Il principale nemico della proprietà? Il capitalismo!

Ogni sistema classista, ivi incluso il capitalismo, si regge su di una enorme contraddizione per quanto riguarda la proprietà ed il diritto ad essa. Questa è il fondamento di ogni società basata sul privilegio, essendo lo squilibrio economico a generare i rapporti di forza che dividevano gli uomini ieri in nobili e plebe, oggi in capitalisti e salariati. La proprietà vista come valore supremo genera la concentrazione di questa in talmente poche mani da poter dire che di fatto essa diventa un mito per la stragrande maggioranza delle persone.

Perfetto esempio di oligopolio, mostruoso costrutto di una società di mercato

E’ legge naturale che in uno scontro il più forte vinca il debole, accrescendo, spesso, così la sua forza. Ciò accade sotto ai nostri occhi ogni giorno, basti pensare allo stato della vendita al dettaglio statunitense a seguito della crescita del colosso Amazon: nel solo primo semestre del 2017 furono ben 4000 i centri di distribuzione a chiudere, molti dei quali anche di notevoli dimensioni, a causa della fortissima concorrenza dell’azienda di Jeff Bezos. Questo caso particolare è esplicativo della situazione generale di un meccanismo economico che si fonda sull’eterno conflitto, nel quale solo uno può prevalere veramente, senza tuttavia poter mai abbassare la guardia. Molti possono dire che questo sistema premia i migliori, coloro che riescono meglio a soddisfare le richieste dei consumatori, ma è davvero così? No, il sistema non premia i “migliori”, ma quelli maggiormente privi di scrupoli e solidarietà. Le vie per aumentare il profitto, irrazionale obbiettivo di una classe che ha già tutto, sono essenzialmente due: tagliare i costi ed ampliare le vendite. E’ così che un’azienda diventa modello di “virtù” per ogni aspirante oppressore del pianeta, diminuendo la forza lavoro nel mentre si inficiano le condizioni di questa e inducendo ai consumatori bisogni artificiosi, come la “necessità” di avere un qualsiasi ninnolo consegnato alla propria abitazione in massimo 24 ore.

La proprietà è, nel sistema attuale, appannaggio di pochi, anzi di pochissimi. Questa situazione è causata da uno squilibrio, ossia l’indebita appropriazione da parte di singoli individui di ciò che per sua natura è di appannaggio sociale, ossia gli strumenti di produzione, che per loro essenza sono utilizzati da un gruppo di persone a favore dell’intera società. Da questo furto nasce l’accumulazione di capitale, che se da un lato si traduce in smodata ricchezza dall’altro significa povertà ed indigenza. Segni di questo sono il tramonto della casa di proprietà, da sempre fondamento di ogni vita stabile e prolifica, la cui proprietà oggi è sottratta da parte di palazzinare i quali sfruttano il naturale bisogno umano ad un giaciglio per ottenere assurde ricchezze, oppure dalla continua privatizzazione di servizi ed aziende pubbliche, le quali sono, vista la loro funzione sociale, possedute dalla totalità del popolo. Ogni privatizzazione è un furto ai danni dei cittadini, è la sottrazione indebita della loro proprietà, la quale viene tradotta nelle mani di chi ha già, di cui l’unico scopo è avere ancora a scapito degli altri.

Ogni uomo ha bisogni da soddisfare, quali la necessità di un riparo e di sostentamento, e gli sono necessari anche beni dall’utilità meno fondamentale, ma indubbiamente utili, quali sistemi di comunicazione, libri, passatempi. Questo, ossia ciò sul quale l’uomo necessità l’esercizio di un controllo e che, al contempo, non causa la violazione dei diritti altrui, è sua naturale proprietà, i limite della quale è, come insegna Maximilien Robespierre “l’obbligo di rispettare la proprietà altrui”. Questa proprietà, possiamo dire personale, è uno sprone al miglioramento della vita umana, poiché rappresenta quella dei frutti del lavoro della singola persona, di ciò che necessita e ciò che vorrebbe in futuro. All’interno di un sistema sociale, dalla fabbrica alla nazione, tutto ciò che non è appannaggio esclusivo dell’individuo è di proprietà sociale o pubblica, ossia di tutti gli utilizzatori. Ciò non è la negazione della proprietà, ma la diretta conseguenza dell’applicazione dei principi sui quali essa si basa su scala individuale, su scala collettiva. Oggi questo non avviene, perché la proprietà non è originata unicamente dal lavoro, ma dal sotterfugio, dalla forza e dalla violenza. Ciò che è pubblico viene reso privato, la ricchezza prodotta dal lavoratore in gran parte sottratta per poter permettere ad un pugno di feticisti del denaro l’acquisto di ville ed aerei ad uso personale, in poche parole la proprietà viene sì limitata, ma non dal diritto altrui ma dalla forza altrui.

La proprietà che elude la sfera personale, quella che consiste nel furto, è un “diritto” falso, crudele ed assolutamente non necessario. E’ una croce che miliardi di individui devono portarsi sulle spalle per consentire alcuni decenni di vita da monarchi orientali ad un pugno di borghesi. Essa va combattuta in quanto mina la libertà degli esseri umani e la democrazia stessa. Infatti essa ha un chiaro potere politico: sono i soldi a muovere gli ingranaggi di una società capitalistica, e chi ne ha di più risulta irrimediabilmente più potente rispetto al poveraccio precario in affitto. I soldi fanno le campagne pubblicitarie, mandano in onda spot ed interviste, stampano i giornali e, alla lunga, fanno firmare leggi ed accordi, leggi che proteggono monopoli privati, che tutelano il privilegio: così muore la Res Publica, trasformandosi nello strumento d’oppresione di una classe su di un’altra.

Occorre ricondurre la proprietà alla sua naturale sfera, che è quella personale, e alla sua origine, che è il lavoro, sottoposta al giusto limite, che è la salute pubblica. Non occorre abolirla, ma serve “aprire la via perché i molti possano acquistarla”, ma per far questo occorre prima individuare le cause di questo squilibrio, ossia l’accumulazione di capitale e potere in sempre meno mani.

Il capitalismo uccide la proprietà, trasformandola in lusso aristocratico, condannando le masse alla precarietà esistenziale e ad un’endemica povertà. Il capitalismo uccide l’individuo, perché lo rende massa e al contempo atomo, ossia lo priva di una vera vita individuale come di un’autentica vita sociale, trasformandolo in un gallo da combattimento nell’eterna arena del mercato. Per vivere come comunità e come individui, per avere ancora una casa sul quale esercitare una sovranità, e tempo di uccidere il capitalismo.