendere ad ottanta una casa acquistata magari a cento. Ovviamente la stragrande maggioranza delle persone non si rende conto di tutto ciò, anche perché i media si guardano bene dal mettere la pulce nell’orecchio sui veri effetti dell’euro.

Ci stiamo però avvicinando al decennale dello scoppio della crisi, ed ormai le granitiche certezze sulla presunta bontà della moneta unica sono solo un ricordo del passato. Sta di fatto che mentre da un lato (quello di coloro che abbiamo chiamato “catastrofisti”) ci sono solo ipotesi, dall’altro (quello dell’osservazione concreta di quanto avvenuto in questi anni) vi sono i dati reali della crisi, dell’aumento spaventoso della disoccupazione, della precarietà di massa, del crescente degrado sociale, del generale impoverimento del Paese.

Un aspetto che i media vogliono in ogni modo occultare è che mentre i costi di una svalutazione esterna si distribuirebbero eventualmente sull’intera società, quelli della svalutazione interna colpiscono invece in maniera particolare le fasce popolari. Ragion per cui la classe dominante nazionale, anche a costo di venire essa stessa “svalutata”, ha preferito schierarsi con l’oligarchia finanziaria europea che è alla testa del “partito dell’euro”.

E, a proposito di classe dominante, è interessante vedere quel che ha scritto di recente Riccardo Sorrentino sul Sole 24 Ore., [6] dove ci ricorda come il surplus commerciale dell’Italia «in termini reali, ha superato i livelli pre-crisi già a fine 2014», concludendo così che l’euro non è un problema per l’economia italiana.

Ora, è vero che questo recupero c’è stato, ma a quale prezzo? Il dato della bilancia commerciale è un saldo tra un “più” (le esportazioni) ed un “meno” (le importazioni). Se questo saldo ha ripreso a salire si deve giusto all’effetto combinato dei due fattori. Da un lato, causa la riduzione dei consumi interni, le importazioni sono calate; dall’altro, solo la deflazione salariale – il brutale abbassamento del salario reale – ha consentito alle imprese italiane di mantenersi relativamente competitive. Detto più chiaramente: se i conti a Confindustria tornano è solo grazie all’aumento dello sfruttamento dei lavoratori ed all’impoverimento degli italiani.

Le tabelle del Mise (Ministero per lo Sviluppo Economico) parlano chiaro. [7] Le importazioni sono crollate violentemente con la crisi del 2009 e poi, in maniera più graduale, con la lunga recessione del 2012-2014. C’è un dato che chiarisce l’entità di questa catastrofe: nel periodo 2008-2016 il valore delle importazioni è passato da 382 a 365 miliardi di euro (-4,5%). Ma attenzione, questo è un calo in valore che ancora non ci dice di quanto sono diminuite le importazioni in quantità. Un dato che si può in qualche modo approssimare solo tenendo conto del tasso medio globale dell’inflazione, operazione che ci consente di stimare all’ingrosso una diminuzione reale attorno al 30%. Una cifra che ci dice di quanto si è impoverita realmente l’Italia in questo periodo. Senza svalutazioni monetarie, certo. Ma probabilmente anche a causa di ciò.

Più in generale, volendo ora chiudere sul tema, che le svalutazioni non siano il dramma che si dice ci è dimostrato da diverse esperienze. Ad esempio la svalutazione della lira sul dollaro degli anni ’70-80 del secolo scorso (dal 1974 al 1985 la lira si svalutò di oltre il 200% sulla moneta americana) non impedì all’economia italiana di continuare a crescere. Altro esempio l’Argentina, dopo l’abbandono del cambio fisso tra il peso e il dollaro avvenuto nel 2002. E’ vero che nel primo anno di questo divorzio il Pil del paese latino-americano calò del 14,7%, ma nei cinque anni successivi la crescita cumulata fu del 51,6%, un’enormità.

2. L’Italexit e l’inflazione 
Normalmente, chi usa in maniera terroristica la parola “svalutazione” dice o comunque sottintende inflazione. Ora, premesso che l’attuale problema dell’economia europea si chiama semmai deflazione, che dell’inflazione è l’esatto opposto, qual è l’effettivo rapporto tra questi fenomeni? In che misura la svalutazione produce inflazione?

Da sempre siamo stati abituati a pensare ad un rapporto meccanico, per cui se la svalutazione è 10 anche l’inflazione si avvicinerà a quel valore. In realtà le cose sono molto, ma molto più complesse. Intanto il valore della moneta è soltanto uno dei molteplici elementi che determinano il tasso di inflazione. In secondo luogo, diversi sono i fattori di aggiustamento che tendono a smussare gli effetti inflazionistici della svalutazione. In terzo luogo – scusandoci per l’insistenza sul punto – non è detto (anzi!) che svalutare sul “nuovo marco” equivalga a svalutare sul dollaro e sulle altre monete.

Sono cose che chi scrive su giornali di rilevanza nazionale non può non sapere. Ma per molti l’equazione percentuale di svalutazione uguale tasso di inflazione è troppo comoda per potervi rinunciare. La cosa è però così grossolana che alcuni hanno almeno il pudore di stabilire un rapporto un po’ più basso. Il già citato Lunghini fa così corrispondere ad una (impensabile) svalutazione del 50% un’inflazione del 20%. Ma poiché quest’ultima potrebbe sembrare troppo bassa, egli ha la premura di dirci che quel 20% sarebbe solo una media annua per un periodo non breve dopo la svalutazione.

Su cosa si basa tanta sicumera? Non lo sappiamo, ma è chiaro come questo sia uno di quei casi in cui l’ideologia (ovvero l’adesione al dogma della bontà dell’euro a prescindere) prevale sulla realtà, cioè sull’osservazione empirica dei casi concreti che pure la storia recente ci consente di esaminare.

Ne prendiamo in esame due. Il primo è quello della famosa svalutazione della lira del settembre 1992. Rispetto al marco tedesco quella svalutazione finì per attestarsi proprio sul temuto 30% di cui si continua a parlare oggi. Bene, quale fu l’effetto inflattivo di quella svalutazione? L’inflazione media del triennio successivo (1993-1995) fu del 4,6%. Oggi può sembrare molto, ma quella del triennio precedente a tassi fissi (1990-1992) era stata del 5,9%! Come si vede la realtà è a volte un po’ diversa da come ce la raccontano.

E il confronto con la Germania? Uno si aspetterebbe l’esplosione del differenziale di inflazione dopo il 1992. E invece quel differenziale, che era pari al 2,7% nel triennio 1990-1992 (quello precedente la svalutazione), scende sorprendentemente all’1,6% nel triennio post-svalutazione (1993-1995) nel quale la lira arriva a deprezzarsi fino al 50% sul marco (esattamente il picco che Lunghini ipotizza oggi con l’uscita dall’euro), per poi scendere all’1,2% nel triennio successivo (1996-1998) quando la lira prende a rivalutarsi. Questa è la verità sulla svalutazione del 1992. E la cosa fu talmente chiara fin da subito che già un anno dopo perfino Mario Monti dovette fare autocritica: «Un punto dove certamente ho visto male riguarda le conseguenze inflazionistiche… perché per ora non ci sono stati effetti». [8] 

A questo caso, piuttosto studiato, se ne aggiunge un altro sul quale non è necessario rifarsi a studi particolari dato che concerne l’esperienza diretta degli ultimi anni. Dal maggio 2014 al gennaio 2017 il rapporto euro-dollaro è sceso da 1,39 a 1,03. Dunque la svalutazione dell’euro è stata pari al 25,8%. A qualcuno risulta che in questo periodo in Italia, ma dovremmo dire in Europa, sia esplosa l’inflazione? Per la verità le cronache continuano ancora a parlarci della necessità di debellare la deflazione. Eppure il dollaro è la moneta con la quale si acquistano le materie prime.

Con quale onestà intellettuale, nella situazione data, si possa continuare a disegnare scenari catastrofici dovuti all’elevata inflazione che seguirebbe alla svalutazione lo giudichino i lettori. Eppure è proprio lì che si continua a battere. E tra i temi che vengono agitati, dagli autori citati come da altri, ve ne sono due in particolare: quello dei mutui e quello del prezzo dei carburanti. Due questioni sulle quali rimandiamo a quanto scritto già tre anni fa:

«Per chi ha dei mutui da pagare la situazione non potrebbe che migliorare. I mutui verrebbero anch’essi ridenominati nella nuova moneta e dunque, in caso di svalutazione, si svaluterebbero anch’essi; mentre l’eventuale inflazione aggiuntiva ridurrebbe di fatto il valore reale delle rate dei mutui a tasso fisso. Diverso è il problema del prezzo dei carburanti, che indubbiamente esiste ma non nei termini che comunemente ci si immagina. Se prendiamo, ad esempio, il caso della benzina, bisogna considerare che il costo della materia prima (il petrolio) – che è l’unico che risentirebbe della svalutazione, dato che i pagamenti vengono effettuati in dollari – incide solo per il 25% sul prezzo alla pompa. Il 57% sono tasse (accise e Iva), mentre il restante 18% include i costi di trasporto e raffinazione, nonché il margine lordo delle aziende distributrici. Se proprio vogliamo fare i conti, ne risulta che un’ipotetica svalutazione sul dollaro del 15% produrrebbe un aumento del costo alla pompa del 3,75%. Come si vede, siamo a percentuali ben più basse di quel che normalmente si pensa, che potrebbero comunque essere tranquillamente azzerate con una parallela riduzione del carico fiscale. Che è poi quel che fanno normalmente gli stati, quando non sono con il cappio al collo come quelli dell’area mediterranea dell’Eurozona, per assorbire le oscillazioni continue del prezzo del greggio sui mercati internazionali». Dal «Vademecum: perché il nostro paese deve uscire dall’euro? Come può riprendersi la sua sovranità» [9] 

In conclusione, l’eventuale effetto inflattivo della svalutazione conseguente all’uscita dall’euro si presenta come assolutamente gestibile.

3. L’Italexit e la fuga dei capitali 
C’è o no il rischio che l’attesa della rottura dell’eurozona porti ad una consistente fuga di capitali dall’Italia? In realtà più che di un rischio si tratta di una certezza. Anzi, questa fuga è già in atto, come ci mostrano anche i saldi Target2. Essa finirà, non sembri un paradosso, proprio con l’uscita dall’euro. La fuga di capitali è infatti tipica di ogni situazione di incertezza che precede una modifica sostanziale dei rapporti di cambio. Precede, non segue, questo è il punto. Con la fuga si cerca infatti di anticipare questo evento, mentre a cose fatte (nel nostro caso la rottura dell’eurozona o comunque l’Italexit) la fuga non avrebbe più alcun senso, anzi sarebbe piuttosto pericolosa per i detentori di capitali. Se si vuole impedire (o quantomeno limitare) la fuga dei capitali la regola di sempre è dunque quella di agire con la massima rapidità.

Quel che è importante sottolineare è che il fenomeno denominato “fuga di capitali” non è legato in maniera specifica all’uscita dalla moneta unica, bensì – più in generale – a quel che ci si attende in termini di svalutazione. La fuga avverrebbe dunque anche a fronte dell’attesa di una forte svalutazione dell’euro verso il dollaro. E’ sempre stato così, e non si vede proprio perché se ne parli in termini catastrofisti solo riguardo all’Italexit. Tra l’altro, con i loro argomenti, i catastrofisti di ogni risma che si esercitano sul punto, in quanto sostenitori di un’aspettativa di svalutazione alta quanto irrealistica, sono in realtà i principali alimentatori di quella fuga che pure dicono di temere come la peste. Piccole contraddizioni che è difficile non notare.

Ma perché proprio l’Italexit fermerebbe invece la fuga in corso? E’ presto detto. Chi esporta capitali – o aprendo conti all’estero od acquistando titoli in altra valuta – lo fa per aggirare la ridenominazione dei propri capitali da euro a lira con un rapporto 1:1. Una volta che la ridenominazione sarà avvenuta si determineranno i nuovi rapporti di cambio; prima in maniera più convulsa, poi arrivando ad una maggiore stabilità. Parallelamente andranno a determinarsi i nuovi tassi di interesse sui mercati finanziari e dunque i nuovi spread. A quel punto – e solo a quel punto – i capitali usciti rientreranno, perché lo scopo della fuga non è quello di tenere i propri soldi a Berlino, bensì quello di speculare sulle variazioni del cambio. Naturalmente, non è questo un giochino senza rischi. Ad esempio, se le cose dovessero andare come prevede il già citato OFCE, chi avesse deciso di comprare oggi titoli francesi (con un tasso di rendimento di un punto e mezzo inferiore rispetto ai corrispettivi italiani) rischierebbe un bel salasso. Rischierebbe meno chi avesse comprato dei Bund tedeschi, ma non è un caso che questi ultimi abbiano tassi negativi che risulterebbero piuttosto pesanti nel tempo.

Insomma, ecco un altro apparente paradosso, saranno proprio gli stessi meccanismi dei mercati finanziari a far rientrare i capitali usciti verso l’Italia. Rientro che, a quel punto, contribuirà ad un certo apprezzamento della lira. Questo significa che non esista il problema di un controllo sul movimento dei capitali? Assolutamente no. Un controllo contro la speculazione andrebbe esercitato sempre, anche al di fuori delle situazioni di emergenza, ma a maggior ragione dovrà esservi nel momento dell’Italexit. Momento che andrà gestito con la massima determinazione e rapidità.

Naturalmente i catastrofisti ci diranno che simili controlli sono vietati, che comunque si rivelerebbero inefficaci, per non parlare del panico che così si determinerebbe. Eppure si tratterebbe soltanto di fare – non necessariamente nelle stesse forme, s’intende – quel che due paesi dell’eurozona hanno già fatto e – ancora più importante – l’Unione europea gli ha imposto di fare. Oltre al più noto caso greco del 2015, ci riferiamo alla crisi di Cipro del 2013, quando vennero adottate le seguenti misure:

«Un limite massimo di 5mila euro al mese per le transazioni all’estero mediante carta di credito. Un tetto di 3mila euro in contanti – per ogni viaggio – a chi intende uscire dal Paese. Divieto di riscuotere assegni. Prelievo dai bancomat non superiore ai 300 euro giornalieri. Limiti molti severi a chi vuole trasferire denaro all’estero. E un’autorizzazione ad hoc, dietro esibizione di documenti giustificativi – formula che ha il sapore di una pericolosa discrezionalità – per i pagamenti delle imprese che importano beni e prodotti». 

Così scriveva Marco Onado sul Sole 24 Ore del 28 marzo 2013. [10] 

Dunque i controlli sono possibili, eccome. Che l’ortodossia liberista lo neghi non stupisce. Ma non si vede proprio perché quel che è stato già fatto in nome degli interessi delle banche e della moneta unica, non possa esser fatto a difesa degli interessi dell’economia nazionale.

4. L’Italexit e la ridenominazione del debito
Arriviamo ora al tema della ridenominazione del debito. Inutile dire quel pensano in proposito i nostri catastrofisti: il caos generalizzato nel migliore dei casi, un terribile aumento del valore del debito verso l’estero in quello che loro reputano ovviamente lo scenario più probabile.

Per accertare l’attendibilità di tutto ciò è bene partire innanzitutto da un principio generale, quello della cosiddetta Lex Monetae, che stabilisce che uno stato sovrano ha il potere di determinare il tasso di conversione tra la precedente e la successiva moneta avente corso legale. [11] Anche su questa materia i catastrofisti si sono lungamente esercitati per spaventare i debitori, ad esempio le persone che hanno da pagare un mutuo in euro, e che ne vedrebbero aumentare il valore in conseguenza della svalutazione della nuova lira. E’ un problema che semplicemente non esiste.

Il nostro Codice Civile [12] così traduce il principio della Lex Monetae: 

«Art. 1277. Debito di somma di denaro: I debiti pecuniari si estinguono con moneta avente corso legale nello Stato al tempo del pagamento e per il suo valore nominale. Se la somma dovuta era determinata in una moneta che non ha più corso legale al tempo del pagamento, questo deve farsi in moneta legale ragguagliata per valore alla prima». 

Dunque, nel caso di un’esplosione dell’intera eurozona – visto che a quel punto l’euro semplicemente non ci sarebbe più – non esisterebbe alcun problema né per i debiti interni né per quelli esteri.

Se, invece, l’euro continuasse ad aver corso legale in altri paesi, ma non in Italia, si applicherebbe l’art 1278 del Codice Civile: 

«Art. 1278. Debito di somma di monete non aventi corso legale: Se la somma dovuta è determinata in una moneta non avente corso legale nello Stato, il debitore ha facoltà di pagare in moneta legale, al corso del cambio nel giorno della scadenza e nel luogo stabilito per il pagamento». 

Anche in questo caso il pagamento avverrebbe in lire, ma poiché farebbe riferimento «al corso del cambio nel giorno della scadenza» il debitore potrebbe trovarsi a dover pagare con una lira svalutata. Per ovviare a questo problema basterà però applicare l’art. 1281:

«Art. 1281. Leggi speciali: Le norme che precedono si osservano in quanto non siano in contrasto con i principi derivanti da leggi speciali. Sono salve le disposizioni particolari concernenti i pagamenti da farsi fuori del territorio dello Stato». E’ chiaro – e difatti sul punto i catastrofisti hanno ormai abbassato la cresta – che qualsiasi governo che si troverà a gestire l’Italexit non potrà che intervenire con una legge speciale sulla questione, così come affermato da tempo da Alberto Bagnai: «Lo Stato ovviamente dovrà, nel decreto di uscita, prevedere una deroga all’art. 1278 stabilendo che i rapporti di debito e di credito in euro disciplinati dal Codice Civile saranno regolati in nuove lire al cambio previsto alla data del changeover (cioè uno a uno), e non a quella della scadenza del pagamento (che incorporerebbe la svalutazione)». [13] 

Sul tema dell’applicazione della Lex Monetae è intervenuto di recente l’economista francese Jacques Sapir. Anche in Francia non manca infatti chi, a partire dall’ex presidente Nicolas Sarkozy, mostra di non credere a questo principio. Sapir dimostra invece come la Lex Monetae sia riconosciuta esplicitamente dallo stesso diritto dell’UE. Nel regolamento relativo all’introduzione dell’euro (CE n° 1103/97) così si legge:

 «Considerando che l’introduzione dell’euro costituisce una modifica della legge monetaria di ciascuno Stato membro partecipante; che il riconoscimento della legge monetaria di uno Stato è un principio universalmente accettato; che la conferma esplicita del principio di continuità deve portare al riconoscimento della continuità dei contratti e degli altri strumenti giuridici nell’ordinamento giuridico dei paesi terzi». In altre parole, commenta Sapir: «Se il governo francese decide di ritornare al franco ad un tasso di conversione di 1 a 1 con l’euro, ha il diritto di farlo per quanto riguarda tutti gli strumenti giuridici e i contratti emessi all’interno dell’ordinamento giuridico francese». [14] 

Bene, si dirà, ma cosa succede invece con il debito estero? Qui i catastrofisti davvero non hanno freni. Secondo costoro con l’Italexit il debito pubblico aumenterebbe a dismisura, dato che – a loro avviso – la quota detenuta da soggetti esteri andrebbe restituita in euro. Non solo, ancora più grave sarebbe il problema del debito privato verso l’estero, sul quale evitano non a caso di citare le cifre reali. Esaminiamo dunque separatamente questi due aspetti – pubblico e privato – di una questione che scopriremo essere assai meno preoccupante di come si vorrebbe far credere.

La quota estera del debito pubblico italiano è superiore agli 800 miliardi di euro. Ormai nessuno mette però in discussione il diritto dello Stato (Lex Monetae) di ripagare in nuove lire il debito emesso sotto la propria legislazione. Si cerca allora di spostare l’attenzione su due altri aspetti: 1) la quota di debito estero emessa sotto altre legislazioni, 2) l’effetto delle cosiddette “clausole CAC” introdotte dal governo Monti nel dicembre 2012. Sul primo punto la propaganda tesa a spaventare sugli effetti dell’Italexit è facilmente smontabile, dato che la quota di titoli del debito emessi sotto legislazione straniera è pari a soli 48 miliardi (un misero 2,5% del totale). Sul secondo punto, quello delle “clausole di azione collettiva” (CAC), che riguardano all’incirca la metà dei titoli in circolazione, esistono diversi pareri, ma sta di fatto che le CAC sono state concepite come strumento di tutela dello Stato non degli investitori. Questi ultimi avrebbero sì la possibilità teorica di opporsi alla ridenominazione (basterebbe una minoranza da un quarto ad un terzo dei creditori), ma l’esperienza insegna (vedi il caso greco) come nei casi di ristrutturazione del debito – e la ridenominazione nei fatti lo è – i grandi creditori preferiscono sempre accettare quel che gli viene proposto piuttosto che rischiare di perdere tutto con un più pesante default. Lo Stato – e questo è un punto davvero decisivo – uscirebbe dunque dall’Italexit con un debito pubblico ridotto, non aumentato come invece si vorrebbe far credere.

Passiamo ora al debito privato verso l’estero. Secondo i dati riportati in un articolo di Enrico Grazzini [15] questo debito semplicemente non esiste. O meglio, esistono dei singoli debitori come dei singoli creditori, ma la somma di queste posizioni finanziarie verso l’estero dà un saldo attivo di 580 miliardi di euro. Ne consegue che l’insieme di questi soggetti trarrebbe un beneficio anziché un danno dall’Italexit e dalla svalutazione della nuova lira. E forse un beneficio ci sarebbe per la stessa economia italiana nel suo insieme, perché almeno una parte di questi capitali avrebbe buoni motivi per rientrare in Italia dopo la stabilizzazione dei cambi.

Naturalmente, un saldo positivo non esclude singole posizioni negative che potrebbero mettere in sofferenza qualche azienda, e principalmente qualche banca. Ma anche questo aspetto – sul quale lo Stato potrebbe intervenire di volta in volta (non scordiamoci che al momento dell’Italexit molte saranno le cose oggetto di trattativa), va visto in un contesto che è invece complessivamente positivo. Tutto questo senza dimenticarci che in questi casi è pressoché inevitabile che vi siano soggetti che riescono a guadagnare (come gli investitori sull’estero di cui sopra), come altri destinati a rimetterci. Per cui ha poco da lamentarsi il già citato Fontana quando ci ricorda (peraltro con cifre inattendibili) il problema delle aziende italiane che hanno emesso bond sotto legislazione straniera. Queste aziende lo hanno fatto per spuntare tassi più bassi, una maniera per scommettere al gran casinò dei mercati finanziari. Non sempre queste scommesse – al pari di quelle sulle valute – vanno a buon fine. Ma si tratta di aziende private che si assumono coscientemente certi rischi ogni giorno, ed è assurdo che se ne parli solo a proposito di quelli connessi con l’uscita dall’euro.

5. Un Italia troppo “piccola”?
Veniamo ora ad un argomento più generale, che concerne sempre la sfera economica pur travalicandola. E’ la tesi secondo cui l’Italia – e più precisamente l’economia italiana – sarebbe comunque troppo piccola per affrontare la sfida dell’Italexit. A questa tesi se ne affianca un’altra, quella secondo cui l’Italia si troverebbe politicamente più “sola”.

Ora, a parte il fatto che pensando all’UE a dominanza tedesca non può non venirci in mente il detto “meglio soli che male accompagnati”, perché questa preoccupazione? Uscendo dall’euro l’Italia mica dichiarerebbe guerra a qualcuno, semplicemente (cosa che oggi non fa) difenderebbe i propri legittimi interessi. Certo che ci sarebbero anche turbolenze politiche – sarebbe assurdo sostenere il contrario -, ma alla fine gli attuali partner economici non avrebbero molto interesse a farci una guerra prolungata. Le sanzioni, poi, sono un’arma a doppio taglio. In ogni caso il mondo è grande, e quello al di fuori dei confini dell’UE è in espansione.

In realtà la tesi di un’Italia “troppo piccola” non fa neppure i conti con le conseguenze della crisi della globalizzazione. Naturalmente, ed è normale che sia così, in materia esistono diverse opinioni, ma è difficile negare l’evidenza dell’accrescersi delle misure protezionistiche in tutto il mondo, così come quella della tendenza alla riduzione della quota del commercio estero sul Pil mondiale. E’ giusto, tuttavia, prendere questo argomento sul serio.

Intanto bisogna rilevare che quella italiana rimane pur sempre una delle più importanti economie del mondo. E se oggi lo è un po’ meno del passato lo si deve anche (certo, non esclusivamente) all’euro. Ed è un’economia che comprende un’industria manifatturiera che, nonostante gli effetti micidiali della crisi, in Europa resta seconda solo alla Germania. Ora, è pacifico che uno scioglimento concordato dell’eurozona sarebbe preferibile ad un’uscita unilaterale. Peccato che il primo scenario sia poco probabile. Ed è altresì pacifico che meglio sarebbe affrontare il dopo-Italexit in stretta alleanza con altri paesi. Ma non si può mettere il carro davanti ai buoi, dato che la costruzione di nuove alleanze e/o di nuove aree macro-economiche (non però di nuove aree valutarie) dipende dalle scelte politiche dei vari paesi. Scelte che deriveranno da tanti fattori e che di sicuro non possiamo disegnare oggi a tavolino.

Lo scenario da considerarsi come quello di gran lunga più probabile è dunque l’Italexit, e questo ci riporta appunto al tema delle “dimensioni” dell’Italia. In proposito l’opinione di chi scrive è molto semplice: riguardo alla scelta di tornare alla moneta nazionale più che le dimensioni contano i fondamentali dell’economia. Ma se questi ultimi sono messi in discussione proprio dall’appartenenza alla moneta unica è chiaro che la decisione è di fatto obbligata.

Se sulla questione delle “dimensioni” le opinioni sono le più disparate, l’unico modo di orientarci è quello di guardarci attorno. Di esaminare cioè la realtà. Limitandoci all’Europa si possono osservare diversi paesi membri dell’UE che, pur avendone i requisiti, si guardano bene dall’entrare nell’euro. E’ questo il caso della Polonia, ma ancora più significativo è quanto accaduto di recente con la decisione della Repubblica Ceca di sganciare la propria valuta nazionale – la corona – dall’euro. L’aggancio, in vigore da tre anni, avrebbe dovuto essere il primo passo verso un futuro ingresso nell’eurozona. Adesso il passo c’è stato, ma nella direzione opposta di quella sperata dai partigiani della moneta unica. [16] Da notare che subito dopo lo sganciamento la corona si è rivalutata rispetto all’euro. Eppure la Repubblica Ceca ha un sesto della popolazione ed un ottavo del Pil dell’Italia. Non solo. Pare che nella stessa direzione di Praga – quella dello sganciamento – voglia muoversi l’ancor più piccola Danimarca, la cui moneta è legata da sempre all’euro.

Rimanendo ancora in Europa, ma uscendo dall’UE, come non considerare i casi di due piccoli paesi come la Svizzera e la Norvegia? Da sempre, i sostenitori della tesi avversa ci fanno notare che questi potrebbero essere solo dei casi particolari. Ma il fatto che questi “casi particolari” stiano però aumentando vorrà pur dire qualcosa. Come qualcosa di ancora più importante ci dice la banale osservazione – questa francamente inconfutabile – di come (indipendentemente dalle dimensioni) tutti i paesi europei non-euro abbiano retto molto meglio alla crisi rispetto a quelli con la moneta unica.

Ma il tema delle “dimensioni” non può essere ovviamente solo europeo. Prendiamo il caso di un paese simile all’Italia (in termini di popolazione e di Pil), anche se più piccolo: la Corea del Sud. Questo paese fa forse parte di una qualche unione monetaria? Ovviamente no. Ma con la sua moneta nazionale (lo won) continua a tenere ritmi di crescita annua superiori al 3%. Tuttavia la Corea del Sud non è un’eccezione, bensì la regola, dato che nel mondo non ci sono altri “euri” in vista. E questo è un punto dirimente. Infatti, se la spinta alla creazione di macro-aree monetarie vi fosse davvero, nei cinque continenti dovremmo assistere ad un pullulare di iniziative in tal senso. Ma così non è. In nessun angolo del pianeta, dalla lontana Oceania all’arretrata Africa, dalla tumultuosa Asia alla speranzosa America Latina, nulla si muove in quella direzione. L’euro, a vent’anni dalla sua nascita, non ha nessun fratello con cui giocare. Ci sarà pure una ragione.

Evidentemente le dimensioni contano quando si parla di un’azienda, o di una filiera produttiva. Diverso è il discorso quando si tratta dell’economia di un paese e della sua moneta.

Brevi conclusioni 
Questo articolo non ha certo lo scopo di negare i problemi dell’Italexit. Questi problemi ci sono, e sarebbe assurdo affermare il contrario. Ma si tratta comunque di problemi gestibili. Insomma, dall'”Hotel California” dell’euro si può uscire, eccome. Del resto, l’alternativa sarebbe solo quella dell’incancrenimento della crisi, con i suoi terribili aspetti sociali che conosciamo. Il problema che si pone è semmai un altro: quale sarà la gestione del passaggio dall’euro alla nuova lira? La risposta a questa domanda dipende dal governo che – ci auguriamo quanto prima – si troverà ad affrontare concretamente la questione. Chi scrive crede in un governo popolare d’emergenza, frutto di una larga alleanza di tipo costituzionale (una sorta di Cln), che prenda in mano le redini dell’Italia in questo decisivo frangente.

E’ importante che questo governo abbia a cuore il futuro del Paese, e in particolare gli interessi e i bisogni delle classi popolari. Anche per questo l’uscita dalla moneta unica dovrà essere accompagnata da un programma di misure urgenti (dalla nazionalizzazione del sistema bancario ad un piano per il lavoro) che rappresentino una decisiva svolta rispetto ai disastri prodotti dal sistema neoliberista. Sistema che i meccanismi dell’euro vorrebbero rendere eterno.

* Questo saggio venne originariamente pubblicato sulla rivista IL PONTE  nel numero di maggio-giugno 2017.


NOTE

(1) https://ilmanifesto.it/le-conseguenze-di-unuscita-dalleuro/

(2) http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/02/06/euro-draghi-la-moneta-unica-e-irrevocabile-la-questione-delluscita-non-e-contemplata-dal-trattato/3371615/

(3) http://www.corriere.it/lodicoalcorriere/index/06-03-2017/index.shtml

(4) http://www.ofce.sciences-po.fr/pdf/dtravail/WP2016-31.pdf

(5)http://www.repubblica.it/economia/2017/02/09/news/germania_bilancia_commerciale_al_top_e_nel_2016_l_export_vola_a_1207_miliardi-157902113/

(6) http://mobile.ilsole24ore.com/solemobile/main/art/mondo/2017-02-27/cinque-luoghi-comuni-no-euro-sfatare-112318.shtml?uuid=AEwoNIe

(7)http://www.sviluppoeconomico.gov.it/images/stories/commercio_internazionale/osservatorio_commercio_internazionale/statistiche_import_export/interscambio.pdf

(8) La Repubblica del 12 settembre 1993

(9) «Vademecum: perché il nostro paese deve uscire dall’euro? Come può riprendersi la sua sovranità», a cura del Coordinamento nazionale Sinistra contro l’euro. 

(10) https://www.pressreader.com/italy/il-sole-24-ore/20130328/281560878248490

(11) https://it.wikipedia.org/wiki/Lex_monetae

(12) http://www.altalex.com/documents/news/2015/01/08/delle-obbligazioni-in-generale

(13) http://goofynomics.blogspot.it/2012/09/a-rata-der-mutuo.html

(14) http://vocidallestero.it/2017/03/23/sapir-lex-monetae-e-diritto-europeo/

(15) http://temi.repubblica.it/micromega-online/tutti-i-conti-dellitalexit-nessuna-catastrofe-se-litalia-uscisse-dalleuro/#_ftnref9 
(16) http://sollevazione.blogspot.it/2017/04/czexit-la-repubblica-ceca-si-sgancia.html

La conferenza di Berlino

Settimana scorsa si è tenuta a Berlino una conferenza che in superficie voleva provare in qualche modo a risolvere la questione libica. Ma è ben più profonda la questione. Come si è visto è stata la Cancelliera tedesca Angela Merkel a chiedere, in modo anche molto insistente, che la conferenza si tenesse nella capitale del suo paese, tutto ciò può portare a una sola conclusione: il Vecchio Continente (non a caso “guidato” dalla Germania, paese più potente d’Europa) sta provando a riemergere, a tornare l’El Dorado del mondo, posto rubato dalle nuove grandi potenze come Stati Uniti e Cina. L’Europa sta puntando a diventare indipendente, dopo un periodo (anche troppo lungo) di Piano Marshall a guida USA.
Tornando alla Libia, guardando i presenti si capisce che la questione è ben più che un fatto nazionale, in gioco c’è il controllo delle rotte migratorie e dei pozzi petroliferi molto ricchi nella zona tra Sirte e la Cirenaica. Gli ospiti principali e più importanti sono stati certamente gli Stati Uniti, rappresentati dal Segretario di Stato Mike Pompeo, la Russia di Putin, l’Egitto di Abdel al-Sisi (il più grande partner dell’uomo forte della Cirenaica), la Turchia di Erdogan e alcune monarchie del golfo, senza contare ovviamente al-Sarraj e Haftar. L’incontro si è diviso in due parti in quanto le delegazioni delle forze di Tripoli e quelle di Tobruk non volevano in alcun modo vedersi. Una volta terminata la conferenza è stato annunciato che Sarraj accettava la tregua proposta mentre Haftar ha chiesto più tempo, fonti successive dicono che Haftar, alla fine, abbia accettato. Ma la realtà è ben diversa. Gli scontri non sono finiti e con tutte le probabilità non termineranno mai. La Conferenza di Berlino, spacciata più volte per successo diplomatico, ha dimostrato che a nessuno conviene la pace in Libia. Ma, lo ripetiamo, la Conferenza è servita a qualcosa: è ormai evidente e imminente che l’Europa sta per fare una “secessione” dall’influenza USA per creare un terzo blocco noto come Stati Uniti d’Europa con alla sua guida la forza franco-tedesca, con relazioni più strette a Mosca che a Washington, tutto ciò è intuibile dalle affermazioni di Macron (il discorso sull’esercito unico europeo e sugli USE) e questa mossa di Berlino della conferenza ne è la piena conferma.

Boldrin, lascia stare la scuola

Michele Boldrin, l’economista liberista, si presente alla seconda conferenza del movimento “Liberi, oltre le illusioni” con una volontà di fondo ben precisa, ossia distruggere l’impianto educativo dell’istruzione italiana a favore di un impianto mirato a sfornare “imprenditori di se stessi” drogati di competizione e scentismo spicciolo. “Abolire il classico, lo studio del latino è un lusso, la programmazione è un diritto”. Ma lusso per chi, Boldrin? Lo studio della lingua e della letteratura latina è funzionale agli scopi della scuola, ossia l’educazione di futuri cittadini, il tramandare la paideia che si vorrebbe dimenticare in nome della produttività capitalistica. No Boldrin, il latino non è un lusso, ma anzi un’esigenza. E’ un’esigenza per un popolo che deve tornare a sentirsi tale, che vuole esistere nel mondo come libero, unico ed in pace coi propri fratelli. E’ un’esigenza per chi punta a qualcosa di più di una misera esistenza passata alla ricerca del profitto fra gavette interminabili e “bellum omnium contra omnes”, per chi punta ad essere un Cittadino, non un consumatore. I linguaggi di programmazione, conoscenza importantissima e rispettabile al pari di ogni altra, sono utili unicamente all’atto pratico, e solamente come elementi di determinati tipi di lavoro, per i quali esiste una preparazione specializzata che si sviluppa in corsi universitari o privati. Essendo una conoscenza pratica indirizzata al lavoro non dovrebbero essere argomento della scuola dell’obbligo, che NON deve formare lavoratori, ma educare. Ancor più miserabile risulta la tua proposta se vista col fine di preparare masse schiavili alle “sfide del mercato”, sempre più alla ricerca di personale specializzato per diminuire i costi del lavoro ed aumentare i profitti degli imprenditori-vampiri da te idolatrati e propagandati come punti di riferimento per la società. Non aboliamo ma potenziamo invece lo studio del latino, in modo tale che gli studenti possano leggere dei Gracchi, di Catilina, di Spartaco, e imparare che tiranni ed oligarchi, gli stessi che oggi opprimono il mondo tramite “i Mercati” possono essere combattuti e vinti. Aboliamo il parassitismo di chi vorrebbe distruggere la cultura in nome del profitto. Aboliamo il pensiero liberista, bastoniamo ed allontaniamo chiunque professi e propagandi una società classista e diseguale. Te in primis.

La nostra lotta

DICHIARAZIONE DI RAPPORTI FRATERNI TRA MPL-P101 E M-48

 
La lotta di liberazione delle classi subalterne non ha futuro se queste perdono memoria di se stesse.
Questa lotta esige identità, e questa è data dall’incontro tra idee forti e altrettanto solide radici storiche.
 
Il Movimento Popolare di Liberazione (P101) e l’organizzazione giovanile Movimento 48 si considerano eredi della migliore tradizione di pensiero e d’azione del movimento rivoluzionario italiano. C’è un filo rosso che unisce noi alla generazione che si gettò con ardore nella lotta per l’unità e l’indipendenza dell’Italia, a quella che combatté per evitare l’avvento del fascismo e gli resistette, a quella che armi in pugno combatté per la liberazione nazionale e la fondazione della Repubblica, a quella che successivamente animò il più potente movimento operaio d’Occidente. Al contempo raccogliamo l’eredità della grande ondata delle lotte di liberazione dei popoli oppressi dall’imperialismo. Come sinistra patriottica critico è invece il nostro giudizio sulla “nuova sinistra” post-’68, che in larga parte è finita, seguendo quella “storica”, nel campo nemico.
 
La politica è lotta incessante affinché diventino egemoni determinate idee valori e interessi. Essa implica un atto preliminare: l’individuazione del nemico. Il sistema capitalistico non solo si fonda sull’oppressione del popolo lavoratore e della maggioranza dei cittadini, è strutturato per impedire la loro liberazione. Creando e riproducendo ingiustizie e diseguaglianze sociali questo sistema ha  un carattere antagonistico. Se ad un polo ci sono oppressi a quello opposto ci sono oppressori. Nostri nemici sono queste belve (convinte come sono che noi esseri umani non saremmo che lupi egoisti condannati a sbranarci a vicenda), anche quando si travestono da agnelli.
 
Noi facciamo tesoro della storia di cui siamo figli, fatta di sconfitte e vittorie, di avanzate e ritirate. Abbiamo imparato che merita la fiducia del popolo solo quell’avanguardia umana e politica che tiene fede alla sua promessa di lottare fino alla vittoria finale. Vittoria che consiste nella conquista del potere statale da parte del popolo, vittoria che non si può ottenere senza la più larga e organizzata sollevazione rivoluzionaria. Che il rovesciamento delle classi dominanti sia pacifico, come ci auguriamo, o violento, non è mai dipeso da chi stava sotto bensì da chi stava sopra, che sempre ha dimostrato di non voler cedere privilegi e potere. Quali che siano le modalità e la via che vorremo e dovremo percorrere, la nostra stella polare era e resta una società socialista, libertaria e democratica. Il fallimento dei tentativi sin qui seguiti ci aiuta ad evitare quegli errori ed orrori. Il sosicliamo che vogliamo è descritto a grandi linee nei documenti di P101 “I Dieci comandamenti. Il socialismo che vogliamo” (gennaio 2013) e “ Il socialismo a misura d’uomo, un socialismo per l’Italia” (dicembre 2015).
 
Il carattere antagonistico del sistema viene meglio alla luce nei suoi momenti di sua crisi organica. Organica è la crisi in cui il sistema è entrato da un decennio. Dopo decadi di neoliberismo sfrenato sono aumentate le ingiustizie e le diseguaglianze sociali: ad una minoranza di depravati che concentra nelle sue mani enormi ricchezze e tutto il potere, fa da contraltare l’inasprimento delle tribolazioni di un’ampia maggioranza, la cui sofferenza si manifesta ad ogni livello, fino all’infelicità esistenziale. Il capitalismo iper-finanziarizzato e plutocratico, portata l’umanità verso il baratro di una catastrofe combinata economica, militare ed ecologica, non sembra in grado di fare marcia indietro. L’Unione europea, artefice e frutto amarissimo di questa dissennata finanziarizzazione neoliberista, è ora vittima di questa crisi storico-sistemica, ed è destinata a soccombere. Non dobbiamo agire affinché ciò non avvenga ma, al contrario, lottare per accelerare la sua dipartita. Le nazioni possono e debbono tornare pienamente sovrane, la democrazia ripristinata, il potere consegnato ai popoli.
 
L’Italia è il Paese che ha pagato a caro prezzo la iper-finanziarizzazione neoliberista e l’adesione all’Unione europea. Non ha scampo se non quello di un declino storico, se non esce dalla gabbia, se non riconquista la piena sovranità: politica, istituzionale, economica e monetaria. L’Italexit, la rottura della gabbia dell’Unione europea (e della NATO) che tengono incatenato il nostro Paesi ad un regime di sudditanza, non è per noi solo un auspicio, è un obbiettivo imprescindibile. Esso implica una battaglia paziente ma tenace per contrastare e battere le forze politiche interne che fanno capo all’élite neoliberista e che hanno tutto l’interesse a svendere gli ultimi brandelli di sovranità nazionale. Contro i due blocchi di centro-sinistra e di centro-destra occorre adoprarsi per dare vita ad un terzo polo democratico alternativo. Un terzo polo di massa che punti ad essere una forza motrice della mobilitare i cittadini, che sappia poi costruire un largo fronte popolare senza il quale non otterremo la liberazione nazionale — e senza questa non avremo quella sociale. Di questo fronte, ne siamo sicuri, saranno protagoniste le giovani generazioni, verso le quali occorre rivolgersi in via prioritaria per portarle fuori dal torpore e dall’apatia politica. Il loro risveglio sarà il segnale della rinascita popolare, democratica e nazionale.
 
Su queste basi il Movimento Popolare di Liberazione (P101) e l’organizzazione giovanile Movimento 48, allo scopo di dare seguito all’accordo politico, stabiliscono quanto segue:
 
(1)  svolgere riunioni congiunte regolari dei rispettivi organismi dirigenti e di consultarsi stabilmente per concordare comuni prese di posizione;

(2)  attuare, ogni volta che entrambi lo ritengano necessario, azioni pubbliche congiunte;

(3)  realizzare seminari di formazione politica per i rispettivi militanti;

(4)  pubblicare con regolarità sui rispettivi organi di comunicazione contributi, scritti o filmati dell’uno e dell’altro;

(5)  aiutarsi reciprocamente in caso di bisogno;

(6)  agire di concerto per rafforzare Liberare L’Italia e portare a compimento il suo processo costituente.




Siamo tutti antisionisti

SIAMO TUTTI ANTISIONISTI
Bieca manovra del centro-destra “sovranista” per Washington che in questi giorni sta tentando di imporre l’odioso paradigma sionista, già diventato legge nella Francia dello Zar Macron, che equipara la difesa dell’esistenza e della libertà del popolo palestinese all’odio etnico. Antisionismo non è antisemitismo, e queste manovre non sono altro che l’ennesimo distopico tentativo di impedire la diffusione di un pensiero che non sia in linea con la vulgata imperiale. Nessun odio per gli ebrei o per gli israeliani, ma giusta condanna dei crimini del governo dell’Entità Sionista, che se da un lato opprime i palestinesi, dall’altro umilia i suoi stessi cittadini, costretti ed indotti nel ruolo del volenteroso carnefice.
Per la liberazione dei popoli, contro ogni oppressione.
Palestina libere.
Movimento ’48

Guerra dei dazi: è pace fra Cina e Stati Uniti?

In questi giorni si parla spesso dell’accordo commerciale tra Usa e Cina, mettendo quindi fine alla “guerra dei dazi” iniziata più o meno 2 anni fa.
Va analizzata bene la situazione, perché, anche se in fin dei conti si sta parlando di un semplice accordo, stiamo parlando dei Paesi più sviluppati economicamente al mondo (seppure con molte contraddizioni nel sistema di entrambi).
“Non c’è mai stato nulla del genere nella storia americana” ha detto Trump, osannando le proprie gesta.
In base all’intesa la Cina si impegna ad acquistare ulteriori 200 miliardi di prodotti e servizi americani, a non lanciarsi in svalutazioni della propria valuta. Gli Stati Uniti dal canto loro si impegnano ad evitare di aumentare i dazi.
Le reazioni invece? Wall street immediatamente in rialzo (Dow Jones sale dello 0,49%, Nasdaq dello 0,18%, S&P utilities 1,44%), confermando che sempre di più il coltello dalla parte del manico, dal punto di vista economico, lo ha la Cina.
I dazi finora imposti alla Cina hanno sempre lasciato quest’ultima illesa, facendo invece cadere in recessione, paradossalmente, il suo vicino Giappone e addirittura l’Europa.
E mentre Trump si impegna ad evitare i dazi con la Cina, l’Unione Europea è ancora nel mirino del protezionismo americano; si prevedono quindi relazioni più “fredde” e distaccate.
C’è da dire, però, che Trump ha anche affermato che i dazi per ora rimarranno, per fare leva quindi sulla Fase II dell’accordo.
Intanto Xi Jinping cerca di rallentare l’arrivo alla Fase II, rendendosi probabilmente conto che questa è più che altro una tregua tra i due avversari, e che continuando gli accordi gli Stati Uniti ne uscirebbero più rafforzati della Cina (perché favoriscono più la prima).
Insomma, viste le prossime elezioni negli Usa non si può non pensare che tutto questo sia semplicemente campagna elettorale di fine mandato, un po’ come l'”uccisione” di al baghdadi e il vigliacco omicidio del generale Soleimani; tutto questo è utile per “metter una pezza” sugli errori di Trump in questi 4 anni in politica ed economia interna, rifacendosi una buona reputazione per i mercati e per gli alti uffici dell’oligarchia plutocratica statunitense.
Molto probabilmente, quindi, una volta fatte le elezioni (e mettendo caso che Trump vinca di nuovo), gli accordi con la Cina verranno stracciati senza averci rimesso niente, anzi guadagnandoci, visto che i dazi saranno rimasti e in cambio la Cina avrà importato più prodotti e servizi dagli Usa.

Ritornando alla dichiarazione di Trump che abbiamo citato all’inizio, “non c’è mai stato nulla del genere nella storia americana”.
Sarà proprio così?
In verità ci sono stati diversi accordi ben più importanti di questo recente, si pensi ad esempio al NAFTA.
Proprio il NAFTA, però, si stava ormai sgretolando col tempo (ha già suscitato proteste dall’inizio della sua esistenza, nel’94, dando un motivo in più ai Zapatisti in Messico per insorgere), e con l’amministrazione Trump si rischiava di farla morire del tutto.
Ci si aspettava quindi che nel giro dei prossimi 1-2 anni l’accordo avrebbe cessato di esistere; Trump ha pensato bene a rinnovarlo (garantendosi quindi, nel caso vincesse le elezioni, una situazione di nuovo stabile con i due Paesi confinanti).
Il nuovo patto trilaterale si chiamerà Accordo Stati Uniti-Messico-Canada (Usmca). Il presidente Usa Donald Trump si è affrettato a definirlo “un fatto storico per la nazione americana e per il mondo” perché in grado di favorire – a differenza del passato (almeno lo ha ammesso, visto gli effetti evidenti ed incontestabili che ha avuto questo patto a favore degli Usa negli ultimi 30 anni) – equità e reciprocità nelle relazioni commerciali tra Paesi. La dovremmo prendere quindi per verità? Qualunque patto commerciale proposto dagli Stati uniti equivale ad un patto col diavolo: a breve termine potrebbe apparire un patto favorevole a tutti, ma a lungo andare ha sempre un giroconto dietro.
Questo patto non fa che favorire l’industria automobilistica Statunitense: uno dei tanti punti afferma ad esempio che verrà alzata al 75% (rispetto al 62,5% esistente) la quota di quanto si dovrà produrre all’interno dei Paesi del Nafta per poter poi vendere un’automobile libera dai dazi.
C’è inoltre un altro aspetto che ci fa capire la natura temporanea del patto stipulato con la Cina: l’inserimento di una speciale clausola – fortemente voluta dai negoziatori americani – che conferisce a ciascuno dei tre partner un vero e proprio potere di veto sulla possibilità per gli altri due di avviare negoziati per accordi di libero scambio con un Paese a economia “non di mercato”, e, quindi, con la Cina.
Dopo mesi di aspri confronti con i due partner del Nafta, l’Amministrazione americana vuole cercare di spingere entrambi i Paesi a schierarsi dalla sua parte nello scontro con la Cina, battendo quindi la strada alla seconda fase della guerra commerciale con la Cina, che si è ormai spinta oltre all’economia viste le ingerenze che abbiamo potuto vedere ad Hong Kong e anche in Uyghuristan.

“Cari compagni italiani”

Pubblichiamo questa lettera apparsa poche ore fa sui siti di Marx21 e su l’Antidiplomatico.

Cari compagni italiani,

siamo lavoratori italiani che vivono in Francia. Siamo militanti del sindacato di classe francese, CGT, la Confédération Générale du Travail.

Da oltre un mese, dal 5 Dicembre, ci sono mobilitazioni e scioperi contro la riforma delle pensioni del Governo Macron. Oltre un mese in cui i trasporti sono bloccati, in cui lavoratori dormono al fuoco dei copertoni nei depositi degli autobus, nelle centrali elettriche, nelle raffinerie, nei porti. Ma anche un mese in cui si sono mobilitati lavoratori che non lo avevano mai fatto prima: gli avvocati sono in sciopero, con il loro sindacato e sostenuti da tutto l’ordine; i lavoratori della cultura, che hanno bloccato i teatri e che si esibiscono gratuitamente in strada a sostegno del loro sciopero e di quello di tutti gli altri settori. Ma anche scuole, poste, ospedali, in mobilitazione da oltre un anno. O le lavoratrici a cottimo degli hotel, che scioperano da oltre sei mesi.

Tutto questo non è ovviamente solo uno sciopero contro una delle tante contro riforme delle pensioni. E’ una tenace resistenza contro la cancellazione del progetto di società uscito dalla Resistenza al nazismo, che prevedeva per tutti un sistema di protezione sociale che permettesse una vita sicura, lontano da povertà economica e culturale, da fame, angoscia e paura.

Quello a cui assistiamo non è solo uno sciopero. E’ uno sconvolgimento totale della società, un evento che cambia la propria vita e che segnerà il futuro sociale di questo paese. E’ uno sciopero tra i più lunghi, più lungo di quello del 1995, che bloccò la Francia, più lungo di quello del ‘68, forse la più grande mobilitazione dei lavoratori in Europa da quella dei minatori contro la Tatcher. E’ la prima grande risposta dei lavoratori europei alla crisi cominciata 10 anni fa.

Nonostante i disagi, tutti i sondaggi continuano a mostrare un grande sostegno agli scioperi. Anche i sondaggi fatti con domande talmente contorte pur di suggerire la risposta giusta, falliscono e mostrano percentuali ben oltre il 50% a favore degli scioperanti. La partecipazione agli scioperi, dopo la pausa natalizia, è ricominciata ed è fortissima, giovedì eravamo oltre un milione e settecento mila. Una pausa natalizia che non c’è stata per tutti quei lavoratori che da oltre un mese scioperano ad oltranza e che non hanno fatto alcun Natale e alcun Capodanno e che non hanno ricevuto nulla come stipendio a Dicembre e che non riceveranno nulla neanche a Gennaio. Due mesi senza stipendio, niente regali per i figli, niente cenone. La tredicesima è servita a partecipare allo sciopero e alcuni hanno fatto debiti per continuare a resistere.

La solidarietà è stata forte, a dimostrazione del sostegno che hanno questi eroici lavoratori. La cassa nazionale di sostegno allo sciopero è arrivata in un mese a oltre due milioni di euro, e altre casse locali sono state create a sostegno dei lavoratori, come quella di Parigi che ha raggiunto in pochi giorni i 100’000 euro. Questi soldi non sono stati donati da chissà chi. Sono stati donati da persone come noi, che arrivano a fine mese e basta, da mamme single, da anziani con la pensione sociale, da disoccupati, da interinali, da lavoratori immigrati, dai fattorini e da tantissimi che hanno dato quanto potevano per sostenere chi sta lottando anche per loro. Si tratta di piccole donazioni, di 10 o venti euro, di 5 euro, a volte anche di uno solo.

Per noi, quali militanti sindacali, ha significato vivere qualcosa che non avevamo mai conosciuto in Italia e che marcherà la nostra vita politica e personale. Significa una mobilitazione continua, per organizzare gli scioperi nelle nostre aziende, ma anche per sostenere chi fa uno sciopero ad oltranza come nei trasporti e nelle ferrovie. Significa dimenticare ogni altra cosa e partecipare e vivere e contribuire a un grande momento di solidarietà e resistenza. Di quelli che in Italia non vediamo da decenni e che avevamo ascoltato solo dai racconti dei nostri genitori e dei nostri nonni.

Cari compagni italiani, già un mese fa scrivemmo una lettera a tutti voi, chiedendo solidarietà. Questa nuova lettera non la firmeremo, come l’altra, con la sigla del partito a cui apparteniamo. E non la tradurremo, come abbiamo fatto per l’altra, perché vogliamo che resti tra noi, che non giri sulla rete.

In questo mese, tramite i social e qualsiasi altro mezzo a nostra disposizione, abbiamo fatto quanto avevamo promesso: abbiamo passato le giornate a condividere quanto avveniva qui. Foto, video, articoli di giornale, le nostre esperienze. Lo abbiamo fatto di nascosto durante il lavoro, rischiando il licenziamento. Lo abbiamo fatto in diretta, dalle manifestazioni a cui partecipavamo. Lo abbiamo fatto perché volevamo dare speranza ai nostri compagni italiani, che vivono in una situazione sociale estremamente difficile. Le notizie che vi inviavamo, speravamo potessero sollevarvi, rincuorarvi. Speravamo e volevamo che diventassero una bandiera da sventolare, per dare una speranza a quanti vi sono vicini, per spronare sindacalisti pigri, per mobilitare partiti spesso ripiegati su se stessi e privi di spirito militante. Ci aspettavamo anche una solidarietà da portare ai nostri compagni francesi che lottano con noi. Per non sentici soli, per non farli sentire soli. Avevamo chiesto piccole donazioni di sostegno, anche solo un euro. O una lettera di vicinanza da scrivere alla CGT, e ci siamo resi disponibili a tradurla se necessario. O una manifestazione all’ambasciata francese, una foto con i propri compagni di sindacato, una cena di sostegno fatta dal proprio partito, associazione o circolo. Eravamo pronti a mettere tutto quel che potevamo per aiutare a risollevare un po’ la situazione italiana.

In verità, dopo un mese, ci sentiamo più soli di prima. L’unica cosa che è arrivata è stato un magro comunicato della CGIL nazionale il 5 dicembre, primo giorno di sciopero. Poi più nulla. Abbiamo cercato su tutte le pagine della confederazione, dei suoi mezzi di comunicazione, sui social, nelle pagine delle correnti interne. Non c’è nulla. Come se non esistessimo. Come se questi lavoratori non ci fossero. Un comunicato e null’altro. E la situazione non cambia per i sindacati di base. La cosa è ancora più sconfortante per i partiti e i movimenti italiani.

Quando abbiamo provato a sollecitare alcuni compagni italiani, invitandoli a sostenere gli scioperi, a fare circolare le notizie, ci siamo scontrati con una passività totale. Una passività stridente con tutto quanto stiamo vivendo qui. Nonostante quanto abbiamo fatto in un mese per cercare di fare circolare le notizie, i video e le foto, nulla è arrivato in Italia. Non ha suscitato nulla, e tutti hanno continuato a dibattere delle solite cretinate come i diti medi a Salvini o della famiglia reale inglese. E’ prioritario dibattere se Craxi era un ladro o uno statista rispetto al sostegno a lavoratori che scioperano da oltre un mese?

Molti hanno ripreso per ben due volte una falsa notizia Ansa per cui gli scioperi sarebbero finiti perché il governo rinunciava ad alzare l’età della pensione. La notizia circolò una prima volta a dicembre e di nuovo sabato scorso. Falsa nei due casi e a nulla è valso il nostro impegno per smentirla. Domani si sciopera di nuovo, ma questo è incomprensibile in Italia, talmente siamo abituati alle capitolazioni senza combattere.

La vera risposta sarebbe stata uno sciopero di solidarietà. Ma conosciamo la situazione italiana. Sappiamo che non ci sono le condizioni per questo oggi. Ma, come detto, oggi ci sentiamo soli, molto più soli, perché privati non solo del sostegno di tanti lavoratori italiani, ma perché privati della speranza che in Italia ci possa essere un cambiamento a breve e che questo possa partire da sinistra.

Noi continueremo a fare il nostro lavoro, quello di italiani militanti sindacali e politici in Francia. Continueremo a partecipare e organizzare le mobilitazioni e gli scioperi e continueremo a informare chi è rimasto in Italia su quanto avviene qui. Non possiamo fare altro, è tutto quello che possiamo fare. Questa lettera è un ulteriore appello nella speranza che quanto facciamo, che quanto avviene qui, possa aiutare i compagni italiani a uscire dalla situazione in cui si trovano. Che possa mostrare che in un paese non troppo diverso, a pochi chilometri dall’Italia, tutto quanto stiamo mostrando è possibile, e che quindi anche in Italia ci si può riprovare. Altrimenti continuerà il teatrino tra Salvini e le sardine, tra la Meloni e Zingaretti.

Concludiamo questa lettera con lo slogan che viene intonato a tutte le manifestazioni. Lo facciamo perché pensiamo che rappresenti bene quello che sta avvenendo qui. Perché fa capire cosa muove un semplice lavoratore a rinunciare alle feste, ai figli, allo stipendio, al voler resistere un minuto in più del governo e dei padroni. E se pensate che tutto questo avvenga per 10 euro di pensione in più tra vent’anni vi sbagliate di grosso:

“On est là, on est là !

Même si Macron ne le veut pas, nous on est là !

Pour l’honneur des travailleurs et pour un monde meilleur !

Même si Macron ne le veut pas, nous on est là !”

[Noi ci siam! Noi ci siam!

Anche se Macron non vuole, noi siam qui!

Per l’onore dei lavoratori e per un mondo migliore,

anche se Macron non vuole, noi ci siam, noi siam qui!]

Lorenzo e Alberto

La lotta paga

LA LOTTA PAGA
Nuova luce arriva dalla Francia: Il liberista Macron ha ritirato la sua riforma pensionistica dopo settimane intere di sciopero generale e più di un anno di mobilitazione continua dei Gilet Gialli. La lotta paga, è bene che tutti prendano nota: solo tramite l’impegno ed il sacrificio il popolo francese è riuscito a respingere un vergognoso attacco alla sua vita, impedendo l’alzamento dell’età pensionabile. Ovviamente silenzio, quando non borghese condanna, dei metodi usati e dei risultati ottenuti da parte dei lavoratori d’Oltralpe. Silenzio anche dai sindacati, che accolsero la legge Fornero, assolutamente più grave di ciò che era proposto in Francia, con un paio d’ore di sciopero simbolico. I fatti parlano: il sindacalismo conflittuale vince, quello istituzionalizzato e neo-corporativo si rivela strumento delle classi possidenti.
Viva la Francia ed i suoi lavoratori, viva la lotta dei tanti contro i pochi.