L’armageddon proletario, di Leonardo Sinigaglia

Purtroppo i movimenti di massa non nascono sempre né nella forma né del luogo dove speriamo che si materializzino. Negare la realtà perché non si confà alla nostre idee non è solo ridicolo ed infantile, ma un grave, gravissimo errore politico. Fare ciò indebolisce il movimento, fa perdere occasioni e offre spazio ai nemici. Da militanti socialisti rivoluzionari, questo non è un errore che possiamo permetterci.

La rivoluzione, probabilmente, non arriverà dalle fabbriche. Magari qualche “purista” potrà storcere il naso, ma è ora di tirar su gli occhi dai libri per mettere a frutto le conoscenze apprese ed analizzare la realtà: l’occidente, Italia in primis, non è più terra industriale. Si vuole cercare un vero proletariato che “non ha nulla da perdere se non le catene”? Si guardi ad altri settori, al terziario, al lavoro autonomo, alle finte Partite Iva. Gli operai del secondario, per quanto ovviamente anche loro sfruttati e sempre più lesi nei diritti, non solo si sono drasticamente ridotti di numero rispetto al secolo scorso, ma godono ancora di tutele sindacali, eredità di altri tempi di lotta, impossibili da concepire per molte altre categorie. Può dar fastidio, ma ora non abbiamo bisogno di operaismo ammuffito.

Dirò di più: le masse stanno dove stanno, non seguono di certo la volontà di rivoluzionari da poltrona. “Per saper aiutare le masse e guadagnarsi la loro simpatia, adesione ed appoggio, non si devono temere difficoltà, intrighi, offese, persecuzioni […] e lavorare là dove sono le masse”, lo dice Vladimir Lenin, uno che forse di rivoluzione se ne intende, senz’altro di più del militante comunista medio attuale, la cui esperienza politica si riduce al limite alle elezioni d’istituto o comunali. Che si provi a tacciare lui di “scendere a patti coi bottegai”, di “strizzare l’occhio alla destra” come va molto di moda in certi ambienti in questi giorni! Basterebbe una lettura delle sue opere, e nemmeno quelle minori o più oscure, ma quelle fondamentali, come il “Che fare?”o “L’estremismo” per capire che la politica è un campo di battaglia, che ogni contraddizione nel campo nemico va ampliata e sfruttata, che ci sono dei momenti nei quali si deve avanzare, altri in cui si deve retrocedere, altri ancora nei quali si deve aspettare. Con sondaggi che danno la percentuale di italiani contrari all’Ue fra il 50 e il 70%, ingnorare questo campo per paura del confronto con la destra non è solo ridicolo, ma è assolutamente controrivoluzionario. Qui stanno le masse, qui si deve lavorare. Poco importa se qualche poltrona antropomorfa avrà da ridire e accuserà di rossobrunismo, è già successo, e uomini ben più grandi hanno riso in faccia a questi. Attendere l’Armageddon proletario per mandare avanti la storia? Ma non scherziamo. O si lavora nelle condizioni materiali che la storia ci ha dato, o almeno non ci si metta a gridare contro chi lo fa, conscio di non essere già un folle visionario, ma un rivoluzionario socialista con una profonda visione strategica. Meno seghe mentali e più analisi, prima che sia la Storia a darvi una spinta.

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