Viva l’Equador, morte a Moreno

Esercito difende il popolo equadoriano dalle violenze dela polizia fedele al regime.
Sono immagini gloriose ed esaltanti quelle che vengono dalla città di Guayaquil: l’esercito si è schierato, e lo ha fatto dalla parte giusta. Dopo l’assassinio di numerosi patrioti da parte delle forze di polizia, i militari non hanno più sopportato di stare dalla parte del tiranno, sono quindi scesi in campo al fianco del popolo insorto. In uno dei video diffusi vediamo un cordone di militi difendere i manifestanti dalla polizia, che cerca di travolgere i cittadini usando delle moto, a imitazione dei loro “colleghi” colombiani. I soldati hanno tenuto la linea, scaraventando a terra gli agenti. Intanto, gli indigeni hanno pacificamente occupato il parlamento, e si ha notizia di interi reparti di esercito e polizia oramai mischiatisi con i manifestanti. Il traditore Moreno, servo dell’FMI, ha le ore contate. Queste sono grandi giornate per l’Equador e per l’Umanità tutta. Viva l’Equador, viva il popolo.

La situazione è tragica, ma non seria

La situazione è tragica, ma non seria
Eccoci qua, anno 2019. Il tanto promesso progresso ha consegnato smartphone nelle mani di miliardi di sottoproletari, che da quelle stesse mani vedono strappati sogni e speranze per il futuro. I nostri padri, anche se stretti fra il manganello e i missili della Nato, potevano aspirare ad una casa, ad una famiglia, a vivere e non solamente sopravvivere. Certo, il consumismo già alienava e reprimeva la libertà degli esseri umani, ma si poteva, magari nel proprio piccolo, coltivare piccoli spazi personali, isole di libertà nelle quali ritirarsi, magari per trovare energie per una ventura battaglia. Oggi l’unica lotta per la quale ci si prepara è quella con un albanese o un nigeriano per uno squallido posto da rider in qualche decadente metropoli. Parlano di “progresso”, come se dopo l’effimera parentesi socialdemocratica non si stia retrocedendo a veloci passi verso un neo-feudalesimo, forse ancora peggiore di quello medievale in quanto del tutto privo anche dell’etica cristiana che prevedeva in qualche modo una tutela del povero tramite la carità. Parlano di “progresso”, ma in cambio del computer adesso dobbiamo acconsentire a poter comprare casa, forse, solamente verso i quarant’anni. Non ci si deve chiedere come loro, che a scanso di equivoci presenteremo tramite alcuni casi campione, ossia Mario Monti, Jeff Bezos, Michael Bloomberg, riescano ad essere tanto vili da usare simili retoriche, alla fine stanno lottando per conservare dei privilegi acquisiti, ma invece ci si deve interrogare su come sia possibile che l’attenzione di supposti “cittadini” sia indirizzata verso problemi estetici, anzi, assurdi quali tortellini e crocefissi al posto che verso l’analisi sistemica e l’interpretazione di fenomeni quali il precariato diffuso e la precarizzazione della vita. E questo limitandoci solo ad alcuni aspetti dell’opulenta società occidentale. Andiamo a vedere le periferie del mondo, andiamo a vedere il silenzio di Onu, Nato ed Ue all’aggressione imperialista del despota Erdogan ai danni di Siria e popolo curdo. Andiamo a cercare, e dovremmo farlo noi, i media non si sporcano le mani, le immagini brutali delle repressioni del regime liberista che occupa l’Equador contro un popolo reclamante la sua libertà. E, tornando in Europa dopo questo viaggio mentale, soffermiamoci sulle piazze francesi, grondanti di sangue per le manganellate dei mercenari di Macron, oppure pensiamo all’Italia, dove la costruzione di un fronte democratico rivoluzionario è apertamente boicottata da una fitta rete di agenti provocatori al soldo del peggiore centro-destra reazionario. Andiamo a portare un fiore alle vittime del lavoro, agli ignoti lasciati marcire in mezzo alle strade, ai migranti deportati e stipati in campi di concentramento, alle vittime delle “spending review”, che si trovano la sanità negata o fondine difettose. E tutto questo, amarissima ironia, non è accompagnato dalle barricate, ma dalle catene di Sant’Antonio sulle scie chimiche, dai “minions” condivisi da donne tanto adulte quanto alienate sui cosiddetti “social network”, dalla diffusione di mortadella contro il “pericolo islamico”, dai terrapiattisti….insomma la situazione è grave, anzi gravissima, ma profondamente patetica.

Calcio ed Unione Europea, il caso Bosman


Parlando di calcio è facile incorrere in banalità e liti da bassifondi. Tuttavia gli stadi e le curve sono lo specchio della società ed anche i calciatori hanno spesso passati che sono degni di nota. Incredibilmente il calcio, durante gli anni 90, si è intrecciato con la nascente unione europea. Parliamo della famosa sentenza Bosman del 1995.
Il 15 dicembre 1995, esattamente 20 anni fa, la Corte di Giustizia Europea pronunciò la “sentenza Bosman”, dando ragione al centrocampista che aveva fatto causa al Liegi, alla Federcalcio Belga e alla Uefa.
Ma approfondiamo meglio ciò che successe ; Bosman era un giocatore dell’RFC Liegi. A fronte della richiesta di trasferirsi al Dunkerque in Francia la società belga rifiutò il trasferimento non considerando sufficiente la contropartita in denaro offerta. Nel frattempo il suo contratto era scaduto e Bosman finì ai margini della squadra.
Presentò, dunque, alla Corte di giustizia dell’UE in Lussemburgo un caso di “restrizione al commercio” e alla “libera circolazione dei lavoratori” nell’Unione.
La corte stabilì che il sistema fino ad allora in uso costituiva un controsenso rispetto all’articolo 39 del Trattato di Roma.
A tutti i calciatori dell’Unione Europea fu permesso di trasferirsi gratuitamente alla fine del loro contratto in un’altra squadra, sempre dell’Unione Europea.
Ma non finisce qui, perché il caso bosman è solo l’inizio di una lunghissima diatriba che dura da moltissimi anni.
L’effetto più importante fu quello dell’abolizione del tetto al numero di calciatori comunitari nelle rose, proprio per evitare discriminazioni. Fino a quel momento il limite era posto ai “non-nazionali”, o meglio ai giocatori nati al di fuori della federazione di appartenenza del club in cui militavano, che nelle coppe europee potevano essere al massimo tre nella lista dei convocati per una singola partita.
Ed è il limite ai non nazionali che ancora oggi fa discutere. L’ultimo aggiornamento è della federazione Italiana di calcio, nel 2015.
Le nuove norme stabiliscono che le squadre potranno avere una rosa composta da massimo 25 giocatori con più di 21 anni. Dei 25 giocatori con più di 21 anni, inoltre, almeno quattro dovranno essere “stati formati” in squadre italiane e altri quattro dovranno essere “stati formati” nelle giovanili di quella stessa squadra che li vuole inserire in rosa.
Non solo, nel 2018 A 22 anni dal primo campionato post-Bosman, la pallacanestro italiana(non parliamo, infatti, solo di calcio) abolisce la distinzione fra comunitari ed extracomunitari, nel nome della difesa del giocatore nostrano.
Esiste un progetto fifa, mai approvato del 2008, che prevedeva la cosiddetta regola del 6+5:
La presenza in campo, per ogni squadra, di almeno 6 giocatori nazionali al calcio d’inizio. Per esempio, una formazione della Serie A avrebbe cominciato la partita con un minimo di 6 calciatori italiani titolari.
Insomma, la politica ed il calcio talvolta si intrecciano. Lo sport si chiede anch’esso se sia necessario o meno porre regole fisse per conservare una tradizione, anche negli evidenti ludici. Ricordiamo, però, che la coscienza patriottica è ben altra cosa, così come i valori comuni: non passa attraverso il concetto di quanti calciatori di una certa nazionalità si abbiano in una partita o meno : la nazione è demos, non ethnos.

Come stanno le forze di polizia?

La polizia rappresenta il monopolio statale della forza entro i suoi confini. I suoi membri soni coloro che più di ogni altro cittadino vivono a contatto con armi da fuoco, e sono fra quelli più sottoposti a situazioni stressanti. Stress e armi da fuoco, uniti alle sempre più precarie condizioni di vita non generano di certo grandi risultati. Quasi 300 suicidi a partire dal 2010 sono un dato molto eloquente sulle condizioni psichiche di un’intera categoria che al posto di venir dallo stato inserita nella società e tutelata è abbandonata a se stessa, con tutti i problemi che ciò comporta sia in relazione al rapporto col resto della cittadinanza sia alle condizioni mentali e materiali dei singoli agenti. A tutto questo si aggiunge anche una sempiterna carenza di mezzi materiali: se da un lato si hanno iperinflazionate macchine sportive a scopo pubblicitario dall’altro manca l’equipaggiamento quotidiano, come spesso denunciano i sindacati di categoria, manca un servizio sanitario e psicologico che riesca a mettere un freno alle tendenze distruttive. Con le forze di polizia da parte dello stato vi è un un’atteggiamento quasi bipolare: da un lato, se ciò conviene allo status quo, nessuno si scandalizza per la brutale repressione di manifestanti e scioperanti, dall’altro si arriva a creare scandali mediatici sul nulla, con indagini e condanne basate su minuzie e presunti danni. Le istituzioni fanno vivere le forze dell’ordine in uno stato di tensione continua, e si potrebbe dire che ciò sia anche voluto: la valvola di sfogo a questo è aperta in concomitanza con manifestazioni e cortei, poco importa se poi, per l’indifferenza generale, qualcuno si fa saltare il cervello nel suo ufficcio, danni collaterali accettabili.
Ciò che è successo a Trieste è ulteriore prova di ciò, di quanto la polizia sia considerata solo per elogiarne i morti. La follia di un sistema che deumanizza ogni persona e riesce addirittura a sfruttare i corpi ancora caldi è sempre più manifesta

Quello che ci fa incazzare


Quello che ci fa incazzare
È così che è necessario iniziare questo piccolo testo. Siamo incazzati. Ed è colpa dell’ipocrisia moderna; no, non salvini. O meglio non solo. Un’ipocrisia generalizzata a tutti i politici, di tutte le posizioni ed idee.
Quando si sente elogiare la resistenza, lo si chiama (coerentemente) il secondo RISORGIMENTO si dovrebbe essere solo che orgogliosi del percorso fatto dai patrioti e socialisti , quelli veri, dal 1861 passando per il 1943 sino alle lotte per il lavoro degli anni, tanto elogiati, della prima repubblica . Ma chi osa nominarli? Personaggi che ci costringeranno ad un terzo risorgimento! Uomini “politici” che ci portano ad avvicinarci, a mischiarci, anche con chi (in una futura guerra di liberazione) ha idee avverse alle nostre ma che, in un modo o nell’altro, è resistente al sistema eurocratico e tardocapitalista moderno.
Sentire parlare di “patriottismo” da personaggi emeriti della repubblica odierna è ripugnante, una blasfemia pari all’elogio della nazione durante il Ventennio.
Ma non finisce qui! Sono incazzato perché a scuola, quando si affronta l’ottocento, si elogiano i movimenti operai che portarono avanti le prime lotte. Con un sentimento quasi di pena, poverini questi lavoratori sfruttati. Però, guarda caso, i movimenti socialisti e comunisti non vanno più bene nel novecento. Servono solo ad alcuni per pulirsi dalla coscienza le vittime fatte dai precursori passate. Nel novecento “si è esagerato”; si banalizza dicendo che “hanno fatto troppe vittime, hanno portato ad un disastro, ad anni di tensione”. Qualcuno si è mai messo a conteggiare i morti sul lavoro nel periodo post rivoluzione industriale, le cui condizioni sono ben descritte da Engels? No. Non interessa, semplice. Sono incazzato perché oggigiorno non gli interessa a nessuno dei riders, magari(non è neanche detto, forse questo potrebbe essere l’ultimo secolo di lotta, alcuni lo hanno già ipotizzato vedi Fukuyama) si faranno gli stessi discorsi moralisti che facciamo oggigiorno nei luoghi del sapere sui poveri lavoratori dell’ottocento.
Ed ancora i nuovi colonialismi, le ingerenze in Africa moderne: a scagliarci contro le campagne coloniali dell’ottocento e novecento siamo subito pronti; pronti, però, a chiamare anche dei semiterroristi i patrioti del nord Africa che commettevano attacchi contro il governo autoritario di De Gaulle. Questo è un grido di rabbia, da cui deve nascere una voce dissidente forte che riecheggi nei secoli a venire.

Solidarietà ai lavorstori di Roma Metropolitane e al parlamentare aggrediti dalla polizia

Stefano Fassina, parlamentare e quindi rappresentante della nazione, brutalmente aggredito assieme ad un gruppo di lavoratori dalle forze di polizia. Ciò che è avvenuto deve destare sconcerto e disgusto nel cuore di ogni democratico, al di là di ogni giusto giudizio sulla sua figura. Sceso in piazza assieme ai lavoratori della Roma Metropolitane, vittima delle criminose politiche di privatizzazioni voluta dai governi liberisti, metteva in atto un presidio pacifico, che veniva selvaggiamente sciolto dalle botte di barbari in divisa. Vergogna e solo vergogna alla polizia che si dimentica di essere popolo, vergogna ad ogni apologeta del liberismo, ancor più vergogna ai promotori di questo sistema nemico dei cittadini tutti.

Voto ai sedicenni?

Voto ai sedicenni? Parliamone.
Sta facendo notizia in questi giorni una proposta che sembra essere condivisa trasversalmente da ogni partito maggiore, ossia quella di abbassare l’età minima per poter votare a 16 anni. Non è la prima volta che tale tema viene sollevato nella storia politica italiana, infatti un po’ per tutto il tardo ‘800 e il ‘900 movimenti o gruppi radicali hanno lanciato proposte simili più con intento scandalistico che pratico, per menzionarne uno citiamo il Partito Politico Futurista, espressione politica dell’omonimo movimento artistico-culturale. Se tale proposta dovesse passare il bacino elettorale aumenterebbe di più di 2 milioni e mezzo di elettori, facendo così aumentare la cifra complessiva a circa 53 milioni. Questo potrebbe andare sicuramente a supporto di alcuni partiti piuttosto che di altri, anche vista la martellante e orwelliana propaganda europeista e liberista nelle scuole, ma non è ciò su cui occorre soffermarci. Le scuole superiori, che per molti rappresentano il primo approdo alla vita politica militante, sono infettate oramai da diversi decenni dal morbo del “la politica non deve entrare a scuola”, che nella pratica si traduce in “nella scuola entra solo il pensiero politico dominante”, il che ha prodotto migliaia e migliaia di giovani convinti che valga più l’erasmus di una casa di proprietà. La stragrande maggioranza degli studenti superiori hanno 16 o più anni, di conseguenza diverrebbero potenziali elettori. Si andrebbe quindi ad inserire in maniera attiva e prepotente il dibattito politico all’interno delle scuole, non più come semplice opinione ma come intenzione di voto, come volontà di schierarsi. Forse nei primi tempi si assisterà ad un incremento dei partiti che più di tutti hanno lavorato per propagandarsi come vicini ai giovani, riempendosi la bocca di istanze libertarie per nascondere la loro natura autocratica e padronale, come nel caso di +Europa, ma nel medio periodo si creerà una polarizzazione netta, e di conseguenza un’opposizione radicale al modello capitalista ed europeista. Starà alle forze rivuzionarie diventare egemoni fra gli studenti col desiderio di cambiamento.
Non perdiamo tempo nel dire “i giovani sono stupidi”, “un sedicenne è indottrinabile” o altro chiacchiericcio da bar: non sono stati i 16enni a regalarci un cinquantennio di dittatura democristiana, a causare l’entrata nell’Euro e nell’Unione Europea, non sono stati gli studenti superiori ad appoggiare la NATO e i vari interventi umanitari. Esistono giovani corrotti dalla propaganda reazionaria? Assolutamente, ma forse in percentuale anche minore rispetto agli adulti. Questa è un’opportunità, e avere ora pregiudizi generazionali significa alienarci il futuro della lotta. Non lasciamo spazio al nemico, ma anzi precediamolo: ben venga il voto ai 16enni, primo chiodo nella bara del capitalismo.

Destra e sinistra, ieri e oggi

Il problema destra e sinistra, per quanto molti siano restii a crederlo , non è un qualcosa caratteristico della società moderna; è, bensì, un dilemma che in realtà esiste da molto tempo. Già verso la fine della seconda guerra mondiale, come si legge nel libro di Bocca, il quesito era già presente: in un’epoca come quella, dove l’unione faceva effettivamente la forza, una comunione di intenti era necessaria al fine della sconfitta del nemico e dell’invasore. Ma siamo sicuri che il totale superamento di questi blocchi, il cosiddetto trasversalismo, sia in realtà una scelta azzeccata? Oggigiorno con la caduta dei grandi partiti ideologici, se ci riferiamo al nostro paese il PCI e il MSI, i partiti che hanno posizioni radicali(dunque anche antiliberali) e che, quindi, si rifanno a schemi novecenteschi sono in notevole crisi e ciò è sotto l’occhio di tutti, di quelli che “masticano” di più di politica e chi invece ne ha una conoscenza più basilare. La crisi dei valori, diretta causa e conseguenza di ciò detto sopra, ha acuito il problema : non esistono, oltre che a livello Geopolitico, due blocchi che si contrappongono anche a livello politico ; talvolta nelle chiacchiere da bar si sente “la sinistra ormai fa il ruolo della destra e la destra è a sinistra”. O ancora, “ma sinistra e destra non esistono più, sono tutti la stessa cosa. Basta con questi schematismi novecenteschi”. Per affrontare questo enigma in modo accurato, è necessario consultare chi ha speso parte della sua carriera accademica a riguardo. Norberto Bobbio, celebre filosofo liberale, ha concluso che la diade destra/sinistra ha ancora una validità e che essa si basa su un’altra dicotomia, quella diseguaglianza/uguaglianza. In sostanza la sinistra si legherebbe all’idea di uguaglianza e la destra a quella di disuguaglianza. Una posizione che ha fatto molto discutere, soprattutto dopo la sua morte.
Analizzando, però, schiettamente la realtà moderna la situazione è differente : sembra quasi la sinistra, in un giusto ma forse sprovveduto ed antipopolare tentativo di difendere le parti minoritarie della popolazione, a tralasciare totalmente la parte propenderante. Se si continua a leggere, infatti, Bobbio egli sostiene che «si possono chiamare correttamente egualitari coloro che, pur non ignorando che gli uomini sono tanto eguali che diseguali, apprezzano maggiormente e ritengono più importante per una buona convivenza ciò che li accomuna; inegualitari, al contrario, coloro che, partendo dallo stesso giudizio di fatto, apprezzano e ritengono più importante, per attuare una buona convivenza, la loro diversità».

Ma quindi la dicotomia destra e sinistra è ancora valida?
Per il popolo no, non lo è più assolutamente.
Ma come biasimare il popolo d’altronde! La popolazione vuole avere risposte chiare dalla politica, non ha interesse a posizioni ideologiche di partiti :vuole solo una vita dignitosa e, come diceva già Necker, “non sentirà mai ragione sul prezzo del pane”. Il mondo post materialista moderno, grande nemico delle ideologie, ha totalmente distrutto la vecchia divisione novecentesca, ma la colpa non è certo dell’operaio che vota lega e che, fino a cinquant’anni fa, avrebbe votato partito comunista. La colpa non è neanche, in un certo senso, della classe politica moderna perché essa svolge solo il suo sporco lavoro! Non ne ha colpa, ha un diretto ruolo da protagonista . Sono tutti riuniti sotto un’unica ideologia che è riuscita ad imporsi, il liberalismo, che li accomuna sia nella forma che nell’essenza. La colpa non è neanche di chi questa dicotomia l’ha totalmente distrutta dopo la caduta del blocco sovietico: ahimè, nell’ottica geopolitica e di tattica, non conveniva portare avanti “vecchi” partiti con idee “non moderne”. La gente era oramai disillusa , “il Wind of change” ormai spirava già.

Comunicato in occasione della seconda mobilitazione globale contro il cambiamento climatico

Alla vigilia della seconda chiamata globale di sciopero per il cambiamento ci sentiamo di dire che pur essendo lee osservazioni portate avanti da Greta Thumberg nei fatti giuste esse peccano, magari non per colpa sua, di mancanza di cognizione di causa. Dire “cambiamo il sistema, non il clima” serve a pochissimo se non si specifica quale sistema si stia cercando di cambiare e in che modo. Stiamo assistendo al dirottamento di una protesta che si basa su situazioni reali e rivendicazioni sacrosante da parte della classe politico-economica liberista, assolutamente intenzionata a trasformare ogni terreno fertile per una critica al sistema in una contestatazione controllata ed inserita nei binari del sistema stesso. Obama, Junker e la Von der Leyen stringono le mani alla alla Thumberg col preciso intento di propagandare il loro sistema come amico della causa ambientale, e questa falsissima nozione viene rimbalzata dai media al loro soldo e dai loro vari vassalli inseriti a mo’ di quinte colonne all’interno della società civile. Un ambientalismo serio deve guardare alle cause, non al decoro urbano, deve guardare ad un cambiamento sistemico identificando il sistema nemico, che è quello capitalista, non spingere per un’economia di mercato “ecosostenibile”. Se non abbiamo la forza di agire per controllare la protesta dall’alto dobbiamo inserirci dal basso, portando all’interno dei loro cortei un pensiero critico capace di mettere in difficoltà gli organizzatori dei loro orwelliani eventi. Invitiamo pertanto tutti i nostri Amici a partecipare alle mobilitazioni indette da Fridays for future col preciso scopo di ostacolare il giardinaggio liberista ed europesita spacciato per ambientalismo.

Contro il negazionismo climatico….e il “riformismo verde”

Visto i deliri di vario tipo riguardanti l’ambiente che stanno girando ultimamente, ci sentiamo in dovere di analizzare la situazione e criticare le varie bufale o distorsioni che mirano a distruggere o infangare l’ambientalismo.
Parleremo nello specifico del riscaldamento globale: di chi sostiene che non esista, chi sostiene che sia un fenomeno totalmente naturale, o che il problema derivi dall’individuo e non dal sistema. Poi parleremo in generale del problema della plastica: le ipocrisie della green economy e le cose come stanno messe sul serio.

Inanzitutto, il riscaldamento globale esiste.
Chi lo nega ci guadagna o crede a chi ci guadagna, o è semplicemente ignorante o pazzo.
Il riscaldamento globale è, come saprete, l’aumento della temperatura media globale causata dall’intensificazione dei gas serra, cioé gas che tendono a far circolare il calore nell’atmosfera senza farlo disperdere altrove. Questi gas sono principalmente l’Anidride Carbonica (CO2) e il Metano (CH4).
Il riscaldamento globale ha inizio intorno al 1750 con la prima rivoluzione industriale, cioè, “casualmente”, quando abbiamo iniziato a sfruttare il carbone come fonte energetica; subendo poi un innalzamento drastico a seguito della seconda rivoluzione industriale.
Secondo gli studi dell’Agenzia della Protezione Ambientale Statunitense infatti la concentrazione di CO2 e Metano ha subito un incremento rispettivamente del 36% e del 148% dal 1750.
Queste concentrazioni sono tra le più alte degli ultimi 650.000 anni, periodo che è misurabile in base ai dati estratti da carotaggi nel ghiaccio.
Forse starete pensando “allora 650 mila anni fa successe la stessa cosa, quindi il fenomeno è ciclico”. Non funziona così, il nostro Pianeta ha avuto certamente dei cicli di glaciazione e deglaciazione, ma questi cicli non sono mai stati rapidi e bruschi. Basti pensare che l’ultimo processo di riscaldamento impiegò circa 8.700 anni per raggiungere la deglaciazione; questo portò all’Olocene, iniziato 117 secoli fa.
L’Olocene è considerato come breve periodo interglaciale, ciò significa che nel futuro, seguendo i cicli naturali della Terra, dovrebbe iniziare una nuova era glaciale (invece di surriscaldarsi).
Nell’Olocene noi Uomini ci siamo sviluppati e siamo arrivati a “dominare” il mondo.
Proprio per la nostra influenza sull’ambiente naturale circostante quest’epoca che stiamo vivendo è stata ribattezzata “Antropocene”, periodo degli Uomini.
Ritornando a noi, mentre il processo naturale della deglaciazione impiega circa 8700 anni per far salire la temperatura media globale di circa 8 gradi, il riscaldamento globale attuale ci ha messo 150 anni per far salire la temperatura di 0,7 gradi: 10 volte più velocemente della deglaciazione naturale.

Sfatato il negazionismo e il mito del “ciclo naturale” passiamo a ciò che afferma il nuovo libro di Nicola Porro, “ti smonto in 5 mosse il mito del riscaldamento globale”.
Secondo il suo libro il riscaldamento non è causato dall’uomo, e questi sono i punti che sostiene:
1. Il riscaldamento globale osservato negli anni 1950-2000 non è un caso anomalo, ma ci sono stati nel passato periodi anche più caldi e con variazioni anche più brusche.
2. La concentrazione atmosferica di CO2 ha cominciato a crescere prima che ci fossero significative emissioni antropiche e cioè in concomitanza col riscaldamento che è seguito al 1700.
3. Viceversa, gli aumenti di concentrazione di CO2 oltre i 300 ppm pre-industriali hanno irrilevante effetto sulla temperatura media globale: quella tra concentrazione di CO2 e temperatura, infatti, non è una relazione proporzionale ma, detta in gergo, va “a saturazione”.
4. Invece, l’aumento di CO2 ha avuto benefiche conseguenze sull’aumento della vegetazione globale, inclusa l’aumentata produttività agricola.
5. È vero che i ghiacciai si sono ritirati e il livello dei mari sta salendo al ritmo di 3 mm/anno, ma entrambi i fenomeni sono cominciato dopo il 1700.

Iniziando dal primo punto,
Come abbiamo detto prima i cambiamenti climatici ci sono sempre stati, e seguono degli andamenti ciclici. Il libro afferma che ci sono stati anche cambiamenti bruschi, e non solo cambiamenti lunghi e graduali, nel passato. Si è notato che ad esempio al giungere della fine dell’ultima era glaciale nel giro di poco tempo la temperatura media si alzò drasticamente, per poi tornare stabile nel giro di 50-100 anni favorendo di nuovo un breve periodo di glaciazione. Questo “ultimo colpo di coda” dell’era glaciale è chiamato Younger dryas e durò qualche centinaio di anni; le cause di questo specifico cambiamento radicale è ancora soggetto di studi. Sappiamo comunque che un cambiamento climatico improvviso avviene di solito quando il sistema terrestre è spinto oltre certi limiti da eventi bruschi come una potente eruzione vulcanica oppure da un insieme di forze più graduali che esercitano pressione sul sistema. Come avviene quando la pressione sempre maggiore che un dito esercita su un interruttore fa accendere all’improvviso e di scatto la luce. Tuttavia questi cambiamenti improvvisi sono stati provocati da cause improvvise e temporanee, quindi non durature; questo permise alla Natura di “risistemarsi” e tornare più o meno alla normalità.
Va inoltre detto che nell’Olocene ci furono due piccole ere glaciali (piccole sia dal punto di vista di “freddo” che dal punto di vista della durata), che avvengono anch’esse ciclicamente nei periodi interglaciali; questi brevi periodi di glaciazioni inoltre sono stati seguiti da brevissimi periodi di riscaldamento o deglaciazione, ristabilendo poi la temperatura alla norma: in modo simile, seppur in scala ridotta, a ciò che avvenne dopo la fine dell’ultima era glaciale, come avevamo scritto prima.
Quindi, mentre una forte e potente eruzione vulcanica potrebbe portare a un relativamente lungo periodo di carestia, un emissione duratura (già stiamo a 150 anni) di gas serra nell’atmosfera potrebbe portare addirittura a dei sconvolgimenti permanenti ed irreversibili.

Parlando del secondo punto,
Diversi scienziati, seppur pochi, affermano che il riscaldamento sia iniziato nel 1700 e non nel 1750.
Secondo loro questo riscaldamento è comparabile a quelli avvenuti, come detto poco prima, al susseguirsi delle piccole ere glaciali.
La presenza di CO2 superiore alla norma in quei brevi periodi non sta a testimoniare l’inizio del riscaldamento globale ma un apertura (e una chiusura) di parentesi temporanea avvenuta a livello locale da dove hanno analizzato i dati.
Questa opinione è stata scartata da praticamente tutti gli scienziati visto che quei cambiamenti temporanei non sono stati influenti e duraturi quanto l’attuale cambiamento climatico, oltre al fatto che quei cambiamenti temporanei avvennero a livello locale e non globale.

Riguardo al terzo punto,
il libro afferma in poche parole che la quantità di CO2 emessa dall’Uomo è insignificante rispetto a quella emessa periodicamente dai cicli Naturali. Questo è sicuramente vero: altri flussi, derivanti dalla fotosintesi e dalla respirazione degli organismi viventi terrestri e oceanici sono nettamente più grandi. Il punto è che gli altri flussi sono in equilibrio. Un equilibrio che dipende dalle condizioni dell’atmosfera, ma che si è mantenuto piuttosto costante negli ultimi diecimila anni.
È ovvio che la quantità di CO2 che noi Animali emettiamo con la respirazione, o che i Vegetali emettono con la fotosintesi, sia maggiore a quella che noi emettiamo artificalmente; ma questo continuo ciclo è praticamente in equilibio da circa 10mila anni, e se noi immettiamo altra CO2 in circolo nell’atmosfera vuol dire inevitabilmente più CO2 da “smaltire” per le Piante (o i Plankton), ed è provato che le Piante riescono a rimuovere, o meglio metabolizzare, fino ad ora il 29% delle nostre emissioni. È una grossa parte, circa un terzo, ma non è sufficiente. Quella quantità in più di Anidride Carbonica (e Matano) basta ad arrecare i danni che possiamo notare; riuscireste ad immaginare un mondo senza il contributo delle Piante?

Passando al quarto punto,
Secondo certi la CO2 gioverebbe particolarmente alla Vegetazione e quindi anche al settore agricolo.
L’argomento utilizzato a favore della CO2 è che maggiori concentrazioni di CO2 accelerano la crescita delle piante per fotosintesi. Cosa certamente vera, il problema è che le Piante per crescere hanno bisogno anche di acqua e di nutrienti: l’aumento di CO2 porta altri effetti, come l’aumento di temperatura, in grado di ridurre l’umidità del suolo e cambiare la disponibilità di acqua e delle sostanze nutrienti (fonte: Denman et al., 2007).
Si pensera allora “ok, ma dopotutto l’effetto fettilizzante della CO2 compenserebbe i problemi relativi all’umidità del suolo e la scarsa quantità d’acqua”; invece, certi studi condotti nel 2006 e pubblicati su Science, hanno mostrato che in realtà è complessivamente negativo.
Basta un poco di buonsenso per smontare facilmente questo mito, che è stato tralaltro proposto negli anni ’60 da un certo Arthur Robinson (e suo figlio Zachary), che è a capo di una società che si occupa di biochimica. Questo Robinson spedì il suo articolo al governo statunitense spingendolo a non ratificare il protocollo di Kyoto.

Infine, quinto punto,
Abbiamo già parlato della CO2 presente nell’atmosfera e del conseguente riscaldamento prima del 1750 (rivoluzione industriale): basta ciò che abbiamo scritto in precedenza per capire che l’innalzamento del mare avvenuto in quei periodi fu, oltre al fatto di non essere globale, dovuto dai brevi periodi di riscaldamento e deglaciazione.

Concludendo il discorso riguardante il nuovo libro del conduttore e giornalista Nicola Porro, vogliamo far notare al lettore le personalità citate appunto da Porro per dar valore alle proprie tesi.
Il libro e i sostenitori del negazionismo spingono molto sul fatto che circa 100 scienziati abbiano firmato un recente appello contro l'”allarmismo” sul clima, negando appunto l’influenza dell’Uomo; ma ignorano ovviamente il fatto che ogni anno ormai tra i 15000 e 20000 scienziati firmano insistentemente diversi appelli per far cambiare opinione e atteggiamento ai governi (di questi governi, e privati, parleremo di seguito).
Tra questi 100 “scienziati” possiamo trovare circa una decina di Italiani: Uberto Crescenti, Franco Prodi, Antonino Zichichi, Franco Battaglia, Mario Giaccio, Luigi Mariani, Enrico Miccadei, Nicola Scafetta.
Di questi siamo riusciti ad analizzare certi soggetti a nostro avviso non del tutto attendibili, e se riusciamo a trovare questi soggetti su un campione di 8 persone figuriamoci quanti ce ne saranno in mezzo a “quei 100”.
Uberto Crescenti, geologo, è stato criticato anche per il fatto di essersi opposto allo stanziamento di fondi pubblici verso la ricerca dell’Istituto Nazionale si Geofisica e Vulcanologia, molto importante per una Nazione vittima di sismi continui come la nostra; oltre ad aver affermato diverse inesattezze e imprecisioni sui fenomeni sismici, corrette dal professore Paolo Gasperini nella sua “Lettera aperta ad Uberto Crescenti” (accessibile in pdf su Internet).
Riguardo Franco Prodi, fratello del politico Romano Prodi, possiamo dire che abbia già detto abbastanza da solo sparando infondatezze antiscientifiche su radio24 insieme a Giuliano Ferrara, molto impreparato sul tema. Va detto inoltre che visto il fatto che sia fratello di Romano Prodi non stupisce il fatto che difenda le attività delle aziende inquinanti, per chissà quale ragione occulta.
Riguardo Antonino Zichichi ci sarebbe da fare un libro a parte. È ormai celebre per le sue opinioni totalmente contro corrente rispetto a quelle della comunità scientifica.
È praticamente ciò che nessuno si aspetterebbe da uno scienziato: un anti-evoluzionista ed uno che non crede nel Big Bang; e per questo è preso ormai, tristemente per lui, in ridicolo perfino da Maurizio Crozza e prima ancora da Ezio Greggio, è ormai un icona pop. Dal punto di vista politico ha anche dei rapporti di amicizia con Silvio Berlusconi (Fratelli d’Italia), che voleva addirittura candidarlo ai tempi del PdL.
Molte delle inesattezze di Franco Prodi, Franco Battaglia, Nicola Scafetta, e altri negazionisti, sono state analizzate dal sito Climalteranti.it.
Di questi 100 scienziati chissà se se ne salverà qualcuno, magari qualche soggetto in buona fede che ha seguito gli altri folli o corrotti colleghi.
Già, corrotti, perché oltre a quelli condotti dalla follia ce ne sono molti che da anni dichiarano battaglia a chi lotta contro il riscaldamento globale e a chi promuove le fonti rinnovabili. Così come gli scienziati che negli anni ’60 affermavano che lo zucchero non arreca in alcun modo danni al sistema cardiaco perché pagati dall’industria dello zucchero, oggi gli scienziati (oltre al settore alimentare e salutare ancora molto manovrato dai privati) vengono corrotti forse ancor di più sul clima pagati da grandi multinazionali del petrolio e del carbone, insomma dei combustibili fossili.
È relativamente recente poi il “Clima Leaks”, che vedeva coinvolti ExxonMobil, Chevron, ConocoPhillips, BP, Shell, Peabody Energy e altre, tutti sgamati da un inchiesta giornalistica sotto copertura condotta da Greenpeace nel 2015. Queste aziende pagavano decine e decine se non qualche centinaio di scienziati per pubblicare articoli e saggi da un tot. di pagine con una “retribuzione” in genere di 15.000 dollari. Certe erano dirette addirittura a smentire la correlazione tra l’inquinamento e la morte di 3,7 milioni di persone l’anno.
Potreste pensare “bhe ma gli scienziati che invece sono contro l’inquinamento non potrebbero essere anche loro manovrati da privati?”. Certo, potrebbe essere che parte di loro lo sia, ma le aziende che per ora invedtono sulle energie rinnovabili sono relativamente poche e la loro porzione di mercato è decisamente piccola: si pensi ad esempio al settore automobilistico, di aziende rinnovabili rilevanti c’è praticamente solo Tesla motors, mentre dalla parte opposta troviamo praticamente tutte le altre aziende automobilistiche come Volkswagen, Ford, Nissan, Toyota, Audi, Fiat, Renault, Mercedes, BMW, eccetera; le aziende inquinanti hanno ormai una storia di corruzioni dietro e sicuramente non cesseranno di farlo finché hanno uno spiraglio di speranza nel continuare a produrre e ad incassare denaro, cosa che attualmente fanno in modo indisturbato, e anzi stupisce il fatto che ancora ci siano molti scienziati che non si siano venduti visto le somme spropositate che offrono queste aziende!

Abbiamo dunque sfatato i miti principali che circolano sul riscaldamento globale, almeno nel nostro piccolo e in “poche” semplici parole.
Passiamo ora all’analisi della situazione attuale sul campo apparentemente opposto a quello sostenuto dai negazionisti e i classici conservatori.
Esiste una cosiddetta “green economy”: a prima vista potrebbe sembrare qualcosa di realmente ecologico, “rivoluzionario”, ma è tutt’altro.
La green economy non osa infatti mettere in discussione il sistema di per sé, causa effettiva dell’inquinamento.
Basti sapere che il 71% delle attuali emissioni causate dall’uomo provengono da 100 grandi aziende, pari al 52% di TUTTA la CO2 emessa dalle attività umane dalla prima rivoluzione industriale! Non stupisce ovviamente il fatto che 35 di queste aziende siano molto attive nel “provare” e propagandare negazionismo verso il fenomeno del riscaldamento globale, attraverso aiuti finanziari a “ricercatori” o semplice propaganda disinformativa senza fonte.
Mentre, aprendo una piccola parentesi sulla plastica, è provato che 45% della plastica presente nell’Oceano derivi SOLAMENTE da queste 3 aziende: Coca cola, Pepsi, e Nestlé.
Infine, riguardo lo spreco dell’acqua, forse pochi o pochissimi sanno che per produrre ad esempio un automobile ci vogliano sui 150.000 litri d’acqua, per i jeans 6.800, per le magliette 1.500; e ciò che potrebbe lasciarci più basiti è che per produrre 1 kg di carne di manzo si utilizzino circa 15.000 litri di acqua; non stupisce quindi, sapendo quest’ultimo dato, che intorno al 70% del consumo globale dell’acqua sia indirizzato al settore zootecnico e agricolo. Per ogni cosa che viene prodotta c’è una certa quantita d’acqua utilizzata, questi erano solo gli esempi più “eclatanti” visto la loro quotidianità.
Anche qua potreste dire “ma non esiste un ciclo naturale dell’acqua? Quell’acqua non scompare nel nulla ma verrà riutilizzata”. Certo, ma così come con la CO2 e l’Ossigeno, l’Acqua viene metabolizzata e “riciclata” dalla Terra solo fino ad una certa quantità entro un lasso di tempo. Ogni anno noi Umani superiamo infatti in termini di consumo la quantità di acqua che la Terra “produce”; il giorno in cui oltrepassiamo la quantità di Acqua che viene prodotta dalla Terra in un anno viene chiamato “overshoot day”: quest’anno l’overshoot day è avvenuto il 29 Luglio, ciò vuol dire che dal 1 Gennaio al 29 Luglio abbiamo utilizzato tanta Acqua quanto viene prodotta dalla Terra in un anno. In poche parole andiamo in deficit, e questo deficit avviene praticamente ogni anno, purtroppo.
Vogliamo dunque far porre il dubbio sull’efficacia di questa “ecologia” mainstream che si basa sull’individuo.
A cosa serve in concreto stanziare fondi pubblici per propaganda (nelle scuole, pubblicità, libri, ecc.) del tipo “chiudete l’acqua del rubinetto quando vi lavate i denti” o “spegnete la luce anche se tra un minuto tornate nella stanza”?
Sostanzialmente a nulla, se non ovviamente a risparmiare dal punto di vista personale sulle tasse e i costi energetici. Dal punto di vista collettivo l’inquinamento dipende poco, pochissimo, dal nostro spreco individuale.
Certo, “un mare è fatto di tante gocce”, ma questo mare di cui stiamo parlando non è neanche uno stagno a confronto all’oceano che rappresenta l’inquinamento prodotto dalle aziende private.
Se io risparmio, diciamo, 10 litri di acqua nel giro di un Mese, gran parte della fetta dello spreco dell’acqua continuerà sempre e comunque ad essere quella fatta dalle aziende agricole.
Ha dunque senso imparare ai bambini e ai ragazzi, nelle scuole, che il futuro dipende solamente da loro e non dalle aziende? No, bisogna imparar loro che le aziende stanno distruggendo il loro futuro, e che spetta a noi tutti lottare. Lottare non solo chiudendo il rubinetto ma contro il sistema dello spreco, che è ben diverso.
Anzi, lo Stato e gli altri enti superiori non dovrebbero semplicemente imparare queste cose ai ragazzi, dovrebbe piuttosto agire senza sperare ad una manna dal cielo, o ad un cambiamento che provenga da questi ragazzi quando saranno adulti, ormai troppo tardi per agire.
Lo Stato, se è ancora presente, dovrebbe regolamentare in modo ferreo e senza chiusura d’occhio tutte le aziende. Inutile fare lo Stato bonaccione che stanzia qualche finanziamento a chi sviluppa il rinnovabile, o che fa “multine” da qualche migliaio o al massimo, molto ma molto raramente, milione di euro alle aziende che inquinano oltre una certa soglia (una soglia abbastanza larga poi).
Questo “Gretismo” che sta dilagando e conquistando i giovani e anche gli adulti non è che una mera distrazione di massa.
Greta Thunberg, ragazzina Svedese spesso ingiustamente offesa pesantemente, è semplicemente una pedina dei più potenti.
Che sia in buona o in cattiva fede non lo sappiamo, ma ciò che sta facendo non fa che infangare l’ambientalismo vero e rallentare i processi di sviluppo ecologico.
Perché praticamente tutti gli ambientalisti, gli scienziati, che dedicano o che hanno dedicato la vita alla causa ambientale sono sconosciuti? Perché gran parte di loro è o era cosciente del fatto che il problema non sta nel consumo quotidiano individuale, ma nel sistema e nel capitale.
Greta è comoda: una ragazzina con una storia relativamente triste dietro che si “ribella” verso i governi dicendo che la sua generazione ha bisogno di un futuro, una ragazzina innocente con le treccine bionde che organizza manifestazioni pacifiche. È bastato poco tempo per farla arrivare a fare un discorso al parlamento europeo, accolta calorosamente da Juncker e compagnia bella.
Queste manifestazioni “friday for the future”, che si tengono appunto ogni Venerdì almeno in certe Città, sono apolitiche e totalmente pacifiche, spesso mettendo in ridicolo gli ambientalisti con delle frasi imbarazzanti e decisamente poco serie scritte sui cartelloni. Sono apolitiche, e quindi non mettono minimamente in questione il sistema e le cause di questo inquinamento. Sono ben viste quindi dall’Unione Europea.
Quest’ultima ci ha ben visto nel pubblicizzare le friday for the future di Greta, visto che la sua “ecologia” non mette in dubbio la legittimità e il ruolo dell’Unione Europea. In questo modo questa Unione puramente capitalista cavalca l’onda del consenso da parte soprattutto dei giovani che hanno sinceramente a cuore la questione ambientale, mostrando loro che stanno facendo di tutto per garantire un futuro all’Umanità. Ciò che fanno è tutt’altro, e le vittime dell’inquinamento in Europa sono rimaste invariate dagli anni precedenti, se non aumentate.
Sicuramente pochi sanno che 2/3 della plastica prodotta dal mondo viene esportata e riciclata nella Repubblica Popolare Cinese (spesso giudicata molto negativamente riguardo alle sue politiche ambientali), quest’ultima ricicla una grossa parte della plastica prodotta dagli Europei e che quest’anno ha deciso di smettere di riciclare i nostri rifiuti continui e crescenti. Poco dopo l’Unione Europea ha iniziato a cercare una soluzione visto che da sola non riuscirebbe a smaltire tutta la plastica prodotta. La questione è ancora aperta.
Tornando al discorso delle manifestazioni, ciò che ha un stampo politico ovviamente viene o censurato (come la recente censura da parte del parlamento europeo verso i simboli comunisti o di estremo socialismo) o etichettato come violento. Le manifestazioni politiche fatte dai lavoratori chiedendo più diritti vengono considerate spesso come estremiste, mentre se ti dai fuoco vieni visto come un povero oppresso. In poche parole vieni visto come uno sfruttato e dalla parte del giusto solo se subisci qualcosa, mentre se cerchi rispetto e diritti sei semplicemente violento e folle che vuole mettere in dubbio i meccanismi che mettono in atto l’oppressione.
Ritornando alla questione ambientale, ci sono moltissimi attivisti disposti a sacrificare la propria vita che lottano contro l’inquinamento dell’atmosfera, contro l’inquinamento della plastica nei mari e nella terra ferma, contro la deforestazione, contro il bracconaccio, contro la caccia e la pesca intensiva. E moltissimi di essi, rischiano e perdono effettivamente la propria Vita.
Nel 2017 sono stati uccisi 197 attivisti ambientalisti, nel 2018 invece 164, quanti dovranno ancora morire per la nostra Terra e per i suoi Abitanti, uccisi dai nemici del Popolo?
Greta statene certi che sarà viva e vegeta, perché lei stessa fa parte di questo sistema Orwelliano. Di “Grete” ce ne sono molte, sparse per il mondo, e vorremmo proporne una seria e molto attuale come la nativa SudAmericana Telma Taurepang, che lotta ad esempio contro la deforestazione in Amazzonia, ci sono interi villaggi che vengono dati alle fiamme dagli uomini di Bolsonaro per fare piazza pulita e industrializzare il Paese. Nessuno ne parla?

Impareremo mai qualcosa?
Faremo forse la fine degli abitanti di Rapanui?
Forse ciò che accadde nell’Isola di Pasqua ci dovrebbe fare da monito.
I Polinesiani ci si stanziarono intorno all’800, all’inizio convissero pacificamente con la Natura presente, erano relativamente pochi e la Vegetazione pulluleggiava. Nel d.C. 1200 iniziarono a costruire i Moai (le celebri statue rappresentanti le facce presenti nell’Isola di Pasqua), disboscando per via del bisogno di legna per muovere questi grossi massi. Nel giro di 500 anni circa tutto questo finì: non si erano resi conto di aver disboscato praticamente tutta l’Isola visto che questo processo durò 5 secoli. I più anziani sapevano che fossero presenti più alberi quando erano giovani, ma non immaginavano di certo che 500 anni addietro tutta l’Isola era ricoperta di Vegetazione; oltre al fatto che i giovani ignoravano le parole degli anziani e continuarono a disboscare come avevano sempre fatto per generazioni, non pensando che una volta raggiunto un certo limite non ci sarebbero stati più Alberi.
Gli abitanti finirono per utilizzare i cespugli come combustibile e l’Isola non fu più abitabile per varie ragioni conseguenziali alle loro azioni. La civiltà Rapanui cessò di esistere.
Questa esperienza isolata potrebbe insegnarci molto sul presente e sul futuro. Potrebbe farci capire che non è assolutamente normale che ogni singolo giorno si estinguono in media tra le 150 e le 200 Specie di Animali e Vegetali, cioé tra le 6 e le 8 Specie all’ora. È sempre giusto ricordarlo, perché viene ribadito troppe poche volte. Potreste pensare che è assurdo che non se ne parli nei notiziari, ma ovviamente oltre al conflitto d’interessi nel comunicarlo, all’opinione pubblica interessa relativamente poco delle Specie poco popolari; tutt’altro invece comporta se si estingue un Animale “importante” come l’Elefante, il Leone, la Tigre, o l’Orso Polare, che sono ormai stampati nella mente di tutti e che creerebbero relativamente un forte disagio e tristezza a tutti (e ovviamente sarebbe anche impossibile da nascondere una mancanza di essi).
Va detto che le estinzioni esistono da sempre, ma il ritmo attuale è addirittura 1.000 volte superiore all’andamento “naturale”, mentre secondo certi scienziati esperti nell’ambito affermano che questo ritmo di estinzione è addirittura il più grande che la Natura abbia affrontato dall’ultima estinzione di massa avvenuta ai Dinosauri 65 milioni di anni fa. Questo periodo, l’Antropocene, è quindi possibile che sia considerabile come l’era che porterà alla sesta estinzione di massa; stavolta provocata da un Essere Vivente.
Si stima infine che il 67% della Popolazione Animale e Vegetale cesserà di esistere verso il 2020.
Va detta un ultima cosa riguardo al riscaldamento globale: gli Alberi come abbiamo accennato in precedenza agiscono anche da “ammortizzatori” contro la presenza eccessiva della CO2, non riuscendo comunque a smaltirla tutta. Disboscando eccessivamente gli Alberi quindi si può capire facilmente che si facilita il riscaldamento globale, e la quantità di questi Alberi non è sicuramente indifferente: si parla di 15.000.000.000 Alberi tagliati all’anno in giro per il mondo, in media circa la superficie di un campo da calcio al secondo. Poi, sotto praticamente i ghiacciai di tutto il mondo, specialmente quelli del nord, è presente una grossa quantità di Metano. Questa quantità è indefinita ma si stima che ce ne sia abbastanza da far innescare un circolo vizioso che ci renderà impossibile qualunque tentativo di ritorno alla normalità. Questo viene chiamato appunto punto di non ritorno, e accadrà inevitabilmente, anche se non non si sa quando. Attraverso il riscaldamento globale infatti i ghiacci ovviamente si sciolgono, e quando queste bolle di Metano vengono sprigionate nell’atmosfera l’effetto serra aumenta. E questo fa in modo che la temperatura aumenti ancora di più fino a sprigionare di nuovo altro Metano. Questo ciclo continuerebbe probabilmente fino a quando tutto il Metano non sarà sprigionato. E probabilmente accadrà quando saranno ormai tutti estinti e morti.

Quanto tempo ci rimane?
Riguardo questo argomento non vorremmo sbilanciarci troppo visto che gli esperti nel settore sono molto discorsi e giungono a nuove conclusioni ogni tot. di tempo.
Qualcuno parla di 100-200 anni, altri 50-75, altri ancora 20-35.
Fatto sta che, prima o dopo, tutti prevedono un limite di tempo.
Pensare a quanto tempo ci rimanga e non a ciò che potremmo fare per eliminare questo limite è un atteggiamento imprudente, incosciente ed egoistico.

Non ci resta che lottare allora.
Lottare per il bene della Terra è una delle cose più nobili, se non la più nobile.
Lottare non solo per noi stessi, ma sopratutto per gli altri abitanti del nostro Pianeta: sua i 7 miliardi e mezzo di esseri Umani che le altre migliaia di Specie di Animali e di Vegetali; e non solo per gli abitanti attuali, ma per tutte le future generazioni di noi Esseri Viventi.
Come si lotta? Sicuramente non con l’apoliticità. Non si lotta senza mettere in questione certe cose; negarlo vuol dire porre dei dogmi, mettersi dei paraocchi, e scendere nell’ipocrisia oltre che all’omertà.

Vogliamo infine consigliare la lettura di “a qualcuno piace caldo, errori e leggende sul clima che cambia” di Stefano Caserini per chi volesse approfondire sull’argomento del riscaldamento climatico.
È disponibile su internet in pdf, gratuitamente e accessibile a tutti.
Mentre noi abbiamo cercato di smontare ogni mito nel nostro piccolo, cercando di far ragionare anche sulle cause della popolarità di queste bufale, questo saggio smonta dettagliatamente ogni mito antiscientifico; e nel giro di circa 200 pagine avrete a disposizione tutte le informazioni per trarre delle conclusioni avendo delle basi sull’argomento, senza venir quindi influenzati da dicerie che sempre più circolando sull’argomento. Un revisionismo scientifico che in fin dei conti è scandaloso quanto il revisionismo storico che si sta rafforzando negli ultimi tempi.

Il problema, sperando che l’abbiate capito almeno dopo questo articolo, è insito nel sistema.
Un sistema basato sulla concorrenza e il profitto, e quindi sulla predominazione di un individuo su un altro non può che essere un sistema che istiga all’egoismo. E questo egoismo non ci vuole molto per comprendere che sia la causa di un atteggiamento individualista che ignora le conseguenze di certe azioni, che ignora la sofferenza dei propri simili, che non si fa scrupoli nel far morire migliaia di Animali e di ettati di Vegetazione per far spazio ad industrie. Ciò che conta in questo mondo è far soldi, far soldi, far soldi. Non ne hai abbastanza? Muori. Ne hai abbastanza? Bravo, ora potrai accumularne ancora di più, di più, e di più; non conta chi farai morire, devi fare più soldi.
Se vuoi accumulare la terra e fare un avvallamento dovrai anche scavare una fossa.