Dove va il Fronte della Gioventù Comunista? di Filippo Dellepiane

Tutti abbiamo assistito alla rottura fra Fronte della gioventù comunista (Fgc) e Partito comunista (Pc) —quello con Marco Rizzo segretario, per capirci.
Alcuni militanti si sono visti crollare addosso un mondo che credevano intoccabile  (a dimostrazione della bassezza, dal punto di vista politico, del nostro tempo). Oltre alle dinamiche personali, che accompagnano sempre le fratture politiche, nelle scelte di Fgc ritroviamo i cliché della sinistra degli ultimi decenni.

I giovani Mustilliani (Mustillo, volpe particolarmente astuta che ha attraversato tutta la via crucis seguita alla decomposizione di Rifondazione Comunista) hanno sbagliato tutto o quasi.

Non si tratta certo di fare l’apologia di Rizzo, il quale ha limiti enormi ed è sicuramente un personaggio camaleontico, bensì di constatare la mancata maturità politica di questi giovani comunisti i quali, detto francamente, o non hanno letto i mostri sacri, i maestri del socialismo, oppure per dolo agiscono in tal modo.

Partiamo dunque con l’analisi degli errori più grandi commessi, anche a livello strategico.

Sull’Unione europea

La questione è semplice, è Fgc a volerla rendere complessa, in modo tale che la loro teorizzazione sembri più approfondita ed avvalorata da chissà quali teoria rivoluzionaria. Molto semplicemente? Seguendo la loro linea del “prima il socialismo poi l’uscita dall’euro”, oltre a dover aspettare almeno 200 anni, l’unica via d’uscita possibile è una rivoluzione europea, del tutto infattibile.

Infattibile perché il panorama europeo è costellato da differenti culture e peculiarità, da contesti sociali e politici fortemente diseguali. Oppure, se si è fortunati, si dovrebbe sperare che siano i padroni europei a farla cadere questa struttura, col che sarebbero evidentemente loro a decidere cosa ci sarà dopo (altro che rivoluzione socialista!).
Risale oltretutto a questa questione (L’Unione europea) il primo compromesso fra Pc e Fgc, che contenva in nuce i motivi della successiva frattura.

Come non dare ragione al Pc nel momento in cui afferma che un’uscita, in qualsiasi maniera e da qualsiasi parte, è più benefica dello stazionamento in questa unione a due velocità e due livelli.
Per di più, negare come fa Fgc le differenze sostanziali fra i paesi mediterranei e quelli dell’asse nordeuropeo a trazione tedesca, è quanto mai ingenuo e fuorviante.

Sulle alleanze

Su questo punto non vorrei dilungarmi troppo, anzitutto perché le piazze, le manifestazioni parlano da sé. Secondariamente, perché si tratta di dinamiche interne che poco ci interessano se non per capire l’andamento generale, ovvero un indebolimento sostanziale e una sclerotizzazione della struttura di Fgc sempre più incentrata nella regione Lazio. Ma questo è secondario.

Mi limito a constatare il lento ma progressivo avvicinamento di Fgc ai cascami della sinistra radicale la quale, in nome di uno sterile operaismo, accusa di “rossobrunismo” chiunque ponga al centro la battaglia per la sovranità nazionale e popolare.

Ne consegue una linea politica che respinge ogni alleanza che non sia il famigerato (e astratto) “fronte unico di classe”.

Questo credo sia il punto generalmente più critico, poiché denota scarsa capacità di analisi da parti di questi marxisti del III millennio che, oltre a non comprendere come nella situazione peculiare italiana debba essere reinventato (temporaneamente) il concetto di socialismo, commettono errori già ampiamenti criticati e trattati dal grande personaggio cosmico-storico del ‘900, Lenin, il quale non avrebbe avuto problemi a definire la linea di Fgc come economicistica e scorretta.

Egli, infatti, ebbe modo svariate volte nel “Che Fare?” di sottolineare l’erroneità dell’idea che la “lotta economica e sindacale” dei lavoratori sfoci automaticamente nella lotta politica per il socialismo.
Analizzerei la questione da più punti di vista: il primo ovvero l’abbassamento della lotta politica ad un mero sindacalismo (“tradeunionismo”).

Secondo Lenin e secondo noi, “la lotta per soddisfare le richieste economiche”, di per sé, non necessariamente fa fare un passo avanti alla lotta politica per il socialismo.

Non solo, Lenin insiste sulla necessità, per i rivoluzionari, di infilarsi in ogni battaglia politica importante, in ogni vicenda che riguardi non solo gli operai ma pure le altre classi (qui, poi, ci ritorneremo).

Se Lenin fosse tra noi e dovesse parlare del Fgc, criticherebbe “una limitatezza non solo dell’azione politica, ma anche del lavoro organizzativo”.
Quello che sembra mancare, fortemente, è “un’organizzazione di rivoluzionari capace di garantire alla lotta politica l’energia, la fermezza e la continuità”.

“La crisi la paghino i padroni”, sul piano pratico, cosa vuol dire? Che significato ha? Espropriazione generalizzata? Piani per aumenti dei salari?

Sui  rigurgiti di operaismo/una critica ai sindacati a partire da Gramsci

Anche questo punto va per forza toccato, e non solo perché risulti astratto parlare di rivoluzione operaia nel XXI secolo — ricordiamo che la Rivoluzione russa (ad esempio) fu soprattutto militare e contadina.

Al fondo della visione di Fgc c’è la concezione secondo la quale gli operai possiedono, intrinsecamente, la coscienza di classe.

Un errore comunissimo nella sinistra del nostro paese, lampante durante gli anni 70.

E’ un errore pensare ciò perché, se è vero che la classe operaia sia più predisposta ad una coscienza di classe, oggi le cose sono enormemente cpiù complicate — Lenin, direbbe “gli operai possono formare i sindacati ma hanno bisogno di un aiuto esterno, intellettuale, per maturare coscienza”) .

E la colpa non è certo del lavoratore della fabbrica, questo è chiaro.

La colpa è dei quadri politici che non comprendono come il terreno delle fabbriche sia minato e che, perdonatemi se sono brutale, le varie agitazioni non sono che frutto dello spontaneismo e di un ribellismo che ha poco respiro.

E allora, citando nuovamente Lenin: “nei paesi europei più avanzati si può osservare ancora adesso che la denuncia di intollerabili condizioni di lavoro in qualche “mestiere” poco noto, o in qualche branca di lavoro a domicilio a cui nessuno pensa, diventa il punto di partenza di un risveglio della coscienza di classe, l’inizio di una lotta professionale e della diffusione del socialismo”.
Direi che non c’è nient’altro da aggiungere se non comprendere come la via verso cui Fgc sta andando è un vicolo cieco. Ma, sia chiaro, qui non si parla di un aut-aut “o gli operai o i piccoli borghesi proletarizzati”.

Qui chi opera la scelta estrema è proprio questa sinistra radicale, fottendosene delle categorie pauperizzate come le partite iva e i commercianti, tutte bollate spregiativamente come “bottegai”.
E’ un fatto che le fabbriche siano ormai in mano alla Lega, non solo per le capacità istrioniche e populiste di Salvini, ma a causa dei tradimenti dei sindacati e dei partiti di sinistra.
Come pensa il Fgc di guadagnare consenso nelle fabbriche se si accusa Rizzo di guardare troppo alla sua destra solo perché considera decisivo stabilire un rapporto con questi operai che hanno votato per Salvini?

E’ un fatto (soprattutto dopo il colasso del M5S) che il mondo operaio è egemonizzato dalla destra.

Chi voglia davvero trovare consenso tra gli operai deve non solo trovare il linguggio gisto, ma anche il metodo giusto.

Il Fdg commette lo stesso errore storico della sinistra agli inizi degli anni 20: parlo non solo del “massimalismo” ma del settarismo del PCdI bordighista che rifiutò ogni alleanza con gli Arditi del Popolo, malgrado essi fossero la prima linea della lotta antifascista.

E perché nessuna alleanza? Perché era un movimento…. “ribellista piccolo borghese”.

Sulla questione sindacati darei la parola a Gramsci, che di quel periodo fu protagonista.

Egli diceva “la teoria sindacalista ha completamente fallito nell’esperienza concreta delle rivoluzioni proletarie. (…) Lo sviluppo normale del sindacato è segnato da una linea di decadenza dello spirito rivoluzionario delle masse (…) Il sindacalismo si è rivelato nient’altro che una forma della società capitalistica, non un potenziale superamento della società capitalistica. (…) Essi organizza gli operai non come produttori, ma come salariati, (…) come venditori della merce lavoro. (…) Il sindacalismo unisce gli operai a seconda della forma che loro imprime il regime capitalista, il regime dell’individualismo economico” e ancora “il sindacato è obbiettivamente nient’altro che una società commerciale, di tipo prettamente capitalistico (…)”.

Si dovrebbero dunque capire i  limiti insuperabili della lotta sindacale, nonostante formazioni come SiCobas siano CERTAMENTE più validi dei sindacati confederati.

Infine la questione del patriottismo.

Punto che a torto si considera secondario.

I gruppi della sinistra radicale, non solo quelli schizzinosi e fighetti, hanno cancellato la parola patria dal loro vocabolario — sarebbe “reazionaria”.

Ecco così che pur di fare l’inciucio il Fgc ha fatto sparire il patriottismo dalla sua propaganda.

E’ il prezzo che Mustillo ha deciso di pagare per “sdoganarsi” e potersi quindi alleare con la sinistra sinistrata e radicale.

Saltuariamente, in maniera vaga, Fgc tira fuori l’argomento, ma solo in riferimento alla lontana Resistenza e ai paesi ancor più lontani dove, sì, il patriottismo sarebbe lecito.

Qui in Italia no, malgrado anche i sassi abbiano capito che l’Unione europea sia una gabbia liberista in cui non c’è spazio per la democrazia e la sovranità popolare. Qui in Italia no, malgrado sia evidente che l’eventuale uscita da questa gabbia rappresenti un colpo mortale sia all’élite eurocratica che alle italiche classi dominanti. Sconfitta che darebbe dunque nuova speranza alle classi subalterne, abituate negli ultini decenni solo a subire schiaffoni.

Ho la supponenza di dirlo: Fgc va e verso il tramonto. Un’altra stella nel firmamento, più spento che mai tranne possibili fiammate in autunno, della sinistra radicale italiana.

Concludo dicendo che ho citato soprattutto Gramsci e Lenin non perché non abbia altri punti di riferimento ma proprio perché Fgc li considera (a chiacchiere) i propri maestri.

E allora, come direbbe Mao, siccome le teorie vere hanno un risvolto pratico, credo che ai compagni di Fgc tocchi il dovere di una rilettura attenta degli insegnamenti dei maestri del socialismo, italiano e internazionale.

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