Covid e diritto allo studio, di Leonardo Sinigaglia

Sia la Costituzione italiana, all’art. 34, sia la Dichiarazione Universale dei diritti umani, art.26, parlano chiaro: lo studio è un diritto. È quindi dovere dello stato garantire la fruizione di tale diritto. Ora, nonostante lo stato di emergenza, i diritti sono diritti. Già la limitazione alla libertà di movimento rappresenta un enorme perdita, ma la negazione del diritto allo studio rappresenta anche qualcosa in più, perché se per contenere una pandemia può essere imposto un “lockdown”, gli strumenti per consentire a tutti gli studenti di portare avanti la propria carriera universitaria o scolastica anche lontani dalle apposite strutture ci sono. La didattica a distanza, per quanto non paragonabile alle lezioni in aula, è lo strumento con il quale lo stato dovrebbe garantire il proseguimento degli studi. Ma c’è un problema. Per seguire le lezioni servono in ordine energia elettrica, un computer e una connessione internet. Tutte cose che costano. Sommiamo a questi costi i numerosissimi licenziamenti o serrate imposte alle attività commerciali e avremmo ottenuto serie difficoltà, se non impossibilità, per molti studenti a seguire in maniera costante e proficua le lezioni. Ma questo, fortunatamente, non è un problema insanabile: lo stato dovrebbe imporre ai fornitori la sospensione dei costi dei loro servizi, magari nazionalizzando pure queste aziende visto il loro ruolo ormai fondamentale. Si può fare? Assolutamente si. Esiste la minima volontà di farlo? Assolutamente no. Come sempre gli ostacoli non sono di natura economica (la stronzata delle coperture va bene solo per far sogghignare qualche strabico del comitato Ventotene), ma di natura politica. Almeno questa situazione spinge ad un ragionamento, che speriamo sia colto dagli studenti: se lo stato non interviene in economia i diritti fondamentali non possono essere garantiti, perché al mercato non interessano né questi, né la nostra dignità umana