Elementi di teologia salviniana

Come nascondere a te stesso e a coloro che ti seguono l’assoluta contraddizione fra le posizioni sostenute idealmente e quelle supportate nella prassi? Semplicemente chiamando in causa sempre più improbabili “strategie”! Da quando la Lega con Salvini ha retoricamente abbandonato i propositi secessionisti per darsi al progetto “sovranista” si sono moltiplicate le schiere di coloro che vedono nel padano amante delle felpe una figura messianica, un moderno redentore che sa però farsi volpe, colpire “il sistema” dall’interno, furtivo come un ninja. Da qui ogni sparata palesemente europeista di Matteo Salvini diviene non una prova contraria, ma anzi un rafforzamento delle tesi imbelli che se da un lato riescono nell’impresa di mantenere assieme credibilità e ruolo, dall’altra evitano ad una parte consistente dell’elettorato un’amara presa di coscienza. Draghi presidente della Repubblica? “Why not?”. Scudo fiscale per le multinazionali che avvelenano, umiliano e ricattano il popolo? Ma certo, così si “difende il lavoro”. Ed ecco avvenuto il miracolo eucaristico difronte a tutti i suoi fedeli: lo schietto europeismo è diventato “sovranismo”, il servilismo nei confronti dei capitalisti diviene amore per il popolo minuto, mentre il patriottismo è creato a partire da progetti secessionistici. Basterebbe un semplice ragionamento, un bambino che gridi “il re è nudo!”, ma nulla, tutto si perde nella misticità dell’attimo, fra una felpa recante il nome di un piccolo comune e la condivisione virtuale dei pasti. Basterebbe alzare gli occhi, capire che i “pieni poteri” sono antiteci alla democrazia tanto quanto il potere fisiocratico dei ricchi, che i manganelli stanno alla sicurezza quanto il fuoco ad una casa di legno, ma meglio tenerli chiusi a sgranare il rosario: forse, riaperti un giorno, ci si troverà nel Paradiso Terrestre.

Comunicato di “Liberiamo l’Italia”: riprendiamoci l’acciaieria di Taranto

A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale». Art. 43, Costituzione della Repubblica Italiana

Nazionalizzzazione, bonifica, decarbonizzazione

“Dare in affitto” per poi consegnare la ex-ILVA di Taranto alla multinazionale Arcelor Mittal è stato un gravissimo errore, ultimo atto della svendita sistematica dei beni pubblici operata da governi e politicanti venduti al grande capitalismo, il tutto in ossequio dell’ideologia liberista per cui “pubblico brutto, privato bello”.

Quello dello “scudo penale” si va rivelando solo un pretesto. Nell’incontro col governo, la multinazionale franco-indiana ha svelato le sue vere intenzioni: dimezzare le maestranze per poi smembrare e infine dismettere l’acciaieria.

E’ vero che essa inquina, che è causa di patologie mortali nei quartieri adiacenti di Tamburi, Paolo VI e Borgo. E’ vero che l’impianto va sottoposto a bonifica e ristrutturazione.

E’ Possibile? Si lo è, decarbonizzando gli altoforni e alimentandoli a gas o elettricamente — ciò che del resto accade in molte altre acciaierie — e automatizzando i reparti più obsoleti e pericolosi, salvaguardando dunque la salute degli operai e dei tarantini.

Nessuna multinazionale, nessun privato, dati i costi, lo farà mai, tanto più in tempi in cui c’è sovrapproduzione mondiale di acciaio e di calo dei prezzi.

Si deve tornare al controllo pubblico dell’acciaieria, se necessario nazionalizzandola, affinché lo Stato si faccia carico della bonifica e della decarbonizzazione — e che non accada più che, dopo aver rimesso in sesto gli impianti, essi vengano riconsegnati ai privati in base al criterio liberista “socializzazione delle perdite e privatizzazione degli utili”.

Sbagliata sarebbe invece la cosiddetta “riconversione” che implicherebbe cessare la produzione di acciaio e dismettere la fabbrica.

L’acciaio è infatti indispensabile all’economia italiana tutta, a meno che non si pensi di continuare il processo di de-industrializzazione in atto, o fare dell’Italia una zona di spaccio per multinazionali straniere. La sovranità industriale, assieme a quelle monetaria, alimentare e tecnologica, è indispensabile. Senza di essa il nostro Paese diventerebbe succube delle multinazionali e preda delle loro politiche di rapina.

Mentre denunciamo le destre cosiddette “sovraniste”, che si sono fatte paladine del ricatto e degli interessi della multinazionale, chiediamo al governo non solo di respingere il ricatto della Arcelor Mittal, chiediamo che compia il solo atto sovrano e decente: portare la ex-ILVA sotto controllo pubblico, nazionalizzandola se necessario. E che questo atto assicuri il diritto della maestranze di eleggere propri delegati di fiducia nel consiglio di amministrazione.

Il blogger e i complotti massonici

Francesco Amodeo, già “noto” per aver attaccato l’uso della bandiera del CLN alla manifestazione “Liberiamo l’Italia” dello scorso 12 ottobre per evidenti simpatie nazi-fasciste, ne ha sparata un’altra delle sue, questa volta andando a ripescare dal repertorio neoborbonico. L’accusa che muove in prossimità del 4 novembre è l’eterodirezione giudaico-massonica dell’Unificazione. Nel suo lineare quanto idiota ed ignorante ragionamento poco importano i fatti storici: l’esilio e la condanna a morte di Mazzini, il suicidio in galera di Jacopo Ruffini o i colpi sparati dal Regio Esericito contro Garibaldi e i suoi uomini non sono altro che una fandonia, una maschera per coprire un meschino complotto ai danni del glorioso Regno Duosiciliano, che come è noto ad ogni complottaro rispettabile fu stato aperto, tollerante ed economicamente avanzato. Il signor Amodeo, riciclatosi come fusaride, dovrebbe spiegare come un Regno potentissimo come quello Borbonico si sia squagliato al Sole quando attaccato da un migliaio di volontari inesperti e privi di mezzi, e ancor più come mai Garibaldi venne visto come un eroe popolare spesso contrapposto a V.E. II soprattutto al sud, come testimonia l’ottimo saggio di Eva Cecchinato, ben più attendibile del bufalaro Amodeo, “Camicie Rosse. I garibaldini dall’Unità alla Grande Guerra”. Dovrebbe spiegarci anche il certosino smembramento dell’Esercito Meridionale ad opera del neonato Regno d’Italia, forse non così in combutta coi garibaldini…ma soprattutto dovrebbe spiegarci come possa il rivolgersi ad una banca (peraltro in affari con ogni altro stato europeo, Duosicilia inclusa) costituire indizio di connivenze con non meglio specificati complotti internazionali. Rimandiamo all’articolo degli amici di Sollevazione, i quali ci hanno preceduto nello smentire le balle del blogger

https://sollevazione.blogspot.com/2019/11/la-fesseria-di-francesco-amodeo-di.html?m=1

4 novembre: nazione, democrazia ed emancipazione sociale

Oggi più che mai la questione nazionale, l’unità del popolo e la sua emancipazione politica rimangono temi di grande importanza ed attuali. È infatti tappa fondamentale del percorso di liberazione degli uomini l’indipendenza e l’unità della loro comunità nazionale, progetto antitetico rispetto ad ogni mira oligarchica e reazionaria. La comunità nazionale, una fra le molte comunità delle quali l’individuo e parte e grazie alle quali è definito, deve sempre godere di considerazione, sia in sé che come punto d’arrivo che di partenza. È infatti la Nazione l’insieme in cui le varie comunità locali sublimano, ed è dalla Nazione che si può partire per costruire un pensiero che sia internazionale.

La sua costruzione, come ogni fine di un moto comunitario, è stato un percorso all’insegna degli ideali democratici, repubblicani e socialisti, anche se declinati in diversi modi. Da Buonarroti a Pisacane, passando per Mazzini, Garibaldi, Saffi e Mameli: questa fu l’Italia, questi furono i veri patrioti. La Nazione, realtà comunitaria e fraterna, mal si presta ai valori e agli ideali reazionari, siano essi monarchici piuttosto che liberali. Di fatti, i vari governi che dal 1861 in poi hanno di fatto oppresso la nazione italiana attraverso modelli politicied economici gerarchici non hanno saputo che richiamarsi ad essa in maniera retorica, appropriandosi di una causa non loro, ossia quella del popolo. L’Italia Turrita, ammantata dal tricolore ma sfregiata dallo stemma sabaudo si presta bene ad esemplificare lo stato in cui, per colpa della dinastia d’oltralpe, l’Italia ha soggiaciuto per decenni: uno stato di sottomissione ed imposizione.

La Grande Guerra, momento d’indubbia importanza storica, avrebbe potuto segnare la fine dell’ordinamento monarchico-liberale, e l’instaurazione di un sistema democratico. Ma mentre in Russia sorgeva la rivoluzione, a cui faceva eco la Germania, in Italia ogni movimento rivoluzionario, sia per contrasti interni, sia per “purismo”, sia per debolezze contestuali, veniva messo a tacere dall’avvento del Regime Fascista, che seppe retoricamente coinvolgere molti strati della popolazione, propagandandosi come movimento “nazionale”, ma mettendo in pratica un progetto profondamente oligarchico ed antidemocratico. Pensiamo agli Arditi del Popolo, che isolati seppero condurre una lotta patriottica e socialista contro le milizie fasciste, o ai successivi volontari in Spagna, eredi della tradizione garibaldina, che combatterono al fianco della Repubblica assediata.

Fu poi durante la Resistenza che si rinsaldò il connubio fra Nazione ed emancipazione sociale che era stato scisso da decenni di retorica e propaganda. Vinti gli occupati, le elezioni del ’48 diedero in maniera poco limpida la vittoria nuovamente a forze reazionarie, ossia quelle liberali democristiane, che continuarono l’antica tradizione di coprire sotto il vessillo del popolo italiano le loro repressioni, i loro complotti, i loro maneggi.

In Italia, nazione occupata ancora oggi da uno stato imperialista, si verificò nella seconda metà del ‘900 il fenomeno dell’ostilità nei confronti del concetto di “Patria”, interpretato erroneamente come reazionario. Ciò non fu solo frutto dell’errore di certa sinistra, ma il frutto di una premeditsta campagna d’appropriazione che mirava a sottrsrre al popolo italiano il suo particolare vessillo, a spacciare per reazionario ciò che per contenuto intrinseco è profondamente rivoluzionario. Oggi, nel 2019, è importante riscoprire il valore dell’unità nazionale, il valore della comunità incarnata nella Nazione, che ad essa non si limita ma anche da essa viene espressa. Nazione non è egoismo, ma fratellanza, è la via verso l’Umanità. Chiudiamo questo breve pensiero con le parole di due grandi italiani, entrambi liguri, che combatterono per l’emancipazione dell’uomo e dell’Italia, Giuseppe Mazzini e Sandro Pertini:
“La Patria è la casa dell’Uomi libero, non dello schiavo”
Giuseppe Mazzini
“Eleviamo in questo giorno il nostro pensiero a quanti combatterono e si immolarono per l’indipendenza e per la libertà, ai caduti della resistenza, a tutti i nostri fratelli che sacrificarono la vita per tali altissimi ideali: è una schiera innumerevole e gloriosa che ci guida nel nostro cammino, presente tra noi, vivente dell’esempio che ci ha trasmesso. Da loro traiamo auspici per il futuro, nella fierezza di esserne eredi, nella consapevolezza degli ardui impegni che ci attendono.”
Sandro Pertini

Spagna e Catalogna

Le immagini che si susseguono dalla Catalogna dovrebbero far molto riflettere su quanto il governo spagnolo sia antipopolare e antidemocratico, impregnato tutt’ora dell’eredità franchista che non è stato possibile spazzar via con un semplice passaggio dinastico. Le forze dell’ordine ricalcano il ruolo dei militari golpisti, reprimendo e massacrando una popolazione che dovrebbero invece difendere. Tutto ciò non è un fatto isolato bastino le prese di posizione del governo spagnolo, a partire da quello che pensa riguardo all’attacco fatto a danno dei Curdi, e per cui l’UE è rimasta indifferente, al supporto del governo liberista di Moreno e l’appoggio ai terroristi in Venezuela.

Giovine Italia si schiera al fianco di tutti gli iberici che sognano un altro modello di stato e di società, un modello che sia sì fondato sull’unità, ma da liberi uomini e popoli, in seno ad una repubblica democratica, popolare e federale. La Spagna può e deve andare avanti unita, con un popolo raccolto sotto un’unica bandiera, che crede nell’unità del proprio Paese e nel suo riscatto, ma tutto questo non può partire da questo governo e soprattutto da una monarchia. Giovine supporta il modello repubblicano, dove per esso non si intende solamente una forma politica, ma una dimensione morale, economica e sociale diametralmente opposta a quella vigente tanto in Spagna quanto nel resto dell’Occidente. Dunque il popolo spagnolo deve lasciarsi alle spalle la monarchia e i Borboni e guardare a questa nuova forma di governo. La strada non sarà facile, ma il primo passo da fare, ed è quello che ogni popolo europeo dovrebbe fare se crede nella libertà e nella gloria della propria Patria, è quello di distruggere l’UE che non unisce ma anzi divide.

La battaglia, giusta e sacrosanta, per la sovranità popolare e democratica non sia presa come paravento da forze reazionarie per nascondere dietro belle parole d’ordine la propria semina di zizzania fra e dentro ai popoli. Il nemico del barcellonese non è il madrileno, pensare questo è o sintomo di ignoranza o indizio di manifesta malizia. Ad ogni popolo la sua sovranità, ma che nessuno si frapponga all’unità di questi in seno all’Umanità.

Abbasso tutti i padroni, viva popoli europei che lottano per la loro libertà!

“Che rivoluzione abbiamo alle porte?” dal blog di Sollevazione

Degno erede dei padri fondatori»ì”, “l’uomo che tiene alto il sogno europeo”, “Colui che ha salvato l’euro”.

“C’è molto di più”, scrive tuttavia Repubblica, nella cerimonia svoltasi a Francoforte con cui Draghi ha lasciato il testimone alla Lagarde.

Sì, c’è molto di più.

La cerimonia, presenti tutti i primi ministri ed capi di stato dell’Unione è stata la più plastica raffigurazione di cosa essa sia: una confederazione slabbrata di regni e feudi il cui principale collante è la moneta unica, di qui la figura del banchiere centrale come reale imperatore. 

Spesso, per raffigurare il sistema neoliberista globale e individuare i membri della sua cupola pensante e strategica, si è ricorsi all’analogia storica con la Chiesa cattolica durante il Medioevo. Un nuovo clero si è scritto spesso, un ordine sacerdotale, con in cima una vera e propria curia. La cerimonia dell’altri ieri è stato infatti come un vero e proprio conclave, l’adunanza solenne con cui cardinali scelgono il Papa. Il super-banchiere non solo come imperatore, ma Papa allo stesso tempo, anzi uno stregone dai poteri straordinari e salvifici poiché in grado di padroneggiare le facoltà magiche di quel mistero che è la moneta.

Ciò che accade, detto per inciso, anzitutto nell’Unione europea, a dimostrazione che quest’ultima, del sistema neoliberista globale rappresenta la sua più avanzata depravazione bancocratica e finanziarista. A dimostrazione di una specie di circolare “eterno ritorno”, di una ripetizione di ciò che l’Europa ha già vissuto. Più il capitalismo avanza, ovviamente in nome del progresso, più esso sembra invece condannato a ricalcare un ordine politico e di classe piramidale di tipo feudale.

Io non so se si attagli a questa configurazione destinale la categoria di “capitalismo assoluto”. Quale che sia il nome che vogliamo dare all’ordine di cose esistenti, una cosa è chiara, esso non è solo post-democratico, esso è per sua natura anti-democratico.

Qui ci spieghiamo le fortissime spinte popolari e “sovraniste” che si fanno largo in Occidente e soprattutto dentro l’Unione europea. A dispetto del colore politico che esse assumono, la loro sostanza è intimamente democratica.

La rotta di collisione tra quest’ordine neo-feudale e le spinte “sovraniste” dei popoli è ineluttabile. Quale potrà essere l’esito di questa collisione? Sarà una rivoluzione popolare che come uno tsunami spazzerà via l’ordine di cose esistenti e con esso la sua onnipotente casta clericale di bancocrati.

Un nuovo 1789 più che un altro 1917.
Nessun dorma.

Articolo originale: https://sollevazione.blogspot.com/2019/10/che-rivoluzione-abbiamo-alle-porte-di.html?spref=fb&m=1

Gattopardismo all’umbra

Risultato prevedibile in Umbria, con la destra che ottiene percentuali bulgare sbaragliando sia un Partito Democratico diviso e masochista che un Movimento 5 Stelle soggetto a massicce diserzioni per l’accordo di governo. La coalizione di destra, identica contenutisticamente rispetto a quella della “sinistra” liberale, ha vinto principalmente per la dissimulazione: forza negativa nei confronti dell’assetto politico, vicina ai cittadini, contro i “poteri forti” e per la sovranità. Ovviamente si tratta di una maschera funzionale al consolidamento del proprio potere in un’ottica di restaurazione bipolare della politica italiana. Come per le elezioni del 4 marzo, possiamo individuare una grande fascia di cittadini in buona fede che ancora cerca, senza trovarlo, un reale cambiamento, che non può essere limitato a una vaga “sicurezza” o alla polemica sul ripieno dei tortellini. La creazione di un fronte popolare di lotta, slegato dal clientelismo elettorale e dai vari interessi, è l’unica strada per il cambiamento, che deve essere la drastica redenzione dei rapporti di forza economici e politici. Chiudiamo con una previsione: gli umbri presto si troveranno con la sanità in mano agli Angelucci, sponsor della destra liberale.

Un milione a Santiago contro la dittatura

Immagini commoventi quelle che da ieri affluiscono sulla rete riguardo alla colossale manifestazione dei cittadini cileni a Santiago. Più di un milione di manifestanti hanno bloccato la città come atto di protesta contro la violentissima repressione ad opera del nostalgico di Pinochet Piñera che ha già causato decine di morti e centinaia fra feriti e violentati, e contro il totale silenzio mediatico in atto. Se per ogni sassata tirata dai rampolli dei quartieri alti del Venezuela aveva risonanza mondiale, poco o nulla si sa delle manifestazioni in Cile, manifestazioni patriottiche e democratiche che da mesi contestano il sistema liberista, figlio della scuola dei “Chigago Boys” che ha reso il Cile uno dei paesi con più marcate disuguaglianze, dove persino acqua e pensioni sono gestite da privati speculatori. La prova di coraggio del popolo cileno è destinata a fare la storia e, in attesa di poterci unire a loro nella lotta nella nostra Italia, salutiamo queste donne e questi uomini che sfidano piombo e manganelli per tenere alta la bandiera della libertà.

L’alba di una nuova primavera

La storia sembrava finita. Lo dicevano dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica e del relativo blocco, lo speravano, speravano di poter dare inizio al loro incontrastato Impero millenario. Si sono dovuti ricredere, si stanno ricredendo e si ricrederanno. Mezzo mondo è in fiamme. Haiti, Colombia, Palestina, Ecuador, Cile, Honduras, Libano, Catalogna, Iraq, Francia, Sudan, Perù: ogni giorno nuovi scontri, nuovi morti, nuove battaglie, tutte unite da un filo conduttore ben preciso, ossia la rivolta ad un sistema socio-economico e morale che si è imposto ai popoli e contro di essi, un regime internazionale che a colpi di dissoluzione degli organi democratici, austerità e culto del profitto ha oppresso per fin troppo tempo l’Umanità. Siamo difronte agli esordi di una nuova Primavera dei Popoli. Il contagio rivoluzionario è possibile oramai, e non solo nelle periferie del sistema capitalista, ma all’interno del suo stesso cuore, l’Occidente autocratico e liberista. Anni di tensioni sociali rimaste latenti sono finalmente sul punto di scoppiare, alimentate dalla cupidigia di classi dirigenti inette e prone agli interessi dei gruppi lobbistici. Certo, non è detto che le proteste di questi giorni riescano ad avere uno sbocco che non sia solamente negativo, ossia riescano a produrre una modifica reale dello scenario politico e sociale, ma sono importanti segni della vitalità dei popoli. Tutte queste singole esperienze sono da contestualizzare in un più grande contesto di una lotta sociale e morale fra due schieramenti contrapposti, quello dei popoli e quello delle cosche che su di essi vorrebbero regnare. Occorre comprendere che non esiste un terreno neutro, che la presa di posizione è obbligata, e la negazione di ciò comporta anzi una scelta di campo ben precisa. Condannare qualche vetrina in frantumi o una macchina data alle fiamme è quanto di più meschino si possa fare oggi, sintomo non solo di totale ignoranza politica e della situazione contingente, ma anche di un’interiore malizia ben più grave di qualsiasi fraintendimento. Al posto di condannare i movimenti patriottici e democratici di liberazione che spontaneamente stanno sorgendo si dovrebbero anzi ammirare, e cercare di sfruttarne la risonanza per suscitarne l’emulazione. L’Europa, instupidita da decenni di propaganda liberista, è forse uno dei terreni più difficili, ma è anche il teatro di feroci contraddizioni, basti pensare alle cure chemioterapiche sospese in Grecia per mancanza di fondi e la sempre maggiore concentrazione della ricchezza. L’Europa ha bisogno di dar fuoco alla minaccia. I Gilet Gialli sono stati un inizio di ciò, inizio ancora imperfetto e segnato all’interno da divisioni forse irrisolvibili che ne pregiudicano l’azione, ma occorre ora che il movimento si espanda. Ovviamente a tentare di impedire ciò stanno tutti i vari “populisti”, che da Salvini all’AFD tedesco passando per la Le Pen intercettano il dissenso e propongono soluzioni di compromesso o puramente estetiche, ma ciò non può durare per sempre. L’unica strada per l’emancipazione è la lotta di popolo, prima si capisce questo prima si potranno abbandonare capitani e filosofi da salotto al loro destino.

Come la chiesa tenne sotto scacco il potere borghese italiano

Dopo l’unificazione italiana, e la mancata esecuzione del pontefice Pio IX, il Vaticano si considerò “prigioniero politico” di uno stato, il Regno d’Italia, che non riconosceva. Anzi, invitò tutti i cristiani che vivevano su suolo italiano a non partecipare né alla vita politica, né di unirsi a sindacati socialisti,andando in primis contro i fedeli i quali, spesso, erano povera gente che veniva vessata.
Facciamo un piccolo passo indietro.
Sì, perché il “Sillabo”(pubblicato nel 1864 da Pio IX) condannava tutto ciò che potesse essere considerato eretico:”l’ateismo, il Socialismo, il Comunismo”. Ma non si fermò solo a questo; infatti nel 1870 il Papa con il “non expedit” vietó a tutti i credenti di votare. Pio IX, dunque, attraverso la questione romana teneva sotto scacco il Regno d’Italia, privandolo di un grande numero di elettori (va detto, però, che non vi era suffragio universale). Insomma un ricatto di quelli che potremmo vedere oggi con Atlantia, detentrice di Autostrade per l’Italia : se mi togli la concessione non ti aiuto a salvare Alitalia. Lo stesso a quei tempi: ” se non mi riconosci un territorio nel Lazio, io faccio resistenza attiva sul tuo territorio “. Ci volle il Socialismo, il partito Socialista e i sindacati, per svegliare il papa che, oltretutto, riceveva un indennizzo sin dai tempi del liberale Cavour il quale, tentò, di riallacciare i rapporti. A quel punto il Pontefice, Leone XIII, pubblicò l’enciclica “Rerum Novarum”, nel 1891, con la quale incoraggiava la creazione di associazioni e sindacati cattolici, per contrastare quelli di stampo socialista. E la creazione del partito popolare italiano, nel 1919, parte da qui. Passando per il Patto Gentiloni, uno scandalo di prestiti di poltrone che ci ricorda molto i tempi odierni, nelle elezioni del 1913 i cattolici avrebbero potuto votare i liberali, a patto che, questi ultimi non contrastassero in alcun modo il potere temporale dello stato della chiesa e il credo cattolico. Insomma chi furono questi signori che tentarono di riallacciare i rapporti con la chiesa? Cavour, Giolitti e Mussolini,dopo. Il primo mito del secondo, il secondo alleato con l’ultimo nei blocchi nazionali. Come a far capire che, chi è sceso a patti con la chiesa, sicuramente non ha mai rappresentato l’Italia né il suo popolo: trasformismo, despotismo, liberalismo e liberismo.
Insomma, l’astensionismo cattolico di fine 800 inizio 900 ci riporta alla mente una frase famosa di Honecker, vale a dire che non è mai esistita una cosa che terrorizzasse più il capitalismo che il Socialismo stesso. Il comportamento della chiesa a fine 800 lo dimostra, appieno.