“Muro di Berlino” e dintorni

9 novembre, niente da festeggiare, anzi un giorno da dimenticare.
Sì, da dimenticare, perché è grazie alla caduta del muro di Berlino che l’unione europea ha avuto la strada spianata affinché si potesse sviluppare ciò che si era già progettato.
L’unione europea, quella che festeggia l’8 maggio riscrivendo la storia, affermando che l’europa sia stata liberata solo e soltanto dagli usa; quella che equipara il comunismo al nazifascismo dimenticandosi che è stato il primo a liberare anche gli illusi liberali dai secondi.
Ma cosa vuol dire non voler festeggiare la caduta del muro?
Vuol dire non omologarsi e scegliere di non cedere alla viscida propaganda borghese filo-occidentale; vuol dire analizzare oggettivamente la storia e comprendere perché certe cose siano accadute, evitando di cadere nella tentazione “mainstream” di etichettare la DDR come regime totalitario per aver circondato mezza città con del filo spinato.
La DDR, seppur con le sue contraddizioni, così come tutto il blocco orientale, era il baluardo dei diritti sociali ed agiva da freno alle riforme neoliberiste messe in atto in occidente. Il blocco orientale degli ultimi anni era ormai sempre più aperto ai mercati, e per questo è anche inesatto, almeno in parte, definirlo come regime socialista. Con le riforme prima di Kruscev, poi (e soprattutto) di Gorbacev, il blocco orientale agì ormai come pilastro contro la monopolizzazione del capitale; perché, con un bipolarismo come quello della guerra fredda, il capitale aveva di fronte degli ostacoli che non permisero di rimuovere i diritti sociali dei lavoratori. Va comunque detto che, seppur non pienamente socialista, tutto il blocco orientale era tutt’altro che povero o ingiusto; e che seppur con dei limiti sulla libertà personale (che dopotutto abbiamo ancora oggi sotto certi punti di vista) tutti vivevano sotto un tetto e che praticamente tutti avevano un lavoro ed una fonte di reddito, una sanità e un istruzione pubblica e del cibo vitale a basso prezzo.
Per comprendere bene la storia del muro però dobbiamo andare indietro di un bel po’ di anni.

Siamo nel 1943:
Va detto che senza l’intervento dell’Urss la Germania nazista avrebbe facilmente sbaragliato gli alleati occidentali: è stato il fronte orientale a impiegare di più le forze armate Tedesche (circa il 75% di esse), sia perché molto più vasto (nell’Est la linea del fronte aveva la lunghezza di 4000-6000 km — 4 volte di quanto misuravano il fronte nordafricano, quello italiano e quello occidentale presi insieme), sia perché l’Armata Rossa era straordinariamente numerosa.
Oltre al proprio territorio (invaso dalla Germania, abbastanza vasto) l’URSS liberò il 47% del territorio dell’Europa, gli altri alleati liberarono il 27% del territorio europeo e il restante 26% fu liberato con sforzi congiunti dell’URSS e dei suoi alleati.
Le perdite umane dell’URSS ammontano a 27 milioni di cittadini Sovietici contro 427mila Americani, 412mila Britannici e 5 milioni di Tedeschi.
E va detto infine che gli alleati, specialmente il Regno Unito, non erano del tutto convinti del fatto di voler sbarcare nel fronte occidentale.
Essi infatti non sopportarono l’idea di allearsi con l’Unione Sovietica, lo fecero per pura necessità di sopravvivenza visto che la Germania nazista stava sempre più minacciando la corona Inglese. Gli alleati si aspettavano di vincere la guerra impiegando meno uomini possibili grazie al forte e tragico intervento già iniziato dall’Urss (che ha perso appunto 54 volte la quantità di uomini americani e inglesi messi insieme), garantendosi poi a guerra fatta delle basi occidentali nel Baltico; punti particolarmente strategici per invadere poi l’Urss appena fosse stato possibile.
Va detto che fu Stalin ad aver convinto Roosevelt poi Churchill a non sbarcare nel Baltico.
Va detto che fin dagli inizi della guerra, gli unici ad essersi opposti alle rivendicazioni del regime hitleriano furono sempre i Sovietici; va detto che il primo ministro inglese disse esplicitamente di comprendere le rivendicazioni volute da Hitler, definendo poi la Germania “il baluardo dell’Europa contro il Bolscevismo”. Chi è che dovrebbe esser equiparato quindi al regime nazista? L’Urss e il suo sistema Comunista?
Avendo compreso gli antefatti della liberazione di Berlino proseguiamo con la questione.

Siamo nel 1945:
L’Armata Rossa, guidata da Georgij Žukov, arriva a Berlino dopo l’incredibile avanzata dell’Unione Sovietica a seguito di moltissime battaglie vinte dopo la gloriosa e logorante battaglia di Stalingrado del 1943.
L’Armata Rossa, avanzando di circa 30-40km al giorno dal fronte orientale, raggiunge finalmente Berlino dopo aver liberato tutti i campi di concentramento presenti lungo il “percorso”; tra cui la tristemente celebre Auschwitz, liberata, secondo Roberto Benigni, dagli americani: vincitore (ovviamente) di un premio oscar per il suo film superficiale e surreale “la vita è bella”.
Mentre l’Armata Rossa arriva e combatte a Berlino, gli alleati sbarcati in Normandia (nord della Francia, quindi già abbastanza vicini alla Germania) raggiungono dopo circa un anno il fiume Elba.

Gli accordi:
L’accordo di Yalta, fatto tra i “3 grandi” dell’alleanza (Roosevelt, Churchill, e Stalin) prima della vittoria prevedeva che la Germania venisse amministrata tutti insieme una volta vinta la guerra (attenzione: secondo questi accordi Berlino doveva rimanere unita, tra l’altro per volere di Stalin).
Poco tempo dopo morì Roosevelt, e viste le circostanze di guerra venne eletto nel giro di una o due ore un nuovo presidente a capo degli Stati Uniti: Harry Truman.
Questo accordo venne praticamente sostituito con quello di Potsdam, fatto poco dopo la presa di Berlino, tra Usa, Regno Unito, Urss, e questa volta anche la Francia liberata dagli alleati.

Va detto che negli Stati Uniti la corrente prevalente fu quella che sostenne il cosiddetto piano Morgenthau, un alto funzionario ebreo che puntava ad una vendetta verso la Germania, che a detta di Goebbels volevano “trasformare la Germania in un campo di patate”. Gli Stati Uniti infatti volevano deindustrializzare del tutto la Germania rendendola di fatto un vero e proprio campo agricolo per il resto dell’occidente, facendo regredire il Paese ad una sorta di feudalesimo.
Questo piano venne del tutto scartato nel giro di poco tempo, e le cause sono più che altro economiche:
Gli Stati Uniti, usciti senza dubbio vittoriosi dalla guerra, con relativamente pochi morti e praticamente 0 danni sul proprio territorio (visto che sono stati attaccati solo sul Pacifico dall’impero Nipponico), stavano rischiando una grossa depressione a causa dell’eccessiva sovrapproduzione che ci fu durante la guerra. C’era un eccesso di capitale e per di più si sentivano creditori nei confronti di tutta l’Europa occidentale.
Così pensarono bene di costruire a spese proprie tutto il territorio della Germania dell’ovest attraverso l’ERP (European recovery program). Tutto questo a caro prezzo.
La Germania secondo gli accordi doveva essere ripartita, più che altro sotto il punto di vista amministrativo e statale, per evitare che ritornasse in un certo senso il nazismo (ancora molto presente nella Popolazione), tra le 4 principali potenze vincitrici: Usa, Uk, Francia, e Urss.
Le prime tre alla fine “si fusero” formando la Repubblica federale Tedesca (RFT, o Germania ovest), e nacque successivamente, come risposta, la Repubblica democratica Tedesca (RDT o DDR).
Nel bel mezzo della DDR, infine, c’era Berlino. La capitale infatti era divisa in due: la parte est sotto il socialismo e la parte ovest una macchia dell’occidente.
Senza dubbio concedere la metà occidentale di Berlino fu uno sbaglio enorme da parte dell’Urss, che scese troppo a compromessi facendo eccessiva diplomazia; e avere un pezzo di occidente in casa non fece altro che inasprire e rimarcare le differenze tra i due “pezzi” di Paese. Senza questa suddivisione non ci sarebbe stato sicuramente alcun muro, e nessun morto.
Specialmente in un atmosfera di guerra fredda avere un territorio di qualche km quadrato pienamente autonomo e diretto dai nemici occidentali voleva dire potenziali spie e potenziali golpisti-mercenari armati da tutte le parti; questo territorio, Berlino est, infatti era militarizzato da americani, francesi e inglesi, e ogni richiesta dell’Urss per la demilitarizzazione fu semplicemente negata.

Molti punti dell’accordo di Potsdam non vennero poi seguiti dalla parte occidentale, tra cui quella di escludere dalla politica tutti quelli che si erano ufficialmente dichiarati nazisti.
Infatti mentre nella Germania dell’est i funzionari di stato erano quasi tutti stati perseguitati sal regime nazista durante la guerra, la Germania dell’ovest impiegò ben 2000 imprenditori ed ex-funzionari dichiaratamente nazisti nel proprio apparato burocratico; e moltissimi scienziati nazisti vennero inoltre ospitati negli Stati Uniti per utilizzare le proprie conoscenze e le proprie ricerche a vantaggio degli usa. La bomba atomica fu progettata da diversi scienziati nazisti, che stavano appunto progettando questa arma prima per il regime di Hitler; la CIA e la NATO vennero fondate anche da diversi nazisti che ebbero esperienza nell’intelligence tedesca e nelle ss.

L’immigrazione di massa verso l’Ovest.
Le cause di questa emigrazione verso la parte occidentale sono principalmente 2: quantità di reddito, e propaganda.
Parlando del primo punto:
Dobbiamo innanzitutto dire che l’Unione Sovietica, seppur vittoriosa (anche più degli altri alleati, come detto prima), era il Paese che patì distruzione e morte più di tutti gli altri. Mentre gli Stati Uniti ne uscirono intatti, almeno internamente, e il Regno Unito se la cavò con qualche bombardamento subito nella parte meridionale dell’Isola Britannica, tutta l’Europa dell’Est venne praticamente invasa dalla Germania nazista. E ovunque passarono i nazisti lasciarono macerie e fame, bruciando appunto città, villaggi, raccolti e allevamenti.
Mentre gli Stati Uniti rischiavano una crisi economica a causa dell’eccessivo capitale accumulato, l’Unione Sovietica, anche se fece di tutto per il benessere degli Abitanti, non aveva i mezzi materiali per ricostruire in breve tempo la Germania e tutto il resto dell’Europa.
A questo punto gli Stati Uniti iniziarono a introdurre e quindi a stampare una nuova moneta, il marco tedesco. Rivalutando la moneta del 4,5% circa e aumentando quindi il salario e il reddito di tutta la Popolazione; mentre nella Germania est la Popolazione aveva un reddito relativamente più basso (visti comunque tutti i servizi sociali garantiti) ma anche un prezzo del cibo veramente ai minimi.
I Lavoratori di conseguenza iniziarono ad emigrare dall’est all’ovest (parliamo di circa 2 milioni di Persone, quindi cifre non da poco), soprattutto medici, ingegneri, e comunque lavoratori che cercavano un reddito maggiore e una carriera prestigiosa, Questo fenomeno colpiva direttamente la DDR che per la formazione professionale di questi aveva investito grandi quantità di denaro; si stabilì anche un commercio transfrontaliero con due diverse valute, il che colpì l’economia della Germania Orientale (per questi e molti altri fattori si iniziò a parlare di chiudere le frontiere tra i due stati); mentre la Popolazione occidentale, e anche gli stessi esuli, iniziarono ad acquistare merci e alimenti dalla parte est, speculando e lasciando dietro di se addirittura una carenza di risorse a causa degli acquisti eccessivi.

È vero che molte cose scarseggiavano nel blocco orientale, ma il sistema socialista non c’entra minimamente con la questione. Parlando dell’esempio banale della cioccolata, infatti, l’Unione Sovietica provò molte volte a piantare il cacao nei propri territori ma per questioni naturali e climatiche era praticamente impossibile e controproducente; e ovviamente visto le rivalità tra i due blocchi, la chiusura del mercato da parte dell’Urss per evitare interventi economici da parte degli usa (che infatti avvennero appena si aprì il mercato sovietico), e visto i vari divieti che gli usa ponevano nell’esportazione di merce verso l’Urss, la cioccolata così come molte altre cose furono praticamente introvabili nella maggior parte delle zone della vasta Unione.
Ciò comunque non vuol dire assolutamente che non erano presenti vestiari, dolci, cibi particolari, musica o altri tipi di arte; anzi, se vogliamo parlare del cibo (in particolar modo quello vitale come frutta, verdura e pane) bisogna dire inevitabilmente che il prezzo era straordinariamente basso.

Passando quindi al punto della propaganda:
È vero che l’Urss finanziava i partiti comunisti presenti in occidente, ma non hanno mai insistito abbastanza sulla propaganda; mentre nel blocco orientale ci sono sempre stati infiltrati occidentali che portavano oggetti o pezzi d’arte (musica, vestiari, ma anche film che rappresentassero l’occidente come metropoli perfette e polo di libertà) non presenti sul posto, invogliando quindi i cittadini dei Paesi socialisti a trasferirsi ad ovest. La maggior parte di questi è poi rimasta delusa, ma è stato comunque un danno economico verso l’Unione Sovietica.
Si pensi ad esempio all’Italia: mentre il PC dopo la guerra cercava di far prendere coscienza di classe alla Popolazione avvertendo tutti di non cadere nelle grinfie dell’imperialismo Americano, questi ultimi spargevano a tutti cingomme (chewing gum) e cioccolata per far assaporare il dolce sapore della “libertà”; che secondo loro consiste appunto nel poter scegliere tra un prodotto e l’altro, un ottica di libertà puramente materialista e consumistica.
A testimonianza di ciò citiamo una celebre frase pronunciata da un Tedesco della Germania est, esule poi deluso, che varcò il muro e venne intervistato dagli occidentali, “tutto ciò che dicevano su di noi era falso, ma era vero tutto ciò che ci dicevano su di voi”.

La costruzione del muro.
A questo punto Kruscev, che comunque era a capo del Paese-leader del patto di Varsavia, propose di erigere un muro circondando tutta Berlino ovest.
Solo in questo modo avrebbero potuto evitare ulteriori emigrazioni.
Ovviamente questa non fu né la prima né l’ultima delle scelte e delle politiche particolarmente impopolari (detestate anche da quasi tutti i comunisti) fatte da Kruscev.
Gli alleati, in particolar modo gli americani, giocarono sporco attraverso trucchi finanziari per rendere la vita in occidente molto più appetibile, almeno apparentemente, di quella nel blocco est.
Il socialismo a questo non aveva una risposta, in un sistema socialista è praticamente impossibile manipolare l’economia e renderla così fluttuabile come era invece possibile in occidente. Rivalutazioni del marco nella parte est avrebbero portato semplicemente al tracollo e ad un “effetto domino”che avrebbe conseguentemente portato crisi a tutta l’Europa orientale.
La soluzione finale era, quindi, quella di raggomitolarsi come un Riccio e di chiudersi a se stessi, per semplice difesa.

Questo non sta a giustificare comunque il fatto che molte, moltissime famiglie vennero separate da un giorno all’altro da questo muro. Il modo in cui questa cortina sia stata eretta è stata particolarmente infame, ma probabilmente inevitabile.
Inevitabile per vari motivi: il muro fu fatto subito dopo l’aumento provocatorio e pericoloso dei viaggi proposti dagli Stati Uniti verso Berlino ovest (attraverso questi viaggi, senza controlli dalla parte est, si sarebbero potuti facilmente infiltrare mercenari e spie americane, cosa da non sottovalutare visto la piena guerra fredda che stava correndo in quel periodo); fu fatto in una notte sola per evitare ulteriori emigrazioni che ci sarebbero potute stare nel caso in cui i cittadini fossero stati avvisati prima. Detto questo, è comunque da dire che una volta costruito il muro avrebbero potuto far passare alla parte est chi aveva affetti o membri della famiglia da quella parte. E c’è da dire, allo stesso modo, che moltissimi cittadini erano liberi e avevano il diritto di spostarsi da una parte all’altra per lavoro o per altri motivi, c’era gente che lo faceva ogni singolo giorno; nel caso si volesse visitare Berlino est si doveva “semplicemente” seguire un iter burocratico come con qualunque confine di quel tempo; certo un confine particolare, visto che erano praticamente accerchiati.

È obbligo far notare, e che non si dice, che parte di coloro che attraversarono (molti in forma legale vista la possibilità di ottenere il visto, cosa ben poco detta) tornarono indietro nella DDR. Un esempio è il caso eclatante avvenuto nel 1984 in cui 40.000 abitanti della Germania dell’Est emigrarono nella Repubblica Federale e chiesero di tornare indietro in 20.000 solo un anno dopo. I motivi di ciò furono la mancanza di coperture sociali, il tasso di disoccupazione alle stelle (allora toccava già i 2,5 milioni) e l’assenza di solidarietà. In definitiva avevano provato ciò che era realmente il Capitalismo.

Il muro, comunque, compì il proprio lavoro.
Gli emigrati passarono da circa 2,5 milioni (’49-’61) a 500 mila (’62-’89).
Questo fece in modo infatti di garantire alla Germania est una ripresa nello sviluppo.
Tutto questo a caro prezzo: ben presto il muro divenne un simbolo di oppressione e di tirannia, ignorando ovviamente ciò che si celava dietro. Ma è comunque comprensibile che pensare alle decine di persone che cercando di varcare il muro furono uccise faccia rabbrividire e disgustare.

La crisi e il crollo del muro.
Dopo le riforme tutt’altro che popolari di Gorbacev, tutto il blocco orientale cadde in una crisi che stava peggiorando col tempo.
Ci sono manifestazioni dappertutto: gli stessi comunisti manifestano contro il governo ultra-riformista.
I cittadini della Germania est, come detto prima un Paese anch’esso in crisi, chiedono a gran voce riforme sul sistema politico-economico e più libertà. Ciò però non vuol dire arrivare addirittura a desiderare il crollo del sistema socialista in sé per sé; secondo gli ultimi sondaggi condotti prima del muro, ’89, infatti addirittura il 70% della Popolazione era contraria al crollo della DDR e al cedimento della sua sovranità.
Gorbacev a questo punto, cedendo alle pressioni occidentali, fece abbattere il muro di Berlino; così come smantellò poi l’Unione Sovietica.
Appena avvenne il crollo, non se ne parla molto, i prezzi di tutta la merce presente nel mercato est si innalzò del 350%. Ponendo la Popolazione Tedesca dell’est ancora più in crisi e inducendo indirettamente lo spopolamento della parte est della Germania (già unita), avviando quindi il fenomeno già previsto da Marx dell’esercito industriale di riserva. Cittadini costretti a pagare merce ora 350% più costosa, con uno stipendio più basso a causa delle politiche sociali presenti prima del muro che garantivano tutti i servizi gratuitamente, vengono indotti a passare alla parte occidentale della Germania.
In questo modo il salario dei cittadini occidentali si abbasserà a causa della corsa al ribasso da parte delle imprese preferendo pagare un cittadino dell’est disposto a lavorare per un prezzo minore.
Di conseguenza il crollo del muro, o più precisamente della DDR, ha portato danni anche ai cittadini della parte ovest.
E non solo. Come detto all’inizio dell’articolo, il crollo del blocco orientale ha spianato la strada all’unione europea, già sognata dal nazista ex-funzionario della Francia Vichy, Schumann, fino a portarla a ciò che è oggi.
Questa caduta del blocco ha portato le privatizzazioni di tutto ciò che fu costruito col sudore dei Lavoratori, svendendo tutto a basso prezzo e arricchendo quindi in maniera più che sproporzionata le aziende che erano già ricche prima (e togliendo quindi ricchezza alla Popolazione); si chiama furto.
Non c’è alcun progetto andato male, non esiste alcuna “europa dei popoli” diventata poi “europa delle banche”. È sempre stata un unione con fini commerciali, per poi passare a fini finanziari, e probabilmente politici (sempre rimanendo sulla via del neoliberismo) nei prossimi anni.
La mancanza di questo bipolarismo ha portato danni a tutta la classe lavoratrice del mondo occidentale. Senza l’Unione Sovietica e gli altri Paesi socialisti non si ha scampo: il capitale ha monopolizzato tutto.
Ti possono togliere tutti i diritti sociali conquistati lungo il corso degli anni, dove puoi scappare?
Il capitale ha vinto, ha riscritto la storia a propria immagine, e ha convinto tutti del fatto che non esista alternativa, tranciando quindi ogni possibile rivoluzione. Questo almeno finché la popolazione non è in condizioni di povertà come invece lo è in America Latina o Africa (dove infatti le rivolte, soprattutto socisliste, sono presenti nonostante la pressante propaganda neoliberista come qua in occidente).
Questo improvviso innalzamento dei prezzi successe poi allo stesso modo in tutta l’Unione Sovietica appena crollò nel ’91.

Le prime conseguenze della caduta del muro state inoltre la massiccia privatizzazione di tutto ciò che era pubblico (stessa cosa che avvenne poi nell’Urss); il passaggio da una disoccupazione praticamente inesistente, al 14% (aumentato poi negli anni); l’85% delle imprese vennero comprate poi da capitalisti stranieri e/o delocalizzate; arrivarono fenomeni prima sconosciuti come la prostituzione, il traffico della droga, e ovviamente i senzatetto (e quindi l’elemosina). Cose che a noi sembrano naturali, inevitabili e quotidiane; eppure prima del muro c’era un mondo alternativo, avevi la libertà di scegliere in quale sistema vivere.

Ma come sta messa la Germania dell’est oggi? Ci sono ancora rimpianti?
Ebbene sì. Tornando ai giorni nostri, recenti sondaggi affermano che 49% dei Tedeschi “dell’est” sia convinto che “La DDR ha avuto più lati positivi che lati negativi. Ci sono stati alcuni problemi, ma la vita era buona lì”, mentre l’8% afferma addirittura che “La DDR aveva, per la maggior parte, lati positivi. La vita lì era più felice e migliore che nella Germania riunificata oggi”; per un totale quindi di 57% della popolazione, un buonissimo risultato contando poi che a partire dalla caduta del muro c’è stata (e c’è ancora) una fortissima propaganda anti-socialista che ha ormai conquistato la maggior parte dei giovani e una grossa fetta della popolazione adulta, convinta che si viva meglio con il consumismo e la concorrenza che l’eguaglianza.
C’è poi il politologo Klaus Schroeder, che in risposta ai sondaggi afferma che tutto quel 57% della popolazione sia semplicemente illuso e che prende troppo sul personale le critiche alla DDR. A seguito di queste dichiarazioni venne inoltrato da più di 4000 lettere (a detta sua), ne riportiamo qualche messaggio: “Dal punto di vista di oggi, credo che siamo stati cacciati dal paradiso quando è caduto il muro”, scrive una persona, e un uomo di 38 anni “ringrazia Dio” di essere stato in grado di vivere nella DDR, osservando che solo dopo la riunificazione tedesca ha assistito a persone che temevano per la loro esistenza, mendicanti e senzatetto.
La Germania di oggi è descritta come uno “stato schiavo” e una “dittatura del capitale”, e alcuni scrittori di lettere respingono la Germania perché, a loro avviso, troppo capitalista o dittatoriale e certamente non democratica. Schroeder ritiene tali dichiarazioni allarmanti.
Molti autori di queste lettere sono persone che non hanno beneficiato della riunificazione tedesca o che preferiscono vivere in passato. Ma includono anche persone come Thorsten Schön.

Dopo il 1989, Schön, un maestro artigiano di Stralsund, una città sul Mar Baltico, inizialmente raccolse un successo dopo l’altro. Sebbene non sia più proprietario della Porsche che ha acquistato dopo la riunificazione, il tappeto in pelle di leone che ha acquistato in un viaggio di vacanza in Sudafrica – uno dei tanti viaggi all’estero che ha fatto negli ultimi 20 anni – dice oggi “Non c’è dubbio: sono stato semplicemente fortunato”. Tuttavia, Schön si siede sul suo divano e riassume i bei vecchi tempi della Germania orientale. “In passato, un campeggio era un luogo in cui le persone godevano della libertà insieme”, afferma. Ciò che gli manca di più oggi è “quel sentimento di compagnia e solidarietà”. “Per quanto mi riguarda, quello che avevamo in quei giorni era meno di una dittatura di quello che abbiamo oggi”.Vuole vedere pari salari e pari pensioni per i residenti dell’ex Germania orientale. E quando Schön inizia a lamentarsi della Germania unificata, la sua voce contiene un elemento di autocompiacimento. Oggi le persone mentono e imbrogliano ovunque, dice, e le ingiustizie di oggi sono semplicemente perpetrate in un modo più astuto rispetto alla DDR, dove i salari della fame e le gomme delle macchine tagliate erano inauditi. Schön non può offrire alcun resoconto delle sue brutte esperienze nell’attuale Germania. “Oggi sto meglio di quanto non fossi prima”, dice, “ma non sono più soddisfatto”.
Ciò che lo rende particolarmente insoddisfatto è “la falsa immagine dell’Est che l’Occidente sta dipingendo oggi”. La DDR, dice, “non era uno stato ingiusto”, ma “la mia casa, dove i miei successi venivano riconosciuti”. Questa, dice, è una delle verità che vengono costantemente negate nei talk show, quando i tedeschi occidentali si comportano “come se i tedeschi orientali fossero tutti un po’ stupidi e dovessero ancora cadere in ginocchio oggi in segno di gratitudine per la riunificazione”. Si chiede quindi: cosa c’è esattamente da festeggiare?

C’è poi Birger, un giovane ragazzo figlio di “nostalgici” della DDR, che oggi vive e lavora a Londra. È irremovibile nel contraddire la “scrittura dei vincitori della storia”. “Nella percezione del pubblico, ci sono solo vittime e perpetratori. Ma le masse cadono sul ciglio della strada.”
Questa è una persona che si sente colpita personalmente quando vengono menzionati il ​​terrore e la repressione della Stasi. È un accademico che sa “che non si possono sanzionare gli omicidi al muro di Berlino”. Tuttavia, quando si tratta degli ordini delle guardie di frontiera di sparare ai potenziali fuggitivi, dice: “Se c’è un grande cartello lì, non dovresti andare lì. Era completamente negligente”.

Altri muri:
Molti pensano che il muro di Berlino sia stato quello che ha provocato più morti nella storia (almeno quella moderna); non che si voglia prendere questa come una sorta di gara a chi abbia fatto più o meno morti, ma è giusto che si sappiano i fatti reali; che sono disponibili e accessibili a tutti ma che vengono nascosti e mai messi “in prima vista” dai media neoliberisti.
Qui riportiamo parte dei muri che ancora sono in piedi e hanno provocato, e ancora provocano, più morti di quelle accadute (tristemente) a Berlino (79 in 28 anni):
-il muro di Israele: 10 metri di altezza, 5 volte più lungo di quello di Berlino; costruito dallo stato di Israele, ha separato migliaia di famiglie solo perché Palestinesi. Il tribunale internazionale ha da sempre denunciato il fatto che questo muro violi i diritti internazionali, ma Israele continua ad ignorarlo; intanto le morti continuano, e per ora non si sa con certezza a quante ammontano.
-frontiera Messico-Usa: 600km di lunghezza; circa 10.000 morti dal ’94 (tra l’altro non costruito da Trump come molti pensano)
-muro del Sahara occidentale: 2700km di lunghezza; costruito da Usa e Arabia saudita circonda la parte materialmente più ricca del Sahara, lasciando la Popolazione in miseria e senza accesso alle proprie risorse naturali.
-muro di Ceuta e Melilla: 279 vittime in 13 anni.

Riassumendo, il muro di Berlino, così come la DDR, hanno avuto molte contraddizioni e non vanno certamente dimenticati i drammi delle Famiglie separate da un giorno all’altro dal muro. Non vanno però, allo stesso modo, dimenticati i progressi e il benessere raggiunti dalla Germania dell’est e in generale dal cosiddetto blocco orientale. Non va dimenticato infine ciò che il crollo del muro portò: certamente un mondo peggiore. Un mondo dove il dio della fratellanza viene sostituito dal dio denaro, dal dio della competitività.
Per essere coerenti, quindi, non vanno dimenticate le vittime della Germania riunificata: i senzatetto, i malati che non hanno avuto o non hanno la possibilità di curarsi se non hanno denaro a sufficienza, i lavoratori precari, i disoccupati, ecc.

Concludiamo citando un estratto del discorso di Erich Honecker, perseguitato in gioventù dai nazisti, di fronte al tribunale della RFT sotto accusa di crimini durante gli anni della sua carica come (ultimo) presidente della DDR (RDT):
“Non sono io la persona che possa fare un bilancio della storia della RDT. Il momento di farlo non e’ ancora venuto. Il bilancio sarà tratto in futuro e da altri.
Io ho speso la mia esistenza per la RDT. Dal maggio 1971 soprattutto ho avuto una responsabilità rilevante per la sua storia. Io sono perciò parte in causa e oltre a ciò indebolito per l’età e la malattia. E tuttavia, giunto alla fine della mia vita, ho la certezza che la RDT non e’ stata costituita invano. Essa ha rappresentato un segno che il socialismo e’ possibile e che e’ migliore del capitalismo. Si e’ trattato di un esperimento che e’ fallito. Ma per un esperimento fallito l’umanità non ha mai abbandonato la ricerca di nuove conoscenze e nuove vie. Bisognerà ora analizzare le ragioni per cui l’esperimento e’ fallito. Sicuramente ciò e’ accaduto anche perché noi, voglio dire i responsabili in tutti i paesi socialisti europei, abbiamo commesso errori che potevano essere evitati. Sicuramente e’ fallito in Germania tra l’altro anche perché i cittadini della RDT, come altri tedeschi prima di loro, hanno compiuto una scelta sbagliata e perché i nostri avversari erano ancora troppo potenti. Le esperienze storiche della RDT, insieme a quelle degli altri paesi ex socialisti, saranno utili a milioni di uomini nei paesi socialisti ancora esistenti e serviranno al mondo futuro. Chi si e’ impegnato con i! proprio lavoro e con la propria vita per la RDT non ha vissuto invano. Un numero sempre maggiore di persone dell’est si renderanno conto che le condizioni di vita della RDT li avevano deformati assai meno di quanto la gente dell’ovest non sia deformata dall’economia di mercato e che nei nidi, negli asili e nelle scuole i bambini della RDT crescevano più spensierati, più felici, più istruiti, più liberi dei bambini delle strade e delle piazze dominate dalla violenza della RFT. I malati si renderanno conto che nel sistema sanitario della RDT, nonostante le arretratezze tecniche, erano dei pazienti e non oggetti commerciali del marketing dei medici. Gli artisti comprenderanno che la censura, vera o presunta, della RDT non poteva recare all’arte i danni prodotti dalla censura del mercato. I cittadini constateranno che anche sommando la burocrazia della RDT e la caccia alle merci scarse non c’era bisogno che sacrificassero tutto il tempo libero che devono sacrificare ora alla burocrazia della RFT. Gli operai e i contadini si renderanno conto che la RFT e’ lo Stato degli imprenditori (cioè dei capitalisti) e che non a caso la RDT si chiamava Stato degli operai e dei contadini. Le donne daranno maggior valore, nella nuova situazione, alla parità e al diritto di decidere sul proprio corpo di cui godevano nella RDT.

Molti capiranno anche che la libertà di scegliere tra CDU/CSU, SPD e FDP e’ solo una libertà apparente. Si renderanno conto che nella vita di tutti i giorni, specialmente sul posto di lavoro, avevano assai più libertà nella RDT di quante ne abbiano ora. Infine la protezione e la sicurezza che la piccola RDT, così povera rispetto alla RFT, garantiva ai suoi cittadini non saranno più minimizzate come cose ovvie, perché la realtà quotidiana del capitalismo si incaricherà adesso di far capire a tutti quanto fossero preziose.
Il bilancio della storia quarantennale della RDT e’ diverso da quello che ci viene presentato dai politici e dai mass media. Col passar del tempo questo sarà sempre più evidente.
Vorreste trasformare il processo contro di noi, membri del Consiglio Nazionale della Difesa della RDT, in un processo di Norimberga contro i comunisti. Ma questo tentativo e’ condannato al fallimento. Nella RDT non c’erano campi di concentramento, non c’erano camere a gas, sentenze politiche di morte, tribunali speciali, non c’erano Gestapo ne’ SS. La RDT non ha fatto guerre e non ha commesso crimini di guerra contro l’umanità.

(…) Chi nega al proprio popolo il diritto al lavoro o il diritto alla casa, come avviene nella RFT, mette in conto che molti si sentano negare il diritto all’esistenza e non vedano altra soluzione che togliersi la vita. La disoccupazione, la condizione dei senza tetto, l’abuso di droghe, i crimini per procurarsi la droga e la criminalità in genere sono frutto della scelta politica dell’economia di mercato.”

La verità sulla guerra di secessione americana e la liberazione degli schiavi neri

La disinformazione regna sovrana in un’epoca post ideologica come quella odierna, ma va detto che alcuni errori storiografici ed ideologici ce li portiamo dietro da tanto tempo. Da troppo. Quanti di noi, patrioti e per l’autodeterminazione, sono rimasti folgorati dalle epiche storie di ribellione e di indipendenza degli americani durante la seconda metà del 700, che sono sfociate con la dichiarazione d’indipendenza del 1776 che, ad ogni modo, presentava già molte contraddizioni che saranno palesi, poi, nel “Manifest Destiny” di cui avremo modo di parlare dopo. Perché, vedete, i problemi affiorano con la guerra di secessione americana, consumatasi dal 1861 al 1865. Benché ci fossero uomini realmente animati da ideali di libertà, con gli eserciti unionisti vi era pure una divisione garibaldina (fatto sconosciuto a molti), la realtà del conflitto fu differente da quella raccontata nei libri di testo scolastici dei paesi anglofoni e non. Viene infatti spacciata, in modo errato, come una guerra in cui si è consumata una lotta fra idee : fra chi propugnava la libertà, il nord, e chi effettivamente, il sud, rendeva ancora legale la schiavitù.
Ma cerchiamo di contestualizzare meglio, altrimenti tirare le somme sarebbe fin troppo semplice.
LA COSTITUZIONE AMERICANA
La costituzione americana garantiva il diritto alienabile alla libertà e alla felicità. E fin qui tutto più che lecito.
MA COSA SI INTENDE CON FELICITÀ?
Qui la questione si complica e ci può far riflettere sulla realtà della società americana, figlia di quella europea e puritana, che oggi giorno va criticata ed osteggiata in qualsiasi modo. Si perché la felicità per il popolo Americano, soprattutto per i grandi industriali non certo per gli “underdogs”(come li chiamerebbe Popper) , significava conquista. E ancora conquista. In un atto di superamento dei limiti umani, tanto di voga anche nella letteratura europea di quel secolo.
MANIFEST DESTINY
Il MANIFEST DESTINY era un pensiero largamente sviluppato nell’America ottocentesca che riteneva che gli abitanti del continente delle 13 colonie iniziali fossero destinati ad espandersi.
Gli americani infatti erano considerati :
-Virtuosi;
-Gli Stati Uniti avevano un compito, quello di redimere la parte ovest degli states per farla ad immagine e somiglianza dell’America già “moderna” ;

  • un irresistibile destino a portare a termine questo obiettivo essenziale.
    Certo, non tutti i politici americani erano concordi su questo manifesto (ad esempio Lincoln) ma ciò rappresenta appieno la voglia di rivalsa e conquista degli Stati Uniti che, soprattutto dopo la dottrina Monroe del 1823, vollero staccarsi totalmente dal continente europeo.
    MA ALLORA PERCHÉ QUESTO MANIFESTO È COSÌ IMPORTANTE?
    Semplice, fu utilizzato a più riprese dalle forze politiche americane per giustificare le immense acquisizioni e guerre portate avanti per tutto l’Ottocento che, in realtà, si protraggono fino all’acquisto dell’Alaska e delle Hawaii.
    (N.B., parlare di acquisizioni di territori fa realmente pensare come l’autodeterminazione dei popoli non fu mai presa in considerazione dagli Stati Uniti)
    Il manifest destiny fu il pretesto per spartirsi l’Oregon con gli inglesi, per comprare la Louisiana, la California nel 1848, il New Messico e sottomettere le popolazioni native
    THE GOLD RUSH
    Ed eccoci arrivati ad una decina di anni prima della “gloriosa” guerra di secessione.
    La corsa all’oro stava impazzando, ce ne furono a più riprese ma quella del 1848 è la più celebre, e la concorrenza fra gli stessi stati americani era feroce. Gli Stati del Nord si lamentarono della concorezza sleale degli stati del sud, i quali potevano utilizzare manodopera gratuita, mentre essi erano “obbligati” a pagare i propri lavoratori.
    (N.B. Nel nord vi era il capitalismo, i poveri operai esistevano, comunque. Le paghe erano alla fame)
    LA GUERRA DI SECESSIONE
    Abraham Lincoln è eletto presidente nel 1860. I delegati degli stati del sud, vista la posizione anti schiavista del nuovo presidente, decidono di creare un governo indipendente, con a capo Jefferson Davis.
    Nell’aprile del ’61 scoppia la guerra, dopo una piccola scaramuccia. Morale della favola? Gli unionisti vincono. Nel ’62, importante citarlo, Lincoln con l’ “emancipation Proclamation” liberava tutti gli schiavi in territorio nemico a partire dal 1 gennaio 1863. Nel 1867, con il Reconstruction Acts, gli stati del sud (dopo la sconfitta) vengono riammessi nell’Unione.
    E GLI SCHIAVI LIBERATI?
    Ecco, nel 1868 il 14esimo emendamento gli dà ufficialmente la cittadinanza americana e, con il 15esimo emendamento, nel 1870 gli uomini neri possono votare. Però non facciamoci ingannare dall’apparenza; le cose non cambiarono sino, almeno, all’arrivo di M.L.King. Andando più nello specifico, possiamo dire che i neri liberati durante la guerra spesso furono obbligati ad arruolarsi nell’esercito e trattati come scarti. Inoltre, nei territori del sud, si sviluppó il fenomeno del K.K.K. e, come si vede nel bellissimo film “the free state of Jones” (tratto da una storia vera), molto spesso i neri erano scoraggiati a votare.
    Ma, spingendoci fino al 900, fa ridere che i neri avessero uno scompartimento a sé sui treni e sui bus, però fossero ritenuti uguali durante le guerre, dove furono impegnati spesso (ne abbiamo prova dagli scritti di R. Capa, nei quali racconta lo sbarco in Normandia e parla “di un nostromo di colore”).
    CONCLUSIONI
    Nessuno nega che, dopo la guerra di indipendenza, le condizioni dei neri migliorarono. Niente è peggio della schiavitù. Ma, come detto prima, nel nord (come nel sud) il processo dell’industrializzazione era più forte che mai. La “gilded age” rappresentò la ricchezza dei vari industriali del paese, ma i neri morivano di fame accanto ai loro compagni di lavoro bianchi!
    Tornando alla guerra di secessione, si può obiettare(forse giustamente) che Lincoln fu assassinato e che, magari, se fosse rimasto al governo la situazione dei neri sarebbe realmente migliorata(cosa di cui si può dubitare, visto il periodo storico). Ovviamente non vanno dimenticati le gesta eroiche di uomini come Levi Coffin, il quale fece scappare molti schiavi dagli Stati del sud. Certo onorevole, ma tutto inscrivibile in un contesto totalmente marginale.

4 novembre: nazione, democrazia ed emancipazione sociale

Oggi più che mai la questione nazionale, l’unità del popolo e la sua emancipazione politica rimangono temi di grande importanza ed attuali. È infatti tappa fondamentale del percorso di liberazione degli uomini l’indipendenza e l’unità della loro comunità nazionale, progetto antitetico rispetto ad ogni mira oligarchica e reazionaria. La comunità nazionale, una fra le molte comunità delle quali l’individuo e parte e grazie alle quali è definito, deve sempre godere di considerazione, sia in sé che come punto d’arrivo che di partenza. È infatti la Nazione l’insieme in cui le varie comunità locali sublimano, ed è dalla Nazione che si può partire per costruire un pensiero che sia internazionale.

La sua costruzione, come ogni fine di un moto comunitario, è stato un percorso all’insegna degli ideali democratici, repubblicani e socialisti, anche se declinati in diversi modi. Da Buonarroti a Pisacane, passando per Mazzini, Garibaldi, Saffi e Mameli: questa fu l’Italia, questi furono i veri patrioti. La Nazione, realtà comunitaria e fraterna, mal si presta ai valori e agli ideali reazionari, siano essi monarchici piuttosto che liberali. Di fatti, i vari governi che dal 1861 in poi hanno di fatto oppresso la nazione italiana attraverso modelli politicied economici gerarchici non hanno saputo che richiamarsi ad essa in maniera retorica, appropriandosi di una causa non loro, ossia quella del popolo. L’Italia Turrita, ammantata dal tricolore ma sfregiata dallo stemma sabaudo si presta bene ad esemplificare lo stato in cui, per colpa della dinastia d’oltralpe, l’Italia ha soggiaciuto per decenni: uno stato di sottomissione ed imposizione.

La Grande Guerra, momento d’indubbia importanza storica, avrebbe potuto segnare la fine dell’ordinamento monarchico-liberale, e l’instaurazione di un sistema democratico. Ma mentre in Russia sorgeva la rivoluzione, a cui faceva eco la Germania, in Italia ogni movimento rivoluzionario, sia per contrasti interni, sia per “purismo”, sia per debolezze contestuali, veniva messo a tacere dall’avvento del Regime Fascista, che seppe retoricamente coinvolgere molti strati della popolazione, propagandandosi come movimento “nazionale”, ma mettendo in pratica un progetto profondamente oligarchico ed antidemocratico. Pensiamo agli Arditi del Popolo, che isolati seppero condurre una lotta patriottica e socialista contro le milizie fasciste, o ai successivi volontari in Spagna, eredi della tradizione garibaldina, che combatterono al fianco della Repubblica assediata.

Fu poi durante la Resistenza che si rinsaldò il connubio fra Nazione ed emancipazione sociale che era stato scisso da decenni di retorica e propaganda. Vinti gli occupati, le elezioni del ’48 diedero in maniera poco limpida la vittoria nuovamente a forze reazionarie, ossia quelle liberali democristiane, che continuarono l’antica tradizione di coprire sotto il vessillo del popolo italiano le loro repressioni, i loro complotti, i loro maneggi.

In Italia, nazione occupata ancora oggi da uno stato imperialista, si verificò nella seconda metà del ‘900 il fenomeno dell’ostilità nei confronti del concetto di “Patria”, interpretato erroneamente come reazionario. Ciò non fu solo frutto dell’errore di certa sinistra, ma il frutto di una premeditsta campagna d’appropriazione che mirava a sottrsrre al popolo italiano il suo particolare vessillo, a spacciare per reazionario ciò che per contenuto intrinseco è profondamente rivoluzionario. Oggi, nel 2019, è importante riscoprire il valore dell’unità nazionale, il valore della comunità incarnata nella Nazione, che ad essa non si limita ma anche da essa viene espressa. Nazione non è egoismo, ma fratellanza, è la via verso l’Umanità. Chiudiamo questo breve pensiero con le parole di due grandi italiani, entrambi liguri, che combatterono per l’emancipazione dell’uomo e dell’Italia, Giuseppe Mazzini e Sandro Pertini:
“La Patria è la casa dell’Uomi libero, non dello schiavo”
Giuseppe Mazzini
“Eleviamo in questo giorno il nostro pensiero a quanti combatterono e si immolarono per l’indipendenza e per la libertà, ai caduti della resistenza, a tutti i nostri fratelli che sacrificarono la vita per tali altissimi ideali: è una schiera innumerevole e gloriosa che ci guida nel nostro cammino, presente tra noi, vivente dell’esempio che ci ha trasmesso. Da loro traiamo auspici per il futuro, nella fierezza di esserne eredi, nella consapevolezza degli ardui impegni che ci attendono.”
Sandro Pertini

Come la chiesa tenne sotto scacco il potere borghese italiano

Dopo l’unificazione italiana, e la mancata esecuzione del pontefice Pio IX, il Vaticano si considerò “prigioniero politico” di uno stato, il Regno d’Italia, che non riconosceva. Anzi, invitò tutti i cristiani che vivevano su suolo italiano a non partecipare né alla vita politica, né di unirsi a sindacati socialisti,andando in primis contro i fedeli i quali, spesso, erano povera gente che veniva vessata.
Facciamo un piccolo passo indietro.
Sì, perché il “Sillabo”(pubblicato nel 1864 da Pio IX) condannava tutto ciò che potesse essere considerato eretico:”l’ateismo, il Socialismo, il Comunismo”. Ma non si fermò solo a questo; infatti nel 1870 il Papa con il “non expedit” vietó a tutti i credenti di votare. Pio IX, dunque, attraverso la questione romana teneva sotto scacco il Regno d’Italia, privandolo di un grande numero di elettori (va detto, però, che non vi era suffragio universale). Insomma un ricatto di quelli che potremmo vedere oggi con Atlantia, detentrice di Autostrade per l’Italia : se mi togli la concessione non ti aiuto a salvare Alitalia. Lo stesso a quei tempi: ” se non mi riconosci un territorio nel Lazio, io faccio resistenza attiva sul tuo territorio “. Ci volle il Socialismo, il partito Socialista e i sindacati, per svegliare il papa che, oltretutto, riceveva un indennizzo sin dai tempi del liberale Cavour il quale, tentò, di riallacciare i rapporti. A quel punto il Pontefice, Leone XIII, pubblicò l’enciclica “Rerum Novarum”, nel 1891, con la quale incoraggiava la creazione di associazioni e sindacati cattolici, per contrastare quelli di stampo socialista. E la creazione del partito popolare italiano, nel 1919, parte da qui. Passando per il Patto Gentiloni, uno scandalo di prestiti di poltrone che ci ricorda molto i tempi odierni, nelle elezioni del 1913 i cattolici avrebbero potuto votare i liberali, a patto che, questi ultimi non contrastassero in alcun modo il potere temporale dello stato della chiesa e il credo cattolico. Insomma chi furono questi signori che tentarono di riallacciare i rapporti con la chiesa? Cavour, Giolitti e Mussolini,dopo. Il primo mito del secondo, il secondo alleato con l’ultimo nei blocchi nazionali. Come a far capire che, chi è sceso a patti con la chiesa, sicuramente non ha mai rappresentato l’Italia né il suo popolo: trasformismo, despotismo, liberalismo e liberismo.
Insomma, l’astensionismo cattolico di fine 800 inizio 900 ci riporta alla mente una frase famosa di Honecker, vale a dire che non è mai esistita una cosa che terrorizzasse più il capitalismo che il Socialismo stesso. Il comportamento della chiesa a fine 800 lo dimostra, appieno.

L’antisemitismo e le colpe della chiesa cristiana

Un argomento molto delicato quello che verrà trattato di seguito, tuttavia è necessario fare chiarezza soprattutto oggi, il giorno dell’istituzione del ghetto di Varsavia. Si dovrà addirittura essere spietati contro chi sostiene di essere stato, per secoli, le radici della cultura europea.
Il cristianesimo ha molte colpe, nessuno può essere esentato : da Lutero “Degli ebrei e le loro menzogne”, sino ai cattolici di Brunner di cui parleremo dopo. Dalla loro comparsa gli ebrei hanno sempre “causato” problemi, causa la loro coriacea difesa delle proprie tradizioni. Una difesa che ha causato la diaspora nel periodo imperiale romano, sino alle discriminazioni dei marranos in Spagna in età moderna e giungendo al tentativo di annualmento totale durante la seconda guerra mondiale.
Chi per motivi economici, altri per motivi politici e culturali, il popolo ebreo non è mai stato amato. Averne un nucleo o una comunità sul proprio territorio rappresentava sempre un rischio.
Gli ebrei sono stati sempre screditati, tuttavia piano piano sono stati accettati ; verso la fine del ‘700 essi non sembravano più essere un problema: ottennero pieni diritti prima negli Stati Uniti, poi in Francia ed in Austria. Dopo secoli di denigrazione, lo stesso Shakespeare in “The merchant of Venice” li raffigura come avari e strozzini, si era arrivati ad una loro piena accettazione. E invece no. Perché l’Ottocento è il secolo in cui più L’antisemitismo si radica negli individui, soprattutto a livello europeo. Si dice spesso che le cause più profondi dei disastri del novecento siano riscontrabili nel secolo precedente. Non potrebbe d’altronde che essere così.
L’antisemitismo era particolarmente diffuso nell’Europa dell’Ottocento , non solo da pensatori nazionalisti come Wagner o Stoecker , ma anche da Proudhon o Bakunin all’Affare Dreyfus e fino ai pogrom zaristi.
Un odio trasversale ad ogni posizione ideologica.
Ma arrivando ai nostri cari cristiani il discorso si complica, molto.
In ambito cristiano il termine antigiudaismo è quel disprezzo nei confronti degli ebrei, ritenuti collettivamente responsabili della morte di Gesù e/o del mancato riconoscimento come Messia: tutto ciò era stato, oltre che approfondito da teologi per tutta la durata del medioevo, accettato o comunque presa in considerazione sino all’arrivo di Papa Giovanni Paolo II,che eliminó qualsiasi traccia di questi studi antigiudaici.
E quindi? E quindi chi rappresenta le radici della cultura europea ha le sue colpe. Ma continuiamo ad analizzare il comportamento dello Stato della Chiesa nei confronti degli ebrei.
IN ITALIA
in Italia l’antisemitismo è stato secolare; per esempio nel Medioevo i giudei furono più volte espulsi dal Regno di Napoli e, dove erano invece accettati, erano considerati con diffidenza. L’atteggiamento dei pontefici nei loro confronti fu spesso contrastante, talvolta considerati come parte della famiglia altre volte si trovarono segregati in ghetti, nella stessa Roma!
Arrivando sino alla seconda guerra mondiale dove, va ammesso, il Papa fece il possibile per salvare gli ebrei e trattare con i tedeschi. Va anche detto, no non parliamo di cospirazioni, che parecchi cardinali di simpatie naziste procurarono i documenti e i biglietti per le varie partenze da Genova verso il Sud America alla fine della guerra.
IN GERMANIA E AUSTRIA
In questi due paesi emergono le acque più torbide, che legano( oltretutto) Hitler al Cristianesimo.
Benché Hitler fosse austriaco, ed influenzato da Fritsch, la chiesa austriaca ha le sue colpe.
Il sacerdote cattolico Brunner accusò gli ebrei di essere la causa della condizione tutt’altro che buona dell’impero asburgico. Le sue idee furono rilanciate dal partito cristiano sociale, in particolare da Lüger che credeva che L’antisemitismo potesse sbarrare la strada ai socialisti riuscendo, effettivamente, ad essere sindaco di Vienna per più di un decennio. Le alte sfere del Clero, tuttavia, non erano d’accordo con le sue posizioni. Lo stesso imperatore si rifiutò di ratificare l’elezione a sindaco. I cristiano sociali ebbero, però, il supporto della Rivista “La civiltà Cattolica”. I gesuiti infatti sostenevano che, così, ci si stesse liberando dal “giogo ebraico”.
Lüger, ancor più grave, trovò appoggio nel nunzio apostolico, il rappresentante del papa.
Ed è interessante, e raccapricciante, ascoltare cosa dice Hitler nel “Mein Kampf” a proposito degli stessi cristiani austriaci e del loro ruolo nell’antisemitismo. Sostiene che “L’antisemitismo del nuovo movimento poggiava tanto su una affermazione razzista, quanto su un concetto religioso”. Continuando sui cristiano-sociali “se quel movimento avesse saputo aggiungere alla sua intelligente conoscenza delle masse anche una giusta comprensione dei problemi razziali […] ne sarebbe nato nei due casi quel movimento che già allora appariva ai miei occhi come l’unico destinato a dirigere con successo i destini tedeschi “.

Wir weben…

Il risorgimento è ancora oggi, ahimè, un tema dibattuto. Non solo per il nostro paese, ma per tutti i popoli e le nazioni europee. Nell’analizzare, però, il risorgimento a livello europeo (in questo caso ci troviamo in Germania) si ritrovano degli spunti interessanti. H. Heine, ideologo della Giovine Germania, ci permette di comprendere le dinamiche sul territorio tedesco e di come fosse vissuto lo sviluppo degli eventi in questi anni travagliati.
Heine fu un pensatore molto influente in Germania ed è celebre la sua opera “die schlesischen Weber”(i tessitori della Slesia) , in cui denuncia il trattamento dei lavoratori della Slesia in quel periodo storico.
Vi fu infatti, nel 1844, una rivolta nella regione che fu repressa nel sangue. Nella poesia, i lavoratori (che nell’ultima strofa inizieranno la rivolta) lanciano 3 maledizioni: una contro Dio, che non li aiuta. L’altra contro il Re di Prussia, oppressore. La terza e più importante, contro la Germania che non riconoscono come Madrepatria. Credono , infatti, di sostenere attivamente il Re prussiano”di tessere per lui”senza che, loro stessi, abbiano alcun tipo di ruolo, né ottengano alcun vantaggio dall’unione nazionale. Ora, la questione è da analizzare sotto molti punti di vista. La Slesia si trova al confine fra Germania, Repubblica Ceca e Polonia ed ancora oggi è spartita fra questi tre paesi.
Che non ci fosse un sentimento patriottico è chiaro. Ed è interessante constatare come le masse povere fossero deluse dagli ideali di nazione. Da questo piccola poesia, non certo celebre in tutto il mondo, possiamo ricavare alcuni spunti e, forse, alcune risposte a temi più grandi quali “i lavoratori non hanno patria”. Questi tessitori non riconoscevano la Germania, non ancora unificata ma presente sui testi di molti pensatori dell’epoca, come loro legittima madrepatria anche per colpa di un egoismo, quello del monarca, che è anche sintomo di supponenza :crede di poter unire un territorio da solo, anzi al massimo sfrutta i veri patrioti per la sua futura accentrazione di ricchezze. E ciò è riscontrabile pure in altri paesi, fra cui l’Italia, in cui l’unificazione fu portata avanti dalle monarchie profondamente reazionarie, affiancate da valorosi cittadini che dovettero, poi, piegarsi alle volontà dei sovrani ben più potenti .
Oltretutto, solo a scopo informativo, la prima unione doganale “Bund” fra le 4 città stato tedesche e la Prussia, viene considerata il primo abbozzo di Unione Europea. Passa, indirettamente, il messaggio che la riunificazione tedesca sia un passaggio importante per la distruttiva UE, che, invece di liberare i popoli, li sottomette. In questo presunto elogio vengono trascinati Heine, Mazzini in Italia e molti altri. Spiegato, di conseguenza, il motivo per cui oggi il movimento (che non si deve neanche nominare per rispetto allo stesso Mazzini) è profederalismo europeo, traviando così il significato stesso di unione dei popoli europei. E intanto, giusto da monito, anche noi tessiamo le fila della rivoluzione . Come i lavoratori della Slesia che, al termine della poesia, si ribellano. “wir weben, wir weben, wir weben”

Il malinteso fra democratici e socialisti nelle parole di Mazzini

Riportiamo qua di seguito l’estratto di una lettera di Giuseppe Mazzini al patriota spagnolo Ferdinando Garrido riguardo al suo ultimo testo sul socialismo europeo. Da queste erighe emerge tutta la volontà conciliatrice di Mazzini nei confronti delle frange materialiste del socialismo, opposte per un’incomprensione al movimento democratico, che mentre ne condivideva le finalità di radicale cambiamento sociale né osteggiava le basi filosofiche. Davanti ad un nemico comune e ad un comune obbietivo la pluralità di punti di vista può essere solo che un’arma in più, ma per saperla adoperare occorre una volontà di sintesi e una non indifferente dose l’umiltà. Né Mazzini né i suoi compagni/avversari materialisti seppero compiutamete mettere in atto un processo positivo, ma la volontà, seppur altamente, ci fu. Oggi più che mai è necessario trarre i dovuti insegnamenti dalla storia passata.

“Esiste un malinteso fra gli uomini della Democrazia e i socialisti; e questo malinteso produsse la scissura che rese possibile la dittatura bonapartista, e tiene tuttora divisa, in Europa, la classe media dalle classi operaje. Questo malinteso consiste nell’aver confuso, sì gli uni che gli altri, i sistemi socialisti col pensiero sociale, col principio d’associazione.
Gli uni credettero che il Socialismo consistesse in certe teorie assolute, presentate da alcuni pensatori; e siccome quasi sempre queste teorie movevano dal punto di vista governativo, e minacciavano colla loro uniformità regolamentare di sopprimere ogni personalità umana, quelli uni condannavano il socialismo in nome della libertà.
Gli altri credettero che l’antagonismo della Democrazia verso i loro sistemi provenisse dalla negazione del loro principio fondamentale, e condannarono quindi la Democrazia, in nome dell’Associazione.
Questo malinteso esiste tuttora per gli uomini esagerati, che sempre si trovano in ogni partito; ma è però affatto mancante di base.
Havvi un terreno comune abbastanza vasto, perchè vi possiamo stare tutti uniti.
Per noi non esiste rivoluzione, che sia puramente politica. Ogni rivoluzione deve essere sociale, nel senso che sia suo scopo la realizzazione di un progresso decisivo nelle condizioni morali, intellettuali ed economiche della Società. E la necessità di questo triplice progresso, essendo più urgente per le classi operaje, ad esse anzitutto devono essere rivolti i beneficî della rivoluzione.
E neppure può esservi una rivoluzione puramente sociale. La questione politica, cioè a dire, l’organizzazione del potere, in un senso favorevole al progresso morale, intellettuale ed economico del popolo, e tale che renda impossibile l’antagonismo alla causa del progresso, è una condizione necessaria alla rivoluzione sociale.
È necessaria all’operajo la sua dignità di cittadino, ed una garanzia per la stabilità delle sue conquiste nella via della libertà.
La parola d’ordine dei nostri tempi è l’Associazione, che deve estendersi a tutti.

Il diritto ai frutti del lavoro è lo scopo dell’avvenire; e noi dobbiamo adoperarci a rendere vicina l’ora della sua realizzazione. La riunione del capitale e dell’attività produttrice nelle stesse mani sarà un vantaggio immenso, non solo per gli operaî ma per l’intera Società, poichè aumenterà la solidarietà, la produzione ed il consumo.
Le associazioni volontarie, moltiplicate indefinitamente, oltre al riunire un capitale inalienabile, aumenteranno progressivamente e faranno concorrere al lavoro, libero e collettivo, un numero di operaî ogni giorno maggiore.
Ciò è quanto io intendo esprimere colle due parole, egualmente sacre, che non cesso di ripetere: LIBERTÀ—ASSOCIAZIONE. Forse che ciò non basta a farci unire nel lavoro come fratelli? Un solo passo nella realizzazione di questi due principî non ci schiuderebbe egli un’ampia via per discutere tranquillamente le questioni secondarie?
Ecco quanto, se lo potessi, ripeterei ogni giorno ai miei fratelli di Spagna. Ecco quanto dovete ripeter loro in mio nome: Libertà per tutti; progresso per tutti; associazione di tutti. Può egli esistere un vero democratico, che non s’inchini, nel fondo del suo cuore, davanti a questi tre termini eterni del problema della Umanità? La logica inflessibile non esige forse il lavoro associato di tutti, per conquistare, svolgere e consolidare il progresso e l’associazione?
Per quanto si voglia impedirlo, noi corriamo ad una crisi europea, simile a quella del 1848: sventurata la Spagna e sventurati noi tutti, se le severe lezioni che allora e negli anni seguenti abbiamo ricevute, non ci hanno insegnato ad unire le nostre forze per la prossima lotta![…]”.

Fiume, laboratorio sociale e rivoluzionario

Il 12 settembre del 1919 D’Annunzio occupa la città di Fiume, contesa tra il regno d’Italia e il nuovo regno iugoslavo nato dalle ceneri dell’Austria-Ungheria. La città, a maggioranza italiana, era da sempre obbiettivo degli irredentisti, una delle ultime terre italiane ancora occupate da uno stato straniero, occupazione resa ancora più odiosa dalle politiche anti-italiane dell’Impero Asburgico. Il trattato di Londra (il patto segreto firmato dall’Italia con la Gran Bretagna per sancire i territori da annettere all’Italia dopo una vittoria sull’Austria) non prevedeva la città tra i territori che spettavano all’Italia, e la pace di Versailles non dava motivo ai patrioti di vedere la città sotto il dominio italiano; emblematica la reazione del comitato italiano guidato da Vittorio Emanuele Orlando, che abbandona la conferenza disgustato dalla rigidità del presidente americano. Quest’azione gli causò parecchie critiche provenienti da più parti, sopratutto perché a causa della sua assenza l’Italia fu tagliata fuori dalle trattative, tanto che dovette tornare, umiliato, sui suoi passi.
Per D’Annunzio quello era il momento di agire: la politica non lo avrebbe fermato, e gridando l’iconico “me ne frego” dinanzi alle disposizioni del governo regio, marcia alla volta di Fiume con i suoi legionari. Le truppe che vengono inviate per fermarlo disertano una dopo l’altra e si uniscono all’impresa.
Una volta proclamata la repubblica fiumana, sotto gli elogi della popolazione nativa, D’Annunzio non si limita a proclamare la città come una parte d’Italia: vuole creare un banco di prova per il futuro, un nuovo stato che voleva raggiungere il “comunismo senza dittatura”, dove il “cardo russo” si sarebbe trasformato in un’italianissima rosa, come ebbe ad affermare il poeta. Così nacque uno dei progetti più grandiosi della nostra storia: l’esperienza di Fiume fu una vera e propria epopea socialista, dove i diritti non erano astrazioni giuridiche, le donne potevano votare, l’omosessualità era tollerata, la religione libera e lo stato nelle mani dei lavoratori, divisi per settore, e degli artisti. Un progetto ispirato al modello sovietico ma influenzato dall’estetismo del Vate; un’opera che si ispirava senza paura alla Comune francese di un secolo prima.
La costituzione di tale stato, scritta da Alceste de Ambris (grande politico mazziniano e anarco-socialista da sempre attento alle esigenze del popolo), prevedeva la democrazia diretta, l’uguaglianza tra la maggioranza italiana e la minoranza slava, parità di salario tra uomini e donne e una politica di lotta contro la tirannia e il capitale nel nome di tutti i popoli. Non a caso, l’unico stato al mondo a riconoscere la repubblica del Carnaro fu proprio la repubblica sovietica russa, e Lenin stesso dichiarò che D’Annunzio fosse l’unico grande rivoluzionario presente in Italia.
Nell’impresa fiumana presero parte molti sindacalisti, anarchici e socialisti, anche di varie nazionalità, non solo europee (un esempio è Harukichi Shimoi, scrittore giapponese che divenne ardito durante la guerra e sostenne D’Annunzio, definito il “samurai di Fiume”), proprio per la matrice internazionalista e di liberazione globale che ispirava la repubblica fiumana. Da queste influenza straniere nacque un’ambizioso progetto di una Lega dei popoli, atta a federare le rivendicazion idi ogni popolo oppresso, dagli irlandesi agli arabi.

L’esperienza legionaria durò appena 16 mesi, dopo che a causa del tradimento del governo italiano, culminato nel terribile Natale di sangue, e della povertà causata dall’embargo a cui la città era sottoposta, D’Annunzio dovette piegarsi alla politica internazionale e terminare il suo progetto politico.
Nonostante l’effimera esistenza della repubblica fiumana, non possiamo non considerare il grande impatto storico e ideologico che essa ebbe per l’Italia, con le sue speranze di libertà e il suo ottimismo, la sua estetica e i suoi scopi, senz’ombra di dubbio Fiume appartiene a tutti noi, e dovremmo iniziare e prenderla come esempio e rispolverarla dalla vecchia vulgata che la definisce un’impresa fascista, quando in realtà fu qualcosa di molto più immenso e libertario. Inoltre, è da Fiume che nacquero alcune delle più radicali e combattive formazioni antifasciste, come gli Arditi del Popolo e la Legione Proletaria Filippo Corridoni.

Il Generale Pinochet e/o la Bonino

Il Capitale agisce sempre nella stessa maniera, seguendo storicamente questo pattern: dove ha concorrenti o nemici si infiltra, se respinto passa alla violenza, ora fisica espressa da cannoni e fucili, ora psicologica espressa da terrorismo mediatico e distruzione della società civile. Questo vale sia nei rapporti concorrenziali fra le varie oligarchie capitaliste sia nei tentativi predatori nei confronti delle istituzioni democratiche e popolari. Questo lo abbiamo visto bene nel lontano ’73, quando la Cia spalleggiò una sedizione armata promossa da elementi militari contro il governo democratico e socialista del Presidente Salvador Allende. Quale fu la sua colpa? Aver restituito al controllo popolare le risorse del Cile, che da decenni erano sottratte al suo naturale fruitore per andare ad ingrassare il capitale statunitense. Come riuscirono gli Stati Uniti e i loro vari vassalli in questa drammatica e sanguinosissima opera di “regime change”? Innanzitutto puntarono sulla carta elettorale, supportando con ingenti fondi il partito conservatore, che tuttavia non arrivò che al 25%, superato dalle forze di sinistra moderata del partito cristian-democratico e da Unità Popolare di Allende. Ovviamente la vittoria delle forze socialiste e l’inizio dell’attuazione del loro programma spinsero gli statunitensi ad alzare il tiro, e fu così che, come racconta Patricia Verdugo nel suo saggio “Salvador Allende”, iniziò una certosina opera d’acquisizione di quanti più giornali ed emittenti radio possibile, oltre che d’elargizione di ingenti somme di denaro tanto alla destra istituzionale quanto a gruppi terroristici animati da pensieri liberisti ed antidemocratici, come il tristemente noto “Patria e Libertà” che si rese colpevole anche di omicidi mirati a sbarazzarsi di personalità dalla forte connotazione democratica all’interno delle Forze Armate. Dopo una spaventosa guerra economica (come dichiarato da Kissinger c’era la volontà di “far piangere l’economia cilena”) e diversi tentativi sovversivi, diversi generali si organizzarono per una sollevazione armata, la quale venne portata avanti l’undici di settembre, sotto la guida del generale Augusto Pinochet, una delle figure più infami e meschine della storia, che solamente poche ore prima aveva giurato al Presidente la sincerità dei suoi sentimenti democratici e la sua fedeltà alle istituzioni. Pinochet entrò nel complotto da figura di secondo piano, ritenuto poco intelligente ed affidabile dai suoi “camerati”, ma riuscì per una serie di eventi a ritagliarsi sempre più spazio, fino a diventare dittatore a seguito del golpe. I suoi intenti erano chiari: “lavare la democrazia con il sangue”, ossia quella “insegnare a votare” al popolo cileno, esattamente lo stesso compito che assumono su di loro i mercati ai giorni nostri. Pinochet fu l’esecutore di una punizione decisa dalle alte sfere economiche di Washington, si doveva reprimere il tentativo popolare di recuperare la sovranità, non essendoci riusciti tramite il giornalismo-prostituta ricorsero ai cannoni, alle deportazioni, alle stragi e alle esecuzioni sommarie precedute da indicibili torture. Si può evidenziare un macabro quanto preoccupante parallelismo fra il ruolo ed il pensiero del “Generalissimo” e quello di taluni liberisti nostrani: quanto l’uno si era incaricato di punire e rieducare la plebaglia insorta, quanto gli altri guardano con odio e disprezzo i villici che non comprendono le bellezze e le opportunità del libero mercato, e su questi sono sempre pronti a far calare la scure del potere dei mercati, in grado di decomporre il tessuto sociale italiano a loro piacimento. Inoltre, vi è anche un non secondario aspetto morale nella faccenda. Pinochet si riteneva un difensore di una vaga tradizione aristocratico-militar-latifondista, che vedeva nello status quo liberista ed iperclassista, prono agli interessi Nord-Americani la propria base, e osservava i lavoratori cileni ed il loro Presidente come i nobili di Versailles guardavano i popolani sormontati dal berretto frigio: la paura si mischiava al disprezzo. Da qui la volontà di eliminare questa sovversione tanto pericolosa per i rapporti di forza promossi e consolidati. Allo stesso modo i liberisti sono fortemente gelosi del mondo da loro costruito, dei rapporti di forza che esso legittima e propugna, della selvaggia divisione in classi e della sopraffazione del forte sul debole. Il popolino che chiede stabilità e tranquillità è da reprimere e rieducare, con le buone o con le cattive. Pinochet era una Bonino in uniforme, speriamo per la nostra sicurezza che questo paradigma non venga presto riproposto in Italia.

Libia: a 50 anni dalla Rivoluzione

Mu’ammar Gheddafi in divisa da ufficiale

Il primo settembre 1969 un pugno di giovani ufficiali guidati da Mu’ammar Gheddafi spodestavano il fantoccio monarca Idris I e suo figlio Hasan. L’obbiettivo dei rivoluzionari era chiaro: instaurare un sistema socio-politico che avrebbe garantito il potere alle masse, che le avrebbe messe in grado di autodeterminarsi e di difendersi. Questo sistema democratico trovò completezza nella Giamahiria, ossia nella Repubblica popolare del popolo libico. Questa costruzione politica, ignorata e tacciata di dispotismo da parte dei prezzolati giornalisti occidentali, si basava sull’autogestione delle singole comunità, sulla democrazia diretta e sull’abolizione di ogni forma di sfruttamento. Fondamento della Repubblica popolare era la morale islamica, che unita al socialismo dava le basi ideali del progetto politico di Gheddafi. Oggi questa Repubblica è stata distrutta, assassinata dagli autocrati atlantici per puri interessi geopolitici, ma la sua anima vive ancora nelle migliaia di guerrieri della Resistenza Verde, che tutt’ora combattono per una Libia libera e democratica.

Militi della Resistenza Verde

La Guerra Civile

Qualche tempo fa abbiamo sentito parlare i nostri telegiornali di un assalto in corso da parte del generale Khalifa Haftar, parte di una campagna nota come “Operazione Dignità”.
In poco tempo tutto è caduto nell’oblio.

Il 20 Ottobre 2011 cadde ufficialmente la Gran Jamahiriya Araba Libica Popolare Socialista, la Repubblica delle Masse costruita da Gheddafi e sostenuta dal popolo tramite congressi e comitati popolari, base della democrazia diretta di quella che una volta era la Libia.

Le cause della rivolta libica, parte della Primavera Araba, sono riconducibili a ingerenze esterne come dimostrano varie lettere della Clinton rese pubbliche da WikiLeaks.
Le intenzioni del governo degli Stati Uniti erano chiare: la Libia popolare stava prosperando e gli alleati francesi volevano consolidare la loro potenza militare ed economica in Africa e in Europa (contrastando gli interessi dell’Italia in nome della competitività), una triste coincidenza che permise al presidente Obama di cominciare ad addestrare, finanziare e consegnare armi ai ribelli islamisti presenti in Libia, molti dei quali affiliati ad Al-Qaeda. Cominciò così una reazione a catena che portò a numerose infiltrazioni da parte dell’intelligence statunitense che si occupava di boicottare il sistema libico e fomentare le rivolte. (Tutta la spiegazione con link di tutte le lettere comprese a questo link: https://www.byoblu.com/2016/01/09/ecco-perche-hanno-ammazzato-gheddafi-le-email-usa-che-non-vi-dicono/
mentre se volete leggere personalmente le lettere della Clinton seguite questo link: https://wikileaks.org/clinton-emails/?q=libya+%7C+lybia+%7C+gaddafi+%7C+gadhafi+%7C+gadafi+%7C+qaddafi+%7C+qadhafi+%7C+qadafi+%7C+kaddafi+%7C+kadhafi+%7C+kadafi+%7C+qaddafy+%7C+kaddafy+%7C+gaddafy&mfrom=&mto=&title=&notitle=&date_from=&date_to=&nofrom=&noto=&count=50&sort=0&page=5&)

Haftar (destra) e Sarraj durante una conferenza di pace
Saif al-Islam

I protagonisti della guerra in Libia sono essenzialmente tre:
Il più importante è senza dubbio Khalifa Haftar. Ex-generale di Gheddafi, sfiduciato durante la guerra del Ciad è fuggito negli Stati Uniti dove è finito sul libro paga della CIA, infatti fu anche lui uno dei tanti capi ribelli mandati in Libia per destabilizzare il governo del popolo. È lui che gestisce oggi la maggior parte del territorio libico e che tiene sotto costante assalto Tripoli.
Un altro importante personaggio è il presidente (riconosciuto dall’ONU) Fayez al-Serraj. Architetto che durante la Jamahiriya svolgeva vari incarichi secondari, in seguito al rovesciamento del regime popolare ha condotto i dialoghi di pace e nel 2015, in seguito ad alcuni negoziati, è diventato presidente riconosciuto internazionalmente, tuttavia il suo governo è soppravvissuto solo grazie alle milizie islamiste di Misurata (che hanno svolto un ruolo cruciale nell’omicidio di Gheddafi).
Saif al-Islam è forse il più misterioso tra i protagonisti di questa guerra. Secondogenito di Mu’ammar Gheddafi, è stato più volte definito il figlio più politico della Guida della Rivoluzione e infatti sarebbe stato il suo erede. Scampato per poco alla morte è stato assolto da Haftar e ora vive in un luogo segreto, probabilmente in Cirenaica. Saif gestisce la principale “Resistenza Verde” grazie al partito politico-militare creato nel 2016 e chiamato Fronte Popolare per la Liberazione della Libia, che si presenterà alle elezioni di quest’anno.

In seguito al rovesciamento di Gheddafi la tensione in Libia non si allievò, ma la vera scintilla arrivò nel 2014 quando Haftar ha proclamato alla televisione libica l’inizio dell’Operazione dignità.
In circa un anno Haftar è riuscito a conquistare tutta la Cirenaica e la maggior parte del Fezzan.
Dopo alcuni trattati di pace falliti è iniziato nel 2015 l’assalto alla Tripolitania che tuttavia rimase sempre una guerra di posizione. Nel frattempo, a Bengasi si combatteva una feroce guerra urbana con cui Haftar è riuscito a liberare quasi completamente la Cirenaica dal controllo dei Mujahideen, finchè non si aggiunse un altro problema, molto conosciuto nell’ambito mediorientale: l’ISIS

Alla fine del 2015 lo Stato Islamico aveva conquistato tutta tutta la zona della città di Sirte ma la sua azione era principalmente spinta verso est, nelle zone controllate dalle “guardie del petrolio” (una milizia nata tra la Cirenaica e il Fezzan del Nord che rimase alleata, fino al 2015, del Generale Haftar e che aveva lo scopo di proteggere i pozzi petroliferi presenti sulla zona), tuttavia fu respinto dall’Esercito Nazionala Libico di Haftar a est e dall’Esercito Libico di Sarraj a ovest.
Nel 2016 (anno di massima forza dell’ISIS), lo Stato Islamico ha iniziato ad espandersi, ed è arrivato a controllare oltre a Sirte tutta la costa Nord dal confine con la Cirenaica fino ad arrivare a pochi chilometri da Misurata, tenendo ben salde le sue posizioni. La guerra era ora combattuta su quattro fronti principali: contro l’ISIS, contro Haftar, contro Sarraj e Misurata e contro le milizie di Tuareg, che controllavano tutta la parte ovest e nord del Fezzan.
L’ISIS fu sbaragliato in pochi mesi e in circa 60 giorni Sirte è stata praticamente liberata dal suo dominio.
Nei primi due mesi del 2017 la guerra sembrava essersi fermata, mentre nel mese di Marzo Haftar si riorganizza e ricomincia l’assalto alla tripolitania di Sarraj e al Fezzan delle Milizie di Tuareg e a Dicembre aveva già conquistato buona parte di quest’ultimo e raggiungendo in poco tempo Tripoli e cominciando una guerra di posizione a pochi chilometri dalla zona Sud di Tripoli.
Il 2018 fu un anno relativamente tranquillo per la Libia. Haftar, nei mesi centrali, assalta Derna, l’ultima città della Cirenaica rimasta sotto il controllo dei Mujhaideen, diventati ora Derna Protection Force. Nel frettempo l’ISIS prova un ultimo assalto disperato nella zona sud di Sirte, ma viene quasi subito respinto nei primi mesi del 2019.
A Gennaio di quest’anno le milizie del sud della Libia (le Toubou Militias), prima alleate, dichiararono guerra ad Haftar, il quale in circa un mese invase quasi tutto il loro territorio, che tuttavia rimase sotto il loro controllo.

Il 6 Giugno 2019 il Popular Front for the Liberation of Libya di Saif al Islam Gheddafi annuncia alla televisione libica che il suo partito politico-militare partecipa all’offensiva di Tripoli al fianco dell’Esercito Nazionale Libico.
Tra gli ultimi assalti segnalati nel 2019 il principale è quello a Ghariyan, dove Haftar si è quasi aggiudicato una forte posizione strategica a Sud di Tripoli e particolarmente vicina all’aeroporto, tutt’ora sotto attacco.
Oltre agli attacchi delle forze di terra Haftar continua a bombardare Tripoli per indebolire le forze di Sarraj e di Misurata in attesa di poter rifornire le truppe e avanzare ancora.

Fondazione del Popular Front for the Liberation of Libya: https://web.archive.org/web/20170312132101/https://libya360.wordpress.com/2017/01/09/founding-declaration-of-the-popular-front-for-the-liberation-of-libya/