“Istruzioni sull’attecchimento del comunismo” di Alessandro Porto e risposta

Riportiamo qui di seguito il testo che il poeta autore del recentemente pubblicato “A regular poem”, il monzese Alessandro Porto, ha posto alla nostra attenzione, seguito da un nostro commento.

“Istruzioni sull’attecchimento del comunismo
Presento un breve compendio sui limiti strutturali che hanno reso al comunismo difficoltoso sopravvivere prima e oggi a realizzarsi. Vi è un errore di fondo poco osservabile, difficile a vedersi, che ha impedito fino ad oggi un naturale sollevamento delle classi medio-basse in favore del socialismo scientifico e ha fatto sì che il comunismo potesse sorgere e mantenersi solo in contesti di forte accentramento, dove lo Stato e il Partito ponessero dall’alto l’idea socialista. Ebbene, un precedente storico rivoluzionario è da considerarsi la Rivoluzione Liberale, che pur con le contraddizioni che essa portò con sé e con gli esiti nefasti ad essa riconducibili, può considerarsi una rivoluzione ben riuscita. A differenza della Rivoluzione Russa e della gran parte delle rivoluzioni comuniste, la Rivoluzione Liberale non si è attuata quale colpo di stato, quanto vera e propria sollevazione popolare, uniforme e omogenea, con un consenso ben più ampio di quello ottenuto, ad esempio, dai bolscevichi in Russia. Possiamo dire che la Presa del Palazzo d’Inverno sia stato un golpe organizzato e attuato da un gruppo elitario, da un partito organizzato e strutturato, ma con un’adesione non totale; la Rivoluzione Francese è stata una sollevazione popolare, guidata dalla borghesia, ma sostenuta dai ceti popolari inferiori, con un sostegno pressoché totale della popolazione. Si può considerarsi per tanto la prima un colpo di stato e la seconda una rivoluzione popolare. Per quanto le nostre simpatie vadano per ovvie ragioni più alla prima che alla seconda, è opportuno mettere in chiaro questo punto e non lasciare che le opinioni e il sentimento mettano argine a questo discorso.
La ragione per la quale la rivoluzione comunista si è sempre dovuta attuare come colpo di mano mentre la rivoluzione liberale non ha mai avuto bisogno di altro che del sollevamento popolare, è di carattere economico. L’economia liberale, là dove esisteva la monarchia assoluta, già si era imposta e affermata, rendendo necessario un cambio di sovrastruttura per assicurare al liberalismo di prosperare e realizzarsi nelle sue forme più alte. Il liberalismo, con vari gradi di libertà, sopravvive parimenti in una monarchia, in una democrazia o in una dittatura nazi-fascista. Paradossalmente la stessa rivoluzione fascista ha in potenza maggiore capacità di sopravvivenza di quella comunista. Semplicemente perché in tutte queste forme politiche l’economia liberale continua a sussistere e a perpetuarsi e qualora la forma statale ne impedisca lo sviluppo essa la abbatterà con forza, con il sollevamento popolare. Infatti, tanto il borghese quanto l’operaio, sono parte del sistema economico capitalista e risentono dei suoi accidenti o della sua salute. Impostosi il modello capitalista non vi era bisogno di un Robespierre per assicurare ad esso la sopravvivenza, poiché il modello economico si era affermati ben prima della rivoluzione e del cambio di sovrastruttura.
Nel caso del comunismo, invece, esso è sempre stato introdotto in contesti capitalisti, in cui la dottrina economica del socialismo è stata imposta dall’alto. Come un organismo introdotto in un ambiente a lui sfavorevole, così lo Stato comunista doveva combattere con tutte le proprie forze per resistere in un sostrato che non gli forniva il giusto nutrimento. Il comunismo ha dovuto imporre dall’alto le propri forme economiche, piegandole in parte alla struttura economica preesistente. Da ciò deriva la necessità di mantenere la dittatura del proletariato nel suo stato rivoluzionario, per impedire alle tensioni strutturali di far implodere lo Stato. Appena la morsa esercitata su queste forze veniva meno (perestrojka), lo Stato collassava, soverchiato dalla struttura capitalista. Essendo impossibile lasciare che uno Stato si distenda in una condizione del genere, era logico fin dal principio che l’esperimento socialista sovietico giungesse prima o poi ad un termine. Condizione differente si ha per la Cina o il socialismo sudamericano, dove la dottrina marxista-leninista è stata rielaborata in contesti socio-culturali che ne permettevano l’espressione in una condizione di per sé disponibile ad una forte centralizzazione. In tutti questo casi però, ancora, il socialismo ha dovuto fare i conti con il modello capitalista e cercare una comunicazione con esso per impedirsi la morte.
Alla luce di quanto supposto fino ad ora è necessario prendere coscienza di due fattori. Il primo è che nel mondo occidentale il comunismo sia inattuabile in contesti antidemocratici o fortemente accentrati, per ragioni culturali. In secondo luogo è evidente che oggi una rivoluzione comunista non possa esserci e non possa sopravvivere in alcun modo: pur in questo momento di acutezza del disagio capitalista non si avrebbe la piena adesione al progetto socialista e il tentativo di portalo avanti tramite l’instaurazione di un periodo del terrore porterebbe inevitabilmente al totale annientamento della Nazione interessata. L’unico modo per prometterci un futuro comunista è lavorare su una struttura socialista a partire da oggi e i tempi sono favorevoli. Qualora la dottrina economica comunista, in questo momento di forte instabilità socio-economica, diventasse prassi, si avrebbe all’avvento della piena automazione una società già avversa alle gabbie del capitalismo e pronta a guadagnarsi lo Stato Comunista. Qualora le fabbriche e gli istituti e le aziende divenissero a gestione collettiva, si organizzassero ossia dei proto-soviet, autonomamente le forme liberali collasserebbero, perché una nuova struttura si sarebbe imposta nella società. Davanti ad uno scenario del genere, dove le crisi del mondo del lavoro e le sfide della nuova economia automatizzata fossero affrontate con la collettivizzazione delle imprese e delle industrie, non ci sarebbe altra possibilità che il comunismo. Il capitalismo sarebbe costretto alla fuga, come fu per il feudalesimo all’alba della rivoluzione liberale. Non sarebbe necessario a questo punto un partito centralizzato che assicuri sopravvivenza allo Stato socialista, perché nessun partito o forza politica potrebbe revisionare o cambiare con la forza il nuovo modello economico (come ad oggi non può essere fatto da un Partito Comunista in uno Stato liberale). Ogni restaurazione, pur se attuata con il maggior vigore, non potrebbe sopravvivere, poiché le pressioni strutturali farebbero inevitabilmente collassare di nuovo lo Stato liberale. Che gli sforzi dei partiti comunisti si concentrino sulla via parlamentare ad oggi è giusto e lecito, ma essi non potranno mai sortire l’esito sperato, ossia la dittatura del proletariato, prima che esso non si sia già reso indipendente economicamente. L’unica via per ottenere tale emancipazione delle classi medio-basse è la collettivizzazione, la formazione di gruppi di lavoratori che rilevino aziende e imprese, vi lavorino e le gestiscano in collettività. Esperimento questo già preesistente, ma vi è la necessità di collettività organizzate a tal punto da divenire un vero contraltare economico e sociale al capitalista. Così come l’avvento dell’alta borghesia poté ostacolare la nobiltà ed attuare il progetto rivoluzionario, vi è la necessità di collettività di lavoratori tanto forti economicamente da trainare la rivoluzione. Il comunismo deve diventare prassi prima che rivoluzione”

Non si può pensare di poter contrapporre ad un sistema che ha avuto interi secoli per definirsi e potenziarsi soluzioni improvvisate o utopiche, pena cadere nell’illusione paralizzante, veleno per ogni politica, o nell’attesa di un deus ex machina che, sorpresa delle sorprese, mai arriverà. Occorre basarsi su di un’analisi delle oggettive contraddizioni insite sia a livello sistemico sia a livello contingente. Vivendo all’interno di un capitalismo avanzato e globalizzato, in particolare osservato dalla situazione europea ed italiana, occorre porsi la domanda di come poter portare avanti una politica antitetica allo status quo pur vivendo al, del e a discapito di esso stesso. Primariamente occorre comprendere i contrasti che in questo momento stanno contrapponendo un aggredito capitalismo industriale italiano, principalmente lombardo-veneto, ad un asse carolingio franco-tedesco, che vede nell’Unione Europea e nelle sue politiche il principale strumento d’oppressione dei rivali. Fatto questo è necessario associare gli interessi economici alla loro rappresentanza politica, per riuscire a disgiungere a livello analitico slogan e proposte atte a veicolare il voto da quelle realmente supportate. Caso limite si può ritrovare nella politica di Matteo Salvini, con il suo “prima gli italiani” a mo’ di manto di politiche di privatizzazione e di privilegi fiscali al ceto imprenditoriale. Ciò permette di capire fino a che punto riesce a spingersi il potere del sistema capitalista, quanto riesca ad estendere forme di falsa coscienza in seno al popolo, che si trova polarizzato su temi “ittici”, estetici o moraleggianti. E’ palese che ciò comporti un’inibizione dell’azione politica rivoluzionaria, che è al momento affidata a minuscole minoranze che anche a dispetto di un notevole impegno faticano anche a farsi conoscere al grande pubblico. Ulteriore inibizione alla lotta è data dal decadimento del mondo sindacale, ormai ridotto ad un modello simil-corporativo a più o meno conclamata gestione padronale, con tanto di manifesti comuni con Confindustria e risibili proposte di sciopero virtuale, un mondo che ha abdicato a qualsiasi bussola ideale e politica per rifugiarsi in innocue contestazioni pre-politiche, un sistematico tamponare i soprusi degli imprenditori per renderli più digeribili alla plebe proletaria senza mai mettere in discussione i meccanismi economici che condannano milioni di persone ad insicurezza e precarietà. E’ ovvio che in una situazione del genere, sopratutto in Occidente dove culturalmente si è stati soggetti all’imposizione di una coscienza felice, per la quale il mondo attuale non solo è perfettamente razionale, ma addirittura il migliore di quelli possibili, occorra adoperarsi in un’intensa opera pedagogica propedeutica ad una totale mobilitazione politica. Attenzione: con ciò non si vuole propagandare un’atteggiamento iniziatico alla formazione politica e militante, ma ribadire che come sia necessario procedere alla formazione di un popolo cosciente, anche e sopratutto tramite l’azione, l’agitazione, l’emulazione, l’esempio dato e ricevuto. A questo fine ben vengano le proposte come quelle di Alessandro Porto, che mirano non solo a trasformare il luogo di lavoro da frutto d’alienazione a officina di una mentalità rivoluzionaria, ma anche a dare una stabilità sociale alla comunità politica. Un’unica perplessità: nonostante i vari e fruttuosi casi di aziende rilevate o fondate a gestione cooperativa, limitandoci ai casi di reale gestione collegiale e sana di queste, non si può dire per quanto ancora sarà anche solo ipotizzabile condurre un’attività economica con scrupoli per la dignità umana e i più fondamentali diritti. Il Mercato, con le sue svalutazioni competitive fecondate dal sangue di innumerevoli innocenti è ora infinitamente più potente di una piccola cooperativa, troppo gelosa dei suoi principi morali per assecondare la generale tendenza deumanizzante. Ma fino al momento dell’impossibilità manifesta è doveroso provare e continuare ad elaborare nuove modalità di resistenza. Ci sentiamo di ricordare come il nuovo si generi dialetticamente partendo dall’esistente e dalla sua antitesi, e come forme di comunità in qualche modo autosufficienti, libere ma unite, possano rappresentare sia dal punto di vista economico che ambientale una risposta al sistema imperante, ma che non si possa pensare ad esse come una prassi immediata, in quanto ciò comporterebbe un isolamento che ha molto di ascetico ma poco di politico.

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