Femminismo e Rivoluzione: un connubio ancora possibile? di Zelda

Il discorso femminista è all’ordine del giorno ed è il modello femminista liberale che filtra attraverso i mass media, i talk show politici e i social a farla da padrone. La donna emancipata dell’immaginario mediatico esercita ruoli di preminenza sociale e assume, nella sfera privata, atteggiamenti e inclinazioni ritenuti tradizionalmente maschili: si è semplicemente attuato un ribaltamento dei ruoli all’interno dei tradizionali rapporti di genere. Non mettendo in discussione le pratiche di dominazione di cui il genere femminile è stato storicamente vittima, le riproduce e le cristallizza: la mercificazione del corpo, il dominio sessuale e la subalternità economica diventano mezzi di affrancamento sociale. Si innesca così un paradossale meccanismo che fa dell’antico dominato il nuovo dominatore.


All’interno del dibattito politico e giornalistico l’emancipazione è vista infatti come conquista da parte della donna di posizioni elevate nella gerarchia sociale. Con la retorica delle “quote rosa” la maggior conquista per l’emancipazione femminile è identificata con l’assegnazione di incarichi di governo o di dirigenza alle donne in quanto tali, a discapito di quelle politiche di protezione sociale che potrebbero costituire, al contrario, una base reale e democratica di emancipazione di tutte le donne. Su questo terreno va rilevata poi la contraddizione fra il perseguimento di politiche pubbliche volte alla conservazione di un ruolo tradizionale della donna – quali campagne della fertilità e tagli alla spesa sanitaria – e l’affermazione di leadership femminili come promotrici di questi stessi provvedimenti. Questa versione del femminismo diviene dunque uno strumento di perpetuazione di politiche di disuguaglianza sociale, che finisce per rendere più presente piuttosto che superare tutto il peso della discriminazione.
Il discorso pubblico sul femminismo è dunque integrato con il sistema del capitalismo liberale.


Ci si può chiedere se sia possibile il superamento della discriminazione di una parte del corpo sociale lasciando sostanzialmente immutate le fondamenta di quella stessa società che rende possibile tale discriminazione e la risposta è retorica: ignorando le condizioni strutturali in cui si produce una disuguaglianza sociale, qualsiasi rivendicazione finirebbe per essere inefficace o, peggio, complice.


Un punto di partenza si avrebbe muovendo da un’analisi profonda del ruolo che il genere femminile svolge all’interno della società stessa, dando uno sguardo storico veloce: attualmente le correnti opposte, tra le varie articolazioni secondarie, sono quella liberista e quella radicale. La prima trae origine dalla cosiddetta prima ondata di femminismo, dagli ultimi decenni dell’Ottocento e nel primo ventennio del Novecento.


Il femminismo liberale non vuole modificare la società capitalista, ma migliorarla e si batte per la libertà e l’autodeterminazione dell’individuo. Harriet Taylor e John Stuart Mill, nella loro opera L’emancipazione delle donne, rifiutano la presunta inferiorità femminile per natura. Per liberare le donne propongono un’eguale educazione scolastica ed universitaria, una paritaria rappresentazione sociale e politica, l’acquisizione del diritto di voto, l’accesso alle professioni mediche, legali e religiose e la possibilità di intraprendere attività economiche. Inoltre, credono che l’emancipazione si realizzi anche nella liberazione delle donne dagli obblighi familiari.
Dagli anni ’20 agli anni ’60 del Novecento si afferma la cosiddetta “seconda ondata”, e nasce il femminismo radicale. A differenza di quello liberale, crede nell’esistenza del patriarcato, un sistema di oppressione secolare che colpisce le donne. Si rifiuta la famiglia come istituzione ed il matrimonio e si batte per l’eliminazione del genere.


Se guardiamo infatti alle origini del discorso che collega il femminismo al socialismo possiamo concentrarci su Aleksandra Kollontaj, una delle “donne più importanti tra i rivoluzionari marxisti”, con i quali ha condiviso la formazione, le esperienze del carcere e dell’esilio, l’attività di studio e di organizzazione delle battaglie della classe operaia a cavallo fra il XIX e il XX secolo. Una delle prime ad aderire alle Tesi di Aprile di Lenin, partecipò a tutti gli eventi dell’anno della rivoluzione, fino ad essere nominata, unica e prima donna, nel governo rivoluzionario, come commissario del popolo all’assistenza. Era strenua sostenitrice dell’amore libero, il che poteva realizzarsi solo tra individui liberi e contrastava con una società come quella della Russia del tempo in cui il vincolo del matrimonio era solo l’affermazione e la realizzazione  della prigionia e dello sfruttamento della donna. Nel 1923 una rivista pubblicò la sua lettera Largo all’Eros alato, un discorso ai giovani in cui parlava di praticare in modo libero e puro l’amore e gettava le basi per una società diversa, libera, appassionata e rivoluzionaria.


Si sente la necessità al giorno d’oggi di dar luogo ad un’efficace ripresa dell’antica sinergia tra femminismo e anticapitalismo e sembrano dunque profetiche le parole della Kollontaj:
« Per quale motivo la lavoratrice dovrebbe cercare un’unione con le femministe borghesi? Chi, in realtà, avrebbe da guadagnare in caso di una simile alleanza? Certamente non la lavoratrice.»

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