Iconoclastia: statue ed odio. di Eros R.F.

Si sta discutendo molto in questi ultimi giorni sull’abbattimento delle statue rappresentanti personaggi storici “ambigui”, esplicitamente razzisti o addirittura schiavisti: c’è chi sostiene che vadano abbattute tutte le statue raffiguranti questi soggetti e chi, invece, afferma che le statue rappresentino il ricordo, la storia di un Popolo, e che sia ingiusto rimuoverle. Mi ha dato una vaga impressione che sia da una parte che dall’altra si dia un analisi errata della situazione.

Innanzitutto, come già detto diverse volte da noi e da altri Socialisti e Comunisti, è palese che la rivolta in atto negli Stati Uniti d’America sia frutto di 400 e passa anni di sfruttamento, 200 anni di imperialismo, e 100 anni di consumismo sfrenato; la rivolta è dunque indiscutibilmente popolare, e affermare che tutto ciò che sta accadendo sia nato “semplicemente” da un omicidio (con sfondo razziale) da parte di un poliziotto è non solo da superficiali, ma da ignoranti e nel peggiore dei casi da collaborazionisti.

La rivolta è popolare ed è nata sia da una ribellione da parte della comunità nera, sentendosi oppressa dal punto di vista razziale, e sia dai poveri in generale, che hanno ormai, finalmente, sviluppato coscienza di classe. Sviluppare una coscienza di classe però non include necessariamente una presa di coscienza politica. Questa è altrettanto indubbio che manchi alla maggior parte dei Cittadini americani; e visto che non hanno alcuna valida organizzazione politica, con un piano politico-economico socialista e ben definito, personalmente – e credo che su questo concorderanno in molti – non vedo alcuna via d’uscita per il Popolo insorto. Ribadire il fatto che la rivolta abbia uno stampo popolare è fondamentale per affrontare la questione, tuttavia non voglio esporre qui tutti i modi in cui potrebbe andare a finire negli Usa, in quanto ciò di cui voglio parlare è invece la questione delle statue, come accennato più sopra.

La principale argomentazione che usano i conservatori è che le statue siano opere d’arte, che rappresentino la storia, i ricordi di una Nazione e, bene o male, vanno mantenute per, appunto, “ricordare” sia i momenti bui che i momenti prosperi. È comunque errato far di tutta l’erba un fascio, ed attribuire a tutte le statue la stessa funzione. Così come un quadro può avere un carattere ornamentale, ma con funzioni religiose, funzioni puramente decorative o puramente storiche, allo stesso modo le statue possono avere una funzione storica oppure onorifica.

La funzione può variare col tempo, con l’evolversi della società, e questo è altrettanto indiscutibile. Il Colosseo è passato dall’essere un edificio architettonico creato col fine d’intrattenere, fino a passare all’essere un edificio puramente storico – visto che il tipo di intrattenimento che ospitava è ormai considerato, giustamente, incivile e barbarico.

Lo stesso discorso è applicabile alle statue: una scultura eretta ad Adolf Hitler durante la seconda guerra mondiale avrebbe una funzione onorifica: un personaggio degno d’onore, da rispettare pubblicamente e, una volta morto, da ricordare con nostalgia. Finita la guerra, la statua perde la propria funzione, e in quanto la memoria dei suoi gesti è ancora vista particolarmente negativamente – visto che un secolo non è poi un periodo così lungo – questa non raggiunge, senza esser prima decapitata od interamente distrutta, una funzione storica.

La statua può raggiungere una funzione storica se: 1) il suo valore storico ed artistico ha ormai superato il livello di discordia e ribrezzo che suscita alla maggior parte della popolazione; 2) è posta in un luogo privato, correlato all’epoca discutibile in cui è stato eretto – ad esempio una statua dello tsar nel giardino della propria abitazione regale –, o comunque in un luogo pubblico che non abbia un valore profondamente popolare – quindi escludiamo piazze, parchi particolarmente importanti, o statue poste di fronte ad edifici istituzionali.

Non ha senso distruggere una statua di Giulio Cesare, perché, senza “input esterni” (propaganda borghese che tenta di indirizzare lo sfogo e l’odio della popolazione, che approfondiremo brevemente in seguito), nessuno vorrebbe distruggere una statua di un sanguinario che ha sterminato migliaia di Galli ed altre popolazioni europee, ma ormai eretta 2000 anni fa: oltre ad esserci stati altri prima di noi che hanno avuto l’occasione di farlo una volta crollato l’impero, queste statue ancora in piedi sono in genere presenti in luoghi correlati all’epoca in cui sono state erette – i fori imperiali non sono semplicemente un “luogo”: sono nel complesso un luogo storico e tutto ciò che è presente in esso ha una funzione altrettanto storica, in quanto parte dell’insieme.

Ora, una piccola parentesi sulla figura di Cristoforo Colombo, visto che sta dividendo l’opinione pubblica, è necessaria aprila. Colombo non è stato “un semplice esploratore”, come molti cercano di dipingerlo; la verità è un altra: Colombo non solo ha aperto le porte al colonialismo a lui futuro, accompagnato da genocidi vari, ma ha anch’esso, “nel suo piccolo”, compiuto gesti a dir poco orribili. Pur senza esser a conoscienza, come molti già sanno, che il continente su cui aveva messo piede fosse in verità “un mondo nuovo”, non ebbe scrupoli nel commettere omicidi, riduzioni in schiavitù, maltrattamenti e lavori forzati. Le vittime furono le popolazioni Caraibiche, i Taino, e cioè le prime ad esser state scoperte. Colombo è stato insomma il “padre” delle rotte schiavili, responsabile nell’aver deportato nel “vecchio mondo” esseri da lui considerati inferiori, utili solo per soddisfare i propri appetiti sessuali (inutile dire minorenni inclusi). Tutto questo è documentato, ed è riscontrabile in particolar modo dalla lettera scritta nel 1500 a Dona Juana de la Torre.

Dunque, una statua di Colombo, o un monumento in memoria di qualche altro schiavista, qualche confederato o qualche razzista, posta in un luogo scollegato al contesto, quale una piazza, è totalmente discordante e senza dubbio stona. È inoltre abbastanza ipocrita sentire queste critiche che cercando di legittimare le proteste negli Usa uscire dalla bocca degli stessi liberali che alla prima occasione acclamano e benedicono le sommosse provocate dall’Occidente – (la natura di queste rivolte è palesemente artificiosa, visto che solo una frangia della popolazione vi partecipa) – che distruggono luoghi pubblici ed istituzionali, o che alla prima occasione distruggono statue e monumenti presenti su suolo straniero (come ad esempio le statue di Saddam distrutte non dal popolo Iracheno, ma dalle forze armate statunitensi e Nato).

E se la Popolazione, in piena rivolta – come direbbe Lenin – “primitivista“, si scontra contro delle statue che rappresentano figure discutibili, vuol dire che queste non hanno più una funzione onorifica e non avranno probabilmente alcuna funzione storica, se ancora poste in quel luogo e in quel contesto. Citando Martin Luther King, «La rivolta è in fondo il linguaggio di chi non viene ascoltato»: ci sono state molte petizioni, raccolte firme, che esprimevano il desiderio della rimozione di statue di confederati ed altri schiavisti nelle varie città negli Usa. Quasi tutte queste proposte sono state praticamente ignorate. È ovvio quindi che in un occasione come quella che è presente ora, dove la rivolta ha raggiunto un estensione mastodontica in tutto il continente, chi aveva particolarmente disprezzo verso quelle statue non ha esitato nell’abbatterle col sostegno di altri concittadini. Cosa fare dunque? Se il Popolo non vuole statue di (ancora) odiati sanguinari, è giusto rimuoverle dai luoghi frequentati dal Popolo. Dove vanno messi? Domanda alquanto facile da rispondere, visto che i luoghi d’eccellenza per archiviare oggetti con funzioni storiche sono i musei. Sono i musei i “cassetti dei ricordi” dell’Umanità, del Popolo, ed è qui che vanno riposti tutti gli oggetti, belli o brutti, che fanno sorgere ricordi altrettanto belli o brutti. Il ricordo, le prove che ci sia stato un certo passato, sono ovviamente fondamentali; e senza di queste probabilmente non si consoliderebbe mai a pieno una Nazione.

Per quanto riguarda invece i manifestanti; come già accennato prima questo sfogo popolare è, appunto, un mero sfogo, finché non tramuta in qualcosa di veramente politico. Si dirà che una protesta è anch’essa di sé un qualcosa di politico. Può darsi vero, ma ciò che conta è avere un programma, e sviluppare una coscienza che permetta agli oppressi di analizzare le cause di certe ingiustizie. Cause che non possono di certo risiedere in statue di Colombo o di qualche confederato: questi personaggi non sono stati nient’altro che burattini, figurine assuefatte dal capitale, così come – se non di più – sono assuefatti i padroni al giorno d’oggi. Distruggere, o meglio “staccare” le statue dal suolo, sono gesti fini a se stessi se non saranno un “contorno” alla vera rivolta che potrebbe svilupparsi più avanti.

È assai importante che il Popolo si renda inoltre conto che tutta questa mobilitazione è ormai strumentalizzata dalla borghesia stessa; senza organizzazione politica questo è inevitabile. È ormai palese, ed è altrettanto ripetitivo nella storia, che la borghesia – i “democratici” – con interessi in parte discordanti all’altra frangia della borghesia – i “repubblicani” –, cerchi sempre di indirizzare, approfittandosi della mancanza di coscienza politica da parte della Popolazione furibonda, l’odio, frutto della disperazione, verso la frangia della borghesia nemica. In questo modo sono state spente moltissime rivolte nella storia, centinaia se non migliaia. In questo modo la borghesia, con le forze popolari, sconfigge un proprio nemico; in questo modo il popolo non rompe le proprie catene, ma, con rabbia e confusione, regala le chiavi ad un altro padrone.