L’alba di una nuova primavera

La storia sembrava finita. Lo dicevano dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica e del relativo blocco, lo speravano, speravano di poter dare inizio al loro incontrastato Impero millenario. Si sono dovuti ricredere, si stanno ricredendo e si ricrederanno. Mezzo mondo è in fiamme. Haiti, Colombia, Palestina, Ecuador, Cile, Honduras, Libano, Catalogna, Iraq, Francia, Sudan, Perù: ogni giorno nuovi scontri, nuovi morti, nuove battaglie, tutte unite da un filo conduttore ben preciso, ossia la rivolta ad un sistema socio-economico e morale che si è imposto ai popoli e contro di essi, un regime internazionale che a colpi di dissoluzione degli organi democratici, austerità e culto del profitto ha oppresso per fin troppo tempo l’Umanità. Siamo difronte agli esordi di una nuova Primavera dei Popoli. Il contagio rivoluzionario è possibile oramai, e non solo nelle periferie del sistema capitalista, ma all’interno del suo stesso cuore, l’Occidente autocratico e liberista. Anni di tensioni sociali rimaste latenti sono finalmente sul punto di scoppiare, alimentate dalla cupidigia di classi dirigenti inette e prone agli interessi dei gruppi lobbistici. Certo, non è detto che le proteste di questi giorni riescano ad avere uno sbocco che non sia solamente negativo, ossia riescano a produrre una modifica reale dello scenario politico e sociale, ma sono importanti segni della vitalità dei popoli. Tutte queste singole esperienze sono da contestualizzare in un più grande contesto di una lotta sociale e morale fra due schieramenti contrapposti, quello dei popoli e quello delle cosche che su di essi vorrebbero regnare. Occorre comprendere che non esiste un terreno neutro, che la presa di posizione è obbligata, e la negazione di ciò comporta anzi una scelta di campo ben precisa. Condannare qualche vetrina in frantumi o una macchina data alle fiamme è quanto di più meschino si possa fare oggi, sintomo non solo di totale ignoranza politica e della situazione contingente, ma anche di un’interiore malizia ben più grave di qualsiasi fraintendimento. Al posto di condannare i movimenti patriottici e democratici di liberazione che spontaneamente stanno sorgendo si dovrebbero anzi ammirare, e cercare di sfruttarne la risonanza per suscitarne l’emulazione. L’Europa, instupidita da decenni di propaganda liberista, è forse uno dei terreni più difficili, ma è anche il teatro di feroci contraddizioni, basti pensare alle cure chemioterapiche sospese in Grecia per mancanza di fondi e la sempre maggiore concentrazione della ricchezza. L’Europa ha bisogno di dar fuoco alla minaccia. I Gilet Gialli sono stati un inizio di ciò, inizio ancora imperfetto e segnato all’interno da divisioni forse irrisolvibili che ne pregiudicano l’azione, ma occorre ora che il movimento si espanda. Ovviamente a tentare di impedire ciò stanno tutti i vari “populisti”, che da Salvini all’AFD tedesco passando per la Le Pen intercettano il dissenso e propongono soluzioni di compromesso o puramente estetiche, ma ciò non può durare per sempre. L’unica strada per l’emancipazione è la lotta di popolo, prima si capisce questo prima si potranno abbandonare capitani e filosofi da salotto al loro destino.

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