Genova isolata è la prova del fallimento dei privati

Da destra a “sinistra”, da Salvini a Calenda, tutti sono assolutamente d’accordo su di una credenza tanto dogmatica quanto falsa, frutto della falsa coscienza di politicanti che agiscono non tanto per il pubblico interesse, ma per quello privato: “in economia meno lo stato fa meglio è”. Via libera quindi ad ogni sorta di privatizzazioni, alla svendita del patrimonio pubblico, a volte persino regalato. Dagli anni ’90 ad oggi non c’è un solo bene pubblico che non sia stato a noi sottratto, o il cui furto sia stato tentato, da parte di grandi imprenditori e finanza, iniziando da tutte le entità statali trasformate in Società Per Azioni per finire con il territorio stesso. Eguale sorte, ovviamente, è toccate al sistema autostradale italiano, ceduto con disinvoltura, con tanto di grasse risate e strette di mano, a gruppi di noti omicidi come i Benetton o falchi della loro risma come il gruppo Gavi. Non c’è da stupirsi nella spassionata difesa di questi ladri ed omicidi da parte dei grandi partiti: sono tutti loro finanziatori. Il Partito Democratico riceve 50.000 euro annui dal Gruppo Gavi, che ha in concessione l’A26, interessata ieri da una frana causata dalla mancata prevenzione. Lo stesso gruppo dona, sempre con la stessa cadenza, quasi mezzo milione di euro a Forza Italia. Non si tratta dell’unico finanziatore comune ai due partiti, in quanto anche diverse catene di fast food che sulle autostrade vendono elargiscono a loro grandi somme: Montana, Roadhouse e Chef Express donano tutte 120.000 ad ognuno dei due partiti “concorrenti”. Vi è poi Toto Holding, che gestisce, tramite diverse aziende, la rete autostradale adriatica, non molto prodiga con la Lega del Capitano alla quale vengono versati solo 10.000 euro annui. Più magnanimo di tutti è il Gruppo Benetton, che ha versato 1.1 milioni di euro a testa a tutti i principali partiti, ivi compresa la Lega. Facile capire un evidente conflitto di interessi: i politici, che dovrebbero portare avanti i nostri interessi, sono vincolati agli interessi dei loro finanziatori reali poiché solo tramite le loro donazioni è possibile mettere in piedi “macchine elettorali” capaci di dare risultati. Da qui un ricatto che il mondo della grande imprenditoria, non vanto ma flagello dell’Italia, fa pesare tutto sulle tasche e sulla vita dei cittadini. L’azienda privata che ha in concessione un tratto autostradale, interessata unicamente al profitto, non si curerà mai di spendere troppo per manutenzione e messa in sicurezza ciò che gli è stato donato dai propri clientes in politica, poiché proprio la presenza di questi all’interno dei palazzi del potere allontana ogni possibilità di controlli o revoche delle concessioni. Non è bastata nemmeno la strage, assolutamente dolosa, del Ponte Morandi ad invertire la rotta: ogni blanda ipotesi di revoca e nazionalizzazione si è scontrata con gli scogli dell’interesse clientelare. Ora le strade, colpevole anche il maltempo, crollano di nuovo, i viadotti vengono chiusi perché ritenuti insicuri e un’intera regione viene strangolata. Ogni giorno sono 4000 i container che sbarcano al porto di Genova, uno dei più importanti del Mar Mediterraneo, e che bloccate quasi tutte le vie intasano la città. Una settimana può reggere ancora il porto, e a dirlo è la stessa Autorità Portuale, poi la più grande impresa di Genova sarà totalmente paralizzata, così come lo è la viabilità in gran parte della Regione. Ancora non ci sono stati morti, “solo” frane ed allagamenti, esondazioni ed evacuazioni, ma per quanto tempo si potrà vivere così solo per permettere la vacanza tropicale a qualche ricca famiglia di vampiri?

“Istruzioni sull’attecchimento del comunismo” di Alessandro Porto e risposta

Riportiamo qui di seguito il testo che il poeta autore del recentemente pubblicato “A regular poem”, il monzese Alessandro Porto, ha posto alla nostra attenzione, seguito da un nostro commento.

“Istruzioni sull’attecchimento del comunismo
Presento un breve compendio sui limiti strutturali che hanno reso al comunismo difficoltoso sopravvivere prima e oggi a realizzarsi. Vi è un errore di fondo poco osservabile, difficile a vedersi, che ha impedito fino ad oggi un naturale sollevamento delle classi medio-basse in favore del socialismo scientifico e ha fatto sì che il comunismo potesse sorgere e mantenersi solo in contesti di forte accentramento, dove lo Stato e il Partito ponessero dall’alto l’idea socialista. Ebbene, un precedente storico rivoluzionario è da considerarsi la Rivoluzione Liberale, che pur con le contraddizioni che essa portò con sé e con gli esiti nefasti ad essa riconducibili, può considerarsi una rivoluzione ben riuscita. A differenza della Rivoluzione Russa e della gran parte delle rivoluzioni comuniste, la Rivoluzione Liberale non si è attuata quale colpo di stato, quanto vera e propria sollevazione popolare, uniforme e omogenea, con un consenso ben più ampio di quello ottenuto, ad esempio, dai bolscevichi in Russia. Possiamo dire che la Presa del Palazzo d’Inverno sia stato un golpe organizzato e attuato da un gruppo elitario, da un partito organizzato e strutturato, ma con un’adesione non totale; la Rivoluzione Francese è stata una sollevazione popolare, guidata dalla borghesia, ma sostenuta dai ceti popolari inferiori, con un sostegno pressoché totale della popolazione. Si può considerarsi per tanto la prima un colpo di stato e la seconda una rivoluzione popolare. Per quanto le nostre simpatie vadano per ovvie ragioni più alla prima che alla seconda, è opportuno mettere in chiaro questo punto e non lasciare che le opinioni e il sentimento mettano argine a questo discorso.
La ragione per la quale la rivoluzione comunista si è sempre dovuta attuare come colpo di mano mentre la rivoluzione liberale non ha mai avuto bisogno di altro che del sollevamento popolare, è di carattere economico. L’economia liberale, là dove esisteva la monarchia assoluta, già si era imposta e affermata, rendendo necessario un cambio di sovrastruttura per assicurare al liberalismo di prosperare e realizzarsi nelle sue forme più alte. Il liberalismo, con vari gradi di libertà, sopravvive parimenti in una monarchia, in una democrazia o in una dittatura nazi-fascista. Paradossalmente la stessa rivoluzione fascista ha in potenza maggiore capacità di sopravvivenza di quella comunista. Semplicemente perché in tutte queste forme politiche l’economia liberale continua a sussistere e a perpetuarsi e qualora la forma statale ne impedisca lo sviluppo essa la abbatterà con forza, con il sollevamento popolare. Infatti, tanto il borghese quanto l’operaio, sono parte del sistema economico capitalista e risentono dei suoi accidenti o della sua salute. Impostosi il modello capitalista non vi era bisogno di un Robespierre per assicurare ad esso la sopravvivenza, poiché il modello economico si era affermati ben prima della rivoluzione e del cambio di sovrastruttura.
Nel caso del comunismo, invece, esso è sempre stato introdotto in contesti capitalisti, in cui la dottrina economica del socialismo è stata imposta dall’alto. Come un organismo introdotto in un ambiente a lui sfavorevole, così lo Stato comunista doveva combattere con tutte le proprie forze per resistere in un sostrato che non gli forniva il giusto nutrimento. Il comunismo ha dovuto imporre dall’alto le propri forme economiche, piegandole in parte alla struttura economica preesistente. Da ciò deriva la necessità di mantenere la dittatura del proletariato nel suo stato rivoluzionario, per impedire alle tensioni strutturali di far implodere lo Stato. Appena la morsa esercitata su queste forze veniva meno (perestrojka), lo Stato collassava, soverchiato dalla struttura capitalista. Essendo impossibile lasciare che uno Stato si distenda in una condizione del genere, era logico fin dal principio che l’esperimento socialista sovietico giungesse prima o poi ad un termine. Condizione differente si ha per la Cina o il socialismo sudamericano, dove la dottrina marxista-leninista è stata rielaborata in contesti socio-culturali che ne permettevano l’espressione in una condizione di per sé disponibile ad una forte centralizzazione. In tutti questo casi però, ancora, il socialismo ha dovuto fare i conti con il modello capitalista e cercare una comunicazione con esso per impedirsi la morte.
Alla luce di quanto supposto fino ad ora è necessario prendere coscienza di due fattori. Il primo è che nel mondo occidentale il comunismo sia inattuabile in contesti antidemocratici o fortemente accentrati, per ragioni culturali. In secondo luogo è evidente che oggi una rivoluzione comunista non possa esserci e non possa sopravvivere in alcun modo: pur in questo momento di acutezza del disagio capitalista non si avrebbe la piena adesione al progetto socialista e il tentativo di portalo avanti tramite l’instaurazione di un periodo del terrore porterebbe inevitabilmente al totale annientamento della Nazione interessata. L’unico modo per prometterci un futuro comunista è lavorare su una struttura socialista a partire da oggi e i tempi sono favorevoli. Qualora la dottrina economica comunista, in questo momento di forte instabilità socio-economica, diventasse prassi, si avrebbe all’avvento della piena automazione una società già avversa alle gabbie del capitalismo e pronta a guadagnarsi lo Stato Comunista. Qualora le fabbriche e gli istituti e le aziende divenissero a gestione collettiva, si organizzassero ossia dei proto-soviet, autonomamente le forme liberali collasserebbero, perché una nuova struttura si sarebbe imposta nella società. Davanti ad uno scenario del genere, dove le crisi del mondo del lavoro e le sfide della nuova economia automatizzata fossero affrontate con la collettivizzazione delle imprese e delle industrie, non ci sarebbe altra possibilità che il comunismo. Il capitalismo sarebbe costretto alla fuga, come fu per il feudalesimo all’alba della rivoluzione liberale. Non sarebbe necessario a questo punto un partito centralizzato che assicuri sopravvivenza allo Stato socialista, perché nessun partito o forza politica potrebbe revisionare o cambiare con la forza il nuovo modello economico (come ad oggi non può essere fatto da un Partito Comunista in uno Stato liberale). Ogni restaurazione, pur se attuata con il maggior vigore, non potrebbe sopravvivere, poiché le pressioni strutturali farebbero inevitabilmente collassare di nuovo lo Stato liberale. Che gli sforzi dei partiti comunisti si concentrino sulla via parlamentare ad oggi è giusto e lecito, ma essi non potranno mai sortire l’esito sperato, ossia la dittatura del proletariato, prima che esso non si sia già reso indipendente economicamente. L’unica via per ottenere tale emancipazione delle classi medio-basse è la collettivizzazione, la formazione di gruppi di lavoratori che rilevino aziende e imprese, vi lavorino e le gestiscano in collettività. Esperimento questo già preesistente, ma vi è la necessità di collettività organizzate a tal punto da divenire un vero contraltare economico e sociale al capitalista. Così come l’avvento dell’alta borghesia poté ostacolare la nobiltà ed attuare il progetto rivoluzionario, vi è la necessità di collettività di lavoratori tanto forti economicamente da trainare la rivoluzione. Il comunismo deve diventare prassi prima che rivoluzione”

Non si può pensare di poter contrapporre ad un sistema che ha avuto interi secoli per definirsi e potenziarsi soluzioni improvvisate o utopiche, pena cadere nell’illusione paralizzante, veleno per ogni politica, o nell’attesa di un deus ex machina che, sorpresa delle sorprese, mai arriverà. Occorre basarsi su di un’analisi delle oggettive contraddizioni insite sia a livello sistemico sia a livello contingente. Vivendo all’interno di un capitalismo avanzato e globalizzato, in particolare osservato dalla situazione europea ed italiana, occorre porsi la domanda di come poter portare avanti una politica antitetica allo status quo pur vivendo al, del e a discapito di esso stesso. Primariamente occorre comprendere i contrasti che in questo momento stanno contrapponendo un aggredito capitalismo industriale italiano, principalmente lombardo-veneto, ad un asse carolingio franco-tedesco, che vede nell’Unione Europea e nelle sue politiche il principale strumento d’oppressione dei rivali. Fatto questo è necessario associare gli interessi economici alla loro rappresentanza politica, per riuscire a disgiungere a livello analitico slogan e proposte atte a veicolare il voto da quelle realmente supportate. Caso limite si può ritrovare nella politica di Matteo Salvini, con il suo “prima gli italiani” a mo’ di manto di politiche di privatizzazione e di privilegi fiscali al ceto imprenditoriale. Ciò permette di capire fino a che punto riesce a spingersi il potere del sistema capitalista, quanto riesca ad estendere forme di falsa coscienza in seno al popolo, che si trova polarizzato su temi “ittici”, estetici o moraleggianti. E’ palese che ciò comporti un’inibizione dell’azione politica rivoluzionaria, che è al momento affidata a minuscole minoranze che anche a dispetto di un notevole impegno faticano anche a farsi conoscere al grande pubblico. Ulteriore inibizione alla lotta è data dal decadimento del mondo sindacale, ormai ridotto ad un modello simil-corporativo a più o meno conclamata gestione padronale, con tanto di manifesti comuni con Confindustria e risibili proposte di sciopero virtuale, un mondo che ha abdicato a qualsiasi bussola ideale e politica per rifugiarsi in innocue contestazioni pre-politiche, un sistematico tamponare i soprusi degli imprenditori per renderli più digeribili alla plebe proletaria senza mai mettere in discussione i meccanismi economici che condannano milioni di persone ad insicurezza e precarietà. E’ ovvio che in una situazione del genere, sopratutto in Occidente dove culturalmente si è stati soggetti all’imposizione di una coscienza felice, per la quale il mondo attuale non solo è perfettamente razionale, ma addirittura il migliore di quelli possibili, occorra adoperarsi in un’intensa opera pedagogica propedeutica ad una totale mobilitazione politica. Attenzione: con ciò non si vuole propagandare un’atteggiamento iniziatico alla formazione politica e militante, ma ribadire che come sia necessario procedere alla formazione di un popolo cosciente, anche e sopratutto tramite l’azione, l’agitazione, l’emulazione, l’esempio dato e ricevuto. A questo fine ben vengano le proposte come quelle di Alessandro Porto, che mirano non solo a trasformare il luogo di lavoro da frutto d’alienazione a officina di una mentalità rivoluzionaria, ma anche a dare una stabilità sociale alla comunità politica. Un’unica perplessità: nonostante i vari e fruttuosi casi di aziende rilevate o fondate a gestione cooperativa, limitandoci ai casi di reale gestione collegiale e sana di queste, non si può dire per quanto ancora sarà anche solo ipotizzabile condurre un’attività economica con scrupoli per la dignità umana e i più fondamentali diritti. Il Mercato, con le sue svalutazioni competitive fecondate dal sangue di innumerevoli innocenti è ora infinitamente più potente di una piccola cooperativa, troppo gelosa dei suoi principi morali per assecondare la generale tendenza deumanizzante. Ma fino al momento dell’impossibilità manifesta è doveroso provare e continuare ad elaborare nuove modalità di resistenza. Ci sentiamo di ricordare come il nuovo si generi dialetticamente partendo dall’esistente e dalla sua antitesi, e come forme di comunità in qualche modo autosufficienti, libere ma unite, possano rappresentare sia dal punto di vista economico che ambientale una risposta al sistema imperante, ma che non si possa pensare ad esse come una prassi immediata, in quanto ciò comporterebbe un isolamento che ha molto di ascetico ma poco di politico.

Con i lavoratori della Whirlpool. A loro la fabbrica!

Esprimiamo la nostra vicinanza ai 410 operai dello stabilimento Whirlpool di Napoli colpiti dalle parassitarie misure di delocalizzazione ad opera dei proprietari. Il lavoratore è la vera e unica fonte della ricchezza. La libera circolazione di merci e capitali all’interno di un sistema capitalista si traduce nella materialità alla costante umiliazione di tutti gli esseri umani. La fabbrica appartiene a loro, ai 410 cittadini che per anni hanno permesso la sua attività. Appoggiamo totalmente l’occupazione, e speriamo in una rapido cambio di gestione a favore dei lavoratori. Purtroppo lo “stato”, in ossequio alle imposizioni liberiste di Bruxelles, è assente. Dovrebbe intervenire con l’esproprio e con la galera per i delocalizzatori, ma ancora un volta il popolo e il popolo solo sta sulle barricate.

Comunicato sugli ultimi eventi avvenuti al confine fra Siria e Turchia

Apprendiamo dell’ingresso delle truppe del regime di Erdogan, che da anni tiene schiacciato il popolo turco, nelle zone della Siria del Nord ora presiedute dalle forze popolari Curde. Pur condannando le affiliazioni internazionali dettate a questi da una pretesa “realpolitik”, non possiamo che mostrare la massima solidarietà ad un popolo di combattenti che lottano in primis per la loro autodeterminazione e per la giustizia sociale. Che il tradimento dei mercenari americani serva da lezione: l’utile distinto dal giusto spesso si rivela dannoso. Erdogan si rivela ogni giorno di più una serpe imperialista mossa da una volontà espansionista ai danni dei siriani e dei curdi. Questi due popoli, separati da una guerra scatenata anche dalle ingerenze straniere, devono raccogliersi assieme ed associarsi ai patrioti turchi che operano da anni per rovesciare il regime di Erdogan, come il Fronte Popolare, e non dimenticandosi la lotta per la libertà del popolo palestinese, oppresso dalla morsa sionista. Giovine Italia condanna quindi l’ennesima aggressione imperialista accolta dal silenzio della Nato -della quale la Turchia è membro- dell’Onu e dell’Unione Europea. La lotta di un popolo è la lotta di ogni popolo.

Il ruolo ambiguo degli industriali nel periodo della resistenza.

Come si può leggere nelle pagine del bellissimo ed inspirante libro di G.Bocca “storia popolare della Resistenza”, il ruolo espresso dalla Fiat (ergo Agnelli) era ambiguo. Va detto, per questioni di onestà intellettuale, che il libro viene ovviamente analizzato da un punto di vista delle brigate Garibaldine, le quali non vedevano di buon occhio ( e giustamente, visto l’apporto dato fino a quel momento alla macchina bellica italiana) gli industriali italiani. Quest’ultimi, infatti, non erano di per sé antifascisti ; cavalcarono il vento popolare in quel periodo, pensando probabilmente che la guerra (durante la R.S.I.)fosse ormai agli sgoccioli e che, quindi, fosse meglio agire affianco dei patrioti piuttosto che dei repubblichini. Gli operai, i quali ricordavano i grandi scioperi del 21 22 in cui lo stesso Agnelli arrivò a proporre a Giolitti di bombardare gli insorti, erano freddi nei confronti degli industriali, sebbene questi ultimi avessero (va ammesso) aiutato in quei mesi i partigiani ; concedevano loro di riunirsi e, poi, la fabbrica rappresentava un rifugio. Tuttavia, i problemi arrivarono quando le brigate Garibaldine erano ormai ben salde nei territori del nord, soprattutto in Liguria, dove gli operai iniziarono a creare problemi seri sia alle istituzioni fasciste che alle truppe regolari. Ovviamente gli industriali, trovandosi in un fuoco incrociato, subito tentennarono ma poi, fortunatamente per loro, tranne le incursioni ardite dei Gap e Sap, le battaglie si rispostarono, nuovamente, nelle valli che erano un ambiente più confacente al partigiano che, forse, disprezzava pure l’ambiente urbano.E così, la stagione dei grandi scioperi del marzo 44 finì, parzialmente in un bagno di sangue, con più del 20% degli scioperanti deportati in Germania.

Letteratura e Giornalismo, quale futuro?

Comprando e leggendo sia libri che giornali viene difficile esprimere anche solo una predilezione per uno dei due . Certamente la complessità di un libro è difficilmente riscontrabile in un trafiletto di giornale dove, costretti dai parametri da non superare , i giornalisti non riescono a dare il meglio(si scopre, poi, quando essi stessi diventano scrittori che hanno un talento anche per la saggistica e la narrativa).

Una cosa è assolutamente certa; chiunque, al meno sul piano teorico, può essere uno scrittore. Altra cosa è per il giornalismo; periodi lunghissimi, poco lavoro, non che il campo della letteratura sia rigoglioso, e , in generale, competizione per posizioni più vantaggiose.

Quindi, la prima precisazione da fare è: un giornalista può essere uno scrittore senza studiare, ma uno scrittore non può essere un giornalista, a meno che non si istruisca.

E’ necessario, poi, una divisione; oggigiorno, non esiste più una demarcazione precisa fra i due ambiti. Il rischio, concreto, è un impoverimento a carattere generale “a causa di una mancanza di riflessione teorica”.

Ciò deriva da due concause che, insieme, creano una risposta, a mio parere, corretta al quesito di chi, in questo preciso momento, si domandasse “come mai c’è stato questo impoverimento?”. Le risposte sono le seguenti: 1) tecnologia e 2) intreccio dei generi letterari.

Il primo punto è sotto gli occhi di tutti; per quanto si possa sostenere che il giornalismo abbia “tenuto botta” all’avvento di internet ne ha, invece, sofferto moltissimo. Sì, è vero, non mancano esempi virtuosi di testate nate sulla rete, tuttavia il comparto giornalistico ha perso la verve che aveva fino a solo vent’anni fa: basti pensare a tutti i giornali falliti od assorbiti.

Inoltre, i siti internet non mettono in risalto il giornalista; non c’è più quella sorpresa di scoprire il nome di quest’ultimo. Chi resiste sono i giornalisti televisivi, essendo la TV il mezzo di propaganda più seguito, per il momento.

Questo ha, generalmente, indebolito tutta la stampa e il giornalismo. A questo si aggiunge il secondo punto, quello davvero distruttivo e mortale non solo per il giornalismo, ma per chiunque abbia scritto anche solo un libricino di 20 pagine: l’intreccio dei generi letterari è la morte della scrittura. Come avviene fra le specie animali, ad esempio con i pastori tedeschi, mischiare i generi letterali ha portato oggi ad una confusione terribile. E’ un saggio? Un testo di narrativa? Un’inchiesta giornalistica? Insomma, la confusione regna sovrana ed il problema è molto più complesso comprendendo moltissimi eccezioni e casi. Ad ogni modo, l’intreccio dei generi è sempre stato ricercato anche nei secoli precedenti, quindi il problema non dovrebbe sussistere, teoricamente. Qui, viene in ballo un altro punto: l’universalità moderna del leggere. Tutti leggono e lo sanno fare, ma lo fanno male(come diceva, giustamente, Herman Hesse). Di conseguenza, la ricerca di quello che ho chiamato intreccio è un tentativo, a mio parere, di attirare il nuovo pubblico non di sperimentare per puro piacere .

Non esiste più un comune denominatore per distinguere, anzitutto, la letteratura e il giornalismo e, poi, per dividere in categoria tutti gli altri sottogruppi. Il passo, in questo caso, deve farlo la letteratura non certo il giornalismo.

La prima, infatti, ha un ruolo ancora importante oggi, possiede ancora il dado della cultura(seppur sia stata totalmente superata). Il giornalismo è ahimè, ironia della sorte, già qualcosa di nicchia se ci riferiamo all’idea originaria a cui tutti pensiamo. La letteratura, invece, no. E’ irriconoscibile, ma viva. Deve decidere se creare dei confini ben precisi, evitando quindi ulteriori frammentazioni e indebolimenti, condannandosi però alla nicchia, oppure imboccare la strada che sta prendando in questo momento e snaturarsi, una volta per tutte.

Wish you were here, Julian

On September 2nd at 6:00 pm, the journalist John Pilger, alongside the famous songwriter and singer of Pink Floyd, Roger Waters, organized a concert to protest the arrest and treatment of Julian Assange, journalist and founder of wiki leaks. The concert was held at Marsham street in front of the home secretary’s office. Assange has been imprisoned in Belmarsh prison for almost half a year, his health is quickly deteriorating, and as Pilger reported “His psychological torture is unabated. He remains isolated in his small cell, mostly 23 hours a day, denied proper exercise. He has lost more weight. Although ‘approved,’ phone calls to his parents are still not possible.” The conditions in which Assange is been kept are not far from torture, he’s also be denied the possibility of keeping in touch with his lawyers. If Assange is extradited to the USA, he’ll surely face a sentence of up to 175 years in prison only because he was willing to expose the crimes committed by the USA government in foreign countries. The arrest and torture of Julian Assange is an attack on democracy and a wink at authoritarianism. What makes this scarier is that the arrest of Assange is just a way for the elite to silence the opposition and possibly prepare to spread more terror across countries. As decent human beings, we should not stand in silence while all of this happens, because I can guarantee you that our ancestors who fought for democracy and freedom would not be pleased.
“Troubled, leaning on Necker, descends the King to his chamber of council; shady mountains

In fear utter voices of thunder; the woods of France embosom the sound;

Clouds of wisdom prophetic reply, and roll over the palace roof heavy.

Forty men, each conversing with woes in the infinite shadows of his soul,

Like our ancient fathers in regions of twilight, walk, gathering round the King:

Again the loud voice of France cries to the morning; the morning prophesies to its clouds.”

“The French Revolution” by William Blake

L’era del dollaro come moneta degli scambi internazionali è arrivata al termine?

È notizia recente che la Jp Morgan(attraverso Craig Cohen) sostenga, fortemente, che il privilegio del dollaro come valuta di scambio internazionale è giunto quasi al termine.

Ma vediamo il perché. Anzitutto, la crescita delle economie asiatiche, in primis la Cina che, insieme alla Russia, sta avviando la cosiddetta corsa all’oro.

Perché scegliere l’oro?

L’oro è una forma molto più democratica e stabile, rispetto al dollaro, di scambio. Ogni anno ne viene estratta soltanto l’1%, non di più. L’oro, inoltre, si trova su tutto il pianeta : Asia, regioni polari, Nord America, Europa centro-orientale. Il mercato dell’oro frutta moltissimo ed è, come detto precedentemente, meno sottoposto alle fluttuazioni del mercato.

Chi ha le riserve auree più grandi del pianeta?

-La Banca centrale di Mosca ne detiene 2190 tonnellate per un valore di circa 90 miliardi di dollari.

-La Cina da gennaio sta acquistando decine di tonnellate di oro il mese che in parte sono destinate a incrementare le riserve. La quantità totale di oro è di circa 2.000 tonnellateE l’Italia? L’oro, con circa 2.450 tonnellate, rappresenta il 66% di tutte le nostre riserve.

Un altro problema dell’oro, il mercato nero.

Il mercato nero di oro avviene, soprattutto, in Africa. Tuttavia il mercato dell’oro mondiale, ovvero quello legale, frutta talmente tanto(parliamo di triliardi) che la percentuale di contrabbando è veramente bassa, soprattutto se si conta il fatto che l’estrazione dell’oro è regolata ogni anno.

Chi esulta per la possibile caduta di Conte si prepari a piangere

Il fututo governo Salvini, che si otterrà molto probabilmente dopo una parentesi tecnica, non solo godrà di un supporto furbescamente ottenuto tramite opere di distrazione mediatica, ma anche degli strumenti fisici e giuridici per reprimere ogni possibile dissenso. Voi, che avete applaudito al decreto sicurezza perché pensavate che questo andasse a colpire spacciatori e ladri, ricordate che avete salutato con gioia lo stesso decreto che in forma di manganello si schianterà sulla testa vostra o dei vostri figli il giorno che deciderete di non poterne più di vivere da servi. Salvini non è sovranista, a lui della sovranità democratica del popolo italiano non importa assolutamente nulla. Lui punta ad un nord economicamente competitivo che si inserisca alla testa di un processo federalista europeista e profondamente antieuropeo, antipopolare ed antidemocratico. La tav, l’aliquota unica, lo stato di polizia non sono gli interessi dei milioni di italiani che ogni mattina si alzano per lavorare, non sono gli interessi di professori, contadini, disoccupati ed autonomi, ma sono espressione dell’interesse della grande borghesia, desiderosa di fagocitare i più deboli, di opprimerli e di ridurli a salariati. Saranno tempi bui quelli venturi, poiché all’anestetico a base di boutade sull’immigrazione si andrà a sommare una sempre maggiore forza della sovrastruttura europea, rappresentata in Italia da quella schiera liberal-conservatrice che si appresta ad instaurare il suo dominio. Gli italiani sono pronti a barattare la sovranità economica per il presepe nelle scuole?