La morte di Dio fra liberazione e condanna

La locuzione “dio è morto” è oramai entrata nell’immaginario collettivo, e seppur non di uso comune o di facile utilizzo, chiunque può dire di averla letta o sentita almeno una volta nella vita. Questo principalmente a causa dell’enorme fortuna che ebbero gli scritti di Friedrich Nietzsche, uomo che può dirsi aver manifestato nelle sue opere un vero punto di rottura fra il passato e la modernità, preconizzandone i difetti ma lasciando aperti spiragli di crescita e prospettive d’evoluzione. “Dio è morto” richiama subito alla mente il nichilismo, la dissoluzione di ogni certezza, di ogni verità, la perdita forse della realtà stessa, oramai più non garantita dall’esistenza di un Essere Supremo architetto imperscrutabile. Tale visione può dare le vertigini, perché questo è: assoluta distruzione, assoluto caos. Ma è questo il Nulla? Se andiamo ad interrogare Nietzsche, no. La distruzione della percezione della realtà, di quell’ordinamento che si voleva tanto sicuro, è anche la distruzione da ogni catena, in specie le più antiche, quelle che, oramai assorbite dalla carne, è sempre più difficile distinguere. Morte di Dio quindi come liberazione, o meglio, come possibilità di essa. Non è infatti un automatismo, molti, i più a detta del filosofo di Rocken, non sono in grado di reggere il peso terribile di quello che è in fin dei conti un intero universo, che non ha più il suo tutore in un’entità a noi esterna, ma nel singolo, su cui ricade il fardello dell’accettazione dell’irrazionalità di questo. E’ questa infatti la suprema liberazione, l’abbracciare la caoticità dell’esistenza non già come una condanna al nulla, ma come materia grezza con la quale plasmare nuovi mondi, garantiti dalla volontà dell’agente, e non già da leggi esterni ed ineffabili. Ma non tutti vogliono o riescono in questo compito. In quello che si può ben dire il capolavoro di Nietzsche, il “Così parlò Zarathustra”, il profeta iranico incontra ed invita a festeggiare con sé quelli che vengono definiti “uomini superiori”, rappresentati simbolicamente nell’ultimo Papa, il Profeta della Grande Stanchezza, l’uomo più brutto, i due re, il mago e l’ombra di Zarathustra stesso. Questi sono “resti di Dio”, coloro che, nichilisti, intuiscono la morte di Dio ma restano alienati a contemplare il vuoto, presi da reverenza, sdegno, furore critico o assuefazione dall’imitazione. Non è a loro che va’ il messaggio del Profeta, che, seppur degnandoli dell’attributo di “superiori”, li abbandona. La “pars costruens” è affidata non a questi, ma a chi ne sarà degno: l’Oltreuomo. La Morte di Dio è la condizione necessaria per la venuta di questo, che si appresta a sostituire la divinità stessa, ponendosi come unico artefice del mondo, conscio dei limiti della sua creazione ma allo stesso tempo estremamente “leggero”. E’ la leggerezza una delle caratteristiche dell’Ubermensch, l’accettare la tragicità della vita e farsi creatore con lo stesso spirito con il quale un bambino compone e distrugge un gioco. Già nei lavori nicciani precedenti veniva enunciato quell’inganno che sarebbe la realtà, e il suo basarsi non già leggi eterne e determinate ma su di un contrasto primordiale di eraclitea memoria. Possiamo persino vedere come nel breve testo “Su verità e menzogna in senso extramorale” Nietzsche arrivi al punto di separare totalmente il linguaggio dal reale, senza nemmeno concedere uno scarto fra i due, ma ponendoli come mondi totalmente a sé stanti capaci di interazione solamente grazie all’uomo, che inganna se stesso col linguaggio per poter sopravvivere, ma non solo, anche per dar forma a quello che di natura sarebbe informe. Vi è quindi anche una radicale critica alla secolare identificazione della “menzogna” come un qualcosa di negativo in sé. Questa non viene condannata, ma anzi elevata da Nietzsche a condizione necessaria per la sopravvivenza, da definirsi come “positiva” o “negativa” non in base ad un criterio di aderenza ad una verità metafisica, ma alla ricaduta pratica sugli uomini. Il progetto umano, che si realizza nel superamento dello stesso uomo, è un progetto in divenire, è la creazione di un ordine, un continuo rinnovamento. Per questo la figura dell’Oltreuomo è di difficile identificazione, perché esso è un orizzonte, un limite, non è mai una realtà presente. E’ definito da una tensione, e non già da un’essenza. Ciò ha portato a diverse speculazioni e “fraintendimenti” più o meno fortunati nel corso della storia, celebre è il superomismo dannunziano, col suo Superuomo dedito ad un “vivere inimitabile” fatto di creazioni culturali e traversate in aeroplano, una figura che ha lasciato traccia in gran parte della produzione del poeta abruzzese. Si deve menzionare inoltre il “superuomo nazista”, che si richiamava retoricamente alla costruzione di Nietzsche ma dirottandola da un terreno assolutamente “impolitico” -come sottolinea anche Carlo Galli in “Perché ancora destra e sinistra”- allo scontro ideologico e razziale propugnato dal regime nazional-socialista. Il “superuomo” quindi come uomo ariano, capace un domani di assoggettare il mondo al suo volere. Tale interpretazione forse verrebbe definita dall’originale creatore come “troppo umana”, perché succube di una volontà che non è né generosa e traboccante né creativa, ma anzi meschino derivato di un manifesto senso d’inferiorità, una paura portata agli estremi che sfocia in una insensata violenza. Diametralmente opposta appare invece l’interpretazione di molte voci d’area anarchica, che vedevano in Nietzsche non già l’odiatore dei deboli, come può apparire ad una lettura superficiale, ma anzi colui che delinea un modello umano né servo né padrone di nessuno, capace di essere libero fra liberi, e di dar vita ad una società che non induca e necessiti l’esistenza dei quella massa informe e schiava, che è evidenziata nel “Così parlò Zarathustra” dal mercato e dalla sua piazza, che infatti si fanno beffe del profeta, canzonandolo, odiandolo per le sue “strane credenze”. Accanto all’ammirazione si sono accumulate anche le critiche, come quelle di estremo individualismo e di autoreferenzialità, che possono essere forse smentite, ma fino ad un certo punto. C’è però da dire che oggi, in un tempo che coniuga perfettamente nichilismo passivo, alienazione e individualismo sterile, conviene forse riscoprire una certa visione prometeica dell’uomo, non definendolo come mero meccanismo passivo all’interno di un universo indifferente, ma come prodiga sorgente. Solo così si potrà inventare un mondo nuovo, perché questa è la più grande necessità che su di noi incombe, quella dell’auto-superamento. Sarà ogni possibile futuro un’illusione? Può darsi. Occorre chiedersi: importa veramente?

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