Pascoli, poeta ribelle?


Analogamente a Carducci, Pascoli è una figura complessa. La politica non è certo al centro della sua vita, né delle sue opere. Tuttavia, risulta interessante analizzare il contesto ed il rapporto che questo autore (allievo di Carducci) ha avuto con la politica nella sua vita. Proprio come il suo maestro, si può parlare quasi di un “tradimento”. Dovuto, nel caso di Pascoli, alla vigliaccheria ed all’utilitarismo. Quest’ultimo frequenta i circoli repubblicani e socialisti emiliani, viene arrestato nel 1879 per “attività sovversive” e trascorse 3 mesi in carcere. Un’esperienza che lo segnerà vita, che metterà la parola fine alla sua vita politica. Ma prima di questo, all’inizio degli anni ’70 dell’ottocento, Pascoli si era invece mostrato come attivista politico a tutti gli effetti. Strinse infatti amicizia con Andrea Costa, esponente di spicco dell’internazionalismo emiliano, con il quale parteciperà alla manifestazione studentesca del 1876 contro l’allora ministro dell’educazione Bonghi. Fu solo grazie a Carducci che poté riavere il suo lavoro all’università, oltre ad avere una borsa di studio. A chi parla di Pascoli come “sovversivo” (ci si riferisce spesso ad una sua frase durante un processo ad Imola nel ’79 in cui disse “Viva la Comune! Viva l’Internazionale! Viva i malfattori, avanti i vigliacchi sgherri”, verrà assolto poi per oltraggio e grida sediziose), sarebbe meglio sottoporre la poesia che egli scrisse dopo l’ uccisione del Re nel 1900: l’inno Re Umberto infatti è una celebrazione del sovrano, in cui esalta la casa reale. Ma non solo, nel 1911 con l’invasione della Libia egli dirà “la grande proletaria (l’Italia) si è mossa” esponendosi a favore dell’avventura coloniale. Pascoli quindi rappresentò, in età più giovanile, gli ideali rivoluzionari ma nella parte finale della sua vita incarnó i valori più reazionari e sabaudi. Non certo un esempio per chi, nel caso, volesse ritrovare in lui un poeta rivoluzionario.

Guerra d’Algeria, un Vietnam vicino all’Europa?

La guerra d’Algeria, avvenuta fra il 1954 e il 1962, è passata alla storia come una delle lotte più dure di liberazione dal colonialismo, soprattutto quello francese. Molti autori ne hanno parlato, Sartre per esempio, ed hanno tentato di descriverne i tratti violenti. Dal Casus Belli, Toussaint Rouge il 1 Novembre del ’54, sino alla “pace”, gli accordi di Evian del 18 marzo 1962, si calcolano che siano morti ben più di 140000 soldati del FLN( Fronte di Liberazione nazionale, di orientamento socialista), 300000 civili e circa 1 milione di esodati.

GLI SCHIERAMENTI
Dalla parte del FLN, i principali sostenitori furono l’URSS, la Repubblica Cinese, Cuba e la Jugoslavia.
Per quanto riguarda la Francia, guidata da De Gaulle nella “quinta repubblica”, fu sostenuta dalla Nato e dalla Spagna Franchista, nonché da un gruppo (60000 uomini) di Harki( algerini pro Francia) . Non è, infatti, da sminuire l’apporto che ebbe l’OAS. L’OAS fu una formazione paramilitare clandestina francese, creata il 20 gennaio 1961 dopo un incontro a Madrid (dunque in periodo Franchista), da Jean-Jacques Susini e Pierre Lagaillarde. L’OAS, che aveva come motto “L’Algérie française” era un’organizzazione che attuò numerosi attacchi terroristici, fra cui attentati dinamitardi e assassinii, ed uccise, tra il maggio 1961 ed il settembre 1962, più di 2.400 algerini.

LA FRANCIA ED IL NAPALM
Spesso il napalm viene ricollegato alla resistenza dei “Vietcong”, vittime di attacchi chimici. Tuttavia, in Algeria, furono utilizzati allo stesso modo. Insieme alla tortura, che i francesi usarono quando capirono che soffocare la rivolta non sarebbe stato così semplice, rappresentò la forma più forte di coercizione . Sempre l’OAS, durante il cessate il fuoco, ne fece uso. La Francia ha negato tutti gli abusi sul popolo algerino per molto tempo ed ancora oggi è restia ad ammettere le sue enormi colpe.

IL COLPO DI STATO
Nei primi mesi del 1958 Soustelle organizzò un colpo di Stato, riunendo ufficiali dissidenti dell’esercito, coloni e simpatizzanti gollisti: una giunta armata comandata dal generale Massu prese il potere ad Algeri nella notte del 13 maggio. Il generale Salan assunse il comando di un Comitato di Salute Pubblica, formato per rimpiazzare l’autorità civile, e sostenne le richieste della giunta militare affinché il presidente francese René Coty domandasse al generale de Gaulle di formare un governo di unione nazionale investito di poteri straordinari per prevenire “l’abbandono dell’Algeria”.

Il 24 maggio, paracadutisti francesi dall’Algeria atterrarono in Corsica, prendendo possesso dell’isola senza spargimenti di sangue in seguito alla cosiddetta “Opération Corse”. Subito dopo in Algeria venne dato avvio ai preparativi per l'”Opération Résurrection”, che aveva come obiettivo la presa di Parigi e la rimozione del governo francese. L’operazione sarebbe scattata in tre ipotesi: se de Gaulle non fosse stato nominato capo del governo dal Parlamento, se lo stesso de Gaulle avesse chiesto assistenza militare per salire al potere, oppure se forze comuniste avessero tentato da parte loro di prendere il potere in Francia.

DE GAULLE E LA FINE DELLA GUERRA
Intanto, De Gaulle, veniva eletto presidente in Francia. Con una mossa molto astuta, il vecchio generale decise di includere tutti i musulmani (donne incluse) negli elenchi elettorali per un nuovo referendum costituzionale. Questa mossa poteva indebolire l’FLN, che era riuscito ad ottenere il supporto popolare.
L’FLN, sostenuto dai sovietici e da vari governi africani, instauró un governo provvisorio che non riuscì a dissuadere la popolazione a votare. L’FLN era nel suo momento di massima vulnerabilità, ma riuscì a resistere.
Ma la svolta avviene all’inizio del ’61: a gennaio un referendum ebbe come esito una maggioranza a favore dell’autodeterminazione dell’Algeria; il governo francese riniziò segretamente delle negoziazioni col governo provvisorio di Abbas(che aveva interrotto dopo l’ escalation degli anni precedenti).
Ma alcuni generali non accettarono il passo indietro di De Gaulle, tentarono un colpo di Stato in Algeria che fallì.
Il 19 marzo del 62 si trovò finalmente un’accordo, sebbene l’OAS continuò a sostenere i Pieds Noirs e non smise di attuare angherie sul territorio algerino.

I PIEDS NOIRS E GLI HARKI
I pieds noirs, Che scapparono in massa (1 milioni di persone) dall’Algeria, erano i bianchi francesi. Essi rimasero accampati sulle banchine dei porti per molti mesi, in stato di agitazione. La maggior parte tornò in Francia, alcuni si recarono a Ceuta e Merilla, mentre la comunità ebraice decise di tornare in Israele.
Lo slogan dei nazionalisti algerini in quel periodo fu: “la valise ou le cercueil” (la valigia o la bara). Un trattamento differente fu invece destinato agli Harki. Gli Harki erano tutti gli algerini, musulmani, che decisero di combattere al fianco dei francesi. Di fede musulmana, una volta terminata la guerra furono sterminati dal FLN che non dimenticò mai il tradimento lealista. Alcuni riuscirono a scappare, ma si stima morirono circa 30-60 mila Harki(ricordati recentemente da Chirac con l’istituzione di una “giornata del riconoscimento nazionale per gli Harkis”).

“Land of the poor”: la povertà negli Stati Uniti

Il fatto che una grossa fetta della Popolazione degli Stati Uniti sia in stato di povertà può esser ignorato da gran parte del Mondo. Eppure, per chi si “intende” di politica ed economia, non è una novità.
Può sconvolgere qualcuno questo fatto: addirittura 1 Americano su 3 è senza un abitazione.
La verità è che, seppur apparentemente folle, i poveri e soprattutto i senzatetto negli Stati uniti vengono ostracizzati ed ignorati: dai notiziari ai film si vedono relativamente poco i cosiddetti “homeless”. Eppure pensateci un attimo: quante volte avete visto nei film questi senzatetto, che vivono in genere in posti nascosti e poco frequentati, bui e freddi, riscaldarsi col classico barile o cestino in fiamme? Clochard riuniti intorno ad un piccolo fuoco, per sopravvivere. Il fatto sta che, nella maggior parte dei casi, la povertà viene considerata come cosa naturale, inevitabile: può succedere (stesso discorso potrebbe esser applicato con i tossicodipendenti, le prostitute, e in certi casi i ludopatici).
I poveri sono inoltre esclusi, costretti a vivere nei margini della società anche sul piano fisico: ovviamente i senzatetto non sono i benvenuti nella parte borghese della città, non sono i benvenuti perché fanno suscitare ribrezzo ai ricchi, delusione per i turisti; spesso esser coscienti della violenza e della disperazione presente nel mondo provoca una chiusura mentale, che sia volontaria ed inconscia, in modo tale da rifiutare la realtà e quindi le proprie responsabilità in ciò che di negativo accade.
Costretti quindi a vivere nelle periferie o ancora più ai margini, si crea conflitto perfino tra i poveri stessi: penultimo contro ultimo; se io non posso avere un posto di lavoro non lo devi avere neanche tu, se io non posso avere un abitazione non la devi avere neanche tu. Prendendo un semplice esempio: se vengo licenziato perché un migrante accetta un salario più basso del mio, me la dovrei prendere con questo o col padrone? Pensate davvero che al migrante non farebbe piacere un salario più alto? Pensate davvero che accetti un salario più basso proprio per far perdere il posto di lavoro a voi? Oppure accetta perché il padrone se ne apprifitta della situazione economica del disperato?
È così che i padroni, la causa dei mali di entrambi le vittime, godono alla vista della “lotta tra polli”.
È indispensabile che il Popolo prenda coscienza di chi sia il nemico, che riprenda la propria vista e che si renda conto di esser oppresso. È indispensabile comprendere che la storia della società si basa sulla lotta di classe.
La lotta di classe viene quindi messa in secondo piano, mettendo al primo posto in genere la lotta tra cittadino e migrante (sembra di parlare solo dell’Italia, eppure è ciò che avviene in tutto l’occidente, soprattutto negli Usa).

Ci sono poi due “linee di pensiero” presenti nell’occidentale medio: la visione Cristiana, che cerca di aiutare i poveri, offrir loro assistenzialismo, perché tutti in teoria potrebbero finire come loro; e la visione liberista che non si degna neanche di offrir un minimo di aiuto al senzatetto in quanto la sua condizione è causata dal senzatetto stesso, colpa sua ed esclusivamente sua.
Entrambi le visioni sono limitate, e mentre, seppure con dei paraocchi che evitano la visione complessiva della questione mettendo in questione il sistema vigente, la prima testimonia la presenza di “umanità” anche nella classe più o meno più agiata (almeno rispetto al senzatetto), la seconda non mostra alcuna pietà verso la vittima del sistema che ha dato invece ricchezza alla persona che giudica.
Negli Usa prevale la seconda: politici, media, gente comune, e spesso artisti considerano i poveri come reietti, gente che ha scelto di viver senza una casa, gente che non ha seguito “il sogno americano”.
E proprio da reietti vengono considerati anche dalla legge: “reato contro la qualità di vita” la chiamano, e la si può vedere ultimanente anche in Europa e in Italia: hanno suscitato scalpore a molti, infatti, i vari episodi dei sindaci (di tutti i partiti, da destra a “sinistra”) che hanno fatto mettere delle sbarre interne alle panchine sparse per i propri Comuni, o perfino mettere dei pungiglioni sotto i ponti, tutto per intralciare appunto la vita e la dignità già calpestata dei senzatetto (impossibilitati in quelle città a dormire o ad “accamparsi”).
Inoltre, questo sistema che penalizza già di suo i poveri, si spinge addirittura ad aumentare il divario tra le classi premiando per l’appunto i ricchi. Questi vengono premiati proprio perché son ricchi, con riduzioni fiscali, agevolazioni nell’acquisto di nuove abitazioni (più sono costose e più lo Stato ti aiuta); letteralmente una regressività fiscale, l’opposto del razionale modello progressivo.
È noto a tutti, non solo noi socialisti ma anche gli economisti capitalisti (forse ad eccezione di qualche liberista che cerca di bendarsi da solo), che la percentuale del consumo in rapporto al guadagno scende all’aumentare di quest’ultimo: in poche parole uno che guadagna 500 euro al mese li spenderà probabilmente al 100% (perché per vivere servono anche più di 500 euro), mentre uno che guadagna 50000 euro al mese (sì, esistono) ne spenderà un 10% o poco più (la percentuale varia a seconda degli andamenti economici). È dunque una semplice questione di logica, se vogliamo lasciar ai la morale ai socialisti, che le tasse e le imposizioni fiscali abbiano una percentuale maggiore al crescere del reddito. I soldi devono circolare, serve consumare, e il capitalismo, purtroppo per loro, si basa su questo (anche per questo esiste l’assistenzialismo, proposto dagli stessi capitalisti).
Ritornando a noi, quindi, i ricchi vengono premiati, ed oltre ad aver la vasta possibilità economica di acquistare e riacquistare nuove abitazioni, possono aver ulteriori fonti di reddito con innumerevoli affitti.
Proprio questi, gli affitti, sono un altra questione cruciale. Sono innumerevoli i casi di cittadini statunitensi che, per un motivo o per un altro, non hanno (spesso per un breve periodo di tempo) la capacità economica per pagar l’affitto o estinguere eventuali debiti. Saltare una quota mensile basta per finire in tribunale, cacciati da una casa sì presa in affitto, ma con tutti i propri beni dentro e senza avere altro tetto a disposizione. Ed è proprio il tribunale un altro problema, circa il 90% dei “sfrattati” non ha i mezzi economici per permettersi un avvocato e quindi una difesa, alla faccia de “la Legge è uguale per tutti”.
Non stiamo parlando di “scansafatiche” che non vogliono pagare l’affitto. Stiamo parlando di Persone che nella maggior parte dei casi, per l’appunto, non può permettersi una difesa nella corte; stiamo parlando inoltre, perché succede molto spesso, di vari proprietari di abitazioni che decidono di alzare d’un tratto la quota dell’affitto proprio per cacciare l’inquilino, per dar spazio a qualcuno di più abbiente, qualche altra preda succolenta. Succede spesso inoltre che, quando un proprietario viene a conoscenza della perdita del lavoro del proprio inquilino, la quota d’affitto viene alzata in modo tale da levarsi preventivamente di mezzo un eventuale problema futuro (nel caso questo non trovi un lavoro al più presto).
In una società che si basa sulla concorrenza, sull’idea della sopravvivenza, dove chi non uccide viene ucciso, dove tutti son nemici di tutti, è quindi ovvio che non ci possa essere un senso di compassione verso il prossimo. Fin da piccoli viene insegnato ai cittadini americani che chi è ricco va premiato, chi è povero va sì aiutato con qualche spicciolo, per farlo mangiare, ma guai a dargli un lavoro, sarà sicuramente uno scansafatiche che non vuole essere cittadino. È pazzia non trovare similiarità con il lavaggio di cervello che veniva fatto alla gioventù nella Germania nazista, dove veniva insegnato che dar sostegno economico ai disabili era davvero dispendioso per lo Stato, e che i disabili in fin dei conti erano tali per causa loro.
Disabili e senzatetto hanno tuttavia una cosa in comune, entrambi sono finiti in questa disgrazia per pura influenza esterna e non di certo per propria scelta; chi per fatalità fisiche chi per fatalità causate dalla “mano invisibile” che tutt’altro fa che regolare i mercati.

Alla fine, purtroppo, molti cascano nell’inutile autocritica, rassegnandosi al sistema e inziando a pensare che alla fin fine la colpa è la loro se hanno perso lavoro, famiglia, amici, casa, e dignità. Si autoescludono da tutti, e accettano la dura realtà; altri si aggrappano alla fede, sperando che una volta morti la “vita” possa esser migliore di quella terrena (e qui entra in gioco l’influenza che ha la Chiesa, spesso aiutando o spesso lucrando, sui disperati).
Parliamo di un Paese che ospita il 41% dei più ricchi al mondo, insieme ad altri 105.300.000 abitanti che invece soffrono letteralmente la fame.
Altra piccola considerazione sull’inefficacia del sistema è questo dato: il 50% della ricchezza globale è detenuto da sole 26 persone (già, con nessun 0 a seguire), mentre due anni fa era in mano a 43, 4 anni fa ne erano 62. I ricchi secondo i sondaggi infatti sono sempre di meno, i poveri sempre di più; e mentre i primi si arricchiscono a dismisura, i secondi sprofondano senza incontrare mai un fondo, cancellando quindi la vecchia “classe media” (e questo lo si può vedere e sentire spesso anche nei notiziari), proletarizzando quindi tutti.

Ma è un problema dell’amministrazione Trump o del precedente Obama? Dei repubblicani o dei democratici? Insomma, la situazione è così da sempre?

Secondo il Libro “Guai ai poveri. La faccia triste dell’America” la povertà iniziò a decollare, negli Stati uniti, a partire dagli anni ’70.
Proprio in questi anni infatti gli Usa hanno avuto un forte cambiamento nell’economia, passando dal settore industriale a quello dei servizi. In questo modo i tassi di disoccupazione hanno raggiunto le stelle depenalizzando i “meno qualificati”.
Sempre secondo il Libro “A differenza del clochard ubriacone, maschio, bianco e vecchio che rispecchiava lo stereotipo non solo letterario dell’ homeless, la popolazione dei senzatetto è oggi formata in grande misura da famiglie e la categoria di homeless in maggior crescita è quella dei bambini”. Il Libro afferma che sono 2 milioni e mezzo i bambini senzatetto minori: 1 ogni 30 bambini americani, in aumento, dal 2007 del 64%.
In verità gli Stati Uniti hanno avuti sali e scendi nella propria economia, ma la vasta povertà e l’eccessiva ricchezza ci sono sempre state.
È da illusi pensare che il governo degli elefanti o degli asini sia la causa di questa povertà dilagante, la verità è che il problema è il sistema capitalista. Proprio il fatto che la povertà (così come le sue conseguenze citate all’inizio: prostituzione, alcolismo, ecc.) sia considerata una cosa “alla norma”, inestirpabile e irrisolvibile, testimonia che questi problemi ci sono da sempre stati. E mentre il blocco orientale si scandalizzò dalle conseguenze del libero mercato dopo la caduta del muro (basti leggere i commenti di vari Tedeschi della DDR che abbiamo citato in un articolo scritto tempo fa), l’occidente ha sempre considerato la prostituzione “il più antico lavoro al mondo” e la povertà una semplice disgrazia incurabile dalla medicina.
Avrete visto tantissime foto scattate durante le varie carestie che ci sono state in Ucraina con l’holodomor (rivelatisi poi scattate durante la prima guerra mondiale, quindi false e fuori contesto), morti di fame, una sorta di “Africa” in Europa. Ma quante foto avete visto di quelle scattate durante la grande depressione?
Del ’29 nero sicuramente ne avrete sentito parlare: crollo della borsa di Wall Street, broker finiti con gli scatoloni nelle vie (portando a casa le cose dall’ufficio avendo perso il lavoro), e il “new deal” di Roosevelt.
Ma dite la verità: mai visto scenari apocalittici dove centinaia e migliaia di americani vivevano in delle abitazioni fatte letteralmente di alluminio e cartone? Parliamo di realtà, nessun film. Gente costretta letteralmente a vendere o donare i propri Figli, per dar a questi ultimi una vita più dignitosa e per avere in cambio almeno un po’ di Pane per far continuare a vivere i Genitori disperati. Stiamo parlando di Stati uniti, l’emblema del capitalismo e della “democrazia, “patria della libertà”; non della “totalitaria” Nord Corea, Unione Sovietica, o Cuba.

La crisi del ’29 è stata probabilmente la crisi economica più disastrosa che ci sia stata a livello globale nell’intera Storia dell’Umanità.
Fino ad allora ci si appellava infatti alla “mano invisibile”, alla cosiddetta “economia classica” o liberismo. Si pensava che i mercati si auto-regolassero, che la domanda e l’offerta potessero efettivamente avere qualche turbolenza temporanea, ma niente di più. Tutto si basava sul fatto che, secondo i liberisti, gli uomini agissero per puro egoismo; questo egoismo avrebbe portato benefici a tutta la comunità, perché, sempre secondo loro, quando uno agisce seguendo i propri interessi e le proprie ambizioni, investendo e producendo, si crea ricchezza che viene poi automaticamente “distribuita” a tutta la Popolazione secondo i propri meriti. Nessuna regola è necessaria.
Ed è proprio allora, dopo centinaia di bolle accadute nella storia (la più famosa e disastrosa è stata quella del Papavero), che il liberismo crollò, almeno apparentemente.
La crisi del ’29 era la prova definitiva che occorreva adottare un nuovo sistema, moltissimi liberisti “ortodossi” proprio in quell’occasione cambiarono idea rendendosi conto che continuare col sistema economico vigente era insostenibile.
Si scelse quindi, nonostante forti opposizioni da parte di vari economisti ed imprenditori di parte, di seguire le teorie di Keynes. Quest’ultimo, economista abbastanza ignoranto almeno fino alla crisi, poi diventato una sorta di “rockstar” ed idolo di molti, aveva già affermato che il sistema capitalistico aveva bisogno di interventi provenienti da un ente esterno affinché si potesse regolare, evitando quindi continue crisi cicliche.
La teoria Keynesiana aveva certamente delle basi condivisibili, ma non si spingeva oltre alla regolamentazione del mercato. Non metteva infatti in dubbio l’efficienza del capitalismo; proponeva anzi metodi per farlo “campare” per più tempo.
A breve termine tuttavia dava effettivamente i suoi frutti. Il new deal non è sicuramente stato un “miracolo” come molti lo dipingono al giorno d’oggi; la disoccupazione rimase e la povertà non c’è neanche il bisogno di dirlo.
Tuttavia queste manovre economiche, che consistevano principalmente in grandi opere pubbliche, fecero risollevare l’economia americana e diede occupazione a molti. Giusto il necessario per “dare una botta” agli ingranaggi inceppati.

Le crisi sono state tante, innumerevoli, e nel sistema capitalista ci sono sempre state. L’ultima grande crisi avvenuta a livello mondiale che c’è stata è quella del 2008, anch’essa partita dagli Usa. Anch’essa provocò migliaia se non milioni di poveri, se consideriamo le conseguenze che essa ha avuto sull’intero globo; e non solo, questa crisi ha portato ad un austerità sempre maggiore in occidente, ripescando quindi il liberismo e scartando il modello keynesiano: austerità può essere una parola che non provoca né caldo né freddo, ma allo stesso tempo, che piaccia o no, significa tagli all’istruzione, ai servizi sociali, e quindi alla sanità. Povertà vuol dire aumento di morti a lungo termine, tagli alla sanità vuol dire aumento di morti soprattutto a breve termine, tagli all’istruzione vuol dire futuro buio.

Tornando agli Stati Uniti,
La Popolazione è ormai convinta che la concorrenza sia giusta, e che in fin dei conti la società funziona così perché rispecchia giustamente la Natura selvaggia (ignorando ovviamente che la civiltà esiste per portare progresso ed equità); l’individualismo è così dilagante che il Patriottismo è ormai raro.
Questo andamento lo si può notare anche in Europa, dove da anni ormai si insegna nelle scuole che la concorrenza porta progresso e ricchezza a tutti, e che l’inseguimento delle proprie ambizioni porta benesse a sé stessi e a chi ci sta intorno.
Vediamo ovviamente gente sbandierare il proprio stendardo assiduamente come se fosse un tifo, come se fosse una squadra sportiva (ed effettivamente vediamo questa “manifestazione di patriottismo” proprio in concomitanza di grandi tornei sportivi), vediamo gente cantare l’inno come se fosse una filastrocca o un coro da stadio; ma quanti veramente si sentono Americani, o Italiani?
Vediamo Statunitensi cantare commossi il proprio inno al super bawl (praticamente il torneo americano d’eccellenza, consumismo alle stelle, e strisce), vediamo americani “tifare” per la propria Nazione quando vanno in guerra, ovviamente in senso imperialistico, contro altre Nazioni sorelle, vediamo americani fare l’alzabandiera perfino nelle scuole, li vediamo poi, proprio nelle scuole, imparare solo la storia della propria Nazione, quasi a memoria, ignorando tutto il resto; ignorano perfino le origini di quella Nazione, basata in teoria su valori più o meno “socialisti” (con molti limiti sulla schiavitù e anche sulla proprietà), ed ignorano anche il sangue su cui si è fondata quella Nazione, non dei coloni ma dei Nativi, visti ormai come i “cattivi” nei classici film hollywoodiani e nell’immaginario dell’occidentale medio.
È un sistema costruito per render, o anzi sfruttare, la Patria come mezzo di propaganda; così come avveniva prima (o spesso anche ora) con le varie Fedi e Religioni. Ti fanno odiare il prossimo, dicendo che la società è composta da altre belve egoiste come te; poi ti dicono che questo in cui vivi è il modello migliore, la Nazione con più libertà al mondo; ti costringono all’ignoranza, dicendoti poi che questa o quella Nazione è un rischio per la vita di tutti gli americani. Giustificano così qualunque interventismo, mirato ovviamente da fini imperialistici quali l’appropriazione del petrolio, di materie prime di alto valore o necessarie per l’industria (specialmente quella tecnologica), o per vie politiche comprensibili solo se viste su un vasto contesto a lungotermine.
E tutto questo è ovviamente basato sull’ignoranza: basti sapere che, secondo i sondaggi, la parte degli americani favorevoli ai vari interventi militari (o delle varie sanzioni, anch’esse di crimine pari a quelle delle guerre) sono proprio quelli che non sanno indicare la Nazione in questione su una comune cartina geografica; sono completamente alienati, e proprio perché alienati non sanno ciò che sta accadendo nel mondo a causa loro e non sono coscienti della mostruosa ingiustizia che c’è a casa loro.

Gli Stati uniti sono probabilmente la “Nazione” (se può esser definita tale) più controversa economicamente, ed anche politicamente.
Vivere negli Usa vuol dire viver nella “pancia del dragone” (come disse anche José Martì), vivere nella pancia del mostro del capitalismo; vuol dire rischiare di finire sotto un ponte, ma anche raggiungere le stelle e il godimento edonistico, prevalicano ovviamente il prossimo per raggiungere questo fine.

In ricordo di un martire per la libertà

In ricordo di un martire per la libertà…

È il 30 Dicembre 2006, e da un Iraq dilaniato dalla guerra arrivano delle immagini in cui si vede un uomo, con la barba curata e la faccia serena, intorno al suo collo vi era un cappio. L’uomo era circondato di gentaglia col volto coperto che inneggiava al proprio leader, Al Sadr. Nel frattempo l’uomo col cappio al collo disse con tono di sfida una frase ironica contro il loro leader, dopodichè si mise a recitare una preghiera, interrotta da un fortissimo suono metallico, la botola sotto i suoi piedi era stata aperta: l’ucciso era Saddam Hussein.


I signori della guerra in Occidente non aspettarono a farsi sentire, tessendo lodi su lodi agli assassini del Rais iracheno, inneggiando a una “nuova era di pace e democrazia per l’Iraq”. Sappiamo tutti cosa successe in seguito. I canti e le lodi furono tuttavia interrotti da un giovane sciita, che al grido di “un bacio d’addio nel nome degli orfani (5 milioni), delle vedove e di tutti gli assassinati iracheni” si tolse le scarpe durante una conferenza e le lanciò contro il presidente americano Bush. Muntazer (questo il nome del ragazzo) fu in seguito catturato, pestato e torturato per un’infinità di tempo nel più totale silenzio mediatico, ma questo silenzio non potè nulla contro l’eco che risuonava nei deserti del vicino oriente e del nord africa: in Iraq, Arabia Saudita, Yemen e in altri paesi arabi si innalzarono in manifestazioni e presidi aste di legno con alla fine delle scarpe, i giornalisti palestinesi, in segno di protesta e solidarietà, si misero a lanciare scarpe contro gli occupanti nazi-sionisti, nella città di Fajullah gli studenti opposero alle pallottole made in USA le scarpe, e così anche in Grecia, Pakistan, Iran, Egitto… milioni di scarpe sconfissero la “democrazia” dittatoriale delle bombe.

Comunque, cos’era davvero l’Iraq sotto Saddam Hussein?
Prima di tutto bisogna specificare che l’esperienza ba’athista irachena non nasce con Saddam Hussein, ma col suo caro amico e fratello Hassan al-Bakr, fu lui a portare a termine il golpe contro la borghesia reazionaria e latifondista filo-occidente e che in seguito aprì la strada alla liberazione rivoluzionaria di tutto il popolo iracheno. Infatti fu al-Bakr a fondare il Fronte Progressista Nazionale, che puntava a unire ba’athisti, curdi (i quali erano appena usciti da un conflitto armato col vecchio regime) e comunisti e ci riuscì perfettamente. Un’altra importante opera cominciata da al-Bakr fu quella economica, puntò tutto su un’economia centralizzata e pianificata di stampo prettamente socialista, in poco tempo i contadini videro spartite equamente tra loro le terre e poterono gestirle come volevano senza padroni e capitalisti a sfruttarli e imporgli ore di lavoro massacranti per un salario misero. Al-Bakr governò l’Iraq per 10 anni, finchè, nel 1978, morì. A succedergli fu ovviamente Saddam Hussein che proseguì (anche se non terminò mai) la collettivizzazione dei mezzi di produzione, infatti se tutta l’agricoltura era collettiva, nell’industria erano presenti solo in minoranza le associazioni di lavoratori liberi, ma fu comunque un risultato importante per un paese come l’Iraq. La situazione a livello sociale non bisognerebbe neanche spiegarla: sanità gratuita e pari quasi a quella cubana, tanto che gente da tutto il mondo arabo andava in Iraq per farsi curare, organizzazioni di donne elevate a completa parità con gli uomini, sindacati che costruivano case agli operai, istruzione conpletamente gratuita (Università comprese, molte delle quali frequentate da molti stranieri), quartieri costruiti sulla base delle tradizioni ma anche dei bisogni dei cittadini, delle minoranze riconosciute e rispettate da tutti i punti di vista, primi fra tutti i curdi, cui venne riconosciuta come ufficiale la loro lingua e venne quindi inserita tra le materie principali nelle scuole curde, per non parlare della lotta contro i capitribù “medievali” del nord, ovvero quando i contadini curdi videro finalmente la luce della libertà e del progresso, o anche dei comunisti che si rifugiarono in Iraq per la repressione iraniana.

Nel 1980 il Fronte Progressista Nazionale ebbe una piccola crisi dovuta a un tentativo di colpo di stato filo-sovietico (non credo serva ricordare cos’era diventata l’URSS dopo il 1956) che comportò l’arresto di molti esponenti del partito comunista e da lì gran parte del partito (la fazione moderata) lo abbandonò, dentro vi rimasero solo i radicali comunisti guidati da Yusuf Hamdan. In questo stesso anno la questione curda riaffiorò, ma per altri motivi: la guerra Iran-Iraq.

La guerra tra Iran e Iraq iniziò come ogni altra guerra, stuzzicamenti e provocazioni, in questo caso fu l’Iran a provocare l’Iraq, infatti l’Ayatollah incitava il popolo iracheno a fare una rivoluzione islamica contro il ba’ath, Saddam propose una relazione amichevole e di non interferenza tra i due paesi, ma Khoemini rifiutò, da lì ci furono continue infiltrazioni, sparatorie (in particolare nella città di Shatt al-arab, punto strategico nel sud del paese), attacchi diplomatici, a quel punto Saddam decise di attaccare per primo, e varcò il confine (bisogna comunque ammettere che aveva anche l’intenzione di annettere il Khuzestan, in supporto ai movimenti di liberazione arabi, oppressi da Khomeini). Ora guardiamo osserviamo gli schieramenti, questo è quello che potremmo definire un casinò fatto di armi e vite umane, dove sembrava si stessero facendo scommesse più che fazioni, infatti basta andare semplicemente su wikipedia per vedere la situazione: Stati Uniti, Unione Sovietica (Brezhnev), Italia, Francia, Cina e altri paesi occidentali supportavano ENTRAMBI di nascosto, invece la DDR, la Yugoslavia, l’Egitto, il Kuwait, la Romania, il Sudan e pochi altri paesi arabi supportavano Saddam, dall’altro lato, con l’Iran, c’erano Israele, la Nord Corea, la Jamahiriya Libica, il Pakistan, la Siria e la Svezia, i supporti non furono mai diretti, semplicemente questi paesi si occuparono di armare e rifornirli prima della guerra. Ora è bene fare delle precisazioni riguardo alcuni paesi: molti si chiedono come mai Gheddafi decise di supportare l’Iran e non l’Iraq, col quale era apparentemente amico, la realtà è che le loro relazioni erano molto controverse e in quel periodo stavano degradando, la Nord Corea aveva da sempre avuto ottimi rapporti con l’Ayatollah, il Sud Yemen era composto in gran parte da sciiti.
A livello non-governativo c’era solo una forza paramilitare a parte i movimenti curdi: i Mojahedeen del popolo iraniano, una fazione socialista islamica e comunista che supportava l’Iraq ba’athista.
Tornando alla questione curda, nonostante le grandi concessioni da parte del governo centrale, Massoud Barzani (noto borghese curdo, leader del “partito democratico del Curdistan” di centro destra) e altri gruppi di destra curdi volevano ancora più indipendenza, allora approfittarono della guerra con l’Iran per tentare la secessione, a difesa del governo popolare di Saddam arrivarono le fazioni socialiste del kurdistan iraniano. Dopo la guerra Saddam (circa 4 anni dopo) decise di dare maggiore autonomia al kurdistan iracheno, concedendogli un parlamento indipendente. Molti ora saranno confusi, poichè è risaputo (nei media occidentali) che Saddam gassò i curdi ad Halabja, niente di più falso. Infatti secondo un rapporto del US Army War College, subito insabbiato e dimenticato, il gas ritrovato era non persistente (quello usato dagli iraniani, mentre gli iracheni usavano quello persistente), bisogna tuttavia dire che gli iraniani non sapevano della presenza di civili nella città, in quanto pensavano che erano presenti solo le forze irachene, le quali si erano già ritirate. Per quanto riguarda gli altri presunti attacchi… pare che non furono trovate alcune vittime e tutto questo secondo numerose interviste fatte dai membri della Commissione Esteri del Senato a curdi fuggiti in Turchia per la guerra.

Durante la guerra contro l’Iran, l’Iraq fu massicciamente finanziato dal Kuwait, il quale temeva il crescente potere dell’Ayatollah, in totale furono donati 14 miliardi di dollari, alla fine della guerra il Kuwait pretendeva di riaverli tutti quanti, cosa impossibile all’Iraq in quanto appena uscito da un devastante conflitto, le tensioni con il piccolo paese confinante si facevano sempre più alte. Il Kuwait produceva un numero di barili di petrolio di molto superiore a quanto stabilito dall’OPEC, di cui facevano parte, allora l’Iraq chiese di diminuire la produzione perchè la sovrapproduzione kwatiana inficiava l’esportazion irachene, e il paese stava andando in bancarotta. Tuttavia il Kuwait si rifiutò. A gettare ancora più benzina sul fuoco c’era la questione dei confini: finita la dominazione degli inglesi nella zona la linea di separazione tra i due stati non fu mai chiara, il Kuwait ne approfittò per penetrare in pieno territorio iracheno (nella Rumaila) ed estrarre petrolio, questo sconfinamento costò all’Iraq 2.4 miliardi di dollari, al Rais non restava altro da fare se non intervenire militarmente, dato che la diplomazia non aveva funzionato. Fu così che il 2 Agosto 1990 l’Iraq mosse 88.000 uomini nel territorio nemico e lo invase in due giorni, in seguito lo dichiarò la sua diciannovesima provincia in seguito all’instaurazione della Repubblica del Kuwait. Tra i motivi dell’invasione oltre al fattore economico vi era un fattore storico, come spiega lo stesso Saddam in un’intervista a Bruno Vespa nel 1991, il Kuwait provò numerose volte a unirsi all’Iraq nel corso del ventesimo secolo, tutti i tentativi furono tuttavia boicottati dalla Gran Bretagna.
Subito dopo l’invasione le Nazioni Unite sanzionarono l’Iraq e Stati Uniti e Gran Bretagna, sotto la presidenza di Reagan e Tatcher, imposero all’Iraq di ritirarsi, senza condizioni. Saddam dopo varie proposte (tutte rifiutate), annunciò che si sarebbe ritirato se l’ONU avesse rimosso le sanzioni, gli Stati Unti e tutti gli altri eserciti non-arabi si fossero ritirati dalla regione, l’Iraq avesse riacquisito il pieno territorio della Rumaila e che si trovasse anche una soluzione agli altri problemi arabi, primo fra tutti quello arabo-israeliano, assicurando che avrebbe smantellato le armi di distruzione di massa solo se anche Israele lo avesse fatto e che finito tutto questo avrebbe accettato un accordo commerciale con gli Stati Uniti sul petrolio. Tali proposte furono accettate dalla Jamabiriya Libica, dal Sudan e dall’OLP di Yasser Arafat. La Casa Bianca si rifiutò di accettare. All’Onu, vista la grave situazione, la Francia propose, col supporto di Belgio, Italia, Germania, Spagna, Marocco, Algeria, Tunisia e altre nazioni, di risolvere i problemi della regione in cambio di una ritirata completa da parte dell’Iraq, senza neanche pensarci Stati Uniti, Gran Bretagna e Unione Sovietica rifiutarono.
A questo punto gli Stati Uniti misero su una coalizione contro l’Iraq: era la più grande coalizione mai fatta dalla Seconda Guerra Mondiale, formata da paesi di tutti i continenti, e per contrastare cosa?L’invasione da parte dell’Iraq di un paese che lo stava mandando in bancarotta. Come si può benissimo immaginare gli Stati Uniti non potevano invadere un paese con questo pretesto, quindi cercarono un’altra scusa: un giorno, all’improvviso, tirarono fuori dal cappello magico non un coniglio, ma una possibile invasione dell’Arabia Saudita da parte dell’Iraq ba’athista. Questo pretesto bastò per inviare circa 2 milioni di soldati. Ma tutto ciò non bastava, gli Stati Uniti, insieme agli iraniani, organizzarono una rivolta contro il governo nel nord dell’Iraq, fomentando le formazioni curde e sciite. I tentativi da parte di queste poche formazioni di ribaltare il governo fallirono miseramente grazie all’unità e alla forza di tutto popolo. Nel nord del paese, finite le inutili rivolte, il governo ba’athista decise di dare l’autonomia e fu così formata una regione curda con tanto di parlamento, come si poteva immaginare la cosa non andò a finire bene, alle prime elezioni non si presentò nessuno se non i classici borghesotti filocapitalisti e maniaci della competitività, in questo modo alle elezioni su 3 milioni di curdi votarono a malpena 800.000 persone, le elezioni diedero un risultato di sostanziale parità, col 45% del partito democratico del curdistan di Barzani e il 43% l’unione patriottica del curdistan di Talabani, e fu così che il popolo curdo si ritrovò in un altro conflitto. Dopo una serie di piccoli scontri il PUK (unione patriottica del curdistan) strinse un’alleanza con l’Iran di Khomeini, il quale intervenne militarmente col supporto statunitense, in risposta Barzani chiese aiuto a Saddam, il quale accettò per riuscire a ristabilire la pace e scacciare le truppe straniere dal territorio, una volta finiti gli scontri il partito di Barzani ne uscì vittorioso e Talabani e i membri del suo partito scapparono in Iran. Come al solito gli Stati Uniti tirarono fuori la bacchetta magica e all’improvviso sui media occidentali spuntò un diabolico piano iracheno secondo cui Saddam voleva scatenare un genocidio di curdi, purtroppo per loro una volta finiti gli scontri e scacciati traditori e invasori stranieri le forze irachene si ritirarono, rispettando l’autonomia dei curdi, senza tener conto di ciò i falchi a stelle e striscie bombardarono alcune postazioni di contraerea irachena nel sud del paese.

Nel 1995 un giovane ingegnere chimico lasciò l’Iraq e andò a vivere in Germania, i servizi segreti tedeschi non persero tempo: lo rintracciarono, lo raggiunsero e gli chiesero varie cose sul sue (ex) paese. Lui in poco tempo diede una descrizione molto dettagliata di ciò che stava succedendo: camion e magazzini pieni di armi biologiche, ruoli e “lavoretti” che si dividevano i membri del suo team. Tuttavia le sue testimonianze furono subito messe in dubbio, in particolare quando il suo ex capo fu interpellato a Dubai.
L’Intelligence tedesca avvertì quella americana che le testimonianze di Rafid Ahmed Alwan al-Janabi (l’ingegnere chimico iracheno, denominato dai servizi segreti “Curveball”), ma come al solito gli americani volevano a tutti costi un casus belli contro l’Iraq, fu così che nel 2003 Colin Powell (classico falco all’americana, autore peraltro dell’infame memorandum) presentò i dati all’ONU e senza nemmeno aspettare una relazione dalle Nazioni Unite gli USA chiamarono alle armi i loro alleati e invasero l’Iraq. Le armi di distruzione di massa non furono mai trovate, nemmeno delle minime tracce. Solo in seguito al-Janabi ammise di essersi inventato tutto al Guardian, dicendosi fiero delle proprie azioni.

È il 9 Aprile 2003 e per l’ultima volta si vede Saddam Hussein in libertà; è in strada, come per voler mostrare al popolo la sua solidarietà, e in torno a lui ci sono un gruppo di persone che gridano “Berou, bi dam, Nafdik ya Saddam” (con il cuore, con l’animo, siamo con Saddam) esaltandolo. Poche ore dopo, quando Saddam era molto probabilmente già fuori Baghdad, entrarono nella capitale irachena i carri armati americani. Da quel momento non si ebbero più notizie sul Rais, finchè nel Dicembre 2003, quando l’Iraq era nel bel mezzo di una guerra definibile “settaria”, si vede il famoso video dove Saddam Hussein viene presentato come vestito di stracci, gettato in una fossa, distrutto nell’anima e nel corpo…almeno questo è quello che hanno provato a farci credere. La realtà è che fino a quel momento aveva lottato in prima linea col suo popolo, battaglia più famosa da lui guidata quella dell’aeroporto di Baghdad nell’Aprile 2003:

“Mentre stavo sparando con i miei compagni, all’improvviso, trovammo Saddam Hussein con molti dei suoi assistenti dentro l’aeroporto. Fummo davvero sorpresi perché non ci aspettavamo una simile cosa, ma Saddam venne avanti e prese un RPG e se lo mise sulle spalle ed iniziò a sparare anche lui. Ci raccogliemmo intorno a lui e lo pregammo di mettersi da parte e lasciare noi a combattere perché se fossimo stati uccisi noi eravano comuni ufficiali, ma se lui fosse stato ucciso avremmo perso il nostro leader. Saddam si rivolse a noi e disse, “Ascoltate, io non sono meglio di chiunque tra voi e questo è il momento supremo per difendere il nostro grande Iraq e sarebbe grandioso essere ucciso come martire per il futuro dell’Iraq”.
-Ufficiale iracheno intervistato da Iraq Screen.
Fu solo dopo il declino dei rivoluzionari baathisti sotto i militari dell’occidente che Saddam fuggì a casa di un amico vicino Tikrit. Infatti come racconta Nadim Rabeh, marine di origini libanesi, all’United Press International nel rapporto “Public Version of Saddam Capture Fiction“ quando scoprirono il suo nascondiglio lui non si arrese e si mise a sparare contro i soldati americani, i quali in seguito lo catturarono e un po di tempo dopo lo drogarono e lo buttarono in un pozzo abbandonato per registrare il famoso filmino, facilmente smontabile non solo dalle testimonianze del marine (che sono la conferma schiacciante) ma anche dalle palme piene di datteri, in un tempo in cui i datteri non c’erano.

Da questo tragico evento cominciò il processo-farsa contro Hussein e altri membri del partito. La Corte era eletta dall’esecutivo (quindi dalla coalizione statunitense) e rimuoveva e sostituiva i giudici ogni qual volta non si dimostrassero sufficientemente filo-americani. Numerosi furono inoltre gli episodi dove buttarono fuori dall’aula i testimoni sinceri e anche lo stesso saddam. Famosa la vicenda quando buttarono fuori dall’aula l’avvocato difensore di Saddam, Ramsey Clark (alto magistrato americano, vice ministro della giustizia ai tempi di Kennedy e ministro nella successiva amministrazione Johnson), che in seguito si dimise denunciando forti pressioni, la stessa fine la fecero molti altri difensori. Nonostante tutto ciò Saddam seppe difendersi perfettamente, smontando e distruggendo le accuse contro di lui, tanto che più di una volta (in particolare durante il suo discorso finale) gli tagliarono il microfono mentre parlava.
Quando alla fine del processo-farsa il presidente della corte lesse la sentenza, dove si decretava la pena di morte per crimini da lui non commessi, dovettero farlo alzare in piedi a forza dalle guardie e nulla gli impedì di gridare “Allah Akbar!” e inneggiare al glorioso popolo iracheno, il quale stava combattendo ferocemente contro gli invasori.
E a questo punto torniamo all’inizio, quando quel terribile rumore metallico fermò la preghiera islamica inneggiante al popolo iracheno…

“I miei fratelli mi vendicheranno”. Vita e morte di Jacopo Ruffini

Ruffini. Ai più, specie se studenti, questo nome evocherà molto probabilmente il noto ed utile teorema, sicuro compagno delle scuole superiori e, a volte, degli studi universitari. Jacopo Ruffini, o i suoi fratelli, verranno in mente a pochi. Magari gli appassionati di storia possono avere familiarità col nome, ma questo non è che una nota a piè di pagina, un breve paragrafo, uno dei tanti nomi della nostra storia. Sicuramente la sua breve vita non gli diede modo di costruirsi un nome più “grande”, ma occorre sempre ricordarsi che non si tratta di un Cavour, di un Carlo Alberto o di un La Marmora, ma di uno dei “cattivi” del Risorgimento, di quelli che cospirava contro i pretesi “padri della Patria” sabaudi. La parte di Ruffini uscì sconfitta, la parte dei suoi assassini vittoriosa. Ecco perché per lui oggi ci sono solo vaghe e retoriche targhe, mentre per gli altri vie e monumenti a non finire,

La storia di Jacopo Ruffini procede assieme e si interseca a qulla dell’amico fraterno Giuseppe Mazzini: nati lo stesso giorno dello stesso anno condivideranno i luoghi, le amicizie, le frequentazioni, finanche gli studi universitari e l’esperienza cospirativa. Diversa sarà la fine.

Venuto alla luce il 22 giugno 1805 da una famiglia della piccola nobiltà, Jacopo crebbe in un ambiente familiare meno “democratico” di quello dell’amico Mazzini. Il padre, per quanto di tendenze liberali, rimaneva un fervente monarchico, distante anni-luce dalle idee sovversive del figlio. Come tutti i giovani della Genova altolocata ricevette un’istruzione privata dapprima in legge, poi in medicina. Nella città ligure benessere era sinonimo non tanto di latifondo, ma di traffici commerciali, e la famiglia si sarebbe aspettata questo da Jacopo, un rispettabile e proficuo impegno mercantile, ma il suo temperamento e i suoi forti ideali non potevano essere costretti dalle mura di una bottega: egli sognava la Libertà, per tutti gli individui, per tutti i popoli, per sé e per la sua città, che in 10 anni aveva più volte cambiato padrone senza che mai venisse meno il servaggio. La famiglia Mazzini fu per lui una seconda casa. I rapporti erano strettissimi non solo con Giuseppe, ma anche con i suoi genitori. Giacomo, il padre di Mazzini, indirizzò Jacopo allo studio della medicina, carriera che aveva ipotizzata per il figlio, ma alla quale questo dovette rinunicare per diversi spiacevoli svenimenti alla vista del sangue. Ruffini si laureò, ma non fu questo l’unico grande avvenimento di quela parte della sua vita: nel 1829, sotto la spinta di un Mazzini più che mai galvanizzato dalla scoperta del mondo delle società segrete, entrò nella Carboneria. Presto si compresero i limiti di questo mondo: piccoli gruppi di uomini sconnessi dalle masse, per quanto dotati di membri valenti e colti, non avevano serie prospettive rivoluzionarie. Fu per questo che nel ’31 fu tra i fondatori della Giovine Italia. Lo stesso anno salì al trono sardo Carlo Felice. Il nuovo Re portava, come sempre avviene ad ogni cambio di sovrano, grandi aspetative di riforma, le quali però sembravano più concrete e realizzabili: Carlo aveva un passato abbastanza ambiguo fatto di simpatie liberali e carbonare, Certo, non un democratico, ma abbastanza per essere sfruttato dai giovani sovversivi. Carlo era posto, retoricamente, davanti ad una scelta: essere colui che sarebbe passato alla storia come il più illuminato dei Savoia, il che avrebbe portato a piccoli ma importanti guadagni materiali, o essere l’ennesimo monarca-boia, il che avrebbe radicalizzato l’opposizione di sinistra. La strada che imboccò Carlo Felice fu la seconda. Mazzini dalla Francia intanto si interrogava su come scatenare la rivoluzione, valutava prospettive insurrezionali e omicidi. Arrivò a dare il beneplacito ad un tentativo d’assassinio ipotizzato da un giovanissimo torinese, il quale aveva proposto un piano poco più che suicida: accoltellare il Re durante una sfilata. In due occasioni diverse lui si trovò vicino al sovrano, ed in entrambi non riuscì a colpire. Reso folle dal rammarico e dalla paura, fece perdere le tracce di sé. Scartata questa ipotesi, restava quella della sollevazione popolare. Si reclutarono dunque uomini fra gli esuli, si comprarono armi, si cercarono collegamenti nelle forze armate, le quali vennero sfruttate per diffondere materiale propagandistico. La Giovine Italia crebbe esponenzialmente nei numeri, fino a contare decine di migliaia di aderenti. Ma qualità e quantità sono cose diverse. La stragrande maggioranza di questi non si poteva definire un’esercito rivoluzionario, ma al più simpatizzanti, spesso dalle idee confuse e poco salde. I numeri reali erano di molto inferiori. Adesioni superficiali e progetti cospirativi non sono un buon mix, e dove non arrivava la polizia arrivava l’inesperienza e la leggerezza dei vari affiliati. Fu una banale rissa a condannare a morte Ruffini: due ufficiali dell’esercito si confrontarono per una donna. Furono arrestati ed interrogati sull’accaduto. Entrambi, per sbarazzarsi del rivale, rivelarono del piano di sollevazione in città e della simultanea invasione della Savoia da parte di fuoriusciti, facendo nomi e indicando abitazioni e punti di ritrovo. Era il 28 aprile del 1833. Poche settimane dopo, il 13 giugno, Jacopo Ruffini fu riconosciuto dalle guardie sotto casa sua.- Ci fu un rapido inseguimento, ma alla fine il patriota fu bloccato ed arrestato. Condotto davanti alle autorità, si rifiutò di rivelare i segreti della Giovine Italia, permettendo così a moltissimi di salvarsi fuggendo in Francia. Torturato quotidianamente nelle segrete della Torre Grimaldina, riuscì una sera a recuperare una scheggia di metallo da un muro. Passò la notte ad affilarla e, memore delle sue conoscenze anatomiche, si recise gola e polsi. Prima di morire scrisse col suo sangue sulle pareti della cella “i miei fratelli mi vendicheranno”.

La sua scomparsa, di cui si seppero i dettagli solo alcuni anni dopo, scosse profondamente Mazzini. Fu la prima di una lunga serie di morti che pesarono sempre sulla sua coscienza. Nel 1834 si tentò l’insurrezzione in Piemonte. Mazzini tentò di vendicare il suo fratello caduto. Non ci riuscì, ma fu anche il sacrificio di Ruffini, fonte di tanti sentimenti contrastanti, a spronarlo alla lotta.

Come scoppiò la guerra di Corea,1950-53

di Luca Baldelli

  1. Dal dominio giapponese a quello statunitense: la continuità dell’imperialismo: “Ripeti una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità”
    Il vangelo goebbelsiano, passato di mano con la fine della Seconda Guerra Mondiale ai tetri sacerdoti dell’anticomunismo, ha continuato a far proseliti, fino addirittura a diventare scontato canone esegetico-interpretativo, anche a sinistra. A farne le spese, tra i tanti capitoli della storia moderna e contemporanea, è stata certamente la Guerra di Corea del 1950-53 voluta e scatenata dall’imperialismo statunitense, per interposti governanti fascisti usurpatori della Corea del Sud, ma quasi unanimemente ritenuta, grazie alla propaganda intossicante delle centrali anticomuniste, un sanguinoso conflitto provocato dai comunisti sovietici e nordcoreani. Sarà il caso, quindi, di ripercorrere le tappe di questo conflitto, togliendo la maschera a calunniatori e falsari, purtroppo trasversalmente annidati (anche nell’“estrema sinistra”, specie trotskista). La Penisola coreana, da sempre oggetto di mire espansionistiche, imperialiste e colonialiste, tanto dell’occidente quanto dei giapponesi, si ribellò ai fascisti nipponici ed uscì dal secondo conflitto mondiale duramente provata, dal punto di vista sociale ed economico. La dominazione di Tokyo, iniziata nel 1905 e proseguita dietro il velo della progettata “sfera di coprosperità della Grande Asia Orientale”, significò non solo oppressione, cancellazione dei più elementari diritti di parola, di associazione, di agibilità politica, ma anche intensificazione del secolare sfruttamento delle masse contadine e saccheggio delle risorse di cui la Corea era ed è ricca (specie al Nord!) da parte dei monopoli giapponesi, i famigerati zaibatsu: oro, argento, magnesite, zinco, piombo e altre tesori del sottosuolo, furono convogliati verso le grandi concentrazioni capitalistiche nipponiche, a tutto profitto dell’oligarchia fascista. Contro questo stato di cose, fin dagli anni ’30 si era sviluppata una forte lotta antifascista, che dal 1940 raggiunse progressivamente il culmine, sotto la guida del Partito Comunista e del suo grande leader Kim Il Sung (Kim Ir Sen), destinato a diventare la carismatica guida della Corea democratica per decenni. Le masse operaie e contadine supportarono attivamente il movimento partigiano, soprattutto perché le sue parole d’ordine e i suoi programmi univano l’istanza della liberazione nazionale dal giogo straniero a quella delle più ampie riforme in senso democratico e progressista. Naturalmente, questa piattaforma fu vista sin dall’inizio come il fumo negli occhi da parte degli anglostatunitensi, desiderosi non della liberazione della Penisola coreana, ma di sostituire il dominio imperialista giapponese con il loro, con quello delle loro multinazionali e banche. Quasi tutti i principali esponenti politici statunitensi, è bene ricordarlo, avevano cospicui interessi nei consigli d’amministrazione di società e grandi concentrazioni. Basti pensare ad Allen Dulles, fratello di John Foster Dulles (che come vedremo sarà il vero stratega della Guerra di Corea) e capo dei servizi segreti statunitensi (OSS, Office of Strategic Services), il quale nel 1934 era membro del consiglio di amministrazione della “Banca Schroeder”, uno dei polmoni finanziari del nazismo, e che nel 1945 sedeva in quello della “National City Bank”, controllata dai Rockefeller e principale azionista della “New Corea Company”, colosso yankee fondato per subentrare al dominio economico giapponese in Corea.
    I partigiani coreani ebbero l’aiuto generoso e disinteressato dell’Unione Sovietica e dell’Armata Rossa e, sulla base degli accordi di Mosca tra USA, URSS e Gran Bretagna, nel 1945 la Penisola coreana fu temporaneamente divisa in due parti: a Nord del 38° parallelo la zona di occupazione sovietica, a Sud del 38° parallelo quella statunitense. Tale divisione doveva essere del tutto provvisoria, contingente, visto che nel 1943 gli stessi Alleati, al Cairo, si erano accordati per una futura Corea libera, unita e neutrale. Mentre i propositi sovietici erano sinceri e limpidi, quelli statunitensi ed inglesi invece grondavano ipocrisia da tutti i pori. Nella Corea settentrionale, infatti, sotto l’egida del Comando militare sovietico, si procedette con lena alla democratizzazione del potere, alla liquidazione di tutte le strutture antipopolari e fasciste di dominio dei giapponesi, alla creazione delle più solide basi per un’economia libera, solida e indipendente. Tecnici sovietici affiancarono da subito operai, specialisti, dirigenti coreani nella ricostruzione delle fabbriche distrutte dai fascisti. Nel frattempo, i comitati popolari, organismi nei quali i comunisti erano non solo determinanti, ma maggioritari, iniziarono ad espropriare le terre di latifondisti, proprietari assenteisti, grandi capitalisti parassitari, distribuendole tra agricoltori piccoli e medi e braccianti. Per la prima volta, chi non aveva mai avuto nemmeno un fazzoletto di terra per piantare un po’ di insalata, ricevette quanto bastava per il decoroso mantenimento di se stesso e della propria famiglia. La disoccupazione e l’indigenza progressivamente scomparvero; si inaugurò una nuova era di pace, sviluppo e vera democrazia per tutti. Il Partito Comunista agì nel pieno rispetto del pluralismo e della libertà, rafforzando e riorganizzando la propria attività nell’autunno del ’45. Accanto al PC nacquero il Partito Democratico della Corea Settentrionale, araldo degli interessi della piccola borghesia progressista, il Partito dei Giovani Amici, assai originale e composito, ispirato alla setta religiosa progressista “Cihondoge” (“Dottrina della Via Celeste”), il Nuovo Partito Popolare della Corea del Nord. Altro che dittatura e monopartitismo! Ancora oggi, nella Corea del Nord esistono più Partiti, con grande scorno della propaganda imperialista e anticomunista: il Partito Socialdemocratico e il Partito Chondoista Chongu (ispirato alla religione ceondoista) sono rappresentati nell’Assemblea Suprema del Popolo (Parlamento), ma i loro nomi non li vedrete né li udirete pronunciare nei media asserviti alla borghesia reazionaria o comunque connotata. In armonia con tutti i Partiti democratici e progressisti, dunque, i comunisti, nel Nord della Corea, s’impegnarono a fondo per la ricostruzione di città, paesi e villaggi. Non altrettanto si può dire del Sud: qui, i giapponesi restarono in sella, a tutelare le loro posizioni apicali, abusive e illegittime, persino tre settimane dopo la firma dell’armistizio. I loro organi rimasero intatti per lungo tempo, in spregio a qualsiasi processo di democratizzazione e a qualsiasi reale cambiamento. Tuttavia, le masse lavoratrici non stettero a guardare e si organizzarono in comitati popolari forti e ramificati: nell’estate del ’45, ve ne erano già 150.
    Il 7 settembre 1945, il Generale Mc Arthur, Comandante delle forze armate statunitensi nell’Estremo Oriente, comunicò con un’ordinanza che al potere nipponico subentrava quello statunitense, con un’apposita amministrazione militare. Contrariamente agli intenti svanverati, molti funzionari giapponesi rimasero, puntellati dai fucili dei marines, ai loro posti, e il popolo dovette scendere in piazza e lottare per vederne rimossi solo alcuni, come l’odiato governatore generale Abe. Sotto le ali dell’aquila yankee nacquero tutta una serie di partiti e formazioni reazionarie, di destra, che compirono azioni squadristiche e intimidazioni a danno di operai, contadini e cittadini democratici. Tutte le imprese e le attività economiche impiantate dai giapponesi per rapinare la Corea ed il suo popolo furono trasferite nelle mani degli statunitensi, che le utilizzarono a loro profitto e per la causa di un nuovo asservimento economico, politico e sociale. Si scelse anche un fantoccio, un reazionario adatto a rappresentare i voleri degli USA nella Penisola: Syngman Ri, che diventerà nel 1948 Presidente della Repubblica di Corea (Corea del Sud) con violenze inenarrabili e brogli a catena. Mentre nel Sud le epurazioni di elementi fascisti dalla polizia e dalla pubblica amministrazione marciavano spedite, nel Sud, alla fine degli anni ’40, oltre il 53% degli ufficiali e il 25% dei componenti degli apparati repressivi, erano personaggi in servizio sotto il dominio giapponese, come c’informa Max Hastings nel suo pregevole lavoro “The Korean War”.
  2. Occupazione statunitense e regime fantoccio a Sud, fondazione della Repubblica Democratica a Nord
    Alla fine del 1946, il Partito Comunista, il Partito Popolare ed il Nuovo Partito Popolare si fondevano nel Partito del Lavoro della Corea Meridionale. I complotti reazionari e imperialisti per metterlo fuori legge iniziarono subito, ma la forza del popolo, mobilitato in maniera pressoché permanente, impedì questi colpi di mano. La corruzione, la compravendita di voti, i brogli e i maneggi divennero allora pane quotidiano. Naturalmente, ciò non significò il venir meno della repressione. Nel 1947, in coincidenza con la ripresa dei lavori della Commissione sovietico–statunitense sulla Corea, nel Sud della Penisola vennero arrestati ben 12000 esponenti democratici: fu il chiaro segnale del fatto che mai gli USA avrebbero accettato una Corea unita, sovrana e indipendente com’era negli auspici di tutto il popolo. Gli statunitensi posero un veto scandaloso alla costituzione di un governo democratico provvisorio, quale era stato delineato, concordemente, negli accordi di Mosca del dicembre 1945. Kim Gu, esponente nazionalista e progressista del Sud, vero vincitore delle elezioni del 1948 nella parte meridionale del Paese, venne trattato come un appestato dagli occupanti statunitensi, che rifiutarono persino una sua richiesta d’incontro (finirà ucciso dagli sgherri di Syngman Ri). Il 26 settembre del 1947, l’URSS propose il ritiro contemporaneo delle truppe sovietiche e statunitensi. Gli USA si opposero anche a questa richiesta e lavorarono per consolidare il loro abusivo proconsolato nella parte meridionale della Penisola coreana. L’ONU, controllata dagli imperialisti, spalleggiò gli USA e si arrivò ad elezioni separate nella Corea del Sud.
    Contro questa decisione si mobilitò l’intero popolo coreano: alla Conferenza di Pyongyang dell’aprile 1948, 56 rappresentanti di partiti e organizzazioni del Nord e del Sud decisero unanimemente il boicottaggio delle elezioni farsa e chiesero l’allontanamento della Commissione ONU che le appoggiava. Nell’isola di Jeju Do si sviluppò un ampio movimento popolare e partigiano, che dette del filo da torcere alle autorità e si estese ad altre regioni del Sud. I soldati inviati da Ri si ammutinarono e passarono in massa dalla parte dei rivoltosi. Il 10 maggio del 1948, si tennero le elezioni burla per l’“Assemblea Nazionale” della Corea meridionale: in un clima di corruzione endemica, terrore e brogli, sotto le baionette e i mitra yankee, prevalsero naturalmente i reazionari. Le navi da guerra statunitensi avevano fatto la loro comparsa nei porti, gli aeroplani avevano sorvolato notte e giorno le città e i villaggi, la polizia aveva pattugliato e controllato fino all’ultimo seggio presente. Su 8000000 di elettori, 800000 si trovavano in carcere, il Partito Comunista non aveva potuto presentare candidati perché messo fuorilegge, 20 candidati indipendenti erano stati gettati in prigione perché accusati artificiosamente di “comunismo”. Con tali premesse, come avrebbe potuto prevalere la vera volontà popolare? Nell’“Assemblea Nazionale” entrarono 84 agrari, 32 magnati industriali, 23 ex-funzionari filogiapponesi e 59 reazionari del mondo della cultura, del clero e di circoli affini. Una farsa grottesca! Syngman Ri, divenuto Presidente, scatenò il terrore contro democratici, progressisti e comunisti più di prima, con l’appoggio totale ed incondizionato dei marines.
    Il Partito del Lavoro della Corea settentrionale, nato nel ’46 dall’unione del Partito Comunista e del Nuovo Partito Nazionale, decise di tenere elezioni per la creazione di una vera Assemblea Nazionale Suprema della Corea, con la partecipazione dell’elettorato tanto del Nord quanto del Sud. Nel luglio del 1948, il responso delle urne fu inequivocabile: il 99% degli elettori si pronunciò, senza alcuna costrizione e violenza, per il Fronte Unico Nazionale Democratico. Al Sud, gli squadristi di Ri fecero di tutto per impedire le consultazioni, con atti di terrorismo e provocazioni continue. Tuttavia, i reazionari non poterono schiacciare la libera espressione della volontà popolare; i rappresentanti sudcoreani eletti nella prima tornata, a causa degli impedimenti frapposti dai fascisti seguaci di Ri, si riunirono nel Nord e qui parteciparono all’elezione dell’Assemblea Suprema, composta da 572 deputati, dei quali 360 provenienti dalla Corea meridionale e 212 da quella settentrionale. Chi poteva quindi, a buona ragione, parlare a nome della parte meridionale del Paese? 198 fantocci o uomini ricattati eletti sotto la minaccia dell’esercito statunitensi, oppure 360 liberi cittadini, di tutte le estrazioni, eletti in maniera democratica? Il 9 settembre 1948, visto che al Sud il potere era stato già usurpato, venne proclamata la Costituzione della Repubblica Democratica Popolare di Corea e si formò un governo guidato da Kim Il Sung. Questo governo chiese ad USA e URSS di ritirare le truppe presenti nel Paese; l’URSS, fedele agli impegni solennemente assunti, attuò quanto richiesto, mentre gli USA, appalesando in maniera evidente una volta di più la loro malafede, se ne guardarono bene dal farlo. Alla fine del 1948, mentre l’Armata Rossa era rientrata nei propri confini, l’esercito statunitense era presente in Corea a difendere l’usurpatore Syngman Ri, a puntellare il suo governo antipopolare e mafioso. Migliore raffigurazione del quadro internazionale, del modo diverso di concepire i rapporti con gli Stati sovrani da parte dei campi capitalista e socialista, non poteva essere offerta!
    Mentre il Nord progrediva e consolidava il suo benessere, la sua libertà e la democrazia popolare più piena e compiuta, il Sud viveva nella miseria e nella paura. Lotte contadine e operaie divampavano ovunque, soffocate nel sangue della repressione. Nel 1949, un grande sciopero si sviluppò al Sud e il Fronte Unico Patriottico Democratico lanciò un appello all’unificazione del Paese. Ri fu costretto a promettere una riforma agraria, ma intanto inserì provocatori ovunque nel movimento partigiano e antifascista, per compiere atti terroristici poi sistematicamente attribuiti ai comunisti e ai progressisti tutti. Con tali premesse, il confronto bellico non poteva che emergere come prospettiva tragicamente reale e così fu.
  3. Il copione USA: risolvere la crisi economica con la guerra. Il crescendo bellicista yankee e la follia militarista di Syngman Ri
    Nel 1949-50, le provocazioni raggiunsero il culmine, contemporaneamente (guarda caso) all’emergere di una forte crisi dell’economia statunitense, che è opportuno inquadrare in alcune significative cifre: fatto 100 il potere d’acquisto del dollaro nel 1939, esso era pari a 71,2 nel 1946, a 57 nel 1950. Un crollo impietoso, al quale faceva invece da contraltare il poderoso sviluppo dell’economia dell’URSS, unico Paese del mondo nel quale i prezzi diminuivano anno dopo anno. L’indice di produzione complessivo, fatto 100 il livello del 1937, raggiunse quota 212 nel 1943, in piena guerra (a riprova del fatto che le guerre servono sempre e solo al capitalismo). Nel 1948 l’indice cadde a 170, per precipitare a 156 nel 1949. Nel primo trimestre del 1950, gli investimenti regredirono del 14% rispetto al corrispondente periodo del 1949. La disoccupazione avanzò a livelli pericolosi: 6,5% al 1° gennaio 1950, rispetto al 3,40% della corrispondente data del 1948 e al 4,3% dello stesso giorno del 1949. Questo secondo i dati dell’US Bureau of Labor Statistics! In realtà, se si prende in considerazione l’arcipelago della sottoccupazione e del precariato, volutamente non censito, si può dire che in quel difficilissimo 1950 vi fossero ben 14000000 di uomini e donne senza occupazione per un lungo periodo di tempo o in permanenza, ovvero un buon 20% del totale della forza lavoro. Nel marzo 1950, poi, le esportazioni statunitensi ammontarono a 867000000 di dollari, contro 1177000000 dell’anno precedente. I profitti netti delle società per azioni, pari a 21000000000 di dollari nel 1948, nel 1949 erano scesi a 17000000000. In questo panorama, la guerra, nella logica imperialista, s’impose come unica via di uscita. Clare Boothe Luce, futura ambasciatrice USA in Italia, moglie di Henry Luce, giornalista anticomunista del “Time”, scrisse: “Il nostro popolo non vuole né la crisi né la guerra, ma se dovesse scegliere preferirebbe la guerra”. Dal canto suo, in un’intervista alla “United Press”, rilasciata il 7 ottobre 1949, Syngman Ri affermò di potersi impadronire di Pyongyang in tre giorni. Non era una novità: il 30 settembre, appena una settimana prima, lo stesso Ri aveva scritto al suo amico statunitense Dr. Robert Oliver (autore dell’interessante opera “Syngman Rhee: The Man Behind the Myth”) una missiva con una frase molto eloquente: “Sono convinto che sia venuto il momento di lanciare un’offensiva. Cacceremo la gente di Kim Il Sung verso le montagne, dove a poco a poco l’affameremo”. Alla faccia della “guerra difensiva” contro la Corea democratica! Lo stesso concetto fu ribadito più volte l’anno successivo dal tirannuccio di Seul, anche nel corso della visita di John Foster Dulles del giugno 1950. Nello stesso periodo, concertando evidentemente dichiarazioni e piani, il generale statunitense William L. Roberts impartì ordini per numerosi attacchi armati di provocazione e azioni d’infiltrazione contro la Corea democratica. Il governo di Pyongyang ne contò ben 2167 di questi attacchi ed incursioni dal Sud, nel solo 1949. Il 1° novembre di quello stesso anno, il “New York Herald Tribune” riportò una dichiarazione di Sin Sung Mo, ministro della Guerra sudcoreano: l’esercito di Seul “è pronto a penetrare in territorio comunista”.
    Come si può vedere, la Corea democratica, lungi dall’attaccare, fu costretta a difendersi da azioni ostili continue e da piani bellicisti ed imperialisti ogni volta corroborati da nuovi aggiustamenti tattico–strategici. A far gola agli imperialisti statunitensi erano, in maniera particolare, gli impianti industriali nordcoreani, nazionalizzati e rinati con la difficilissima ricostruzione postbellica, assieme ai giacimenti auriferi di Unsan, i più ricchi dell’Asia, situati anch’essi nel Nord. Da una parte i propagandisti yankee suonavano la grancassa del più truce anticomunismo, dipingendo i Paesi a democrazia popolare come attanagliati da fame, miseria e terrore, dall’altra, nello stesso tempo, e con evidente contraddizione, invidiavano le ricchezze di quel mondo e non potevano tollerare che fossero messe al servizio del progresso di tutto il popolo e non di un pugno di sanguisughe. Ad agognare l’esclusiva dello sfruttamento dei giacimenti di Unsan, in una nuova Corea sottomessa al padrone a stelle e strisce, era soprattutto la “Oriental Mining Co.”, il cui capo era Samuel Hodd Dolbear, consigliere (coincidenza!) di Syngman Ri per le questioni dell’industria mineraria. I pescecani si agitavano nelle acque più torbide possibili, ma il potere popolare della Corea democratica non solo non cedeva, ma era sempre più forte! Il 1950 si aprì all’insegna dell’escalation delle provocazioni. Il 28 aprile 1950, il “Melbourne Sun”, testata australiana, riportò un’intervista al giornalista statunitense Richard Johnson, ben introdotto negli ambienti militari, il quale confermò le intenzioni del governo di Seul di attaccare il Nord. Ri, a detta di Johnson, non si preoccupava nemmeno di una possibile guerra mondiale pur di realizzare il suo sogno di invadere e sottomettere il Nord. Il terreno era ormai pronto per le più devastanti avventure…
  4. La visita di John Foster Dulles e lo scoppio del conflitto
    I fratelli Dulles furono, negli USA, simboli della perfetta simbiosi fra poteri forti economico–finanziari, autentici governi ombra e potere ufficiale. Ottimamente introdotti negli ambienti bancari e delle multinazionali, appoggiavano il nazismo ed il fascismo nello stesso momento in cui, ad uso dell’opinione pubblica, sostenevano di combatterli. Si può dire, nel loro caso almeno, che buon sangue davvero non mente: il loro zio Robert Lansing, segretario di Stato degli USA dal 1915 al 1920, sotto la presidenza di Wilson, aveva affermato che il bolscevismo, qualora si fosse diffuso, avrebbe comportato il dominio della “massa ignorante e incapace” sulla Terra. I Dulles, in particolar modo Allen, furono i cervelli operativi del reclutamento dei nazisti per conto dei servizi statunitensi nel dopoguerra, a cominciare dall’“Operazione Sunrise”, coi suoi “protocolli” segreti comprendenti il salvacondotto per SS e militari, fino all’“Operazione Fort Hunt” che permise la ricostituzione della rete spionistica nazista di Gehlen sotto l’egida statunitense, passando per l’“Operazione Paperclip”, che consentì di porre al servizio dell’apparato militare industriale USA migliaia di scienziati nazisti, anch’essi sottratti alla giustizia. Come meravigliarsi del fatto che nel 1950 i fratelli, in particolar modo John questa volta, fossero i principali pianificatori della Guerra di Corea? Il 17 giugno 1950, John Foster Dulles, in qualità d’inviato straordinario del segretario di Stato USA Dean Acheson, principale collaboratore del Presidente Harry Truman, si recò in Corea del Sud e, davanti al Parlamento di Seul pronunciò una frase sibillina e assai rivelatrice al tempo stesso: “I comunisti non si manterranno eternamente nel Nord”. Chiaro! Se li si aggrediva e li si attaccava ogni giorno dalle postazioni del Sud, quale altro destino si poteva preconizzare? Il disegno statunitense apparve evidente, in tutto il suo cinismo. In quella stessa occasione, Syngman Ri, da pupazzo manovrato qual era, rincarò la dose: “Se non possiamo proteggere la democrazia con la guerra fredda, dovremo strappare la vittoria con quella calda”. Due dichiarazioni di guerra belle e buone che facevano pendant, del resto, con quanto affermato il 5 maggio 1950 da Thomas T. Connally, presidente della Commissione Esteri del Senato USA, all’assai influente organi di stampa “US News and World Report”: “Molti pensano che gli USA abbiano bisogno di una guerra. La cosa migliore è farla ora”.
    Washington puntava tutto sullo scontro bellico per ravvivare l’economia, mentre Ri, che il 30 maggio aveva perso le elezioni nonostante il terrore sparso a piene mani (il 10% circa della popolazione si trovava in carcere e chi veniva trovato in possesso di armi, anche solo da caccia, veniva fucilato sommariamente), desiderava la guerra per ricompattare il consenso perduto attorno alla sua figura e mettere a tacere ogni dissenso con un giro di vite ulteriore sulla società sudcoreana, ancora più forte della legge marziale imposta l’11 giugno, dopo che grandi manifestazioni di popolo avevano salutato con entusiasmo la proposta del Fronte Democratico Unito per elezioni generali libere in tutta la Corea. Il 25 giugno, giorno dell’inizio delle ostilità, tutti i giornali del mondo immortalavano John Foster Dulles in visita al 38° parallelo, circondato da generali statunitensi e sudcoreani, con lo sguardo teso verso il Nord mentre consultava le carte topografiche. Un messaggio trasparente, nella sua tragica evidenza! Gli USA avevano ordinato l’inizio di un’altra sanguinosissima guerra. A trarne profitto sarebbero stati, come sempre, il complesso militare–industriale e i potentati finanziari statunitensi, tra i quali quella “National City Bank” che, come abbiamo visto prima, aveva Allen Dulles nel Consiglio di Amministrazione e controllava quella “New Korea Company” padrona dell’economia di un pezzo significativo della Penisola coreana. Nelle stesse ore in cui Dulles impartiva gli ordini ai suoi fantocci di Seul, a Tokyo, come informava il “New York Times” del 20 giugno 1950, il segretario di Stato alla Difesa USA Louis Johnson e il Capo di Stato Maggiore generale Omar Bradley erano a Tokyo, impegnati in “riunioni ultrasegrete presso il comando del Generale McArthur, Comandante in capo delle truppe statunitensi nel Pacifico”. Il grilletto venne premuto dunque il 25 giugno, e non dai nordcoreani. La disinformazione martellante dei media asserviti all’imperialismo ha sempre, costantemente ripetuto, e ripete ancora, che l’esercito nordcoreano attaccò per primo. Oggi, tale menzogna è quasi dogma di fede. In realtà, come stiamo via via scoprendo, le cose andarono in maniera ben diversa. A parte le aggressioni ripetute contro il Nord tutti i giorni dal 1946 almeno al maggio del 1950, che da sole avrebbero potuto costituire un buon motivo per legittimare Pyongyang a dare una risposta militare decisa e definitiva, c’è da dire che nei giorni immediatamente a ridosso dell’inizio del conflitto, gli attacchi dell’esercito di Syngman Ri divennero ossessivi, sfibranti e intollerabili. Il 25 giugno, il giornalista John Gunther seppe in Giappone, da un alto funzionario statunitense, che i sudcoreani avevano attaccato il Nord. Gunther cercò di “diluire” questa vicenda tirando in ballo malintesi e messaggi della radio nordcoreana ritenuti disinformanti, come se dei membri del governo di occupazione statunitensi in Giappone potessero credere così, su due piedi, alla presunta propaganda di Pyongyang. Una tesi che non sta in piedi e che conferma un fatto: la Corea del Sud aveva colpito per prima e la notizia era nota ai livelli più elevati del potere statunitense. Il fatto stesso, però, andava coperto, per accreditare spudoratamente la tesi opposta: quella del first strike nordcoreano. Dal 23 giugno le artiglierie di Seul bombardavano il territorio nordcoreano e vi era stato, soprattutto, un attacco di sorpresa della fanteria sulla città nordcoreana di Haeju. Questi fatti avevano reso necessaria, spiegava Radio Pyongyang, un’offensiva che doveva condurre al respingimento di ogni incursione, ma anche alla bonifica, lungo il confine, di ogni base terroristica e di ogni punto d’appoggio militare rivolto contro la Corea democratica.
    “All’alba del 25 giugno, recitava letteralmente il comunicato del Ministero degli Interni della Repubblica Democratica Popolare di Corea letto a Radio Pyongyang, le cosiddette truppe di difesa nazionale del governo fantoccio della Corea meridionale hanno sferrato una improvvisa offensiva contro il territorio della Corea settentrionale lungo l’intera linea del 38° parallelo. Attaccando d’improvviso la Corea settentrionale, il nemico ne ha invaso il territorio per una profondità variante da uno a due chilometri a Nord del 38° parallelo (…) Il Ministero degli Interni della Repubblica coreana ha ordinato ai reparti di frontiera della Repubblica di respingere gli attacchi del nemico (…) Attualmente le truppe di frontiera della Repubblica stanno sostenendo aspri combattimenti difensivi opponendo al nemico accanita resistenza. Nel distretto di Yontan i distaccamenti di frontiera della Repubblica hanno respinto gli attacchi del nemico che aveva invaso il territorio della Corea settentrionale. Il governo della Repubblica democratica popolare coreana ha incaricato il Ministero degli Interni di notificare alle autorità del governo fantoccio della Corea meridionale che, se esse non cessano immediatamente i loro temerari attacchi nell’area del 38° parallelo, saranno prese risolute misure per annientare il nemico”. Su queste dichiarazioni, vere ed anzi incontrovertibili, si esercitò il dispositivo della calunnia, della montatura anticomunista, della falsificazione della storia e finanche della cronaca. Gli USA e i loro alleati, con alcune eccezioni, utilizzarono subito gli scranni dell’ONU per scatenare una gigantesca campagna anticomunista ed antisovietica, additando falsamente al mondo la Corea democratica come Paese aggressore. L’Ufficio per l’informazione sudcoreano annunciò, nelle prime ore del 26 giugno, che la città di Haeju era stata davvero occupata, ma nel quadro di un’azione difensiva rispetto agli attacchi del 25 sferrati dalla Corea democratica (alcuna parola sui bombardamenti provocatori del 23 e 24). Seul, insomma imbrogliò le carte per figurare come vittima, quando invece un rapporto militare statunitense, già dal 25, riportava che Haeju era in mano all’esercito sudcoreano. Senza sapere nulla del comunicato radiofonico sudcoreano, “Daily Herald”, “Guardian” e “New York Herald Tribune”, nei numeri usciti il 26, quindi riferiti al giorno del 25, confermarono la cattura di Haenju da parte delle truppe di Syngman Ri. Gli USA, pur conoscendo la verità, presentarono all’ONU, mentendo, un rapporto in cui i fatti erano completamente rovesciati, seguiti da tutta una serie di prese di posizione dei Paesi “satelliti” desiderosi di partecipare alla nuova avventura bellica per raccattare le briciole del dividendo imperialista. Diversamente da quanto si ritenne all’epoca, e si continua a credere oggi, nessun contingente delle Nazioni Unite (né gli osservatori militari presenti sul campo, né la Commissione delle Nazioni Unite per la Corea, di stanza a Seul) assistette al divampare delle prime ostilità. La propaganda regnava sovrana, uccidendo la verità, con le veline sudcoreane e dei marines a sostituire la cronaca oggettiva e ponderata dei fatti. Il delegato jugoslavo provò a ricondurre tutti alla ragionevolezza: nel rimarcare l’imprecisione e la fumosità delle notizie che stavano pervenendo, propose che la Corea democratica avesse la possibilità di venire a spiegare la propria posizione, davanti alla massima assise internazionale. Non ci fu nulla da fare, naturalmente! La macchina bellica era partita.
    La Corea democratica non aveva mai nutrito alcuna intenzione di occupare il Sud militarmente. La prova incontrovertibile di tale atteggiamento, riconosciuta inevitabilmente anche dagli statunitensi, stava nel fatto che Pyongyang non aveva ordinato la mobilitazione generale e non aveva schierato l’esercito in assetto offensivo; semmai, prevedendo il primo colpo della Corea del Sud, aveva schierato alcune truppe aggiuntive a ridosso del 38° parallelo, nei giorni precedenti il conflitto, per rafforzare le difese in caso di attacco. Il Nord poteva contare su 6 divisioni pronte e pienamente operanti, contro le 13-15 necessarie per un’operazione offensiva plausibile e sostenibile. In barba a questi elementi, che mettevano in crisi l’assurda tesi della Corea democratica potenza attaccante, il 26 giugno, al Consiglio di Sicurezza dell’ONU passò la proposta statunitense per sanzioni economiche contro la Corea democratica e, il giorno successivo, si raccomandò ai Paesi membri di “fornire immediata assistenza” alla Corea del Sud “nella misura necessaria a respingere l’attacco armato”. L’URSS non stava prendendo parte ai lavori dell’ONU per protesta contro la presenza, nel suo seno del delegato della Cina nazionalista, altro Stato fantoccio legato all’imperialismo statunitense, mentre alla Cina popolare alcun seggio veniva ancora riconosciuto, nonostante la sua sovranità su un territorio abitato da oltre 540 milioni di persone, contro gli 8 milioni scarsi della Cina nazionalista (meglio nota come Taiwan). Stalin, il VK(b)P e tutti gli organi del potere sovietico stavano comunque con gli occhi bene aperti, attenti a non dare la stura a provocazioni, ma anche pronti a difendere il campo socialista e i Paesi di democrazia popolare. A manovrare tutto erano Truman, Presidente succeduto a Roosevelt, vero ideatore della guerra fredda assieme a Churchill, e il più volte citato John Foster Dulles, destinato a diventare, dal 1953, Segretario di Stato, per i suoi meriti acquisiti nel costruire a tavolino la Guerra di Corea. Truman, già nell’aprile 1950, aveva fatto preparare dal National Security Council il documento ultrasegreto denominato “NSC–68”, imperniato sul più massiccio riarmo degli USA e sull’estensione della guerra fredda. L’ONU non fu affatto imparziale, nemmeno nella persona del suo Segretario generale, il norvegese Trygve Lie: nelle sue memorie, egli afferma apertamente di non esser stato un osservatore impassibile dei fatti e dà la stura ad ogni genere di strali contro il comunismo e l’URSS. Come si scoprirà in seguito, aveva stretto, alla faccia degli Statuti e dei Regolamenti, un patto di ferro con gli USA per licenziare tutti i funzionari sospetti di simpatie comuniste o progressiste.
    Tuttavia, nonostante questa mobilitazione, la ferrea determinazione del popolo della Corea democratica nel difendere il proprio territorio e le proprie conquiste sociali, unitamente al malcontento della stragrande maggioranza dei soldati sudcoreani, riottosi all’idea di dover servire un potere corrotto e guerrafondaio, fece sì che l’esercito della Repubblica Democratica Popolare si dimostrasse oltremodo efficiente, mietendo vittorie su vittorie e respingendo quasi ovunque il nemico. Qualche tempo dopo, in un anomalo afflato di sincerità, a suo modo, lo stesso delegato statunitense all’ONU Warren Austin raffigurerà la situazione con queste parole al “New York Times” il 1° ottobre 1950: “la barriera artificiale che ha diviso la Corea democratica da quella del Sud non trova alcun motivo di esistere né nel diritto né nella ragione. Le Nazioni Unite, la loro commissione inviata in Corea e la Repubblica di Corea (la Corea del Sud) non riconoscono in alcun modo tale linea. Ora i nordcoreani, con un attacco armato portato contro la Repubblica di Corea, hanno negato anch’essi l’esistenza di una tale linea di confine”. Tornando ai primi giorni del conflitto, dobbiamo sottolineare che per Syngman Ri e la sua banda stava profilandosi quasi da subito una vera e propria disfatta, quando ecco intervenire a supporto del dittatore e della sua schiera di corrotti e criminali l’esercito statunitense: il 27 giugno, l’aviazione yankee prese a bombardare città e villaggi del Nord, mentre le unità della 7.ma flotta attaccarono i porti nordcoreani e procedettero allo sbarco di truppe a Nord del 38° parallelo: per prima la 24.ma divisione di fanteria, a seguire 2.da, 25.ma, 1.ma divisione di cavalleria blindata e 1.ma divisione di fanteria di marina. La guerra si allargò a macchia d’olio e il 7 luglio fu designato, in qualità di Comandante delle truppe ONU, il generale statunitense Douglas McArthur, guerrafondaio inveterato, il quale attuerà un’escalation oltre il 38° parallelo, arrivando all’occupazione del territorio nordcoreano. Questo folle bellicista verrà fermato solo dalla incrollabile volontà di resistenza del popolo nordcoreano, dall’intervento cinese e dalla fermezza sovietica, e verrà infine deposto da Truman, non senza aver prima richiesto, con la bava alla bocca data dalla frustrazione e dallo scorno davanti agli insuccessi, l’utilizzo della bomba atomica contro la Cina popolare (e implicitamente, contro l’URSS). Grazie alla solidarietà internazionalista, al ruolo della Cina e dell’URSS, i militaristi statunitensi ricevettero un colpo durissimo e la Corea democratica poté veder ripristinata la piena sovranità e autorità, a prezzo di un numero enorme di vite umane, un olocausto yankee sottaciuto o volutamente ignorato dai sacri testi del mondo capitalistico–borghese, trasudanti apologia e mistificazione da ogni rigo. Questa, però, come si diceva un tempo, è un’altra storia… della quale ci occuperemo presto.
  5. Un monito che vale per l’oggi!
    In questa sede, ci premeva evidenziare le cause scatenanti di un conflitto attorno al quale, ancora oggi, buona parte di quello che si legge, anche a sinistra, è composto da menzogne, esagerazioni, distorsioni. Gli USA, baluardo mondiale dello sfruttamento, dell’impostura e del brigantaggio economico imperialista, videro la loro economia salvata dal tracollo e ravvivata proprio grazie al conflitto coreano. Il celebre economista Paul A. Samuelson, direttore del prestigioso “Massachusetts Institute of Technology”, scriverà: “La nostra prosperità fu dovuta alla guerra di Corea”. Il bilancio militare era stato portato da 19 miliardi di dollari nel 1949 a 54 miliardi nel 1953; gli acquisti di equipaggiamenti e armamenti erano volati a quota 1962 milioni di dollari, contro i 312 previsti. Quando si discetta di “ricchezza” e di “opulenza” degli USA, concetti oggi fortemente in declino data la situazione sempre più evidente a tutti, occorre sempre pensare a come quell’opulenza fu costruita: fu edificata sullo sfruttamento più bestiale, sulla distruzione di milioni di vite umane, sulle continue avventure belliche intraprese con provocazioni sistematiche, inganni e stratagemmi più vari. Una lezione, questa, da tener ben presente, specie oggi che le condizioni che portarono alla Guerra di Corea paiono ripetersi pericolosamente, con un mondo capitalista in piena recessione e una potenza, gli USA, in pieno declino, sommersa dai debiti e dalla miseria crescente di vaste fette della popolazione. “Il capitalismo porta la guerra come le nuvole portano la pioggia”, affermava nel secolo scorso il socialista e pacifista francese Jean Jaures. Se così è, e non vi sono dubbi, è bene che tutti i militanti comunisti riflettano e aprano l’ombrello della rivolta cosciente per un nuovo ordine economico, umano e sociale.

Referenze biografiche e sitografiche
Filippo Gaja: “Il secolo corto” (Maquis Editore, 1994, in particolare il capitolo “In guerra a tutti gli effetti”, pgg. 353–368) “Storia Universale dell’Accademia delle Scienze dell’URSS”, voll. 10, 11 e 12 (Teti editore, Milano, 1975)
“L’Unità” (numeri del 13/4/1950 per un’analisi dello stato dell’economia statunitense e del 27/6/1950 sulle dinamiche belliche nella Penisola coreana)
John Gunther: “L’enigma di Mc Arthur” (Milano, Garzanti, 1951)
J. F. Stone: “Storia segreta della guerra di Corea” (Roma, Edizioni di Cultura Sociale, 1954)
Karunakar Gupta: “How did the Korean War Begin?”, in “The China Quarterly”, Londra, Ottobre-Dicembre 1972; “Comment: The Korean War”, in “The China Quarterly”, Aprile-Giugno 1973.
Peter Lowe: “The Origins of the Korean War” (Routledge, London and New York, 2014)
J.C. Goulden: “The Untold Story of the War” (McGraw Hill, New York, 1983)
Albert Norden: “Le secret des guerres: genese et techniques de l’aggression” (Paris, Le Pavillon, 1972)
Trygve Lie: “In the Cause of Peace” (Macmillan, New York, 1954)
Robert T. Oliver: “Syngman Rhee: The Man Behind The Myth” (Dodd Mead, New York, 1954);
Dati sulla disoccupazione negli USA dell’US Bureau of Labor Statistics, con rimandi a rielaborazioni, serie storiche e aggiornamenti.
Juche Italia, (utile per inquadrare il ruolo di Syngman Ri nella dialettica tra Nord e Sud, con riferimento alla difesa delle tradizioni da parte dei comunisti)
Kim Il Sung: “Opere Scelte” (2 voll., Edizioni in Lingue Estere, Pyongyang, 1967);
“La costruzione della società socialista” (Jaca Book, Milano, 1971), utili per una panoramica generale sulla Corea democratica e le sue vicende fondamentali.

Fonte: www.auroraproletaria.org/dettagli.php?f=a&d=9

Avanti popolo: storia di un inno di lotta

Tutti la conoscono: “Bandiera Rossa”, celeberrimo canto d’area socialista, è da più di un secolo conosciuto sia in Italia che all’estero. Non serve essere politicamente attivi per averla sentita cantare e conoscerne, anche se forse non interamente, il testo. Tuttavia pochi ne conoscono l’origine. Il testo di “Bandiera Rossa” nasce come canto repubblicano intorno al 1848. Il drappo rosso era infatti già largamente utilizzato sin dal secolo scorso, e se ne testimonia il comparire sia nelle rivolte in Francia contro Napoleone III, sia a Milano sia durante la Repubblica Romana, dove addirittura una bandiera rossa venne posta sulla sommità di Castel Sant’Angelo assieme ad un tricolore. Il testo originale presenteva ovviamente delle variazioni, era composto da una sola strofa e seguiva una melodia differente. “Avanti o popolo/alla riscossa/bandiera rossa/bandiera rossa/avanti o popolo/alla riscossa/bandiera rossa/trionferà/ evviva la Repubblica e la libertà”. Ad inizio ‘900 venne rielaborato sulla base di un canto popolare lombardo “Ciapa on saa, pica la porta”, e la parola “Repubblica” fu sostituita da “socialismo”. Tale versione, scritta da Carlo Tuzzi, continuava con diverse strofe contenenti all’unità della classe operaia “dai campi al mare/alla miniera”. Con la Grande Guerra e la rivoluzione bolscevica iniziò a prendere piede una versione che sostituiva “socialismo” con “comunismo”, versione che sarà poi la più conosciuta nella seconda metà del ‘900 e che sarà per alcuni mesi l’inno ufficiale del Partito Comunista Italiano. “Bandiera Rossa” è un canto di lotta che, attraversando il Risorgimento, le lotte di inizio ‘900 e la Resistenza, giunge fino a noi come testimone della lunga battaglia affrontata dalle classi popolari per il loro riscatto e la loro libertà

Dal Balilla a Mameli: storia di una ribellione

Erano i primi giorni di dicembre del 1746, l’Europa intera era stravolta da un sanguinoso conflitto dinastico, quello legato alla successione del trono d’Austria, che non era il primo del secolo e che non sarebbe stato l’ultimo. L’intero continente diviso in due blocchi: da un lato quello borbonico, con Francia, Spagna, Svezia, la Repubblica di Genova e i rispettivi alleati minori, dall’altra un blocco asburgico, che andava dall’Inghilterra allo Zar di Russia, passando per il Regno di Savoia e le Province Unite. Oggetto del contenzioso era la legittimità di Maria Teresa d’Austria ad ascendere al trono imperiale dopo la morte di suo padre Carlo VI, il quale aveva rivisto le norme legate alla successione eliminando anche la “legge salica”, emanando così la “prammatica sanzione”, che cambiava le norme di successione dell’Arciducato d’Austria, e ad essa si appellò la fazione imperiale, posizione contestata invece dai sovrani di Slesia e Sassonia, che si erano trovati così esclusi dalla prospettiva di divenire imperatori. Il conflitto ebbe presto un risvolto continentale, con l’intervento al fianco dell’una o dell’altra fazione da parte di moltissimi stati europei. Nel 1744 l’Italia fu terreno di scontro per le truppe ispano-napoletane e quelle austriache e piemontesi. Mentre al sud furono i primi a prevalere, l’intera Val Padana cadde sotto l’occupazione austriaca, ivi compresa la città di Genova, da secoli strettamente legata alla Spagna. L’intera Europa era in fiamme, la popolazione doveva sopportare gli orrori e i pericoli di una guerra sempre più moderna e letale, di eserciti sempre più grandi. Per Genova, città marinara per la quale il commercio era la vita, l’occupazione militare significava più che per molte altre realtà urbane un completo annichilimento della vita pubblica, e risultava ancora più odiosa vista la tradizionale indipendenza della Repubblica, custodita gelosamente sopratutto dai Savoia, che ora assieme agli Asburgo presidiavano in armi la Superba. La situazione era arrivata alla massima tensione, bastava letteralmente una scintilla per causare l’insurrezione generale, voluta smaniosamente dalla stragrande maggioranza dei genovesi. Fu un ragazzo, ora avvolto fra mito e leggenda, originario probabilmente di Montoggio, nell’entroterra, chiamato Gian Battista Perasso, che diede col suo gesto il segnale: assistendo all’ennesimo sopruso perpetrato sui suoi concittadini alzo il braccio e scagliò una pietra contro i soldati intenti a forzare alcuni genovesi al trasporto di un mortaio. Immediatamente tutta la folla fu su questi, come incoraggiata dall’attacco che seppur tanto profondamente desiderato, non si era ancora compiuto per la paura che quel feroce occupante incuteva ai cittadini. In pochi giorni gli invasori austro-piemontesi evacuarono la città, inseguiti per le valli dal popolo rabbioso.

illustrazione novecentesca della rivolta di Portoria

Il tutto non ebbe sbocchi maggiori del ripristino dell’antico regime repubblicano aristocratico, il quale fu comunque soppresso prima dalla Francia Rivoluzionaria e poi, definitivamente, dal congresso di Vienna, che assegnò la potestà su quelle terre agli antichi pretendenti, i Savoia. Cento anni dopo il contesto è sempre quello: una semi-occupazione militare mal vissuta e osteggiata profondamente dalla società ligure, tolti alcuni nobili. Genova è stata circondata di forti dai suoi nuovi padroni, non in funzione di difesa, ma anzi col compito di intimidire e colpire la città in caso di sommosse. Questi formano un anello sui monti del circondario, e sono presidiati da migliaia di soldati piemontesi. In città sono i gesuiti a comandare, ma anche loro non sono visti di buon occhio, sopratutto da quanto Pio IX è stato eletto al soglio pontificio portandosi dietro moltissime aspettative, che si fondevano a quelle riposte in Carlo Alberto, Re “carbonaro” che sembrava poter consentire sbocchi perlomeno liberali all’assetto politico del Regno di Sardegna. Tutto ciò non era ovviamente abbastanza, ma per molti studenti universitari era sufficiente per moltiplicare la loro ansia per una Storia che stava compiendosi, ma ancora troppo lentamente. Fra di loro vi era Goffredo Mameli, figlio di una nobildonna locale e di un ufficiale di marina, iscritto al secondo anno di Legge nella stessa Università che aveva frequentato tempo prima Mazzini. Si può dire che condivise molto della formazione di quello che sarà il suo maestro: educazione in una famiglia dalle tendenze democratiche, frequentazione di associazioni e circoli politico-letterari capaci di soddisfare la sua fame di cultura, carriera universitaria segnata dalla tensione politica e dal conflitto con le istituzioni scolastiche. Nei primi giorni di dicembre si era soliti a Genova ricordare il “Balilla” con una processione, che l’anno precedente, per timore di urtare il sovrano, non si era tenuta. Goffredo e i suoi compagni, indignati dalla codardia dell’amministrazione locale che volutamente sceglieva di dimenticare un eroe popolare nel centenario della rivolta, decidono di organizzare una manifestazione a forte connotato politico. Dopo giorni di comizi e dimostrazioni, il 9 dicembre 1847 un grande corteo animato sopratutto dagli studenti sfila per la città con la bandiera Tricolore, simbolo totalmente eversivo ed osteggiato dallo status quo. Qui Mameli declamerà la sua famosa poesia “Dio e il Popolo”, pregna di contenuti democratici ed insurrezionalisti dedicata proprio alla rivolta di Portoria .

“Come narran sugli Apostoli,
Forse in fiamma sulla testa
Dio discese dell’Italia…
Forse è ciò; ma anch’è una festa.
Nelle feste che fa il Popolo
Egli accende monti e piani ;
Come bocche di vulcani.
Egli accende le città.

Poi, se il Popolo si desta,
Dio combatte alla sua testa.
La sua folgore gli dà.

Uno scherzo ora fa il popolo ;
A una festa ei si convita.
Ma se è il popolo che è l’ospite,
Guai a lui ch’ei non invita!
Grande è sempre quel ch’egli opera
Or saluta una memoria,
Ma prepara una vittoria ;
E vi dico in verità

Che se il Popolo si desta
Dio combatte alla sua testa,
La sua folgore gli dà.

Noi credete ? Ecco la storia :
All’incirca son cent’anni
Che scendevano su Genova,
L’armi in spalla, gli Alemanni ;
Quei che contano gli eserciti
Disser : l’Austria è troppo forte;
E gli aprirono le porte.
Questa vil genia non sa

Che se il Popolo si desta
Dio combatte alla sua testa,
La sua folgore gli dà.

Un fanciullo gettò un ciottolo ;
Parve un ciottolo incantato,
Che le case vomitarono
Sassi e fiamme da ogni lato.
Perché quando sorge il Popolo
Sovra i ceppi e i re distrutti.
Come il vento sovra i flutti
Passeggiare Iddio lo fa.

Quando il Popolo si desta
Dio combatte alla sua testa.
La sua folgore gli dà.

Quei che contano gli eserciti
Vi son oggi come allora :
Se crediamo alle lor ciance
Aprirem le porte ancora.

Confidiamo in Dio. nel Popolo .
I satelliti dei forti
Non si contano che morti.
E vi dico in verità

Che se il Popolo si desta
Dio combatte alla sua testa
La sua folgore gli dà. “

La bandiera della Repubblica Romana recante il celebre motto mazziniano
Partigiani della “brigata Balilla” in posa nei monti di Genova

Nelle stesse giornate prese a divenire popolare un altro componimento di Mameli, che proponeva in versi il programma politico della Giovine Italia, associazione alla quale il poeta stesso aveva aderito un anno prima: si tratta del Canto degli Italiani, che animò le piazze democratiche del Risorgimento fino ad arrivare, dimenticato dal Regno e dal Fascismo (se non retoricamente negli ultimi mesi), alla Resistenza e alla Repubblica, che lo scelse come suo inno nazionale. Un testo altamente poetico, che si apre con un’invocazione alla fratellanza fra gli italiani che si espande nel corso del componimento ad ogni altro popolo. Un inno sì all’Amore, perfettamente stile mazziniano, ma anche alla lotta, alla riscossa, al sacrificio supremo a difesa della libertà e dell’indipendenza. Da Genova questo canto si trasmise alle pianure lombarde, dove lo stesso Goffredo fu sottotenente volontario durante la prima Guerra d’Indipendenza, ma fu solo dopo la prima parentesi di questa guerra che il “Canto degli Italiani” poté accompagnare atti concreti del tutto coerenti col suo significato: la Repubblica Romana colse Mameli già presente nella Città Eterna, ad essa lui dedicò gli ultimi mesi della sua vita, difendendola dagli invasori borbonici, asburgici e dai traditori al soldo di Napoleone III. Fu durante una carica alla baionetta che Goffredo ricevette la ferita che lo porterà alla morte. Ma Mameli non fu dimenticato, il suo esempio eta vivo in tutta Italia: mentre a Roma si difendeva la “Repubblica Rossa”, come era chiamata dagli operai francesi che in solidarietà ad essa scioperavano, Genova insorgeva contro i Savoia, e lo faceva anche in nome di Mameli. Furono giorni duri, ancora peggiori di quelli subiti dalla città un secolo prima, e che culminarono in un saccheggio devastante ad opera delle truppe del generale La Marmora, che fu per i suoi crimini premiato dal nuovo sovrano, Vittorio Emanuele I. Ancora cento anni dopo, strana coincidenza, le figure del Balilla e di Mameli tornano ad accompagnare esempi e gesta degni di loro, e lo fanno durante la lotta di Liberazione contrassegnando i nomi moltissime brigate partigiane. Tra queste è importante ricordare la “Brigata Mameli” a comando misto azionista-comunista, che partecipò alla Liberazione di Treviso ad aprile ’45, e i GAP del quartiere di Bolzaneto a Genova, che formeranno la “Brigata Volante Balilla”, al comando di Angelo Scala che prese esso stesso il nome dell’antico rivoltoso genovese.

Robin Hood, eroe fra mito e realtà

Robin Hood, un eroe-simbolo impresso nella mente di moltissime persone.
Di “Robin Hood” senza dubbio ce ne sono stati molti nella storia e in giro per il mondo, dai Giapponesi Nezumi Kozō e Ishikawa Goemon, allo Slovacco Juraj Janosik; da Lampião a Rummu Jüri; da Scotty Smith al rivoluzionario, e amico di Zapata, Pancho Villa.
Ma solo uno di questi è particolarmente famoso, in parte per cause geografiche e in parte per la sua storia.
Robin Hood, infatti, è il fuorilegge che ruba ai ricchi per dare ai poveri più celebre in Occidente, ma in Asia il più conosciuto è probabilmente Ishikawa Goemon: una sorta di ninja che rubava ai ricchi signori feudali appartenenti all’ordine dei samurai, morto tragicamente bollito vivo, insieme a suo figlio, in pubblico.
Robin Hood visse una vita da eroe, non ebbe però, a differenza di Ishikawa, una morte da martire: si dice infatti che morì per via di qualche malattia, anche se secondo altri morì a causa delle ferite riportate da un agguato da parte delle autorità, organizzato da un traditore presente nella sua banda.
Il simbolo leggendario ed indiscusso di Robin è naturalmente il suo arco, accompagnato dalle sue frecce.
La leggenda vuole che prima di morire disse al suo amico ed aiutante Little John di seppellirlo nel punto in cui sarebbe caduta una freccia infuocata che lo stesso Robin lanciò dalla finestra del monastero in cui risiedette negli ultimi momenti di vita.

Parlando delle sue origini e della sua banda,
Nessuno sa realmente quale sia il vero nome dell’eroe, chiamato con lo pseudonimo di Robyn Hode nei primi manoscritti che ne narrano le gesta. Viene spesso chiamato Loksly o Loxley, ma questo nome gli venne attribuito perché nacque probabilmente a Loxley, nello Yorkshire. Proprio in questa città, infatti, si trovano le tracce di un certo Robert (appunto nome completo di Robin) di Locksly, ritiratosi probabilmente nella foresta nel 1245.
E sempre nello Yorkshire e nei suoi pressi è probabile che siano avvenute le sue gesta. Si dice in genere che la sua storia sia ambientata a Nottingham e nella vicina foresta di Sherwood, ma nelle ballate originali si dice esplicitamente che, anche se la foresta vicina a Nottingham fu frequentata occasionalmente dalla banda, il luogo principale che ospitò Robin fu Barnsdale (50 miglia a nord da Sherwood) nella contea dello Yorkshire.
La foresta di Sherwood è inoltre un luogo improbabile a causa della sua estensione: nel XIII secolo era ovviamente più vasta, ma non avrebbe permesso comunque un riparo sicuro dai perenni controlli da parte delle autorità dello sceriffo. Mentre il leggendario “Major Oak”, luogo in cui, si dice, si riunisse la banda, è stato datato a 8 secoli fa, rendendolo ai tempi di Robin un semplice alberello.
Le ballate originali parlano di Robin come contadino o come mercante, ma pochi anni dopo (quindi nello stesso secolo) iniziò a girar voce che avesse origini nobili.
Secondo una delle versioni più realistiche e, diciamo, “storicamente” accettate, Hood è stato innanzitutto un nobile sassone.
Un nobile che appoggiava Riccardo Cuor di Leone, un re d’Inghilterra che venne poi spodestato dal fratello Giovanni Senzaterra. Quest’ultimo di conseguenza ritirò le proprietà terriere a tutti i nobili fedeli al sovrano destituito passandoli a quelli fedeli al nuovo re.
Va detto inoltre che le politiche di Giovanni senza terra, che consistevano in annalzamento delle tasse, costrinsero moltissima gente alla povertà e quindi al brigantaggio; inoltre una legge da lui varata, chiamata “legge della foresta”, accordò l’accesso esclusivo della foresta ai ricchi nobili della corte, negando quindi ai popolani la caccia o l’utilizzo della legna da ardere, rendendo quindi la banda dei Merry men ancora più “illegale” in quanto appunto residente in una foresta.
Questo trasformò improvvisamente Robin da un nobile proprietario di terreni ad un suddito comune senza alcun avere di valore.
A questo punto Hood si ritirò nella foresta di Sherwood (nei pressi di Nottingham, anche se abbiamo detto precedentemente che il luogo sia improbabile) formando una banda chiamata poi Merry men.
Questa banda di poveri fuorilegge viveva in una sorta di comunità autogestita, conducendo una guerriglia contro le autorità rubando a questi ricchezza e cibo, distribuendo poi il ricavato tra i poveri.
I membri più conosciuti della banda sono John Naylor detto Little John (amico fidato di Robin), Lady Marian Clare (la compagna di Robin), e Frate Tuck.
Little John, tutt’altro che “piccolo”, era il più robusto di tutti e gli venne attribuito questo nomignolo ironicamente; era un uomo molto abile che lottava in genere con un bastone ed era un grande spadaccino. È stato introdotto nelle ballate fin da subito.
Lady Marian e Tuck sono probabilmente inventati.
La prima è stata introdotta nelle ballate circa 3 secoli dopo: nel medioevo si festeggiava ancora, almeno in Inghilterra, il Calendimaggio, e in questa festa si usava rappresentare folkoristicamente la primavera con una “lady”, una signora del primo maggio. Questa lady venne introdotta nelle storie probabilmente a causa della crescente popolarità di Robin derivata soprattutto da tre drammi teatrali noti, appunto, per esser stati redatti in occasione di tale festività.
Mentre Fra’ Tuck venne introdotto nelle ballate circa 2 secoli dopo, rendendo anche questo personaggio improbabile seppur con un importante significato “storico-politico” dietro: rappresentava infatti la parte più umile e Cristiana della Chiesa, estranea appunto al lusso e al peccato di gola professato in genere dai preti e dagli alti ranghi del clero. È probabile che le ballate, popolari e fatte quindi dal popolo, volevano introdurre un personaggio che legittimasse anche da un punto di vista religioso le gesta di Robin e della sua banda, che a prima vista potrebbero suscitare indegno a causa delle “violazioni” alle proprietà private (indegno almeno per gente dell’epoca, molto fedele al cattolicesimo, che sosteneva appunto che rubare fosse sbagliato a prescindere dall’ingiustizia nel sistema, e che ogni autorità era legittimata dal “Signore”).

Parlando delle sue gesta,
È plausibile che Robin abbia imparato ad utilizzare magistralmente il proprio arco grazie alla sua probabile partecipazione alle crociate, prima di tornare in Inghilterra rimanendo poi senza averi.
Incarnò, ai suoi tempo, l’aspirazione alla libertà e alla giustizia che le popolazioni medievali erano costrette a soffocare, schiacciate da ogni sorta di sopruso da parte delle classi elevate. Si ritiene, inoltre, che il racconto delle sue imprese abbia contribuito, nei secoli successivi, a togliere l’esclusiva del diritto di caccia ai proprietari terrieri estendendolo anche alla gente comune che poté servirsene per combattere la fame.
Spesso vediamo gli Uomini del passato in un ottica molto distante, come se, in un certo senso, i veri Uomini siamo noi, mentre quelli del passato erano in qualche modo “animaleschi” o brutali.
Storie come quella di Robin, invece, ci fanno capire che da sempre gli Uomini oppressi hanno lottato contro l’oppressore. Piccoli gruppi di guerriglia o anche grandi rivolte hanno da sempre caratterizzato la nostra storia, e solo parte di queste rivolte sfociarono fortunatamente in Rivoluzioni.
Rimanendo in Inghilterra ci sono altri esempi di rivolte cominciate da un semplice soggetto, come Ned Ludd (molto probabilmente immaginario), o l'”anarchico” Guy Fawkes (da cui deriva poi la maschera degli anonymous).
C’è sempre stato un bisogno di un leader, perfino quando le proteste non ne hanno avuto alcuno (come detto ad esempio con i Luddisti). C’è sempre stato un bisogno di un leader-simbolo che incarnasse lo spirito, l’essenza della rivolta; in modo tale anche da giustificarne, se necessaria, la violenza.
Un ladro-eroe Robin Hood riesce a render nobile perfino la “vergognosa” frode; perché la frode, se fatta da dei poveri che non hanno nulla da perdere se non da guadagnare, e diretta a dei ricchi usurai ed usurpatori, è più che giustificata; anche se questo va appunto contro la legge.
Ricordando le gesta di Robin, dunque, è inevitabile che si metta la morale al di sopra della legge, che essendo fatta da una parte degli uomini, spesso, o sempre, di alto rango, non ha sempre una linea morale e di conseguenza non è automaticamente giusta e da rispettare

C’è comunque il dubbio che sia realmente esistito.
Non è da escludere ovviamente che sia esistito, tuttavia molto probabilmente la sua storia è stata col tempo romanzata e arricchita di dettagli; un po come successe anche con Vlad di Valacchia detto Dracula, o anche Re Arthur, giusto per fare due esempi celebri.
Qualche studioso afferma che la figura di Robin sia una sorta di rivitazione “moderna” di certi miti celtici, quindi preesistenti.
Certi antropologi ad esempio lo ricollegano a Robin Goodfellow detto anche Puck (un folletto reso celebre da Shakespeare con “Sogni di una notte di mezza estate”); altri lo accostano al mito celtico del capodanno o meglio del calendimaggio, che narra del dio dell’anno nuovo che vince contro il vecchio inverno (quindi lo sceriffo); altri lo accostano, sempre parlando dei miti celti, ad uno spirito della foresta che aveva le sembianze di una volpe (ripresa poi dalla versione della Disney), chiamata anch’essa Robin; altri ancora lo riconducono al dio dei ladri presente in molte religioni pagane indo-europee (ad esempio il dio Pan, Greco), le cui sembianze ricordano quelle di un uomo con le corna da ariete (“Robinet” nella lingua celtica, da cui tra l’altro deriva la parola “rubinetto” a causa delle decorazioni con gli arieti fatte in quei tempi). Questo accostamento alle mitologie pagane, e soprattutto al dio dei ladri e dei pastori (da cui proviene poi la figura antropomorfa di satana: uomo con pizzo e con le corna, in genere con le zampe da ariete), rese inizialmente Chiesa cattolica particolarmente avversa nei confronti della figura di Robin Hood, provando infatti a censurare la diffusione delle sue storie e delle sue gesta “anti-sistemiche”.

Tuttavia ci sono diversi indizi che facciano pensare che una figura più o meno simile a quella narrata sia esistita realmente, seppur più rudimentale e senza tutti i particolari o aneddoti eroici attribuiti a Robin.
Ci sono documenti di vari tribunali del tempo che parlano di certi “Robin Hood il fuggitivo” (in una pergamena del 1225 nello Yorkshire), o “il conte Robin di Huntingdon” (1248).
Secondo la teoria di J. W. Walker, il personaggio si deve identificare in Robert Hood, nato a Wakefield (figlio di un guardaboschi di nome Adam Hood) che sposò tale Matilda e che, grazie alla sua opposizione al clero, venne identificato col patrono delle feste agricole pagane. Alcuni personaggi indubbiamente storici potrebbero esser ricollegati all’epopea di Robin Hood, e tra questi si citano: Sir Robert Fitz Ooth conte di Huntingdon (1160 – 1247), Robert de Kyme (1210 – 1285, condannato come fuorilegge ed in seguito amnistiato), Robert Hood (1290 – 1347), Robert Foliot (1110 – 1165), e un grassatore noto come “Robert Hod”, sulla cui testa venne posta una ragguardevole (all’epoca) taglia di 32 scellini e 6 pence nel 1226.
Altri Robert Hood (o Robert Hod) erano comunque viventi all’epoca. Il primo era tal Robert Hod di Cirencester, un servo che viveva nella tenuta di un abate nel Gloucestershire, il quale, dopo aver depredato una carovana, assassinando un dignitario in viaggio, fuggì nella brughiera assieme ai complici e fu bollato come “bandito” da parte di un ministro di re Giovanni, Gerard Athee. Esistevano inoltre altri quattro banditi omonimi nel 1256 ai tempi di re Enrico III, successore di Giovanni, tutti rapinatori di carovane e uno di essi addirittura esperto di furto con scasso in un’abbazia dello Yorkshire. Apparvero, inoltre, altri due Robert Hod che operavano all’epoca, il primo in qualità d’arciere nella guarnigione a presidio dell’isola di Wight, mentre il secondo venne imprigionato nel 1354 perché sorpreso a rapinare nelle tenute reali.
Secondo le analisi di David Baldwin, infine, c’è un fattore: rovinato dalla congiuntura economicae costretto a divenire un predone reo di azioni anche violente, tal Roger Godberg, le scorrerie della cui banda avvenivano nella contea di Nottinghamshire e nelle contee limitrofe, a carico ovviamente di personaggi facoltosi ed influenti.
Già nel 1377 si trovano sparse per l’Inghilterra varie ballate dedicate al personaggio, testimoniando il fatto che la storia sia già iniziata a circolare poco dopo la supposta vita di Robin Hood, ben prima del primo racconto completo dedicato all’eroe folkloristico (“le gesta di Robin Hood”, 1510).

Che sia stato un brigante, eroe semi-leggendario arricchito da tanti particolari, o un personaggio inventato di sana pianta, rimane comunque un simbolo di ribellione.
Un simbolo di ribellione impresso nella mente del Popolo, un simbolo di ribellione contro il sistema vigente che crea diseguaglianza e ingiustizia.
Che sia vissuto o meno a Nottingham è presente nella loro bandiera cittadina.
Che sia stato crudele o meno, rimane un simbolo ed un esempio di generosità; una storia da raccontare e ri-raccontare a tutti i cittadini, in particolar modo ai giovani.
Robin Hood è ancora utilizzato, almeno in occidente, come termine per raffigurare una individuo che ruba ai ricchi, violando quindi la legge, per donare ai poveri; rimane un simbolo utilizzato da moltissimi Socialisti, specialmente i libertari e gli anarchici in quanto anti-autoritari in toto.
Perché l’Umanità, il Popolo, ha sempre avuto bisogno di storie di eroi da tramandare di generazione in generazione; per spiegare sotto forma di racconti, semplici ed intrattenenti per tutti, i problemi che affliggono la società, per diffondere speranza in un mondo migliore.

Fiducia nel progresso, positivismo e concezione darwiniana nella società vittoriana

L’ottocento è un secolo particolarmente travagliato: sommosse, guerre di indipendenza, avanzamento tecnologico, nascita del socialismo e molto altro.Sappiamo che, dopo il settecento, l’Inghilterra si era imposta come potenza economica. Sì, è vero, le guerre napoleoniche furono un notevole sforzo per i britannici e la perdita di (alcune) colonie americane fu un brutto colpo. Ma, nel complesso, la Gran Bretagna (che fino al 1921 comprende tutta l’Irlanda) è un paese forte.

LE INVEZIONI IN QUEL PERIODO

Nel 1803 Trevithick sperimenta le locomotive a vapore, che rivoluzioneranno anche la guerra di secessione americana, la prima in cui furono utilizzate le linee ferroviarie.Stephenson, qualche anno dopo, perfeziona le locomotive.Nel 1829 viene aperto il primo servizio per passeggeri, su linea ferroviaria (sebbene vogliano appropiarsi di questa invenzione i neoborbonici ).Già, perché nel 1870 le ferrovie trasportavano già 400 MILIONI di passeggeri all’anno.Nel 1863 apre la prima linea di metropolitana. Ma anche in campo delle telecomunicazioni l’Inghilterra spadroneggia: nel 1837 il telegrafo e nel 1840 il sistema postale.

I PROBLEMI DI LONDRA, ORMAI GRANDE METROPOLI

Londra, come le grandi città inglesi ed europee, è una metropoli di contrasti. Fascino e povertà.La grande esibizione del 1851 e la mancanza di fogne. La popolazione crebbe fino a 6 milioni, ben più di Roma oggigiorno.Ma l’aria era fortemente inquinata, solo più tardi fu creato un apparato di polizia (1829 da Sir Peel) e la mortalità rimase elevatissima almeno fino alla creazione delle prime fogne.Il tasso di criminalità era altissimo e le città erano divise in due : i sobborghi per i poveri operai sfruttati e i quartieri per l’alta borghesia e la nobiltà.

IL CONTESTO CULTURALE LONDINESE : RELIGIONE E SCIENZA

La religione era ancora propenderante, sebbene subisse colpi costanti dalla scienza e dal positivismo propenderante in quegli anni. Le opere di Darwin influirono moltissimo in questo periodo, una chiara sfida all’idee religiose che avevano dominato incontrastabilmente fino a quel momento.L’ottimismo è la parola che più descrive questi anni. Chi viveva in questi anni, e possedeva grandi ricchezze, era fiero del lavoro e dei suoi compiti. La classe borghese, la gentry, fu sicuramente quella che benefició di più di questi cambiamenti in quegli anni.

LA CONDIZIONE DEI POVERI E CIÒ CHE SI PENSAVA SU DI LORO

Il tasso di povertà era altissimo, i lavoratori erano sottopagati e lavoravano fino a 12 ore al giorno. Uno scenario da Amazon, insomma. La povertà era un crimine ed i debitori venivano mandati in prigione (caso più celebre i genitori di C. Dickens). Le classi elevate usavano ogni pretesto per ricordare come loro fossero differenti, come loro avessero rigidi codici etici da rispettare. Ci fu chi, però, si attivó (seppur minimamente) per i poveri. I metodisti per esempio. Essi credevano fortemente che la chiesa dovesse essere cambiata fortemente. Il più celebre fu Wesley, che credeva che la chiesa avrebbe potuto e dovuto creare un welfare al servizio dei poveri. Ma non fu il solo, Willbeforce ad esempio, fu uno dei più accaniti. Egli era già riuscito ad abolire la schiavitù nel 1807, con lo “Slave Trade Act”. Questi movimenti erano, ovviamente, intrisi di morale puritana ed abbracciavano le idee di quella classe media che si era formata: sobrietà, serietà, individualismo e tanta tanta voglia di lavorare (se si può usare questo eufemismo).

UTILITARISMO

Dall’altra parte, invece, si sviluppò l’Utilitarismo. Il fondatore di questa scuola di pensiero fu Bentham, il quale credeva che ciò che è utile è buono “useful is good”. La società vittoriana fu profondamente ispirata su queste tesi, che miravano alla massima felicità per il più grande numero possibile. Ad ogni modo, queste idee furono disattese e criticate per la loro negazione delle emozioni e considerate aride, prive di umanità. Charles Dickens, nel suo libro “Hard Times”, avrà modo di criticare Bentham spesso

L’ESPANSIONE DELL’IMPERO E LA FINE DELL’ERA DELL’OTTIMISMO

L’età vittoriana vide una grandissima espansione dell’Impero Brittanico.L’obiettivo principale era l’accesso alle materie prime, inoltre le colonie rappresentavano (nel panorama comune) un’opportunità per i più poveri in patria. Dall’inizio del 800 fino al 1914 emigrarono più di 1 milione di persone dall’Inghilterra, per recarsi in Canada ed in Australia.E, come negli Stati Uniti, anche nel Regno Unito si sviluppò un fenomeno particolarmente interessante: il “Britain’s Imperial Destiny”. Nel 1887, per commerare i 50 anni di regno di Victoria, vennero rappresentanti da ogni angolo dell’impero.Da qui si aprí una fase imperialista feroce, con le guerre dell’oppio, la guerra di Crimea e le guerre Boere.Tuttavia, alcuni paesi come l’Irlanda non erano nelle stesse condizioni. L’Irlanda era considerata inferiore e una devastante carestia, che perdurò dal 1845 al 1847, obbligò centinaia di migliaia di irlandesi ad emigrare negli USA.Ma l’ultimo periodo dell’età vittoriana si preannuncia, ben presto, travagliata.Il prezzo da pagare per mantenere l’impero efficiente era alto, dal 1878 al 1880 il paese fu attraversato da una profonda crisi economica che colpí soprattutto le classi popolari.Le quali, ormai esauste, cercarono vie differenti da quelle elettorali che non avevano mai cambiato la condizione operaia a fondo.Le teorie comuniste di Marx, pubblicate in quegli anni, aprirono uno spiraglio alle masse soggiogate.Il fabianismo, un’organizzazione di stampo socialista nata nel 1884, criticó fortemente l’ipocrisia della società vittoriana. La Fabian society fu il preludio per la nascita del Labour Party, il tutto caratterizzato da una visione più riformista e meno “rivoluzionaria” rispetto al Marxismo.Ma la sconfitta che ricevette questo tipo di società fu, soprattutto, di stampo culturale.Londra, come si è già detto, era una città dove vigeva un forte codice morale ma, al tempo stesso, circolava droga e la prostituzione era una pratica sdoganata.Autori come Stevenson e Wilde sottolinearono proprio questo aspetto, la doppia faccia di questa società.

IL DARWINISMO SOCIALE

Il darwinismo sociale caratterizza questi anni. Non solo in Inghilterra, bensì in tutta l’Europa circolano le idee di Lombroso e di H. Spencer. Quest’ultimo sosteneva come l’esistenza fosse una lotta, in cui il più predisposto vincesse sempre. Le sue teorie giustificarono il “Laissez Faire” e il conservatorismo, secondo cui la povertà e la disuguaglianza fossero qualcosa di normale. Visto che il destino delle persone era deciso da fattori biologici, perché lo stato doveva intervenire a favore di queste persone?

LA QUESTIONE FEMMINISTA

Durante l’età vittoriana le donne ricevevano Un’istruzione basilare, non potevano ovviamente votare, e le abilità da sviluppare erano principalmente due: essere buone madri e mogli.L’obiettivo era quello di ottenere una formazione migliore per le donne delle classi medio alte e, successivamente, il voto.Molte donne in questo periodo diedero un aiuto consistente alla causa femminista, fra cui Brönte, Wollstoncraft…

LE SUFFRAGGETTE

Formatesi nel 1866, chiesero subito di avere gli stessi diritti politici degli uomini. Questa petizione fu consegnata a J.S.Mill, il quale era a favore del suffragio universale. Ma il suo emendamento fu bocciato vigorosamente. Molte associazioni furono create, nel 1897 17 confluirono nella National Union of Women’s Suffrage Societies (NUWSS). Certo alcuni passi furono fatti: il Married Women’s Property Acts del 1870, del 1882 e del 1884 permise alle donne di mantenere le proprietà dopo il matrimonio.E la regina in tutto questo? Beh fu lei stessa che, nel 1870, si espose contro la proposta di dare pari diritti politici alle donne. A voi i commenti su questo “bellissimo” periodo storico.