Considerazioni sulla figura e sull’ideologia di Gheddafi nel cinquantunesimo anniversario della Rivoluzione libica del’69. Di Mustafa Rajab

Il defunto leader Muammar Gheddafi non era un “dittatore totalitario” non dissimile da Hitler, Mussolini e così via, come ci fece credere la propaganda dei media occidentali imperialisti. Infatti, dalla sua figura già si capisce molto: Gheddafi aveva l’uniforme del guidatore, guardava davanti e lontano da sè, era un uomo che si vedeva come un personaggio
grande del mondo, sicuro, forte, e coraggioso. Sembra che egli fosse veramente un eroe.


La sua epoca era circondata da importanti aspirazioni: Gamal Abd el-Nasser, il mito del super-uomo, il mito della Panarabismo, il sogno arabo dell’indipendenza e dell’unità araba. Egli, secondo un’opinione meramente logica, credeva molto nella Libia (oltre che nell’Africa, tema sul quale si parlerà anche successivamente) nuova, forte, una grande potenza militare ed economica nel mondo. Si può dire che questo è vero, quantomeno egli non era né traditore, né agente dei servizi segreti occidentali come alcuni altri, in particolare i suoi controparti dei presidenti arabi!!!


Oltre a tutto ciò, Muammar credeva in Omar al-Mukhtar ed era infatti Mukhtariano. Gheddafi sperava nella rivoluzione militare della Libia contro gli stranieri e i loro seguaci fedeli; era socialista e, in quanto all’azione, aveva tantissime idee. Come dice la storia, amava il pensiero socialista di Abd el-Nasser. Quest ultimo e Gheddafi erano molto amici e un pezzo del socialismo di Abd el-Nasser rimase sempre nella sua testa.


Questa, secondo noi, è la differenza tra Gheddafi e gli altri presidenti arabi. Egli sviluppa nella sua testa questa idea di Rivoluzione che può essere raggiunta solo attraverso il Socialismo, in quanto unica via possibile per il bene del popolo. La Libia, attraverso la Rivoluzione, sarebbe dovuta uscire dal secolo vecchio per entrare in quello nuovo. Generalmente, ogni cambianento simile porta alla violenza, ma egli non era violento: questo
almeno era il giudizio spontaneo estrapolato subito dopo la Rivoluzione bianca che guidò nel’69.

Ma non solo questo.


Anche Gheddafi era un uomo d’azione, nato per agire. L’avventura rivoluzionaria e le imprese militari mostrano benissimo questo. Egli da giovane si interessava per una Libia migliore di quella che fu nelle mani dei turchi, degli italiani, degli inglesi e del loro seguace, il re Idris. Gheddafi provò a ristabilire la pace nel popolo libico, volendo cancellare i ricordi brutti del periodo monarchico: la sovranità mancata, il domino straniero sul suolo libico, la miseria, la povertà e così via.


Da un punto di vista pratico, egli voleva costruire una nuova Libia e ben sapeva che per farla amare dal popolo libico doveva egli stesso amare la popolazione, per questo Gheddafi era considerato anche umano.
Grande era l’attenzione rivolta ai poveri di tutto il mondo, per i quali provava molta empatia e preoccupazione.


Egli studiava e ben capiva anche i problemi della gente, era infatti sempre vicino al popolo. Gheddafi era anche un uomo concreto: fare politica per lui significava fare qualcosa di reale per la gente e di fatto l’idea seguiva sempre l’azione. Costruire, pensare alla libertà del popolo, alla cultura, al progresso, ai miglioramenti, all’evoluzione, alla “democrazia diretta” e non simile a quella “falsa” del mondo occidentale: Gheddafi era questo, azione perché erano importanti per lui i fatti. Sotto questo profilo, in maniera solo oggettiva, si potrebbe ipotizzare che a Gheddafi non piacesse il potere e voleva rendere concretamente la Jamahiriya terra di eguaglianza nella cultura, nell’educazione, nella società. Si può affermare che molti libici oggi ricordano sempre Gheddafi e dicano sempre che egli era un grandissimo nazionalista che amava moltissimo il popolo libico. Ma anche da un punto divista pratico, fece molte cose positive per la Libia.

Di fatto, chi vi emigra per molti anni e chi vive in questo paese nordafricano conosce che cosa egli ha realizzato veramente per il suo popolo: l’istruzione, la sanità, l’ambiente, la solidarietà e la sicurezza sociale, la sicurezza alimentare, il fiume artificiale e molte altre cose. Basta
considerare, per esempio, che la Libia in quel momento stava vivendo «alti livelli di crescita economica».


Gheddafi, quindi, doveva fare questo, ma lui faceva così anche perché credeva così: un popolo diventa migliore quando vive meglio. Quando ha i mezzi per vivere meglio. Gheddafi, secondo le testimonianze raccolte, aveva imparato questo nella sua famiglia da bambino con l’aiuto del padre professore. Questa era l’educazione più importante che ha ricevuto. Gheddafi voleva una Libia notevolissima e abilissima per dimostrarla al mondo e conquistare un posto di rilievo tra i vari Paesi.

Va ricordato che la realizzazione di ogni progetto riformistico che avesse
permesso un incremento di ricchezza ad uno Stato già ricco come la Libia costituirà, come vedremo più avanti, nel 2011 uno dei motivi, oltre all’Unità del continente africano perorata da Muammar Gheddafi, che portò alla decisione di interrompere il benessere e la sovranità libica.
Sul fronte della politica estera, Gheddafi non approvava le potenze imperialiste. Ad un’analisi più attenta della sua azione politica estera, aveva capito che queste potenze volevano cacciarlo via perché considerato da tali come un vero avversario, il quale poteva avere impatto positivo sia in Africa che nel resto del mondo. Da questo punto divista, si può
affermare che le potenze occidentali avevano paura dei progetti di Gheddafi.

Ecco perché un uomo come lui non poteva essere d’accordo con le potenze imperialiste. Egli, infatti, voleva l’Africa unita politicamente e, soprattutto, forte economicamente (il fondo monetario africano, la banca centrale africana, la banca africana di investimento ecc.) in un mondo
dove vi è ormai solo la politica unipolare che si sintetizza nel dominio americano sul mondo. Dallo sviluppo di varie interpretazioni, si evince un dato essenziale: l’operato gheddafiano in terra africana fu senz’altro proficuo e notevole. Probabilmente lo sarebbe stato anche di più,
se il tempo e gli eventi avessero concesso a Gheddafi di completare il suo sforzo di sviluppo ed evoluzione.

L’Africa, era ( ed è ancora oggi) una terra sottomessa al giogo straniero e trasse indubitabili svantaggi dalla dominazione coloniale (oltre che neocoloniale). Il programma politico-economico di Gheddafi in questo continente, pertanto, era ben strutturato e si prefiggeva degli obiettivi talmente precisi e mirati che sarebbe assolutamente assurdo sospettare che esso fosse stato unicamente il frutto della cieca e ossessiva macchina
propagandistica del regime della Jamahiriya. Gheddafi si prodigò in questa terra per costituire una realtà parallela, ma contrapposta alla realtà imperialista di origine. Sempre soggetto a queste potenze, il leader libico non sembrava intenzionato a voler che l’Africa rimanesse per sempre sottomessa. L’idea di creare un dominio africano faceva di Gheddafi una personalità forte e decisa in senso politicamente rivoluzionario. La sua modalità di imposizione, dunque, poggiando su basi rivoluzionarie consolidate e rinsaldate della sua esperienza sia libica che araba, gli diede la possibilità di presentarsi come un pacifico innovatore del sistema mondiale.

Per tale ragione, la sua persona, come già detto, risultò ben accetta e il suo operato venne accolto in senso positivo della popolazione africana (così come tra molti della popolazione del nostro pianeta). Infatti, l’anima di questo modo di agire era sempre sottesa ad una innovativa forma politica
e sociale di relazione, esercizio del potere e sviluppo economico. La conclusione imparziale a cui si può giungere è che il defunto leader libico Muammar Gheddafi si impegnò in senso personale per l’Africa, per l’immagine del rivoluzionario evoluto nel mondo, nonché per la stessa terra libica. In questo triplice intendimento, non riducibile ad unità univoca, si salda il senso complessivo del motivo dell’inizio di una nuova era dell’intervento straniero, anticipato da Sarkozy e concluso dalla NATO e dai suoi alleati arabi. Tale azione (il colpo di mano della NATO, se cosi si può definire), guidata dalla Francia, dall’Inghilterra e, in un secondo momento dagli Stati Uniti, non aveva l’obiettivo di salvare i civili da un improbabile genocidio come in un primo momento fu dichiarato, ma solo quello del raggiungimento di obiettivi di natura geopolitica e neocoloniale.

1 thought on “Considerazioni sulla figura e sull’ideologia di Gheddafi nel cinquantunesimo anniversario della Rivoluzione libica del’69. Di Mustafa Rajab”

  1. Complimenti all’autore di questo articolo il cui pregio è l’assoluta oggettività dei numerosi punti di vista esposti. Un articolo di storia genuina scritto da un libico che ha vissuto intensamente e consapevolmente(dottorato in storia contemporanea) il perido gheddafiano così denigrato dalle potenze dominanti perchè ha effettivamente rappresentato un esempio vincente(sovranità assoluta e situazione economica e sociale invidiabile sotto ogni aspetto) rispetto a quelle nazioni cosiddette “evolute” che non vantavano gli stessi parametri socio economico politici. Un esempio di tale statura sia individuale(Muammar al Gheddafi) che sociale( la sicurezza economica e personale della Libia dal 1969 al 2011) non poteva continuare nella sua opera rivoluzionaria e quindi, con una fantomatica menzogna e una incredibile azione militare congiunta dalla NATO occidentale e, se non fosse bastato anche da quella dei paesi arabi proni al volere statunitense, Italia compresa grazie a una indefinibile figura quale quella di Napolitano, è stato abbattuto e ridotto in macerie.

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