Il fucile di Lukashenko, di Claudio Barca Legra

Le immagini hanno fatto il giro del mondo, diffuse in primo luogo dalle stesse agenzie di stampa presidenziali della Repubblica di Bielorussia: Aljaksandr Lukashenko con in mano un mitra scendere da un elicottero, parlare con i membri dei corpi di sicurezza, rilasciare dichiarazioni e visitare luoghi istituzionali. Per noi occidentali, abituati al culto del tecnico in giacca e cravatta, quella del presidente bielorusso appare come una provocazione, un indizio della pretesa natura violenta del preteso regime. Quando mai un leader del mondo libero si farebbe vedere pubblicamente mentre imbraccia un’arma? A noi gli strumenti di morte piacciono ben chiusi all’interno delle caserme, o nei container che li portano a consentire qualche guerra di sterminio in Medio Oriente. Il fucile non deve difendere la Patria, ma distruggere quella altrui. Non ha posto nelle mani del politico, perché il suo compito è quello di gestire come vassallo dei mercati il paese, non già proteggerlo.

Ma Lukashenko è di un’altra scuola. Lui non è cresciuto fra “Only-fans” e Netflix, ma sotto il Patto di Varsavia, ai tempi dell’Unione Sovietica, che ha servito come milite e ha difeso fino all’ultimo momento votando contro la fine del socialismo reale. Lukashenko sa che le armi si tirano fuori per difendere il popolo. E quando il presidente le ha in mano, il segnale è chiaro: è ora di difendere la patria. Così il fucile di Lukashenko chiama a raccolta i bielorussi a difesa dell’ultima roccaforte dell’Urss. La Nato e il governo polacco devono averlo chiaro: Minsk non sarà una nuova Kiev.

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