Dal tradunionismo inglese al politicismo globale: due facce della stessa medaglia. Di Andrea Gallazzi

dal tradunionismo inglese…

Sono passati oltre 100 anni da quando Lenin, nel Che Fare?, critica aspramente l’”economismo” dei giornali socialdemocratici Raboceie Dielo e Rabociaia Mysl, e in particolar modo il direttore del Raboceie Dielo Martynov.

Infatti, in quel periodo si stava diffondendo una corrente all’interno del pensiero Socialdemocratico, nata dalla lotta riformista delle Trades Unions inglesi e che quindi prende il nome di tradunionismo, che auspicava unicamente ai minimi risultati possibili della lotta sindacale, la quale affermava che gli operai dovevano occuparsi delle rivendicazioni “che possono promettere risultati tangibili”, per citare lo stesso Martynov. In altre parole, gli operai devono occuparsi solo della loro lotta di fabbrica, ignorando la lotta politica, o al massimo occuparsi della politica solo se collegata alla fabbrica. Questa lotta puramente economica danneggia ampiamente il lavoro rivoluzionario, infatti, come dice Lenin, il Partito Socialdemocratico (che deve essere l’avanguardia), ha il preciso compito di istruire e guidare la classe operaia in tutto il territorio economico ma soprattutto politico, cosicché il proletario possa essere in grado di comprendere (e formulare) tutte le denunce politiche su ogni aspetto della società.

“A proposito, il solo giornale che prima degli avvenimenti della primavera ha chiamato gli operai a un intervento attivo in una questione che non poteva assolutamente far sperare loro “nessun risultato tangibile”, in una questione, cioè, come quella dell’arruolamento forzato di studenti, è stato l’Iskra. Immediatamente dopo il decreto dell’11 gennaio sull’«arruolamento forzato di 183 studenti», l’Iskra pubblicava un articolo sull’argomento prima che avvenisse qualsiasi manifestazione (n. 2, febbraio [2]) e chiamava apertamente «1’operaio ad accorrere in aiuto dello studente», chiamava il «popolo» a rispondere apertamente all’impudente sfida del governo. Domandiamo a tutti: come si spiega il fatto notevole che Martynov, il quale parla tanto di «appelli» e giunge fino a considerarli come una particolare forma di azione, non ha detto una parola di quell’appello? E dopo tutto ciò non è forse filisteismo l’accusa di unilateralità mossa da Martynov all’Iskra perché essa non fa abbastanza «appello» alla lotta per le rivendicazioni «che promettono risultati tangibili»?”

In questo particolare punto Lenin spiega bene come la lotta politica è essenziale, infatti, non è la lotta politica che deve agire sul campo economico ma è la lotta economica che deve agire sul campo politico, in modo tale che il proletario rivoluzionario si occupi tanto della lotta di fabbrica tanto di quella nazionale ed internazionale (come l’esempio portato da Lenin, dove gli operai devono esprimere solidarietà agli studenti), in tal modo la Rivoluzione non potrà mai essere fermata, in quanto la coscienza, politica ed economica, è ampiamente diffusa in tutto il proletariato.

al politicismo globale…

Nel mondo moderno, tuttavia, la questione si è ribaltata e la lotta economica, ormai ampiamente dimenticata o venduta ai capitalisti (sindacati confederali), è stata sostituita da quella politicista, e in particolare dalla lotta per i diritti civili. Questa lotta incentrata solo sulla politica (dei diritti civili) danneggia entrambe le rivendicazioni perché ignora completamente sia la questione di governo che quella economica.

La lotta per i diritti civili, sviluppatasi negli ultimi 60 anni, si concentra esattamente su quelle “rivendicazioni che possono permettere risultati tangibili” tanto osannate da Martynov e su quelle lotte delle “minime conquiste” che proponevano le Trades Unions inglesi. Questa falsa lotta ignora completamente i problemi reali proposti dalla lotta di classe. Le lotte, per così dire, “fucsia” sono principalmente: quella dell’ambiente, quella dell’antirazzismo, quella dei diritti LGBT e quella antipolitica/antideologica*. Quello che, tuttavia, non si riesce a vedere è che tutte queste lotte (tranne, logicamente, quella antipolitica/antideologica) sono intrinsecamente collegate alla Lotta di Classe. Il climate change non lo combattiamo con Greta Thunberg e Fridays for Future, in una lotta riformista che non guarda alla realtà delle cose, ovvero che l’inquinamento e la deforestazione sono dovute al 90% da grandi multinazionali, ma lo combattiamo con la lotta alla globalizzazione anarchica del capitalismo. L’antirazzismo non lo si combatte con l’integrazione (o, per meglio dire, assimilazione), ma lo si combatte con la lotta rivoluzionaria del socialismo africano panafricanista, mentre la lotta per i diritti LGBT è addirittura scontata e inesistente in un paese dove le masse hanno il potere.

La conclusione logica è che all’economismo della lotta minima e al politicismo antideologico l’unica soluzione è la Lotta di Classe, politica ed economica, guidata dai movimenti rivoluzionari che puntano a un serio cambiamento del mondo intero, tramite una lotta a oltranza del sistema vigente e per l’instaurazione di un sistema completamente diverso, quello del Socialismo, che punti al potere delle masse sul loro stesso destino.

Socialismo o barbarie!

*oggi la lotta principale portata avanti (consciamente e inconsciamente) dai vari liberal è la lotta all’ideologia, questa folle crociata si propone di sostituire alle “vecchie e superate ideologie” un pragmatismo fucsia che sia inserito in un contesto di sostegno e opposizione allo status quo. In quanto questa folle crociata si basa sull’opposizione alla politica e all’ideologia non ha assolutamente alcuno strumento per rovesciare lo stato attuale delle cose e quindi si fonda unicamente su una lotta primitivista che è funzionale agli interessi del Capitale, poiché “dimostra” che esiste la “libertà” di parola e manifestazione nelle “democrazie” liberali, quando invece sappiamo benissimo che quando si mostra un solo segno di una seria lotta politica e ideologica, quindi organizzata, che possa seriamente mettere a rischio lo status quo, lì inizia a mostrarsi quel regime distopico che tutti cercano disperatamente di dipingere di arcobaleno.