Il vittimismo ha rotto il cazzo

A nessuno piace chi gioca a fare la vittima. Piace ancora meno se ipocritamente poco prima stava giocando a fare il rivoluzionario. La questione è semplice: se vai contro al sistema o ai suoi apparati e vieni da esso represso o sei un delinquente o sei un martire. Tertium non datur.

La “sinistra” sinistrata vuolsi “antagonista” è esperta in questa tattica: si cerca lo scontro con polizia o avversari politici e dopo si piagnucola delle botte prese, o degli arresti subiti. Come se non fossero tutte circostanze da mettere in campo come ovvie possibilità! Ma questo non importa, in un delirio narcisistico si pensa di avere il diritto esclusivo di esercitare violenza, avendo a garanzia di tale preteso diritto unicamente la propria arroganza. In un contesto di lotta politica, e ancor di più se rivoluzionaria, la violenza sarà sempre parte integrante. Ed essa non sarà mai monodirezionale! Ad ogni pugno dato corrisponde un pugno preso, ad ogni blocco infranto una carica dei celerini. Perché dunque giocare alla guerriglia e poi piangere una volta viste le conseguenze?

Un compagno incarcerato è un eroe, si è sacrificato e ha affrontato a testa alta la repressione. Idem uno aggredito o addirittura ucciso. La retorica del piagnisteo, indice di una pseudo-sinistra piccolo borghese del tutto passiva e attestata su posizioni reazionarie deve finire. D’altronde tutta quell’obbrobriosa area “politica” non è altro che un enorme freno a mano per tutte le forze progressiste e rivoluzionarie, che si vedono osteggiate da greggi di idioti sempre pronti ad accusare di “rossobrunismo” e a tacere sul fronte anticapitalista, portando un’innocua lotta a base di “transfemminismo” isterico e anarchismo da borgata. Perché cercare l’amicizia o la collaborazione con tali elementi? Abbandoniamoli ed isoliamoli: non si parla al collaborazionista!

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