Deideologizzazione? Parliamone

Un disegno di legge viene depositato: un fronte trasversale a suo sostegno, un fronte trasversale ad opporsi. O ancora: totale accordo ed armonia riguardo ai modelli economici e di sviluppo in seno al dibattito politico. O anche: periodiche rittrattazioni delle posizioni precedentemente espresse, con la damnatio memoriae per voti e pareri espressi. Queste scene assolutamente familiari ad ogni occidentale vengono in genere ricondotte al fenomeno della “deideologizzazione”, ossia della progressiva perdita d’indentità caratteristica da parte delle forze politiche a favore di un totale pragmatismo mirato al risultato immediato. E’ così? Può darsi, ma questa visione non convince del tutto.

L’ideologia dominante

L’ideologia, accettando la definizione comune e diffusa del termine, altro non è che un sistema di pensiero, un insieme di idee condivise espressione della storia, delle aspirazioni, delle paure e degli interessi di un determinato gruppo. Affermato questo possiamo vedere come tutt’ora esista, e prepotentemente, un ordinamento ideale diffuso, accettato ed anzi dato e propagandato come scontato ed inevitabile. Non si parli di nichilismo, perdita di valori o fine dei sistemi politici, quanto di un loro riassestamento sulle posizioni culturali dei vincitori della guerra fredda. La postmodernità, volendo accettare questa definizione, può sembrare basarsi su grandi negativi e sul relativismo più totale, ma non è così: ciò è percebile epercepito solo dall’interno di essa, accettando la sua, e qui veniamo al punto, ideologia. Dall’interno del sistema ideale post-moderno noi non vediamo altro che questo, magari declinato in varie forme e colorato in vari modi, ma questo rimane. Non esistono prospettive di cambiamento strutturale, non esistono voci radicalmente fuori dal coro, ma unicamente differenti posizioni all’interno di un unico sistema etico, politico, economico, culturale e sociale. Essendo questo sistema oramai egemone, e forse l’unico pensiero forte -perchè di questo si tratta: una precisa, decisa e radicale codificazione politica e filosofica- diffuso su larga scala, è facile cadere nella sua stessa propaganda, dandolo “per scontato”, scegliendo subconsciamente di non vederlo, allo stesso modo in cui il cervello non elabora la sagoma del naso pur essendo questa perennemente al centro di ciò che vedono i nostri occhi.

Discostandoci da quella linea di pensiero indotta possiamo osservare in tutta la sua interezza l’ideologia ora dominante. Possiamo vedere il capitalismo portato al parossismo, il ritorno in auge della colpevolizzazione della povertà, possiamo vedere una critica radicale al concetto di democrazia in nome di un direttorio tecnocratico, di un simposio di “esperti”, possiamo vedere l’acritica accettazione di un’idea di uomo naturalemente egoista e malvagio, in barba a qualsiasi prova della sua socialità, possiamo vedere la competizione e la flessibilità assunti a dogmi, e l’accumulazione di capitale, speso spesso in maniera molto barocca unicamente per l’immagine, come unico motore trainante degli abitanti di questo sistema, che non possono, e non ci tengono più, ad essere definiti dittadini.

“Destra e sinistra non esistono più”

Una delle credenze più diffuse, delle posizioni più sostenute e madre di ogni sorta di strampalate teorizzazioni politiche è l’assioma secondo il quale le categorie politiche destra e sinistra sarebbero oramai inesistenti, concetti slegati dall’agire politico quotidiano. Per confutare questa tesi serve prima di tutto avere chiaro cosa significano i termini “destra” e “sinistra”. Dando per scontata l’origine storica, si può sintetizzare definendo di “sinistra” quelle istanze che mirano all’attuazione di un disegno di progressiva attuazione di un dover-essere all’essere, scegliendo di vedere la proiezione futura di questo come razionalizzabile, mentre di “destra” quelle che puntano alla difesa -o alla ricostruzione- di un esistente dato come unico argine o come naturale frutto di un essere caotico e violento, impermeabile ad ogni cambiamento in positivo se non collaterale e circostanziato.

Queste due categorie hanno per secoli raccolto la tensione ideale di chi immaginava società diverse, irriducibili l’una alle altre, il che era manifestato da un’intensa contrapposizione tanto fisica quanto intellettuale. Oggi quella contrapposizione esiste ancora, ma è ignorata dal grande pubblico. Possiamo utilizzare un paragone coi giorni nostri: l’Italia è da almeno due decenni in un costante stato di guerra, con le proprie truppe impegnate in diversi teatri; alla domanda “secondo te siamo in guerra?” l’uomo della strada risponderebbe colpito dall’apparente idiozia della domanda con un “certo che no!”. Eppure saltuariamente passano le notizie di morti e feriti, di conflitti a fuoco, per tacere delle ignorate vittime civili o di parte avversa. Allo stesso modo sembrerebbe non esistere più scontro politico se non limitato a temi estetici e di ordine pubblico, con una storia arrivata al capolinea in un eterno presente, ma poi arriva chi reclama l’eguaglianza, chi urla al mondo intero che vuole distruggerlo e crearne uno nuovo e migliore, che tutto questo è perfettamente possibile e che, anzi, è il presente sistema ad essere irrazionale e folle. E quando le città si bloccano e le strade bruciano ecco riemergere la Politica, quella che sembrava lasciata al secolo scorso, sotterata in virtù di un’insulsa concordia civile che altro non è che la vittoria della classe possidente. La guerra esiste, ma non è percepita nel campo egemone, e solo chi ne fa esperienza diretta può testimoniarne la materialità.

Destra e sinistra esistono ancora, e ad oggi non esistono categorie politiche migliori nella descrizione sommaria delle istanze politiche. Se sembrano essere sparite è perché in realtà una sola di queste si è resa egemone, ottenendo il monopolio della politica istituzionale, dei media, della cultura. La destra si è imposta: competizione, conflitto, profitto, terrore stanno alla base del sistema attuale, e negare ciò sarebbe negare l’ovvio.

Per contrapporsi a quello che nei fatti è un pensiero forte, dotato di una grande massa di sostenitori, anche se spesso incoscienti, non c’è altra strada se non la lotta aperta, riconoscendo in primis l’esistenza di questa. Porsi fuori dagli orizzonti di un sistema che è nostro nemico ed opporgli un altro mondo, un mondo nuovo da immaginare e creare.

Forte Pietralata: una cospirazione inesistente

“I rivoluzionari appartenevano alla setta anarchica e al partito repubblicano. Riusciti a impossessarsi delle bombe al Forte Pietralata si sarebbero diretti in città per trovarsi alle ore quattro in piazza Colonna, dove alcuni anarchici ed altri rivoluzionari dovevano attenderli per impadronirsi a mezzo bombe a mano del Parlamento e del ministero dell’Interno. Contemporaneamente sarebbero state inviate a mezzo camions bombe al quartiere Testaccio dove rivoluzionari , per precedenti accordi con la cooperazione dei soldati dell’81° Fanteria accasermati nei sotteranei di uno stabile che trovasi prossimo al Lungo Tevere avrebbero ceduto le armi e si sarebbero uniti a loro, per impadronirsi della caserma dei Reali Carabinieri e di quella di Pubblica Sicurezza. Sollevato poi l’elemento popolare del quartiere Testaccio e munitolo di bombe si sarebbero diretti nel centro di Roma. Il gruppo più numeroso degli Arditi doveva assalire il Quirinale ed il ministero della Guerra spalleggiati in questo dal gruppo di anarchici che con bombe a mano dovevano invadere il quartiere di Porta Pia e dirigersi verso Villa Savoia. Essi contavano concertezza dell’appoggio di una buona parte del 2° Bersaglieri e di batteria di Monte Mario.”

(16 luglio 1919, informazioni fiduciarie, busta 84, f. Movimento sovversivo II-Roma, sf Complotto del forte di Pietralata)

Siamo a Roma immersi nel fuoco del Biennio Rosso. Le forze dell’ordine sono in costante allarme con fabbriche occupate, cortei e scontri di piazza che sempre più spesso lasciano a terra morti e feriti. In questo clima di tensione sono moltissimi gli attori in gioco: vi sono i socialisti legati al Partito Socialista, divisi, disorganizzati ed incapaci di dare uno sbocco pratico tanto ai proclami massimalisti quanto al riformismo; vi sono i nazionalisti monarchici, impegnati nella repressione di ogni moto “bolscevico”, supportati spesso da esercito e polizia; vi sono i repubblicani, anche loro divisi fra rivoluzionari e riformisti; vi sono gli anarchici, molto agguerriti, ma molto pochi. In mezzo a tutti questi stanno gli ex-combattenti, coloro che avevano partecipato al conflitto più o meno di loro volontà e con diversi desideri e scopi. Osannati retoricamente dai nazionalisti ed osteggiati in massima parte dal socialismo ufficiale, sin da subito coloro i quali, ed erano milioni, avevano vestito il grigio-verde si sentirono in necessità di riunirsi autonomente per difendere la posizione che pensavano di aver meritato, le “conquiste della Vittoria” o semplicemente la sicurezza economica che dovrebbe per lo meno essere garantita da uno stato il quale ha richiesto impassibilmente l’estremo sacrificio. Se molti d’area nazionalista si riunirono a difesa della Corona da un possibile sbocco rivoluzionario, non meno reduci si raggrupparono in risposta al’aumento del costo dei viveri e del costo generale della vita. In mezzo alla miriade d’associazioni, per citarne due, opposte, la nazional-monarchica “Unione Popolare Antibolscevica” e la socialista “Lega Proletaria Reduci”, svettavano per spirito combattivo quelle formate da ex-arditi, che inizialmente radunati nella Fratellanza Fra gli Arditi d’Italia, di stampo vagamente sociale, patriottico ed apartitico, ben presto si polarizzarono in formazioni opposte e spesso contrapposte, anche fisicamente, le quali arrivarono nelle loro estreme propaggini alla base di diverse sezioni fasciste e nel primo gruppo militante antifascista, gli Arditi del Popolo.

Cosa portava un ex-ardito a compiere quella che agli occhi di un moderno poco informato può sembrare una scelta ossimorica come quella di aderire a correnti anarchiche, repubblicane o socialiste, spesso divise da un labile confine, pur conservando il suo passato da combattente, spesso volontario? Innanzitutto va detto che per molti, come per lo stesso Secondari, la guerra avrebbe potuto rappresentare la miccia per lo scontro sociale, al termine della quale i proletari, ora addestrati ed armati, avrebbero potuto prendere il potere. Inoltre la guerra contro gli Imepri Centrali rappresentava di abbattere odiosi costrutti assolutamente reazionari e fautori di un militarismo aggressivo che nulla aveva da invidiare all’imperialismo inglese o a quello nascente americano. In Italia la guerra non porto la Rivoluzione, e questo per una serie di cause ed errori, ma sicumente porto un periodo di altissima tensione. L’ardito rappresentava sul campo l’equivalente militare di un sovversivo politico: dotato di larga autonomia, abituato all’azione rapida e brutale, sdegnoso nei confronti degli alti graduati e degli “imboscati”, tornato alla vita civile non poteva di certo rassegnarsi alla passività, in specie se abbandonati dalle istituzioni ed assaliti non solo dall’affitto e dalla fame, ma anche dalla sensazione di aver combattuto per nulla, poiché la tanto sudata “Vittoria” non solo non aveva dato all’Italia alcune delle “Terre Irredente”, ma aveva anche permesso di squarciare il velo di Maya della retorica sciovinista vedendo l’enorme profitto degli speculatori, arrichitisi sulla vita di milioni di giovani italiani.

Argo Secondari

Non sorprende dunque leggere nelle comunicazioni interne alla Pubblica Sicurezza uno smisurato timore per le Camere del Lavoro, le associazioni e le sezioni di partito a forte componente di ex-arditi, molti dei quali, nonostante la posteriore propaganda fascista, avevano da subito scelto il campo progressista. Ma passiamo ai fatti. Abbiamo riportato all’inizio di questo articolo un estratto di un documento ad uso interno delle forze dell’ordine. Ebbene, il contenuto di questo è totalmente falso, corrisponendo a verità solo quando menziona un tentato attacco al Forte Pietralata, nel romano. Perché quindi produrre un documento del genere? Parlare di cosa avvenne nella notte del 16 luglio 1919 può essere utile.

il forte oggi

Da una parte abbiamo alcuni uomini, anarchici, repubblicani, qualche socialista, fra i quali vi è anche il Tenente Argo Secondari, e dall’altra un forte presidiato dagli arditi del 17° battaglione. Un forte sì pieno di armi, ma anche, e sopratutto, di viveri. I romani non sopportavano più il continuo aumento dei prezzi, che unito alla cristalizzazione degli stipendi condannava l’intera popolazione cittadina alla fame. Volontà degli “attaccanti” è quella di penetrare nel forte se possibile grazie all’aiuto dei soldati di presidio, e, oltre a qualche utile bomba, recuperare vettovaglie da distribuire alla popolazione. Nessun progetto, almeno nell’immediato, di golpe o attacco a sedi istituzionali, ma solo una mossa nello scacchiere del conflitto sociale. Una pattuglia di soldati viene fermata, e viene coinvolta nel piano. Viene detto loro di tornare al forte, recuperare il materiale e portarlo ad una grotta lì vicino. Nonostente l’apparenza non tutti sono concordi, e tornati al forte vi sono alcuni delatori che allertano i comandanti. Si inizia la ricerca dei sovversivi, i quali vengono arrestati sia sul momento in città che nei giorni seguenti. Incarcerati, saranno rilasciati solo in novembre dopo mesi di proteste in loro favore, che anche se partecipate dalla popolazione, saranno vergognosamente ignorate dai settori “ufficiali” tanto del partito socialista quanto di quello repubblicano. Ma perché fabbricare la notizia di aver sventato un pericoloso piano insurrezionale che avrebbe attentato alla vita stessa della famiglia reale quanto al parlamento? Perchè alzare la tensione era uno dei principali obbiettivi delle forze reazionarie, le quali miravano senza troppe remore ad un golpe militare che ristabilisse l’ordine perseguitando ogni dissidente politico. La stampa, nutrita di notizie false ed esagerate, contribuì nel creare in seno alla società borghese quel clima di paura che porterà all’avvento della dittatura fascista.

La verità dietro all’abbattimento del Boeing 737

Le macerie del 737

Si sente parlare in questi giorni, sempre di più, del recente incidente avvenuto in Iran con un semplice aereo di linea.Un boeing della Ukraine International Airlines si è infatti schiantato vicino a Teheran (appena 3 minuti dal decollo) poche ore dopo gli attacchi dell’Iran verso le diverse basi statunitensi in Iraq.Inizialmente l’Iran ha dichiarato che si sia trattato di un incidente tecnico, e che si stavano svolgendo indagini sul luogo.Poco dopo, sempre l’Iran, ha dichiarato di non esser disposto, almeno per il momento, a concedere la scatola nera del boeing all’Ucraina.È quindi legittimo pensare, avendo questi semplici dati alla mano, che sia stato effettivamente l’Iran ad aver abbattuto il boeing.Le ipotesi nate inizialmente su un eventuale attentato terroristico sono state scartate fin da subito, già dal semplice fatto che nessun “organizzazione” terroristica (Isis, al-quaeda, o altri) abbia rivendicato l’episodio.Ma la questione non è così semplice.Secondo gli Stati uniti e i suoi media (quindi anche quelli Europei, visto che prendiamo la maggior parte delle informazioni dagli Usa dando per scontato che siano tutte attendibili) l’Iran ha abbattuto il boeing 737 (176 morti: Gran parte delle persone a bordo, 82, erano iraniani, 11 di nazionalità ucraina, 63 canadesi, 10 svedesi, 4 afgani, 3 tedeschi e 3 britannici) per sbaglio lasciando accesi i sistemi missilistici dopo l’attacco avvenuto durante la notte.In questo modo, purtroppo, avrebbero riconosciuto automaticamente, ed erroneamente, l’obiettivo lanciando quindi il missile Tor-M1, tra l’altro di fabbricazione Russa ma con sistemi/software Iraniani.Va detto poi che è stata l’emittente televisiva “al Hadath”, che fa parte del gruppo della saudita “al Arabiya”, ad aver diffuso la notizia che il boeing sarebbe stato colpito per errore da un missile sparato dai Guardiani della Rivoluzione iraniana, i Pasdaran. Appunto un media dell’Arabia saudita e quindi per sua natura schierato politicamente contro l’Iran e l’intero blocco anti-Usa ed anti-Nato. Gli stessi media, a braccetto con i colleghi occidentali, che hanno sparato bufale su bufale su Assad per far scatenare poi la guerra in Siria (armi chimiche rivelatisi inesistenti) o anche su Saddam (armi nucleari rivelatisi inesistenti).La questione della scatola nera fa venir sicuramente i dubbi sulle eventuali colpe dell’Iran, ma non va sottovalutato il fatto che ceder in questo momento una prova così importante ad un Paese (Ucraina) più o meno fantoccio dell’Occidente (seppure con legami ultimamente più stretti con la Russia per via del nuovo presidente) potrebbe significare per l’Iran una perdita definitiva di queste prove. Potrebbe succedere qualunque cosa in questo conflittuale momento, e ciò che conviene per l’Iran è ovviamente invitare l’Ucraina o l’Organizzazione Internazionale ad investigare sul luogo. Ed è effettivamente ciò che ha fatto. Secondo l’agenzia Irna infatti le autorità Iraniane hanno invitato Boeing e inquirenti di Kiev a partecipare all’inchiesta. L’Iran accoglierà anche esperti di altri Paesi i cui cittadini sono deceduti nello schianto (quindi Germania, Canada, Svezia, Afghanistan, e Regno Unito; escludendo probabilmente Nazioni che vorrebbero sicuramente intervenire “ficcando il naso”, come gli Stati uniti).È inoltre iniziato a girare un video più o meno dopo le dichiarazione del primo ministro Canadese Trudeau (essendo morti 63 connazionali) sul fatto che sia stato l’Iran ad aver abbattuto erroneamente l’aereo: un video filmato su un semplice smartphone che mostra l’abbattimento dell’aereo, esplicitamente avvenuto con un missile.Ci sono da fare diverse considerazioni sul video:1) È iniziato a girare dopo un po’ di tempo dall’avvenimento, mentre in genere i video “reali” iniziano a girare nel web pochi minuti o massimo ore (o perfino in diretta) dai vari disastri che possono succedere; si pensi ad esempio alle varie stragi avvenute negli ultimi anni in Francia o a Londra, o le sparatorie quasi quotidiane che avvengono negli Stati uniti. Questo fa pensare che questo tempo prima della pubblicazione sia stato speso appunto per editare il video.2) Fa ancora di più pensare a male il fatto che il video sia stato girato (se è stato veramente registrato) proprio in quell’esatto momento, con la visuale rivolta verso l’incidente come se già si sapesse cosa stava per accadere. Il fatto che sia avvenuto di notte lo rende ancora più strano. Pensateci: chi si metterebbe a fare un video di notte, completamente a caso, inquadrando poi un punto del cielo anch’esso completamente a caso? Poi, vista l’alta improbabilità, non vi mettereste a condividere immediatamente il video se quest’ultimo ha casualmente immortalato un incidente di queste dimensioni?3) Il video è stato “certificato” da Eliot Higgins. Probabilmente pochi, o nessuno di voi ha mai sentito questo nome; ebbene è giusto parlare brevemente di questo soggetto.Circa un anno fa avvenne un incidente sul Donbass, in cui un volo di linea MH 17 si schiantò. Immediatamente si iniziò a parlare di missili lanciati dai ribelli filo-Russi presenti sul territorio, che sarebbero stati capaci di abbattare questo aereo ad una quota altissima, ben 9000 metri. E durante le indagini, quindi senza alcuna prova, la commissione Europea si scagliò ad una tempestività invidiabile contro il governo Russo dicendo a questo di dover prendere le proprie “responsabilità” sull’accaduto (risarcendo le vittime, l’agenzia aerea, e magari prendersi anche qualche sanzione; proprio la giustificazione delle sanzioni era l’obiettivo di questo atto terroristico, e l’obiettivo fu effettivamente raggiunto, rinforzando tutta l’Europa le sanzioni verso la Russia). Queste investigazioni, più o meno per conto della commissione europea, erano seguite dalla Joint Investigation Team, identificato con il gruppo “Bellingcat” creato proprio da Eliot Higgins. Quest’ultimo, già dai primi anni della guerra alla Siria, con lo pseudonimo di Brown Moses, era disposto a certificare come autentica ogni fake che gli veniva sottoposta dai media e che, dopo i soldi ricevuti dalla Open Society Foundation di George Soros, ha messo Joint Investigation Team, attualmente patrocinato dall’Atlantic Council, in pratica un think tank della NATO finanziato dal Dipartimento di Stato americano. Almeno la certificazione di questo video, quindi, è tutt’altro che attendibile.Vanno analizzati poi gli effetti di questo disastro.La US Federal Aviation Administration ha vietato a tutti i voli commerciali (statunitensi) di entrare nello spazio aereo Iraniano ed Iracheno, in questo modo si blocca quasi completamente il commercio dell’Iran colpendo indirettamente soprattutto Cina e Russia, che hanno forti scambi col Paese Persiano.Inoltre, diversi vettori non americani hanno dirottato i loro voli mercoledì per evitare l’Iraq e l’Iran, secondo Flightradar24, un sito che traccia i transponder degli aerei. Non entreranno nello spazio aereo di Iran e Iraq neanche Qantas, Malaysia Airlines, Singapore Airlines, Air France e Lufthansa; minando quindi non solo i voli commerciali ma anche il turismo, già piuttosto misero purtroppo per l’Iran, evitando perfino certi voli di scalo. Un altra grande perdita sul piano economico per l’Iran.Proprio per via di queste ritorsioni contro l’Iran gli Stati uniti stessi hanno comunicato che è stato senza dubbio un incidente involontario (sarebbe folle ovviamente abbattere un aereo sopra la propria capitale, con circa metà dei passeggeri connazionali, minando la propria reputazione innescando quindi gravi conseguenze economiche verso il Paese); incidente involontario che vuole comunque gettar sfiducia verso l’Iran, minando oltre che il turismo anche eventuali rapporti commerciali; incidente involontario che vuole giustificare ulteriori sanzioni “per irresponsabilità” contro il Paese già isolato.Va poi presa in considerazione la situazione di Boeing e della compagnia del volo di linea.Boeing ha dichiarato di esser “consapevole delle notizie di stampa dall’Iran e stiamo raccogliendo più informazioni”. Boeing, come gli altri produttori di aerei, in genere dà assistenza nelle indagini sugli incidenti. Tuttavia in questo caso su questi sforzi potrebbero influire le sanzioni Usa imposte all’Iran da quando Donald Trump si è ritirato unilateralmente dall’accordo sul nucleare iraniano a maggio del 2018. Con queste sanzioni, che invitano indirettamente a Boeing a “non spendere”, si evitando quindi anche investigiazioni che potrebbero sicuramente esser più imparziali rispetto alla Joint Investigation Team citata precedentemente.La società Boeing è stata sottoposta inoltre ad un intenso controllo dopo lo schianto di due 737 Max jet in meno di cinque mesi, che insieme hanno ucciso 346 persone.L’incidente, poi, tocca politicamente un nervo scoperto in Ucraina, poiché la compagnia aerea che opera il volo, l’Ukraine International Airlines, è in parte di proprietà di una rete di compagnie offshore di Igor Kolomoiskij, un oligarca con stretti legami con il presidente Ucraino Zelenskij.Quali sono quindi le conclusioni?È un caso complesso: un incidente avvenuto poco tempo dopo l’attivazione dei missili lanciati contro le basi Usa in Iraq, una scatola nera che l’Iran al momento non vuole cedere preferendo piuttosto aprire le indagini e le inchieste per i Paesi delle vittime, e un video molto probabilmente falso che dà ragione alle tesi degli Stati uniti.Potrebbe ovviamente essere che sia stata effettivamente colpa delle forze Iraniane, che non hanno effettivamente “spento” il sistema missilistico; ma potrebbe esser anche stato un infiltrazione hacker da parte degli Stati uniti, approfittando dei sistemi missilistici accesi in occasione dell’attacco verso le basi in Iraq; potrebbe infine esser stato un semplice incidente tecnico come comunicato inizialmente (visti poi gli episodi avvenuti precedentemente sempre con Boeing 737), questa sarebbe comunque una “sorpresa” per tutti, essendo avvenuto per coincidenza proprio in concomitanza con le forti tensioni tra Usa ed Iran.Insomma, ci si auspica che la questione venga risolta seguendo le vie legali, con indagini ed inchieste oggettive senza finanziamenti di investigatori pagati da chi è di parte, perché questo non è un semplice incidente, ma è l’occasione per inasprire ulteriormente la situazione mediorientale, dando una stupida giustificazione ai Paesi occidentali per colpire di nuovo l’economia Iraniana con sanzioni su sanzioni. Le vittime in tutto questo sono i 172 morti, i loro cari, e tutti gli abitanti dell’Iran, non di certo l’occidente.

2019: un anno di lotta

È volato un altro anno.
Il 2019 è stato un anno duro, più o meno per tutto il mondo. Come sempre Sud America, Medio Oriente, Africa, ma anche Europa.

Il Popolo Francese, fratelli d’oltralpe, che dopo più di un anno continuano instancabilmente a protestare con scioperi e manifestazioni contro Macron, l’unione europea, e il liberismo nel suo complesso.
Grazie alla loro resistenza sono riusciti a far indietreggiare l’impopolare riforma delle pensioni. (Loro protestano per delle pensioni a 62 anni, noi con delle pensioni a 68 anni non ci facciamo ancora sentire).

Il Popolo Greco, che ha sofferto enormemente dal tradimento di Tsipras, fino ad arrivare a cancellare la chemioterapia dai servizi pubblici-statali. E le proteste e mobilitazioni anche nell’Ellade non mancano. Più di 700 bambini son morti per la mancanza di cure offerte dallo stato, per via delle Famiglie con un reddito non sufficiente. (Da ricordare che in Grecia i lavoratori prendono meno di tutti in Europa, ma lavorano, per numero di ore, più di tutti gli altri Lavoratori Europei).

Il povero Assange, co-fondatore di Wikileaks, arrestato perché sa troppo. Scomodo per gli stati uniti e l’ordine imperialista occidentale. Spiato in ogni stanza ed ogni ora della sua giornata, per poi esser torturato. Si augura che venga scarcerato il prima possibile.

La triste vittoria di Bolsonaro in Brasile, da non sottovalutare essendo uno dei Paesi BRICS emergenti, uno dei Paesi più grandi del mondo, ed il Paese “contenente” gran parte della Foresta Amazzonica.
Già, Foresta Amazzonica, alberi bruciati, abbattuti, e villaggi indios depredati, tutto per il “dio” denaro, venerato e molto caro al presidente-marionetta di Trump.
Tra gli incendi più grandi e disastrosi della storia, quello della Foresta Amazzonica di questo anno, quello delle Foreste in Siberia e nella zona dell’artico.
Intanto il capitalismo cerca di mutare forma, come è avvenuto diverse volte, proponendo essa stessa una presunta “soluzione” ai disastri che essa stessa ha causato. Così è nato il fridays for future, che non fa altro che gettar letame sui movimenti ambientalisti seri. Ambientalisti che vengon uccisi a migliaia (sì, veramente a migliaia) ogni anno, perché sul serio scomodi al liberismo; a differenza di Greta, la ragazzina strumentalizzata.

C’è fortunatamente il Popolo Britannico, che si è fatto sentire contro l’opprimente unione europea. Ha ridato speranza a tutti i Popoli soggiogati da questa “unione”, dimostrando che la Brexit la si vuole nonostante tutte le promesse non mantenute, la si vuole fare nonostante la propaganda assordante pro-erasmus, la si vuole fare nonostante l’effetto collaterale di aver in casa un primo ministro chiamato Boris Johnson, che non è sicuramente popolare per via delle sue proposte anti-sociali. La Brexit si deve fare, e la si fa. (Da noi, per mesi, ci hanno detto che il Popolo Inglese oramai si è rassegnato, che “secondo i sondaggi”, probabilmente presi da campioni di quartieri agiati della Londra radical-chic, la Brexit non la si vuole più fare; la verità ha per l’ennesima volta dato uno schiaffo abbastanza forte contro la propaganda liberista).

C’è poi il Popolo Irlandese, specialmente quello del Nord, che sta riaccendendo la miccia contro i “regnanti” che vogliono la Patria divisa e de-celtizzata. Sperando che questi movimenti abbiano un prospero avvenire.

C’è l’invidiabile Popolo Cileno, rappresentato finalmente dai Creoli e i nativi Mapuche riuniti contro il nemico comune: il liberismo, le grinfie del fondo monetario internazionale e della nato, marionetta degli stati uniti.
Milioni di persone che scendono regolarmente in piazza ci hanno fatto commuovere con più video, gruppi di musicisti e d’orchestra che si riuniscono per cantare El Pueblo Unido, con la presenza dei Inti Illimani stessi, in mezzo al Popolo.
Li abbiamo visti soffrire per via del capitalismo, ma anche per via dell’intervento fisico dei carabineros del dittatore neofascista Piñera. Circa 40 morti, centinaia di feriti, molti mutilati e acciecati permanentemente. Ma un Popolo che prende coscienza e si rialza non può esser oppresso per ancora molto tempo.

Abbiamo assistito, purtroppo, al golpe avveratosi in Bolivia. Le bandiere native Wiphala, sbandierate dal Popolo in sostegno al presidente indios Evo Morales, bruciate dai golpisti fascisti filo-usa.
Abbiamo visto, purtroppo, il presidente rivoluzionario Morales dimettersi e quindi arrendersi alle minacce dei golpisti, che hanno bruciato le abitazioni di parenti (compresi la sorella) e compagni; costretto infine ad esiliarsi prima in Messico e poi in Argentina. Sperando che un giorno Morales torni nella sua amata Patria, da leader o da sostenitore di mobilitazioni socialiste.

Abbiamo visto i numerosi tentativi di golpe in Venezuela, contro Maduro e la sua linea politico-economica chavista, perché scomodo, come sempre, agli interessi del vergognoso patto atlantico e il fondo monetario ed usuraio.
Grazie al sostegno da parte della Popolazione al leader Bolivariano, e all’esercito, anch’esso composto veramente da poveri e veri Venezuelani, i golpe sono falliti.
È fallito il false flag, sono falliti i tentativi di importare armi sul confine con la Colombia, ed è fallito anche l’attentato del drone contro Maduro. Ed è fallito anche Guaidò come leader, in quanto le sue foto con i compari narco-trafficanti sono state sparse su tutto il web, screditandolo enormemente. Ovviamente la minaccia non finiscr qua, e non passerà molto tempo prima che gli stati uniti tenteranno ulteriori golpe o misure simili.

Abbiamo visto le tentate proteste, anch’esse organizzate in parte dagli stati uniti, in Iran contro il governo vigente.
Il Venezuela è il primo Paese al mondo per quantità di petrolio presente nel sottosuolo (300 miliardi di barili circa), l’Iran è tuttavia il quarto (158 miliardi di barili), e controlla anche il punto più trafficato da mezzi che trasportano petrolio (in quanto per lo Stretto di Hormuz passa il petrolio da parte di Iran, Iraq, Kuwait, ed Emirati arabi uniti, che messi insieme possiedono 500 miliardi di barili di petrolio).
Anche queste proteste sono fallite, in quanto rappresentate solo da una piccolissima parte della Popolazione (che chissà come erano in possesso di armi da cecchino ed altro); che hanno a sua volta scatenato contro-proteste da parte di una grossa fetta della Popolazione contro le ingerenze statunitensi.

Abbiamo visto le tentate proteste in Hong Kong, mostrate in occidente come se fossero massive e senza precedenti.
Ci sono tantissimi video di manifestanti con maschere, che erano in verità occidentali; ci sono tantissimi video di “bianchi” che indicano a una manciata di manifestanti cosa fare e cosa colpire; ci sono tantissimi video di manifestanti che tentano di dar fuoco, gettando benzina e accendendo la fiamma nel giro di pochi secondi, contro la parte di Popolazione filo-cinese: anziani e adulti che stavano o discutendo o semplicemente passeggiando; ci sono infine video di manifestanti che ficcano puntoni in mezzo alla strada per bloccare qualunque mezzo di trasporto (acclamati tra l’altro dall’occidente, perché “metodi rivoluzionari contro la polizia opprimente del governo cinese”), ma che l’obiettivo è tutt’altro che la polizia: ci sono video di ambulanze bloccate da manifestanti, perché trasportano feriti filo-cinesi.

Il Popolo Argentino che, finalmente, dopo diversi anni di presidenza del neo-liberista Macri, ha riscoperto la sua via Peronista.
La vittoria di Alberto Fernández non è da sottovalutare: può esser un punto di svolta per l’Argentina ed il continente Sud Americano in generale.

Non vanno scordate le massiccie manifestazioni del Popolo Ecuadoriano, milioni di persone in protesta contro il fondo monetario internazionale; ma anche le manifestazioni spesso sottovalutate dei Popoli di Haiti, Colombia, Algeria, Catalogna, Sudan, Guinea, e Burkina Faso.

È stato un anno duro, ma può esser l’alba della primavera dei Popoli.
Ci auguriamo che questo passaggio, più che altro astratto e simbolico, dall’anno vecchio all’anno nuovo, sia un passaggio da mondo vecchio a mondo rivoluzionario.
Ci auguriamo che il prima possibile i Popoli si risveglino e si levino di dosso le proprie catene. Auguriamo tutti un anno nuovo.

“Sardine, l’arroganza di una minoranza” di P101

Riportiamo qui la lucida e completa analisi di Leonardo Mazzei, membro di P101, nostri cari amici e compagni. (Articolo originale https://sollevazione.blogspot.com/2019/12/sardine-pesci-in-faccia-di-leonardo.html)

SARDINE: L’ARROGANZA DI UNA MINORANZA di Leonardo Mazzei

[ giovedì 26 dicembre 2019 ]

Né ridere né piangere. Né sopravvalutare né sottovalutare. Torniamo a fare analisi del “movimento delle sardine”. Che sia “spontaneo” oppure un prodotto di laboratorio non cambia la sostanza: Salvini è il bersaglio, il fine è debellare “populismo” e “sovranismo”. Per questo esso è funzionale al regime dell’élite euro-liberista.

SARDINE A NATALE

Le sardine manifesteranno a Bologna il prossimo 19 gennaio, cioè esattamente una settimana prima del voto regionale in Emilia Romagna. Forse basterebbe questo a chiudere il discorso su quale sia la loro funzione. Ma di questi tempi ci si emoziona per poco, specie quando entra in campo la piazza.

Secondo il modo di ragionare di certuni, il fatto che la gente manifesti sarebbe di per sé positivo. E questo indipendentemente dalle motivazioni, dai contenuti, dagli obiettivi, dai settori sociali realmente coinvolti nella mobilitazione. Il buffo è che queste argomentazioni vengono spesso da quella “sinistra” che considera i cortei della destra salviniana come redivive adunate fasciste dell’Italia che fu. Eppure anche quella è gente che scende in piazza…

Ma lasciamo perdere queste corbellerie. Il fatto è che la grande stampa continua ad enfatizzare il fenomeno in tutti i modi, segno inequivocabile di come ci si trovi di fronte ad un movimento sistemico, gradito come nessun altro alle neoliberali oligarchie dominanti. Tutto ciò è chiaro come il sole, ma siccome la confusione sotto il cielo è grande, non sarà male provare a fissare in alcuni punti un giudizio più netto su queste piazze benpensanti. Ecco perché ci occuperemo delle sardine a Natale. 

LE SARDINE: UN MOVIMENTO NEO-CONSERVATORE

Come tutte le cose del mondo, anche le sardine hanno le loro contraddizioni. Ma questo non significa che non abbiamo un’anima. O, come dice qualcuno (magari per criticarle), che non abbiano contenuti. L’anima c’è, ed è quella della conservazione. I contenuti ci sono, e sono quelli della delega alle istituzioni e ancor più ai “competenti”, cioè di fatto ai funzionari del capitale, ai tecnici delle oligarchie finanziarie che dominano il nostro tempo.

Esageriamo? A leggere i sei punti delle sardine sembrerebbe proprio di no:

«1. “Pretendiamo che chi è stato eletto vada nelle sedi istituzionali a fare politica invece che fare campagna elettorale permanente”. 2. “Pretendiamo che chiunque ricopra la carica di ministro comunichi solamente su canali istituzionali”. 3. “Pretendiamo trasparenza nell’uso che la politica fa dei social network”. 4. “Pretendiamo che il mondo dell’informazione protegga, difenda e si avvicini il più possibile alla verità”. 5. “Pretendiamo che la violenza, in ogni sua forma, venga esclusa dai toni e dai contenuti della politica”. 6. “Chiediamo alla politica di rivedere il concetto di sicurezza e, per questo, di abrogare i decreti sicurezza attualmente vigenti”».

Comincio ad avere una certa età, ma non ricordo una piattaforma più conservatrice di

questa. Forse un precedente si può trovare nella cosiddetta “maggioranza silenziosa” degli anni settanta del secolo scorso, ma quel movimento aveva almeno la dignità di presentarsi per quel che era: un raggruppamento conservatore, e financo reazionario, animato da una borghesia lombarda spaventata dalle lotte sociali di quegli anni. Ma adesso?

Adesso è il momento del politicamente corretto all’ennesima potenza. Un trucco per far passare contenuti ultra-conservatori senza neppure doverli dichiarare. O meglio, dichiarandoli in forma obliqua e grillesca come oggi si conviene.

Passiamo allora brevemente in rassegna questi sei punti. Il primo — chi è stato eletto se ne stia chiuso nelle istituzioni — è certo pensato contro Salvini, ma esprime un concetto gravissimo, quello di una politica che deve stare nel Palazzo, sorda e distante dal popolo e dai suoi problemi. Il secondo — chi è al governo comunichi solo attraverso i canali istituzionali — è un rafforzativo del primo, che fa però da battistrada al terzo sull’uso del social network e, soprattutto, ad un quarto punto che mira chiaramente all’istituzione di un controllo dall’alto sull’informazione. Queste pretese, viste nel loro insieme, configurano di fatto la richiesta di un orwelliano Ministero della Verità, rafforzato peraltro da quella di equiparare la violenza verbale a quella fisica.
Su tutto ciò ha scritto assai acutamente una persona solitamente ben distante dal mio modo di pensare, Barbara Spinelli. La quale, oltre a picchiar duro sui cinque punti di cui sopra, ha così liquidato pure il sesto sull’abrogazione dei “decreti sicurezza”:

«È l’unico punto veramente sensato, ma se la pretesa sulla violenza contenuta nel numero 5 (applicata in vari ambiti: media online e offline, manifestazioni pubbliche etc.) viene inserita nei decreti riscritti, è meglio forse tenersi quelli di Salvini».

Qui, al di là dell’analisi di dettaglio, quel che conta è il messaggio che le sardine vogliono trasmettere. Un messaggio che narra un Paese immaginario, un’Italia senza problemi (nessuna questione sociale viene mai citata, nemmeno di striscio) se non fosse per la comunicazione politica troppo urlata dai “populisti” e dai “sovranisti”. Roba da non credere, ma è così. 

Leggiamo, ad esempio, quel che ha detto Mattia Santori nel comizietto del 14 dicembre a Roma:

«Da sempre abbiamo chiesto un linguaggio politico più rispettoso delle vite degli italiani e che rispecchi la complessità della politica. Vogliamo che la politica torni ad essere qualcosa di complesso e andiamo a parlare dove e prima che il sovranismo arrivi. Noi cerchiamo di arrivare ai cervelli prima che si arrivi alle pance».

Ora, un movimento si giudica da tante cose, ma i primi elementi di giudizio non possono che essere il programma e l’ideologia del suo gruppo dirigente. E questi elementi ci dicono solo una cosa, che siamo di fronte ad un movimento neo-conservatore, con aspetti chiaramente reazionari. Ovviamente — ça va sans dire — stiamo qui parlando di un conservatorismo di tipo nuovo, del tutto opposto non a caso a quello salviniano, fatto invece di croci e madonne.

E’ il conservatorismo di chi non vuol neppure immaginare una crisi della globalizzazione capitalista, figuriamoci la sua messa in discussione. E’ il conservatorismo di chi non vede altra strada al di fuori del dogma europeista. Ma è anche, e bisogna dirlo con la durezza necessaria, il conservatorismo di chi sta meglio, di chi ha pagato meno la crisi, di chi sente meno l’austerità, di chi certo non ha il problema del lavoro e della precarietà. Detto in sintesi, quello delle sardine è un “popolo” largamente sovrapposto a quello delle Ztl che ancora vota Pd.

LE SARDINE: L’ARROGANZA DI UNA MINORANZA

Non sempre va in piazza chi sta peggio, chi è più oppresso, più sfruttato. Oggi, siccome certe piazze son chiamate dai media di lorsignori, talvolta ci va proprio chi vuol difendere i propri privilegi, piccoli o grandi che siano, reali o percepiti che siano, attuali o solo potenziali e di prospettiva. Privilegi non solo economici e di classe, ma legati anche all’appartenenza al club degli abilitati all’esercizio del potere – piccolo o grande, anche qui poco importa – per una sorta di grazia divina che da un quarto di secolo accompagna l’area larga del super-partito piddino.

Su cosa sia questo super-partito abbiamo già scritto due settimane fa:

«Il problema è che il Pd non è banalmente un partito. E’ qualcosa di meno — si pensi alla patetica figura del suo segretario politico —, ma è soprattutto qualcosa di più: il vero perno di un sistema che fa della sua sudditanza all’oligarchia eurista l’alfa e l’omega della propria ragion d’essere. Prodi, uno dei padri dell’euro, non è iscritto al Pd ma è Pd. Monti non è del Pd, ma è Pd. Mattarella non è iscritto al Pd, ma è Pd. E si potrebbe a lungo continuare con una lunga sfilza di nomi, oggi tutti — guarda caso — spinti sostenitori delle sardine. E questo per il semplice motivo che le sardine non sono semplicemente ascrivibili al Pd come partito, ma sono senza dubbio Pd nel senso del super-partito sistemico della conservazione eurista».

A questo c’è da aggiungere che l’attuale partito di Zingaretti è solo l’ultima mutazione di quello che il grande Costanzo Preve definiva come “serpentone metamorfico Pci-Pds-Ds-Pd”. Una mutazione, quella che ha portato da Gramsci e Togliatti a Renzi e Veltroni, che non ha bisogno di particolari commenti. Idem per quella che ha visto il passaggio dalla difesa degli interessi dei lavoratori alla diretta promozione del loro schiavismo tramite il jobs act.

Se tiriamo in ballo l’azzeccata metafora del serpentone previano è perché questa incessante trasformazione non è ancora finita. E non è finita perché non può finire. Non solo perché, notoriamente, al peggio non c’è limite, ma soprattutto perché nuovi travestimenti sono necessari affinché l’inganno possa continuare. Che le sardine abbiano qualcosa a che fare con questa esigenza lo dirà solo il tempo, ma sospettarlo è più che lecito.
Quel che è certo è che il movimento delle sardine rappresenta in tutto e per tutto gli interessi del blocco dominante. Ma così come quel blocco non è più da tempo maggioritario nel Paese, neppure le sardine che stanno lì solo per rivitalizzarlo, lo sono. E’ questo un altro punto su cui bisogna essere chiari.

Le sardine non sono pura invenzione. La società non è spaccata, come narrano alcuni confusionari, tra un 99% che sta sotto ed un modesto 1% che sta sopra. Questa semplificazione è ridicola. E, se presa davvero sul serio, foriera di drammatici errori. In realtà la punta della piramide è ben più ristretta dell’1%. Ma tra quel vertice ed il grosso del popolo lavoratore c’è un consistente strato — anch’esso assai variegato al suo interno — che identifica ancora i propri interessi (ed avrà qualche buon motivo per farlo) con quelli della ristrettissima cupola che comanda. E’ questo il blocco sociale da cui sono spuntate le sardine. Un blocco che ha ancora una forza consistente, ma che — repetita iuvant — non è più maggioritario. Che se invece lo fosse, le sardine sarebbero rimaste tranquille nelle loro Ztl.
Quando, come nei sei punti citati, le sardine pretendono di dettare il bon ton della comunicazione politica, esse mostrano non la gioiosa speranza trasformatrice dei movimenti popolari, bensì l’arroganza tipica di chi è avvezzo se non a comandare, quantomeno a stare sempre dalla parte di chi il potere lo ha. Un’arroganza sempre da respingere, tanto più oggi che è oltretutto minoritaria nella società.

LE SARDINE: IL FALSO BUONISMO DI CHI ODIA IL POPOLO

Tante sarebbero ancora le cose da dire. Ma ci soffermiamo su una, particolarmente diffusa. Per alcuni il momentaneo successo di questo pittoresco movimento ittico starebbe nel suo buonismo, nel suo essere “per” anziché “contro” qualcosa. Questo modo di vedere le cose mi pare un abbaglio assai clamoroso.

Le sardine dicono di essere in piazza contro l’odio, ma in realtà sono lì per esprimere il loro odio verso Salvini. Il quale – sia detto con la massima chiarezza – è assai spesso veramente odioso, ma è una strana lotta contro l’odio quella che muove proprio dal disprezzo per una forza politica (che in Salvini si riconosce) che ha il consenso del 30% degli italiani.

Senza scomodare l’odio, si può tranquillamente lottare contro Salvini contestandone l’impostazione culturale, le posizioni politiche, le singole proposte. Si può farlo anche (ed a ragione) criticandone il linguaggio becero e tracotante, ma perché farne il tema esclusivo di una mobilitazione come quella attuale? L’unica spiegazione di questa monotematicità sta nel fatto che i signorini che han dato vita alle sardine con Salvini hanno in comune assai più cose di quel che sembra. Di certo ne condividono la visione neoliberista, mercatista e privatizzatrice. Quel che non gli piace, invece, è la sua torsione nazionalista, sia pure di un nazionalismo ancora bizzarramente confuso con le origine padane della Lega.

 Ma c’è di più. Questa ossessione per Salvini è un comodo alibi per non parlare d’altro. Ad esempio delle malefatte di chi è attualmente al governo. Meglio ancora delle cause più profonde — dall’appartenenza all’Unione europea, al cappio rappresentato dall’euro — del degrado del Paese. Di tutto ciò non si parla perché proprio non se ne vuol parlare, ma la collocazione nel campo dell’euro-dittatura è ben rappresentata dal fatto che (a differenza delle altre) le bandiere dell’Ue sono sempre ben accette nelle piazze sardinate. Per giunta proprio nelle settimane in cui si è finalmente aperta la discussione sulla trappola del Mes, altro tema che per le sardine non esiste.

La lotta all’odio è dunque solo un’odiosa messinscena, e l’odio per Salvini nasconde invece l’odio per un popolo che non ne può più di un politicamente corretto che è servito solo a coprire il massacro sociale degli ultimi dieci anni, a rendere indiscutibili le verità dei dominanti.

Quel che è certo è che il successo delle sardine si spiega proprio con la chiara identificazione del nemico, altro che buonismo! In quanto poi all’essere “per” anziché “contro”, proprio non si capisce di cosa si stia parlando. Se i “per” sono i sei punti di cui ci siamo occupati (ed altro al momento non ci è noto) c’è solo da rabbrividire, dato che si tratta del più osceno sostegno alle oligarchie dominanti che si abbia avuto il coraggio di pubblicare negli ultimi decenni.

Chiudiamo sul punto con una semplice osservazione di buon senso. Come non vedere come tanto antisalvinismo sia in realtà la miglior benzina per la propaganda salviniana? Alle sardine il Salvini truce ed offensivo fa comodo – una conferma perfetta di quanto pericoloso sia il nemico contro il quale si manifesta. Al tempo stesso è del tutto evidente come queste manifestazioni a senso unico, tanto più in quanto mute sulle vere questioni che assillano la maggioranza delle persone, facciano la fortuna di Salvini, facendolo così apparire come il vero nemico delle èlite anche quando – come in queste settimane – elemosina un posto nel PPE e si pronuncia per Draghi al Quirinale o (via Giorgetti) a Palazzo Chigi. 

LE SARDINE: PERCHE’ NON PRENDERLE A PESCI IN FACCIA?

Veniamo adesso alla questione di quale sia il modo migliore di rapportarsi alle sardine, un tema che sta animando una certa discussione. Prima di farlo, però, due parole vanno spese sulla lettera scritta dai quattro promotori bolognesi e pubblicata da la Repubblica del 20 dicembre scorso.

Nella lettera, i quattro si presentano come anime candide momentaneamente sottratte al normale scorrere della loro vita. Ci raccontano delle fatiche dell’ultimo mese, perfino del sonno che hanno perso, poverini! Tutto ciò per concludere che (per ora, aggiungiamo noi) non faranno un partito. Per dirlo scelgono il solito linguaggio ambiguo tipico dei nostri tempi:
«Le sardine non esistono, non sono mai esistite. Sono state solo un pretesto. Potevano essere storioni, salmoni o stambecchi. La verità è che la pentola era pronta per scoppiare. Poteva farlo e lasciare tutti scottati. Per fortuna le sardine le hanno permesso semplicemente di fischiare»Un “pretesto”, ovvio che è così. Ma un pretesto per fare che cosa? Altrettanto ovvio che non ce lo dicano. Nel frattempo, l’abbiamo scritto all’inizio, la mobilitazione è pronta per il 19 gennaio a dar manforte a Bonaccini nella piazza di Bologna. D’altronde, la frase

centrale delle conclusioni dei quattro è chiara quanto mai: «La condivisione dello stesso male ci ha resi alleati coesi, ha unito il fronte». Altro che movimento “per”! Ciò che li rende uniti è proprio la condivisione del nemico, che ovviamente non è rappresentato dalle oligarchie dominanti, ma da quella particolare variabile populista – ma tutt’altro che anti-sistemica – rappresentata dalla Lega. Insomma, per le sardine l’attuale dominio di classe del blocco dominante è sacrosanto, bisogna solo assicurarsi che esso possa proseguire con le “buone maniere” dei Monti e dei Draghi.

Che di fronte ad un simile programma ci sia chi a sinistra prende fischi per fiaschi non stupisce, ma neppure può essere passato sotto silenzio. Questo pittoresco fenomeno della sinistra sardinata spiega in realtà molte cose dell’attuale egemonia della destra. Del resto, quando si perde la bussola dell’analisi concreta della situazione concreta, tutto può capitare.

Leggiamo, ad esempio, l’entusiastico commento di Sinistra Anticapitalista sulla manifestazione di Roma:

«Quella del 14 dicembre è stata una grande manifestazione, come non se ne vedevano da troppi anni a sinistra, una manifestazione di popolo che ha riempito piazza S. Giovanni di decine di migliaia di persone (più di centomila secondo gli organizzatori) animate da sentimenti antifascisti e antirazzisti. Tanti e tante lavoratori e lavoratrici nativi e migranti, giovani, si sono incontrate/i dalle prime ore del pomeriggio con le variopinte sardine per riprendersi la piazza storica della sinistra, dopo la manifestazione del 19 ottobre delle destre reazionarie».

Non solo (e qui non ridete troppo, che è Natale e bisogna essere buoni):

«Vicino alla statua di S. Francesco si erano dati appuntamento le sardine anticapitaliste di Sinistra Anticapitalista, le sardine rosse di Rifondazione, i migranti delle sardine nere organizzati con Potere al popolo, il coordinamento per il ritiro di ogni autonomia differenziata e diversi altri pezzi della sinistra radicale romana».

Ammazzate oh!

Bene, se Sinistra Anticapitalista ha almeno il merito di rendere evidente ciò che non si deve fare, come rapportarsi allora a questo movimento?

Naturalmente, e questo vale in generale, chi ha buone ragioni e validi argomenti (come pensiamo di averli noi della sinistra patriottica) deve parlare con tutti, al limite (se lo si reputa utile) perfino col carceriere e col boia. Figuriamoci se non lo si può fare con le sardine o con la base leghista! Il problema è cosa pensiamo di tirarne fuori. Se puntare ad una conversione anticapitalista, tramite apposita e variopinta infiltrazione come quella poc’anzi citata, è semplicemente patetico, cos’altro di concreto si può fare?

Bene, in proposito le idee hanno da essere piuttosto chiare. Se è certo vero che un movimento allo stato iniziale è sempre inevitabilmente magmatico e contraddittorio, il modo migliore di separare il grano dal loglio non è l’acquiescenza, tantomeno la subalternità. Il modo migliore è la piena autonomia di giudizio, nel caso specifico l’aperta denuncia dell’operazione politica in corso.

Per aprire gli occhi a chi eventualmente fosse disposto a farlo, la scelta migliore è dire le cose come stanno. A volte un (metaforico) pugno nello stomaco è più salutare di tante ed ambigue carezze. La verità talvolta è dura, ma la verità è pur sempre la verità. Le sardine vanno dunque prese a pesci in faccia. Sempre metaforicamente, beninteso, anche se per il loro tribunale speciale — vedi il punto 5 — questa precisazione non mi salverebbe comunque dalla condanna.

A pesci in faccia. Denunciando la loro funzione sistemica, la loro connivenza con le oligarchie, il loro silenzio sui drammi sociali, la loro indifferenza per il popolo che soffre, il loro programma elitario e conservatore. Con calma, tranquillità e financo con un tocco di quel bon ton cui tanto tengono. Ma a pesci in faccia.

Genova isolata è la prova del fallimento dei privati

Da destra a “sinistra”, da Salvini a Calenda, tutti sono assolutamente d’accordo su di una credenza tanto dogmatica quanto falsa, frutto della falsa coscienza di politicanti che agiscono non tanto per il pubblico interesse, ma per quello privato: “in economia meno lo stato fa meglio è”. Via libera quindi ad ogni sorta di privatizzazioni, alla svendita del patrimonio pubblico, a volte persino regalato. Dagli anni ’90 ad oggi non c’è un solo bene pubblico che non sia stato a noi sottratto, o il cui furto sia stato tentato, da parte di grandi imprenditori e finanza, iniziando da tutte le entità statali trasformate in Società Per Azioni per finire con il territorio stesso. Eguale sorte, ovviamente, è toccate al sistema autostradale italiano, ceduto con disinvoltura, con tanto di grasse risate e strette di mano, a gruppi di noti omicidi come i Benetton o falchi della loro risma come il gruppo Gavi. Non c’è da stupirsi nella spassionata difesa di questi ladri ed omicidi da parte dei grandi partiti: sono tutti loro finanziatori. Il Partito Democratico riceve 50.000 euro annui dal Gruppo Gavi, che ha in concessione l’A26, interessata ieri da una frana causata dalla mancata prevenzione. Lo stesso gruppo dona, sempre con la stessa cadenza, quasi mezzo milione di euro a Forza Italia. Non si tratta dell’unico finanziatore comune ai due partiti, in quanto anche diverse catene di fast food che sulle autostrade vendono elargiscono a loro grandi somme: Montana, Roadhouse e Chef Express donano tutte 120.000 ad ognuno dei due partiti “concorrenti”. Vi è poi Toto Holding, che gestisce, tramite diverse aziende, la rete autostradale adriatica, non molto prodiga con la Lega del Capitano alla quale vengono versati solo 10.000 euro annui. Più magnanimo di tutti è il Gruppo Benetton, che ha versato 1.1 milioni di euro a testa a tutti i principali partiti, ivi compresa la Lega. Facile capire un evidente conflitto di interessi: i politici, che dovrebbero portare avanti i nostri interessi, sono vincolati agli interessi dei loro finanziatori reali poiché solo tramite le loro donazioni è possibile mettere in piedi “macchine elettorali” capaci di dare risultati. Da qui un ricatto che il mondo della grande imprenditoria, non vanto ma flagello dell’Italia, fa pesare tutto sulle tasche e sulla vita dei cittadini. L’azienda privata che ha in concessione un tratto autostradale, interessata unicamente al profitto, non si curerà mai di spendere troppo per manutenzione e messa in sicurezza ciò che gli è stato donato dai propri clientes in politica, poiché proprio la presenza di questi all’interno dei palazzi del potere allontana ogni possibilità di controlli o revoche delle concessioni. Non è bastata nemmeno la strage, assolutamente dolosa, del Ponte Morandi ad invertire la rotta: ogni blanda ipotesi di revoca e nazionalizzazione si è scontrata con gli scogli dell’interesse clientelare. Ora le strade, colpevole anche il maltempo, crollano di nuovo, i viadotti vengono chiusi perché ritenuti insicuri e un’intera regione viene strangolata. Ogni giorno sono 4000 i container che sbarcano al porto di Genova, uno dei più importanti del Mar Mediterraneo, e che bloccate quasi tutte le vie intasano la città. Una settimana può reggere ancora il porto, e a dirlo è la stessa Autorità Portuale, poi la più grande impresa di Genova sarà totalmente paralizzata, così come lo è la viabilità in gran parte della Regione. Ancora non ci sono stati morti, “solo” frane ed allagamenti, esondazioni ed evacuazioni, ma per quanto tempo si potrà vivere così solo per permettere la vacanza tropicale a qualche ricca famiglia di vampiri?

“Istruzioni sull’attecchimento del comunismo” di Alessandro Porto e risposta

Riportiamo qui di seguito il testo che il poeta autore del recentemente pubblicato “A regular poem”, il monzese Alessandro Porto, ha posto alla nostra attenzione, seguito da un nostro commento.

“Istruzioni sull’attecchimento del comunismo
Presento un breve compendio sui limiti strutturali che hanno reso al comunismo difficoltoso sopravvivere prima e oggi a realizzarsi. Vi è un errore di fondo poco osservabile, difficile a vedersi, che ha impedito fino ad oggi un naturale sollevamento delle classi medio-basse in favore del socialismo scientifico e ha fatto sì che il comunismo potesse sorgere e mantenersi solo in contesti di forte accentramento, dove lo Stato e il Partito ponessero dall’alto l’idea socialista. Ebbene, un precedente storico rivoluzionario è da considerarsi la Rivoluzione Liberale, che pur con le contraddizioni che essa portò con sé e con gli esiti nefasti ad essa riconducibili, può considerarsi una rivoluzione ben riuscita. A differenza della Rivoluzione Russa e della gran parte delle rivoluzioni comuniste, la Rivoluzione Liberale non si è attuata quale colpo di stato, quanto vera e propria sollevazione popolare, uniforme e omogenea, con un consenso ben più ampio di quello ottenuto, ad esempio, dai bolscevichi in Russia. Possiamo dire che la Presa del Palazzo d’Inverno sia stato un golpe organizzato e attuato da un gruppo elitario, da un partito organizzato e strutturato, ma con un’adesione non totale; la Rivoluzione Francese è stata una sollevazione popolare, guidata dalla borghesia, ma sostenuta dai ceti popolari inferiori, con un sostegno pressoché totale della popolazione. Si può considerarsi per tanto la prima un colpo di stato e la seconda una rivoluzione popolare. Per quanto le nostre simpatie vadano per ovvie ragioni più alla prima che alla seconda, è opportuno mettere in chiaro questo punto e non lasciare che le opinioni e il sentimento mettano argine a questo discorso.
La ragione per la quale la rivoluzione comunista si è sempre dovuta attuare come colpo di mano mentre la rivoluzione liberale non ha mai avuto bisogno di altro che del sollevamento popolare, è di carattere economico. L’economia liberale, là dove esisteva la monarchia assoluta, già si era imposta e affermata, rendendo necessario un cambio di sovrastruttura per assicurare al liberalismo di prosperare e realizzarsi nelle sue forme più alte. Il liberalismo, con vari gradi di libertà, sopravvive parimenti in una monarchia, in una democrazia o in una dittatura nazi-fascista. Paradossalmente la stessa rivoluzione fascista ha in potenza maggiore capacità di sopravvivenza di quella comunista. Semplicemente perché in tutte queste forme politiche l’economia liberale continua a sussistere e a perpetuarsi e qualora la forma statale ne impedisca lo sviluppo essa la abbatterà con forza, con il sollevamento popolare. Infatti, tanto il borghese quanto l’operaio, sono parte del sistema economico capitalista e risentono dei suoi accidenti o della sua salute. Impostosi il modello capitalista non vi era bisogno di un Robespierre per assicurare ad esso la sopravvivenza, poiché il modello economico si era affermati ben prima della rivoluzione e del cambio di sovrastruttura.
Nel caso del comunismo, invece, esso è sempre stato introdotto in contesti capitalisti, in cui la dottrina economica del socialismo è stata imposta dall’alto. Come un organismo introdotto in un ambiente a lui sfavorevole, così lo Stato comunista doveva combattere con tutte le proprie forze per resistere in un sostrato che non gli forniva il giusto nutrimento. Il comunismo ha dovuto imporre dall’alto le propri forme economiche, piegandole in parte alla struttura economica preesistente. Da ciò deriva la necessità di mantenere la dittatura del proletariato nel suo stato rivoluzionario, per impedire alle tensioni strutturali di far implodere lo Stato. Appena la morsa esercitata su queste forze veniva meno (perestrojka), lo Stato collassava, soverchiato dalla struttura capitalista. Essendo impossibile lasciare che uno Stato si distenda in una condizione del genere, era logico fin dal principio che l’esperimento socialista sovietico giungesse prima o poi ad un termine. Condizione differente si ha per la Cina o il socialismo sudamericano, dove la dottrina marxista-leninista è stata rielaborata in contesti socio-culturali che ne permettevano l’espressione in una condizione di per sé disponibile ad una forte centralizzazione. In tutti questo casi però, ancora, il socialismo ha dovuto fare i conti con il modello capitalista e cercare una comunicazione con esso per impedirsi la morte.
Alla luce di quanto supposto fino ad ora è necessario prendere coscienza di due fattori. Il primo è che nel mondo occidentale il comunismo sia inattuabile in contesti antidemocratici o fortemente accentrati, per ragioni culturali. In secondo luogo è evidente che oggi una rivoluzione comunista non possa esserci e non possa sopravvivere in alcun modo: pur in questo momento di acutezza del disagio capitalista non si avrebbe la piena adesione al progetto socialista e il tentativo di portalo avanti tramite l’instaurazione di un periodo del terrore porterebbe inevitabilmente al totale annientamento della Nazione interessata. L’unico modo per prometterci un futuro comunista è lavorare su una struttura socialista a partire da oggi e i tempi sono favorevoli. Qualora la dottrina economica comunista, in questo momento di forte instabilità socio-economica, diventasse prassi, si avrebbe all’avvento della piena automazione una società già avversa alle gabbie del capitalismo e pronta a guadagnarsi lo Stato Comunista. Qualora le fabbriche e gli istituti e le aziende divenissero a gestione collettiva, si organizzassero ossia dei proto-soviet, autonomamente le forme liberali collasserebbero, perché una nuova struttura si sarebbe imposta nella società. Davanti ad uno scenario del genere, dove le crisi del mondo del lavoro e le sfide della nuova economia automatizzata fossero affrontate con la collettivizzazione delle imprese e delle industrie, non ci sarebbe altra possibilità che il comunismo. Il capitalismo sarebbe costretto alla fuga, come fu per il feudalesimo all’alba della rivoluzione liberale. Non sarebbe necessario a questo punto un partito centralizzato che assicuri sopravvivenza allo Stato socialista, perché nessun partito o forza politica potrebbe revisionare o cambiare con la forza il nuovo modello economico (come ad oggi non può essere fatto da un Partito Comunista in uno Stato liberale). Ogni restaurazione, pur se attuata con il maggior vigore, non potrebbe sopravvivere, poiché le pressioni strutturali farebbero inevitabilmente collassare di nuovo lo Stato liberale. Che gli sforzi dei partiti comunisti si concentrino sulla via parlamentare ad oggi è giusto e lecito, ma essi non potranno mai sortire l’esito sperato, ossia la dittatura del proletariato, prima che esso non si sia già reso indipendente economicamente. L’unica via per ottenere tale emancipazione delle classi medio-basse è la collettivizzazione, la formazione di gruppi di lavoratori che rilevino aziende e imprese, vi lavorino e le gestiscano in collettività. Esperimento questo già preesistente, ma vi è la necessità di collettività organizzate a tal punto da divenire un vero contraltare economico e sociale al capitalista. Così come l’avvento dell’alta borghesia poté ostacolare la nobiltà ed attuare il progetto rivoluzionario, vi è la necessità di collettività di lavoratori tanto forti economicamente da trainare la rivoluzione. Il comunismo deve diventare prassi prima che rivoluzione”

Non si può pensare di poter contrapporre ad un sistema che ha avuto interi secoli per definirsi e potenziarsi soluzioni improvvisate o utopiche, pena cadere nell’illusione paralizzante, veleno per ogni politica, o nell’attesa di un deus ex machina che, sorpresa delle sorprese, mai arriverà. Occorre basarsi su di un’analisi delle oggettive contraddizioni insite sia a livello sistemico sia a livello contingente. Vivendo all’interno di un capitalismo avanzato e globalizzato, in particolare osservato dalla situazione europea ed italiana, occorre porsi la domanda di come poter portare avanti una politica antitetica allo status quo pur vivendo al, del e a discapito di esso stesso. Primariamente occorre comprendere i contrasti che in questo momento stanno contrapponendo un aggredito capitalismo industriale italiano, principalmente lombardo-veneto, ad un asse carolingio franco-tedesco, che vede nell’Unione Europea e nelle sue politiche il principale strumento d’oppressione dei rivali. Fatto questo è necessario associare gli interessi economici alla loro rappresentanza politica, per riuscire a disgiungere a livello analitico slogan e proposte atte a veicolare il voto da quelle realmente supportate. Caso limite si può ritrovare nella politica di Matteo Salvini, con il suo “prima gli italiani” a mo’ di manto di politiche di privatizzazione e di privilegi fiscali al ceto imprenditoriale. Ciò permette di capire fino a che punto riesce a spingersi il potere del sistema capitalista, quanto riesca ad estendere forme di falsa coscienza in seno al popolo, che si trova polarizzato su temi “ittici”, estetici o moraleggianti. E’ palese che ciò comporti un’inibizione dell’azione politica rivoluzionaria, che è al momento affidata a minuscole minoranze che anche a dispetto di un notevole impegno faticano anche a farsi conoscere al grande pubblico. Ulteriore inibizione alla lotta è data dal decadimento del mondo sindacale, ormai ridotto ad un modello simil-corporativo a più o meno conclamata gestione padronale, con tanto di manifesti comuni con Confindustria e risibili proposte di sciopero virtuale, un mondo che ha abdicato a qualsiasi bussola ideale e politica per rifugiarsi in innocue contestazioni pre-politiche, un sistematico tamponare i soprusi degli imprenditori per renderli più digeribili alla plebe proletaria senza mai mettere in discussione i meccanismi economici che condannano milioni di persone ad insicurezza e precarietà. E’ ovvio che in una situazione del genere, sopratutto in Occidente dove culturalmente si è stati soggetti all’imposizione di una coscienza felice, per la quale il mondo attuale non solo è perfettamente razionale, ma addirittura il migliore di quelli possibili, occorra adoperarsi in un’intensa opera pedagogica propedeutica ad una totale mobilitazione politica. Attenzione: con ciò non si vuole propagandare un’atteggiamento iniziatico alla formazione politica e militante, ma ribadire che come sia necessario procedere alla formazione di un popolo cosciente, anche e sopratutto tramite l’azione, l’agitazione, l’emulazione, l’esempio dato e ricevuto. A questo fine ben vengano le proposte come quelle di Alessandro Porto, che mirano non solo a trasformare il luogo di lavoro da frutto d’alienazione a officina di una mentalità rivoluzionaria, ma anche a dare una stabilità sociale alla comunità politica. Un’unica perplessità: nonostante i vari e fruttuosi casi di aziende rilevate o fondate a gestione cooperativa, limitandoci ai casi di reale gestione collegiale e sana di queste, non si può dire per quanto ancora sarà anche solo ipotizzabile condurre un’attività economica con scrupoli per la dignità umana e i più fondamentali diritti. Il Mercato, con le sue svalutazioni competitive fecondate dal sangue di innumerevoli innocenti è ora infinitamente più potente di una piccola cooperativa, troppo gelosa dei suoi principi morali per assecondare la generale tendenza deumanizzante. Ma fino al momento dell’impossibilità manifesta è doveroso provare e continuare ad elaborare nuove modalità di resistenza. Ci sentiamo di ricordare come il nuovo si generi dialetticamente partendo dall’esistente e dalla sua antitesi, e come forme di comunità in qualche modo autosufficienti, libere ma unite, possano rappresentare sia dal punto di vista economico che ambientale una risposta al sistema imperante, ma che non si possa pensare ad esse come una prassi immediata, in quanto ciò comporterebbe un isolamento che ha molto di ascetico ma poco di politico.

Con i lavoratori della Whirlpool. A loro la fabbrica!

Esprimiamo la nostra vicinanza ai 410 operai dello stabilimento Whirlpool di Napoli colpiti dalle parassitarie misure di delocalizzazione ad opera dei proprietari. Il lavoratore è la vera e unica fonte della ricchezza. La libera circolazione di merci e capitali all’interno di un sistema capitalista si traduce nella materialità alla costante umiliazione di tutti gli esseri umani. La fabbrica appartiene a loro, ai 410 cittadini che per anni hanno permesso la sua attività. Appoggiamo totalmente l’occupazione, e speriamo in una rapido cambio di gestione a favore dei lavoratori. Purtroppo lo “stato”, in ossequio alle imposizioni liberiste di Bruxelles, è assente. Dovrebbe intervenire con l’esproprio e con la galera per i delocalizzatori, ma ancora un volta il popolo e il popolo solo sta sulle barricate.

Comunicato sugli ultimi eventi avvenuti al confine fra Siria e Turchia

Apprendiamo dell’ingresso delle truppe del regime di Erdogan, che da anni tiene schiacciato il popolo turco, nelle zone della Siria del Nord ora presiedute dalle forze popolari Curde. Pur condannando le affiliazioni internazionali dettate a questi da una pretesa “realpolitik”, non possiamo che mostrare la massima solidarietà ad un popolo di combattenti che lottano in primis per la loro autodeterminazione e per la giustizia sociale. Che il tradimento dei mercenari americani serva da lezione: l’utile distinto dal giusto spesso si rivela dannoso. Erdogan si rivela ogni giorno di più una serpe imperialista mossa da una volontà espansionista ai danni dei siriani e dei curdi. Questi due popoli, separati da una guerra scatenata anche dalle ingerenze straniere, devono raccogliersi assieme ed associarsi ai patrioti turchi che operano da anni per rovesciare il regime di Erdogan, come il Fronte Popolare, e non dimenticandosi la lotta per la libertà del popolo palestinese, oppresso dalla morsa sionista. Giovine Italia condanna quindi l’ennesima aggressione imperialista accolta dal silenzio della Nato -della quale la Turchia è membro- dell’Onu e dell’Unione Europea. La lotta di un popolo è la lotta di ogni popolo.

Il ruolo ambiguo degli industriali nel periodo della resistenza.

Come si può leggere nelle pagine del bellissimo ed inspirante libro di G.Bocca “storia popolare della Resistenza”, il ruolo espresso dalla Fiat (ergo Agnelli) era ambiguo. Va detto, per questioni di onestà intellettuale, che il libro viene ovviamente analizzato da un punto di vista delle brigate Garibaldine, le quali non vedevano di buon occhio ( e giustamente, visto l’apporto dato fino a quel momento alla macchina bellica italiana) gli industriali italiani. Quest’ultimi, infatti, non erano di per sé antifascisti ; cavalcarono il vento popolare in quel periodo, pensando probabilmente che la guerra (durante la R.S.I.)fosse ormai agli sgoccioli e che, quindi, fosse meglio agire affianco dei patrioti piuttosto che dei repubblichini. Gli operai, i quali ricordavano i grandi scioperi del 21 22 in cui lo stesso Agnelli arrivò a proporre a Giolitti di bombardare gli insorti, erano freddi nei confronti degli industriali, sebbene questi ultimi avessero (va ammesso) aiutato in quei mesi i partigiani ; concedevano loro di riunirsi e, poi, la fabbrica rappresentava un rifugio. Tuttavia, i problemi arrivarono quando le brigate Garibaldine erano ormai ben salde nei territori del nord, soprattutto in Liguria, dove gli operai iniziarono a creare problemi seri sia alle istituzioni fasciste che alle truppe regolari. Ovviamente gli industriali, trovandosi in un fuoco incrociato, subito tentennarono ma poi, fortunatamente per loro, tranne le incursioni ardite dei Gap e Sap, le battaglie si rispostarono, nuovamente, nelle valli che erano un ambiente più confacente al partigiano che, forse, disprezzava pure l’ambiente urbano.E così, la stagione dei grandi scioperi del marzo 44 finì, parzialmente in un bagno di sangue, con più del 20% degli scioperanti deportati in Germania.