“La società della prestazione”, di Byung-Chul Han

Byung-Chul Han nel suo breve saggio chiamato “la società della stanchezza”, individua come la società di oggi, quella della prestazione, sia causa delle malattie mentali. Rispetto ai secoli precedenti, caratterizzati dalle grandi epidemie, il XXI secolo è sinonimo di disturbi mentali, del “burnout” sul lavoro e dell’insorgere dei virus che, come quelli del computer, riescono a compromettere totalmente il nostro cervello.
Lo scritto tedesco d’origine coreana continua sostenendo che la società odierna, la quale teoricamente da accesso all’individuo a tutto ciò che vuole , lo sottoponga ad un stress molto maggiore rispetto alla “società disciplinare” che era si costrittiva in molti suoi aspetti, ma non esponeva l’uomo ad una gara continua ; una competizione in qualsiasi ambito, dalla sfera personale/sessuale sino al lavoro.
Bisogna avere vite perfette, altrimenti si è dei falliti:i così detti “loosers”, termine molto diffuso negli Stati Uniti dove la cultura puritana ha contribuito ad alimentare il mito che chi non trova lavoro deve essere abbandonato perché “incapace” o, addirittura, “non più considerato da Dio”.
Di pari passo vi è stata una mutazione, anche nei sentimenti :si è sempre irritati, ma mai arrabbiati.
La rabbia, sentimento talvolta liberatorio, non viene più sperimentata. È, come detto precedentemente, persistente un nervosismo quasi incurabile.
In conclusione, viene a crearsi anche un odio verso la noia(che, in piccole dosi, aumenta la nostra resistenza) la quale non viene più tollerata:è necessario essere sempre al lavoro ed il cosiddetto multi-tasking ci abbassa al livello di animali non consenzienti che, davanti ad una preda, devono difendersi da intrusioni altrui e (contemporaneamente) cibarsi e nutrirsi.