Il ruolo ambiguo degli industriali nel periodo della resistenza.

Come si può leggere nelle pagine del bellissimo ed inspirante libro di G.Bocca “storia popolare della Resistenza”, il ruolo espresso dalla Fiat (ergo Agnelli) era ambiguo. Va detto, per questioni di onestà intellettuale, che il libro viene ovviamente analizzato da un punto di vista delle brigate Garibaldine, le quali non vedevano di buon occhio ( e giustamente, visto l’apporto dato fino a quel momento alla macchina bellica italiana) gli industriali italiani. Quest’ultimi, infatti, non erano di per sé antifascisti ; cavalcarono il vento popolare in quel periodo, pensando probabilmente che la guerra (durante la R.S.I.)fosse ormai agli sgoccioli e che, quindi, fosse meglio agire affianco dei patrioti piuttosto che dei repubblichini. Gli operai, i quali ricordavano i grandi scioperi del 21 22 in cui lo stesso Agnelli arrivò a proporre a Giolitti di bombardare gli insorti, erano freddi nei confronti degli industriali, sebbene questi ultimi avessero (va ammesso) aiutato in quei mesi i partigiani ; concedevano loro di riunirsi e, poi, la fabbrica rappresentava un rifugio. Tuttavia, i problemi arrivarono quando le brigate Garibaldine erano ormai ben salde nei territori del nord, soprattutto in Liguria, dove gli operai iniziarono a creare problemi seri sia alle istituzioni fasciste che alle truppe regolari. Ovviamente gli industriali, trovandosi in un fuoco incrociato, subito tentennarono ma poi, fortunatamente per loro, tranne le incursioni ardite dei Gap e Sap, le battaglie si rispostarono, nuovamente, nelle valli che erano un ambiente più confacente al partigiano che, forse, disprezzava pure l’ambiente urbano.E così, la stagione dei grandi scioperi del marzo 44 finì, parzialmente in un bagno di sangue, con più del 20% degli scioperanti deportati in Germania.

Precedente Lettera ad un padano di Pontida Successivo Esportazioni e sviluppo industriale