Il Movimento e i sindacati impedirono le barricate nel 2011-2013, la Lega le impedirà nel 2019, ma c’è un ma.


Oramai è chiaro a tutti il ruolo che ebbe il Movimento 5 Stelle e i sindacati istituzionali nel periodo che va dall’instaurazione del governo Monti sino a quel periodo di lotta che culminò in scioperi selvaggi e nello spontaneo movimento dei Forconi. Il loro ruolo fu quello di garantire uno sbocco controllato ed innocuo alla tensione che si era creata sin dall’inizio degli anni 2000, che rimaneva latente e che trovò nel “lacrime e sangue” la goccia che fece traboccare il vaso. Non è un caso che i primi anni del Movimento furono proprio caratterizzati da istanze radicali, dalla proposta di un referendum sull’euro ad un appoggio al ritiro delle nostre truppe dai vari fronti, arrivando addirittura a strizzare un occhio ai vari complottisti parlando di signoraggio e di scie chimiche. Il Movimento, tramite Grillo, ruggiva nelle piazza. L’intera Italia sembrava fremere di un odio generalizzato ed assoluto contro la “vecchia politica” e i parlamentari corrotti e disonesti, che sarebbero finiti in galera una volta che il Movimento si sarebbe insediato nei centri del potere. E poi, con le prime elezioni amministrative, tutto questo fermento subì una drastica riduzione. Oramai il terreno di scontro non era più la piazza, ma le aule dei consigli comunali o regionali, con le prime avanguardie in Parlamento. Il movimento moderò i termine, si iniziò a copiare una generica terminologia progressita pregna di “nuove tecnologie” e di “interesse per i giovani”, con il Futuro, quello con la f maiuscola, a sorvegliare il tutto dall’alto. Da qui il passo fu brevissimo nel chiedere l’inserimento nell’ Alde, ossia il gruppo europarlamentare più liberale e liberista che esista, il gruppo che in ogni modo spinge per la libera circolazione di capitali e di “capitale umano” per le privatizzazioni e per il primato del Mercato sulla politica. Il Movimento iniziava a gettare la sua maschera, tra mille cotraddizioni e la vaghezza ideali tipica di chi sta simulando. Molti, soprattutto nelle città da esso amministrate, iniziarono ad odiarlo. A queste persone si aggiunsero quelle per cui il Movimento era “troppo a sinistra”, ossia troppo debole sul tema immigrazione. La richiesta di regole dure e di un uomo forte capace di prendere il toro per le corna e ridare dignità al popolo italiano si condensò in Matteo Salvini, giovane leader della Lega che in pochi anni riuscì a scalzare i ben più esperti Bossi e Maroni. Salvini prese in mano un partito storicamente confinato al nord e ad essere la stampella elettorale del Cavaliere e lo trasformò in un partito a carattere nazionale, capace ad ergersi anima egemone del centrodestra. Una foto con i fasciati di Casapound, un richiamo ad un preteso “piano Kalergi” e la promessa di discutere i diktat europei, ma soprattutto di fermare “l’invasione” di immigrati, mischiati assime garantirono a Salvini un grande consenso elettorale, che se non gli permetteva di governare da solo lo inseriva a pieno titolo fra i big del momento. Il voto del 4 marzo disegnò un paese spaccato in tre blocchi: la Lega, lo zoccolo duro del Partito Democratico e il Movimento, il quale aveva raggiunto ben il 32,6%, arrivando ad essere primo partito. Dopo svariato tempo si arrivò all’accordo, e il Contratto di Governo fu firmato da Luigi Di Maio e Matteo Salvini, i quali sarebbero stati vicepremier nel primo governo Conte. Quel voto fu indubbiamente un voto di protesta. Milioni di italiani scelsero quelli che a reti unificate venivano dipinti come pericolosi eversivi nemici dell’Unione Europea, dei Mercati, e di tutti quelli che vengono generalmente indicati come “poteri forti”. La gente non votò per Salvini e per Di Maio, ma votò per lo spettro del cambiamento in loro vagheggiato. Due decreti sicurezza e diverse boutade sulle ONG dopo, si arrivò ad una crisi di governo innescata dallo stesso Salvini, spaventato dall’approssimarsi della finanziaria e goloso di percentuali. Questo ci porta ai giorni di settembre, con la votazione su Rousseau che segna una totale vittoria dei grillini concordi all’accordo col PD, con manifestazione indette da tutto in centrodestra, e con una squadra di ministri giallo-rosa pronti a giurare. Salvini capitalizzarà assieme alla Meloni il dissenso nei confronti di un governo ultraeuropeista, e impedirà a questo dissenso di orientarsi verso la lotta sociale e democratica, contro Unione, euro e nato. La lotta del centrodestra sarà ancora una volta lotta generica e stupida all’immigrazione, rifiutando ogni analisi delle cause di questa. Sarà lotta alla tassazione progressiva. Sarà lotta all’unità nazionale im favore di una balcanizzazione tanto agognata da Bruxelles. Salvini e i suoi paggetti riusciranno a silenziare il popolo almeno per alcuni anni, e questo è indubbio, ma non è tutto perduto, anzi. Ovunque si sta consolidando o formando un fronte democratico rivoluzionario, nemico dell’Unione e della disparità economica, un fronte che per ora rimane nascosto, ma che un giorno esploderà come dinamite nelle piazze d’Italia e d’Europa. Quel 20% di cinquestelle delusi lo infoltiranno, uniti ai precari e ai disoccupati dimenticati da Salvini. Le azioni del futuro governo, per quanto l’Europa sia decisa ad essere gentile e riconoscente, lo renderanno apprezzabile anche a chi ora è illuso dai vari pifferai magici, ma soprattutto le enormi contraddizioni insite nel progetto unitario, contraddizioni di carattere geopolitico, sociale ed economico, saranno il catalizzatore del processo che porterà una Lega dei Popoli a sorgere contro l’Unione dei padroni.

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