Esportazioni e sviluppo industriale

Vuoi bloccare lo sviluppo economico di uno stato? Rendilo un’esportatore, fagli impiegare la sua forza lavoro nel soddisfare la domanda estera, senza aver riguardo per il mercato interno, lo stato occupazionale e lo sviluppo dell’industria. Ciò ci appare vero sopratutto oggi, con paesi-reggenze neocoloniali sparsi un po’ in tutta l’Africa e il Sud America impiegati in una certosina opera d’estrazione di materie prime, le quali arricchiranno le compagni occidentali. Ciò costringe le economie nazionali a focalizzarsi su una domanda che, nel lungo periodo, porta alla sterilità economica. Esistono anche esempi storici degni di nota, di paesi che videro un declino o si negarono qualsiasi possibilità di divenire potenze industriali proprio a causa della necessità di soddisfare richieste estere di materie prime e dall’impossibilità di lavorarle in loco. Questi casi sono la Poloni, il Portogallo e l’Italia dell’epoca moderna, le quali dovettero rispondere alla richiesta dei “big” dell’epoca (Francia, Inghilterra e Olanda) di grano, olio, vino e tessuti grezzi. Il Marchese di Pombal, nel 1703, al culmine di questo processo, annotò:” Due terzi di ciò che abbisogna il Portogallo sono forniti dall’Inghilterra. Gli inglesi producono, vendono e rivendono tutto ciò che il Portogallo abbisogna mentre le antiche manifatture portoghesi sono state eliminate”. Tale processo di distruzione dei concorrenti minori è connaturato all’essenza della competizione capitalistica, come connaturato ad essa è sempre l’espropriazione, volontaria o coatta, delle risorse di un territorio. Oggi vediamo simili dinamiche ripersi, con rare eccezzioni di personale tecnico autoctono formato da stati stranieri, come nel caso degli investimenti cinesi in Africa.

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