Democrazia: alcuni ragionamenti

La questione della lingua

Una parola non è che uno strumento, essa serve un fine che è la comunicazione di un certo contenuto. La scelta di un termine e la definizione che si da di esso sono strumentali al tipo di contenuto che si vuole comunicare. Non esiste nessun significato intrinseco, e tantomeno una naturale tendenza nella parola, che non ha caso necessitano per esistere di una mente umana che la componga, verbalmente o graficamente. Avendo come fine la comunicazione di un messaggio tanto soggetto a fraintendimenti più o meno voluti quale è quello di natura politica, è estremamente necessario fermarsi a definire i termini. Ci concentreremo ora su alcune parole necessitanti di definizione, la quale è da comprendere, per riuscire ad intendere i nostri successivi ragionamenti. Ciò che ci interessa non è la formalità, l’aspetto esteriore dei termini, ma il loro contenuto. Sentitevi dunque liberi, una volta letta ed intesa la sostanza, di sostituire al termine dato quello che più si confà alla vostra cultura e mentalità.


-Partito: vogliamo intendere con questo termine una particolare organizzazione sociopolitica a carattere gerarchico e verticistico, la quale si basa su vincoli di interesse materiale, ed inserita all’interno di una universale guerra di tutti contro tutti, data per assiomatica e, sovente, moralmente giustificata. Da questa guerra si vuole uscirne vincitori, mantenendo gli sconfitti in una posizione di inferiorità e di sudditanza. Il partito prevede un modello competitivo, che si fonda sulla discordia e che per essa vive. Diciamo “Partito” quella forza integrata all’interno di un sistema classista espressione degli interessi di un particolare gruppo, una parte, che vuole arrivare al vertice della piramide sociale senza intaccare le fondamenta di questa, ossia la natura competitiva e gerarchica. Un’organizzazione politica rappresenta in nuce un mondo che si vuole creare, un dover essere da imporre all’essere. Essendo il partito non indirizzato ad un cambiamento ma unicamente ad una diversa distribuzione del potere esso si può definire come l’organismo antipolitico per eccellenza.


-Democrazia: “potere del popolo”. Per attribuire un significato a questa parola è necessario prima di tutto definire i termini “popolo” e “potere”, per cui: -Popolo: Assieme di individui che sono, o si vogliono, liberi ed eguali, e che si definiscono storicamente con un passato ed un futuro comuni. Tale ente è delimitato nel tempo e nello spazio dai limiti della sua azione storica.
-Potere: facoltà di poter intervenire liberamente e senza costrizione alcuna, al di fuori del soddisfacimento dei bisogni naturali, sull’ambiente d’azione, sia esso esterno al soggetto o esso stesso. Si è potenti in ragione di quanto si è liberi, la capacità di esercitare tale potenza è detta sovranità.
Risolta questa questione possiamo passare al termine che mette in correlazione i due precedenti, ossia “democrazia”, che risulta dunque essere la capacità del popolo di intervenire spontaneamente su se stesso e sulla sua sfera d’azione senza restrizioni che il rispetto dell’altrui diritto di fare altrettanto, ossia di autodeterminarsi. Democrazia significa progresso di tutti ad opera di tutti, ossia l’assenza di classi sociali o di interessi divergenti, i quali generano per natura una situazione di guerra che impedisce l’esercizio della collettiva autodeterminazione. Significa perfetta comunanza d’intenti data dal riconoscimento dei propri diritti naturali e del limite di questi posto nell’altrui diritto. La democrazia è dunque definibile anche come l’assenza del conflitto e della competizione fra parti, poiché non prevede l’esistenza di queste. E’ l’antitesi del privilegio, poiché prevede la perfetta eguaglianza, poiché una disparità economica si traduce in disparità di potere politico. E’ l’antitesi del narcisismo individualista e del becero campanilismo, che maschera l’egoismo con il mantello di un simulato senso d’appartenenza comunitaria.
Con la questione terminologica risolta almeno in parte possiamo addentrarci in alcune brevi riflessioni su alcuni aspetti della situazione corrente.

Cretinismo elettorale

Oramai dovrebbe essere chiaro a tutti, ma tuttavia persiste l’esistenza di un forte zoccolo duro ancora convinto che all’interno del totalitarismo liberal-liberista le elezioni siano qualcosa in più che una semplice formalità, l’illusione del controllo popolare su una sovranità che è sempre con più insistenza rivendicata da gruppi privato aventi interessi propri e proprie agende. Abbiamo visto la privatizzazione della Banca d’Italia, abbiamo visto l’euforico ingresso nell’area euro, abbiamo visto la firma del Trattato di Lisbona e finanche la menzione in diversi articoli della nostra Costituzione dell’Unione Europea e delle sue direttive. Abbiamo visto interi pacchetti di riforme varati in ossequio a direttive di un organismo evidentemente di maggior peso come l’Unione Europea. In aggiunta a ciò, sul nostro territorio nazionale trovano riparo migliaia di soldati stranieri, intere flotte e persino armi nucleari. Serve una certa dose di coraggio per portare avanti con tutti questi dati evidenti il pensiero che basti raccogliere alcune migliaia di firme o di voti per poter liberarsi da tutte queste catene. Come se il processo fosse così lineare poi, come se per costruire il consenso non servissero ingentissimi mezzi di cui ogni forza che vuole porsi al di fuori di certe dinamiche di potere è destinata a rimanere totalmente sprovvista. Pensieri del genere possono nascere solamente in mancanza di una capacità d’analisi sistemica, dal concentrarsi sulla forma e non sulla sostanza dell’epoca storica da noi vissuta. Questo atteggiamento leguleio rende sterile ogni azione politica, ogni sano slancio verso il cambiamento, ogni energia riposta in un progetto. Certo, il partecipare alle elezioni garantisce una, seppur minima, visibilità, ma c’è da chiedersi se un progetto di crescita a lungo termine sia possibile visto il sempre più terribile potere degli oligarchi. Occorre aggiungere che questa comoda illusione che prevede unicamente lo sforzo propagandistico per assicurarsi la vittoria va spesso di pari passo al feticismo per mai esistiti “bei tempi andati”. Analizziamo un periodo diventato molto comune da idolatrare dopo l’introduzione della locuzione “sovranismo costituzionale” nella terminologia politica: la Prima Repubblica. E’ inutile dire che questi anni nulla ebbero di “glorioso”: i diritti sociali furono sì maggiori rispetto agli attuali, e sicuramente si riuscì a godere di un benessere abbastanza diffuso, ma ciò fu reso possibile da violentissime manifestazioni volte a contestare lo status quo democristiano. La Prima Repubblica è il periodo dell’IRI, del proporzionale puro e del boom economico, ma è anche il periodo degli anni di piombo, della Gladio, dell’ombrello della N.A.T.O, del terrorismo, della repressione, delle asprissime lotte sociali che sovente lasciavano morti per le strade, della rivolta di Reggio e della strage di Modena, degli accordi Stato-mafia e dei tentati golpe. Un conto è riconoscere le caratteristiche economiche e sociali di un dato periodo, elaborando quindi una critica storica che metta alla luce pregi e difetti, l’altro è il feticismo nostalgico che pone come fine un passato non solo inventato, ma materialmente non replicabile.

Individuo e comunità

L’esistenza di una dicotomia fra individuo e comunità è retaggio dei pensatori individualisti ed egoisti, i quali arrivarono all’estremo del solipsismo e al ritenere la comunità come una finzione. In realtà, come innumerevoli sapienti insegnano, da Proudhon a Pisacane a Mazzini, l’individuo non è soppresso o “castrato” dalla comunità, ma reso più libero, e di conseguenza più potente. La libertà cresce in corrispondenza dell’aumentare delle relazioni sociali che l’individuo stabilisce con i suoi simili, non rinunciando alla sua precedente libertà ma anzi aumentandola. Si potrebbe dire che sia proprio questo il ruolo dello Stato: non solo tutelare ma anzi aumentare la libertà d’ognuno, garantita da un patto sociale e dal vivere in comunità. Pensare che limitando la propria libertà si arrechi beneficio al gruppo è come pensare che si possa correre più veloce tagliandosi una gamba. La comunità è un’astrazione dell’individuo, il quale riconosce il proprio vicino come assimilabile a lui, vede in lui un minimo comune denominatore che permette di creare un concetto unitario che vada a mettere in correlazione tutti e due i soggetti. E’ d’uopo andare a contestare una popolare quanto stupida credenza, ossia quella secondo la quale l’astrazione non farebbe parte del reale. Per ridurre al silenzio ciò basta pensare alla vita quotidiana, come concetti astratti quali la famiglia, il denaro, una società per azioni, una legge e un titolo di studio riescano ad avere enormi ricadute sul reale nonostante il loro essere astrazioni, convenzioni sociali, pensieri sviluppatisi nella mente degli uomini e diffusi intorno a loro. L’astrazione non si ferma al singolo che scopre nel suo vicino un membro della sua famiglia, ma porta le famiglie ad unirsi formando città, le città nazioni, le nazioni l’Umanità. In definitiva, possiamo tranquillamente affermare che ogni attacco contro la persona sia un attacco non solo alla famiglia e alla nazione, ma alla totalità degli esseri, in quanto il singolo questi genera e in questi è contenuto.

Contro la gerarchia

Ogni ripartizione ineguale di potere fra gli uomini non è solo dannosa per la vita sociale, ma profondamente antidemocratica. Poco importa il titolo che si vuole dare ad un superiore: sia esso presidente, segretario, capo, duce, comandante la sostanza è una divisione verticale destinata a generare interessi contrastanti e dunque conflitto. Gli uomini sono eguali e liberi di natura, la nostra etologia vuole che ci si raggruppi nella maniera tale da garantirci le migliori possibilità di sopravvivenza, ed essa non è il potere del singolo sul gruppo, ma la sovranità del singolo su sé stesso, della comunità sulla comunità. Ogni livello della socialità umana ha una sua particolare sfera d’azione, ed entro questa sfera d’azione è giusto che agisca solamente il soggetto in questione. Tutto ciò che non inficia la comunità è lecito al singolo, tutto ciò che non arreca danno all’Umanità è lecito alla nazione, questo perché il limite della libertà è l’altrui diritto, di conseguenza non sono diritti il furto, l’omicidio e la schiavitù, ma anzi il loro contrario, ossia l’imposizione di un privilegio. Ovviamente all’interno della comunità ci si pone il problema del soddisfacimento di certi bisogni, sempre crescenti col passare della Storia. Dalle semplici necessità di cibo e riparo si è passati a dover regolare la distribuzione di beni in territori vastissimi, la riscossione delle tasse e il mantenimento di servizi di igiene pubblica. E’ lecito e giusto che ogni cittadino, ossia il libero uomo conscio dei doveri nati con la vita comunitaria, svolga la mansione a lui più consona, e che tragga da questa tutti i bene a lui necessari. Essendo la vita in grandi comunità estremamente complessa, è legittimo che esistano commissari deputati dalla comunità stessa a svolgere particolari compiti, siano essi il regolare gli orari dei treni o a condurre trattative commerciali. Questi commissari non devono però essere dotati di per sé di nessun potere al di fuori del mandato concesso dal popolo per un particolare compito da svolgersi in un particolare tempo, devono essere in ogni momento sindacabili e revocabili dalla loro posizione. Il potere del popolo su sé stesso deve essere assoluto, non esiste carica che il popolo debba valutare come “superiore” a quella del cittadino normale, ossia dotata di diritti maggiori.

Libertà e sacrificio

Da ciò di cui abbiamo discusso prima se ne può dedurre che una mutilazione della libertà del singolo non rechi giovamento alla comunità, ma che anzi la libertà di questa venga in modo proporzionale ridotta. Di conseguenza una riduzione della libertà non si traduce in un sacrificio, ma in un attentato alla vita pubblica. La parola “sacrificio” deriva dal latino, e significa “rendere sacro”. Ciò di cui l’uomo si negava in favore di un qualcosa di maggiore, sia stato cibo, capi di bestiame o anche la vita, era ritenuto reso sacro dal gesto. Elementi fondanti di questo processo erano la sua spontaneità del dono e il suo valore in termini di lavoro, di attaccamento o di importanza. Il sacrificio non era automutilazione, ma rinuncia ai frutti del proprio lavoro, della propria fatica, della vita. Esso si traduce nell’impegno quotidiano, nell’instancabilità, della repulsione verso la pigrizia. Si traduce nella scelta di inserire in una scala valoriale ben precisa ciò che è dovere e ciò che è superfluo, sacrificabile. Impegnandomi per la comunità, combattendo pro aris et focis non perdo una libertà individuale per guadagnare un potere collettivo, ma aumento la mia libertà e con essa quella della mia comunità

5 punti per l’azione politica

Vogliamo elencare sommariamente 5 consigli che ci sentiamo di fare a noi stessi e ad ogni nostro interlocutore, 5 punti essenziali e semplici per la correzione dei vizi ai quali si può andare naturalmente in contro, ancora di più in questi tempi bui che suscitano reazioni retoricamente estremistiche ma sostanzialmente “conservatrici”.
1-Rinunciare ad ogni aspirazione ad un ruolo messianico, prendere coscienza che l’agire del singolo per essere fruttuoso deve essere inserito in un contesto comunitario, così come quello comunitario deve essere posto in un contesto più ampio.
2-Bando al feticismo e all’idolatria. Non c’è bisogno di santini o di madonne, non serve ricordare improbabili età dell’oro. Serve una presa di coscienza del presente, il porre questo in continuità col passato, il rifarsi creativamente e criticamente ad esso, senza erigere altari, poco consoni ad un popolo che si vuole civile.
3-Non avere paura dei termini. Lasciamo le coscienze spaventate dai toni a sé stesse, esse non sono soggetti storici, ma spettatori passivi. Chiamiamo le cose per quello che sono, con intelligenza ma senza paura di causare turbamenti negli animi degli insicuri. Questo è l’unico modo per costringerli a prendere campo: porli davanti ad una scelta.
4-Aprire gli occhi sul mondo che ci circonda. Farsi illusioni di improbabili intercessioni divine, capovolgimenti improvvisi o altre sciocchezze è assolutamente controproducente. Siamo in una situazione estremamente difficile dove solo ancora per poco saranno rispettate certe formalità “democratiche”. Prendiamone atto e agiamo di conseguenza, i nostri discendenti chiederanno conto delle nostre azioni.
5-Sentirsi parte del tutto, non parte fra le parti. Ogni ente è scomponibile, ogni ente è assimilabile ad altri per arrivare ad un ente maggiore. Non esiste contraddizione in ciò, anche se avviene tutto al contempo. Prendiamo atto di questo, prendiamo atto che la nostra individualità esiste come collettività di livello minore, e la nostra collettività come individualità di livello maggiore.