Il restringimento del “politico”, di Leonardo Sinigaglia

“Intervento statale”! Quale bestemmia per i liberisti! Questa semplice locuzione, in realtà è la soluzione a moltissimi problemi economici, alle loro orechie suona come il tintinnio delle catene di una supposta “schiavitù”. E’ amore per la libertà il loro? Non proprio, quanto “fastidio” per l’intromissione di ciò che concepiscono come un ente esterno nelle loro faccende private. Perché si, strano a credersi per ogni essere dotato di ragione, ma essi ritengono un contratto di lavoro, i rapporti sociali, i diritti e le tutele dei prestatori d’opera come “affari personali“. E se è così, perché lo stato, il cui fini è per loro la tutela della proprietà (Locke insegna), dovrebbe immischiarsi negli affari che intercorrono fra me, virtuoso imprenditore, e qualche sporco proletario che, nonostante la spada di Damocle della fame, sarebbe nel più totale libero arbitrio? Questo sconclusionato ragionamento portato a termine scegliendo di ignorare la realtà materiale per concentrarsi sull’astrazione dell’individuo, ha come base il mantenimento di un dato privilegio. Qualsiasi regolamentazione mette in difficoltà il borghese, lo costringe a provvedere a bisogni che pensava di essersi lasciato alle spalle con l’evoluzione dei rapporti schiavistici in “lavoro libero”, lo priva di una parte dei suoi soldi faticosamente rubati. E quindi il vampiro insorge: “i sindacati interferiscono nel gioco del libero mercato, ed è compito del governo impedire che ciò avvenga!” tuona Hayek (Nuovi studi di filosofia, politica, economia e storia delle idee), “Al massimo 12 ore di lavoro al giorno? Follia! grida Toqueville (Discorso all’Assemblea Costituente del 12 settembre 1848), “l’intero sforzo della natura è di sbarazzarsi di loro [gli incapaci, i poveri, i falliti], ripulendo il mondo della loro presenza e facendo spazio ai migliori” annuncia Spencer (Statica Sociale). L’intervento statale, l’auto-organizzazione degli operai o anche solo la più basilare forma di prevvidenza non violano solo i “sacri diritti degli individui sopra la loro proprietà”, ma persino la legge naturale quindi! Da qui ne risulta la battaglia plurisecolare di tutti i liberisti, la battaglia più odiosa perché tanto fondamentale nei fatti quanto poco diffusa esplicitamente: quella per la restrizione del “politico”. Se non è faccenda politica, un rapporto economico si fonda solo e soltanto sulle forze in gioco diretto, ossia fra quelle del borghese e del proletario, con un palese squilibrio a favore del primo, che può liberamente scartare i facinorosi ed opprimere tutti gli altri sotto la minaccia della perdita del lavoro. Se la proprietà privata non deve più rispondere a criteri sociali, come peraltro sancisce la Costituzione italiana, il borghese può disporre di essa come meglio crede, anche a discapito di altri esseri umani, inquinando, massacrando, reprimendo e terrorizzando a suo piacere. La lotta per la restrizione del politico è quindi necessaria al mantenimento dei privilegi e per rendere immutabili le condizioni sociali e i rapporti di forza economici. Non si pone più la possibilità di un cambio sistemico, ma la politica diviene unicamente una faccenda amministrativa su una struttura data, divina, voluta dalla Provvidenza o dalla Natura (poco cambia), e tutto ciò avviene lasciando all’arbitrio dei potenti, nemmeno più in dovere di rispondere pubblicamente delle loro azioni, la sorte della masse. Possiamo vedere giornalmente gli effetti di questa lotta, non solo nell’azione pratica della borghesia e degli Stati, oramai sempre più timorosi di turbare gli animi di industriali e capitalisti vari, ma anche in quelli che sono i comportamenti diffusi: la politica è percepita come un qualcosa di lontano, di cui è meglio non parlare, è osteggiata, con conseguente feticismo per “i tecnici”, per i “competenti”, gli “uomini forti”. Ma bisogna fare attenzione, perchè il restringimento dell’ambito politico non è trasversale, ma di classe: meno le masse popolari conducono la lotta politica, a tutti i livelli, più questo campo sarà egemonizzato dalla classe borghese.

La “libertà” liberista si manifesta per quello che è, ossia la libertà del possessore di schiavi di poter liberamente disporre della sua proprietà senza interferenza alcuna. Ad essa si deve opporre una libertà democratica, popolare e socialista, che non può che passare attraverso l’ampliamento del politico a tutto ciò che esce, nelle cause o negli effetti, dall’ambito stretamente personale.

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