Il Generale Pinochet e/o la Bonino

Il Capitale agisce sempre nella stessa maniera, seguendo storicamente questo pattern: dove ha concorrenti o nemici si infiltra, se respinto passa alla violenza, ora fisica espressa da cannoni e fucili, ora psicologica espressa da terrorismo mediatico e distruzione della società civile. Questo vale sia nei rapporti concorrenziali fra le varie oligarchie capitaliste sia nei tentativi predatori nei confronti delle istituzioni democratiche e popolari. Questo lo abbiamo visto bene nel lontano ’73, quando la Cia spalleggiò una sedizione armata promossa da elementi militari contro il governo democratico e socialista del Presidente Salvador Allende. Quale fu la sua colpa? Aver restituito al controllo popolare le risorse del Cile, che da decenni erano sottratte al suo naturale fruitore per andare ad ingrassare il capitale statunitense. Come riuscirono gli Stati Uniti e i loro vari vassalli in questa drammatica e sanguinosissima opera di “regime change”? Innanzitutto puntarono sulla carta elettorale, supportando con ingenti fondi il partito conservatore, che tuttavia non arrivò che al 25%, superato dalle forze di sinistra moderata del partito cristian-democratico e da Unità Popolare di Allende. Ovviamente la vittoria delle forze socialiste e l’inizio dell’attuazione del loro programma spinsero gli statunitensi ad alzare il tiro, e fu così che, come racconta Patricia Verdugo nel suo saggio “Salvador Allende”, iniziò una certosina opera d’acquisizione di quanti più giornali ed emittenti radio possibile, oltre che d’elargizione di ingenti somme di denaro tanto alla destra istituzionale quanto a gruppi terroristici animati da pensieri liberisti ed antidemocratici, come il tristemente noto “Patria e Libertà” che si rese colpevole anche di omicidi mirati a sbarazzarsi di personalità dalla forte connotazione democratica all’interno delle Forze Armate. Dopo una spaventosa guerra economica (come dichiarato da Kissinger c’era la volontà di “far piangere l’economia cilena”) e diversi tentativi sovversivi, diversi generali si organizzarono per una sollevazione armata, la quale venne portata avanti l’undici di settembre, sotto la guida del generale Augusto Pinochet, una delle figure più infami e meschine della storia, che solamente poche ore prima aveva giurato al Presidente la sincerità dei suoi sentimenti democratici e la sua fedeltà alle istituzioni. Pinochet entrò nel complotto da figura di secondo piano, ritenuto poco intelligente ed affidabile dai suoi “camerati”, ma riuscì per una serie di eventi a ritagliarsi sempre più spazio, fino a diventare dittatore a seguito del golpe. I suoi intenti erano chiari: “lavare la democrazia con il sangue”, ossia quella “insegnare a votare” al popolo cileno, esattamente lo stesso compito che assumono su di loro i mercati ai giorni nostri. Pinochet fu l’esecutore di una punizione decisa dalle alte sfere economiche di Washington, si doveva reprimere il tentativo popolare di recuperare la sovranità, non essendoci riusciti tramite il giornalismo-prostituta ricorsero ai cannoni, alle deportazioni, alle stragi e alle esecuzioni sommarie precedute da indicibili torture. Si può evidenziare un macabro quanto preoccupante parallelismo fra il ruolo ed il pensiero del “Generalissimo” e quello di taluni liberisti nostrani: quanto l’uno si era incaricato di punire e rieducare la plebaglia insorta, quanto gli altri guardano con odio e disprezzo i villici che non comprendono le bellezze e le opportunità del libero mercato, e su questi sono sempre pronti a far calare la scure del potere dei mercati, in grado di decomporre il tessuto sociale italiano a loro piacimento. Inoltre, vi è anche un non secondario aspetto morale nella faccenda. Pinochet si riteneva un difensore di una vaga tradizione aristocratico-militar-latifondista, che vedeva nello status quo liberista ed iperclassista, prono agli interessi Nord-Americani la propria base, e osservava i lavoratori cileni ed il loro Presidente come i nobili di Versailles guardavano i popolani sormontati dal berretto frigio: la paura si mischiava al disprezzo. Da qui la volontà di eliminare questa sovversione tanto pericolosa per i rapporti di forza promossi e consolidati. Allo stesso modo i liberisti sono fortemente gelosi del mondo da loro costruito, dei rapporti di forza che esso legittima e propugna, della selvaggia divisione in classi e della sopraffazione del forte sul debole. Il popolino che chiede stabilità e tranquillità è da reprimere e rieducare, con le buone o con le cattive. Pinochet era una Bonino in uniforme, speriamo per la nostra sicurezza che questo paradigma non venga presto riproposto in Italia.

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