I Savoia, macellai di Genova

Una certa retorica liberale e conservatrice ha da sempre propagandato casa Savoia come baluardo della libertà italiana, scambiando per supporto ideale quello che in realtà non è stato che bieco machiavellismo. Il Regno di Sardegna, con la sua liberaleggiante estensione dei privilegi aristocratici alle classi mercantili, non presentava che differenze formali rispetto ad altri dispotismi ad esso contemporanei, come il Regno delle Due Sicilie e l’Impero asburgico. E’ bene ricordare che alle elezioni politiche del 1849, furono 82.369 gli aventi diritto al voto su di una popolazione di circa 7 milioni di individui, e tutto questo mentre nella Roma insorta si decretava il suffragio universale.

I Savoia sono sempre stati indefessi nemici del popolo italiano, della libertà e della democrazia. Non è nostra intenzione ora ricordare le sanguinose repressioni a danno dei lavoratori che macchiarono interi decenni della parentesi monarchica, né delle persecuzioni ai danni dei patrioti che si protrassero fino alla dissoluzione del Regno, quanto ad un fatto meno noto ma assolutamente esemplificativo della condotta dello stato nei confronti dei “regnicoli”, ossia la cruenta repressione dei moti di Genova.

La città Ligure, insorta contro la Corona a causa dell’ignominia e dell’insostenibilità delle condizioni sancite dall’armistizio di Vignale, nel quale si era anche ipotizzata la cessione agli Asburgo del porto della stessa, venne prontamente attaccata dagli eserciti piemontesi che, perduta la guerra contro l’invasore, si prodigarono a cercare riscatto per la loro gloria nel massacro di altri italiani. Il Generale La Marmora, non volendo affrontare le migliaia di volontari e di militi della Guardia Nazionale, ordinò il bombardamento della Città, coadiuvato da alcune navi inglesi. Occupato il sistema di fortificazioni che già cingeva Genova, i mercenari dei Savoia fecero piovere sulla città centinaia di bombe che, colpendo l’abitato senza risparmiare nemmeno gli ospedali, in meno di 36 ore uccisero 400 cittadini.

Vinta la resistenza dei patrioti, La Marmora diede mano libera ai suoi uomini per un’intera giornata, nella quale si compirono efferati crimini, saccheggi ed orrende violenze. “[…] che ella (la città di Genova, nda) impari per una volta finalmente ad amare gli onesti che lavorano per la sua felicità e a odiare questa vile e infetta razza di canaglie di cui essa si fidava e nella quale, sacrificando ogni sentimento di fedeltà, ogni sentimento d’onore, essa poneva tutta la sua speranza.”: così un festante Vittorio Emanuele scrisse, in francese, al Generale la Marmora. Genova avrebbe dovuto “imparare ad amare gli onesti che lavorano per la sua felicità”, pena lo sterminio.

Durante questo infame attacco cadde anche il patriota Alessandro De Stefanis, repubblicano, decorato a Custoza, che ferito durante uno scontro a fuoco nei pressi di Forte Begato venne rintracciato da una pattuglia nemica e ucciso a bastonate. Chiunque si ostini a propagandare i Savoia come eroi nazionali abbia ben presente il sangue da loro versato per realizzare le proprie ambizioni dinastiche