Elementi di teologia salviniana

Come nascondere a te stesso e a coloro che ti seguono l’assoluta contraddizione fra le posizioni sostenute idealmente e quelle supportate nella prassi? Semplicemente chiamando in causa sempre più improbabili “strategie”! Da quando la Lega con Salvini ha retoricamente abbandonato i propositi secessionisti per darsi al progetto “sovranista” si sono moltiplicate le schiere di coloro che vedono nel padano amante delle felpe una figura messianica, un moderno redentore che sa però farsi volpe, colpire “il sistema” dall’interno, furtivo come un ninja. Da qui ogni sparata palesemente europeista di Matteo Salvini diviene non una prova contraria, ma anzi un rafforzamento delle tesi imbelli che se da un lato riescono nell’impresa di mantenere assieme credibilità e ruolo, dall’altra evitano ad una parte consistente dell’elettorato un’amara presa di coscienza. Draghi presidente della Repubblica? “Why not?”. Scudo fiscale per le multinazionali che avvelenano, umiliano e ricattano il popolo? Ma certo, così si “difende il lavoro”. Ed ecco avvenuto il miracolo eucaristico difronte a tutti i suoi fedeli: lo schietto europeismo è diventato “sovranismo”, il servilismo nei confronti dei capitalisti diviene amore per il popolo minuto, mentre il patriottismo è creato a partire da progetti secessionistici. Basterebbe un semplice ragionamento, un bambino che gridi “il re è nudo!”, ma nulla, tutto si perde nella misticità dell’attimo, fra una felpa recante il nome di un piccolo comune e la condivisione virtuale dei pasti. Basterebbe alzare gli occhi, capire che i “pieni poteri” sono antiteci alla democrazia tanto quanto il potere fisiocratico dei ricchi, che i manganelli stanno alla sicurezza quanto il fuoco ad una casa di legno, ma meglio tenerli chiusi a sgranare il rosario: forse, riaperti un giorno, ci si troverà nel Paradiso Terrestre.

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