Le foibe ed i crimini fascisti, di Eros Rossi

«Si procede ad arresti, ad incendi [. . .] fucilazioni in massa fatte a casaccio e incendi dei paesi fatti per il solo gusto di distruggere [. . .] La frase «gli italiani sono diventati peggiori dei tedeschi», che si sente mormorare dappertutto, compendia i sentimenti degli sloveni verso di noi»*

È questo ciò che avvenne prima delle tragiche foibe.
È vero, questa è una triste pagina della storia Nazionale, ma non per questo si deve cascare dell’errore dei classici media italiani.
Si dice spesso che questa sia una “pagina strappata dalla storia”, ma quante volte si sente parlare delle foibe, mentre si ignora completamente la gloriosa Repubblica Romana, nata il giorno prima della ricorrenza? Quante volte avete sentito questa frase, ripetuta ogni anno, da istituzioni e mezzi di comunicazione vari?
Quante volte, invece, avete sentito parlare di ciò che fecero i fascisti e i nazisti in Istria, Dalmazia, e Jugoslavia?
Qual è, quindi, la vera tragica pagina strappata dalla storia?
Sia chiaro: non si fa a gara a chi abbia ucciso più cittadini o distrutto più famiglie, e tantomeno vogliamo fare i negazionisti, ma per essere veramente obiettivi sulla storia si ha la necessità, e l’obbligo, di analizzare il contesto in cui queste due tragedie avvennero.
Ci limiteremo, in questo articolo, ad esporre i fatti e i crimini commessi dal fascismo nelle zone del Carnaro e dell’Istria, tralasciando gli altri brutali avvenimenti accaduti anche in Dalmazia; sulle foibe non abbiamo niente da aggiungere visti i continui (e giusti) documentari, notiziari, e libri a riguardo. Ci sentiamo in obbligo di informare, invece, su ciò che avvenne prima, visto che è realmente dimenticato da gran parte della Popolazione.

Nell’aprile del ’41 Italia e Germania occupano parte delle terre settentrionali e della Dalmazia, a discapito ovviamente della Jugoslavia.
Già da subito si iniziò il processo di italianizzazione delle province annesse: tutti gli Slavi cambiarono nome e cognome obbligatoriamente, oltre ad esser costretti ad utilizzare la lingua italiana nei luoghi pubblici.
L’occupazione suscitò ovvie resistenze da parte della Popolazione, in special modo dai socialisti e dai nazionalisti Slavi. Che organizzarono ben presto boicottaggi e rivendicazioni varie contro i gerarchi e funzionari nazi-fascisti.

“Non vi preoccupate del disagio economico della popolazione. Lo ha voluto! Ne sconti le conseguenze […] Non sarei alieno dal trasferimento di masse di popolazioni […] Considerate senza discriminazioni i comunisti: sloveni o croati, se comunisti vanno trattati allo stesso modo.” Benito Mussolini.

Nel novembre del ’41, a seguito di un attacco da parte dei partigiani ad un ponte ferroviario sulla linea Lubiana-Postumia, vennero eseguiti rastrellamenti e distruzioni in tutta la vasta zona dove avvenne l’attacco. Durante le operazioni militari e gli scontri armati con la resistenza jugoslava le truppe italiane ebbero 4 morti e 3 feriti. Le autorità italiane reagirono incarcerando 69 civili dei villaggi del luogo, processandoli ed emettendo 28 condanne a morte, 12 ergastoli, 4 a trent’anni di carcere e altri 6 a pene tra i cinque e gli otto anni. Il primo dicembre del ’41 studenti e gruppi armati realizzarono una serie di azioni dimostrative: esplosione di una bomba contro postazioni fasciste, manifestazioni di studenti, astensione della popolazione dalla circolazione e frequentazione dei locali pubblici; l’esercito italiano reagì sparando sui civili.

I conflitti continuarono nella zona di Lubiana, con continui botta-risposta tra fascisti e partigiani (composti sia da Slavi che da socialisti Italiani).

Nella notte fra il 22 e il 23 febbraio del ’42 le autorità militari italiane cinsero con filo spinato e reticolati l’intero perimetro di 30 km di Lubiana, al fine di operate un rastrellamento completo della popolazione maschile della città disponendo un ferreo controllo su tutte le entrate e le uscite. La città venne divisa in tredici settori e furono raccolti 18.708 uomini che furono controllati nelle caserme; 878 di questi uomini furono mandati in campo di concentramento.
A Lubiana, nel solo mese del marzo ’42, gli italiani fucilarono 102 ostaggi. Un soldato italiano in una lettera inviata a casa il primo luglio 1942 scrisse:

«Abbiamo distrutto tutto da cima a fondo senza risparmiare gli innocenti. Uccidiamo intere famiglie ogni sera, picchiandoli a morte o sparando contro di loro. Se cercano soltanto di muoversi tiriamo senza pietà e chi muore muore.»

Un altro scrisse:

«Noi abbiamo l’ordine di uccidere tutti e di incendiare tutto quel che incontriamo sul nostro cammino, di modo che contiamo di finirla rapidamente.»

Non vanno scordati i diversi eccidi, come, ad esempio, quello di Podhum.
Il 12 luglio 1942, nel villaggio di Podhum, per rappresaglia furono fucilati da reparti militari italiani per ordine del Prefetto della Provincia di Fiume Temistocle Testa tutti gli uomini del villaggio di età compresa tra i 16 ed i 64 anni.

Per colpire la resistenza Jugoslava le autorità italiane finirono addirittura col deportare intere zone di civili, per via di semplici presunte parentele o contatti con altrettanto presunti partigiani. La stessa politica venne perseguita anche nella vicina provincia di Fiume: il locale prefetto, Temistocle Testa, redasse il 19 giugno 1942 il rapporto “allontanamento di coniugi di ribelli della provincia di Fiume”. Il prefetto della provincia ha firmato anche il proclama prot. n. 2796, emesso in data 30 maggio 1942, in cui rende nota la punizione inflitta alle famiglie di presunti aderenti alle formazioni partigiane:

«[…] Si informano le popolazioni dei territori annessi che con provvedimento odierno sono stati internati i componenti delle suddette famiglie, sono state rase al suolo le loro case, confiscati i beni e fucilati 20 componenti di dette famiglie estratti a sorte, per rappresaglia contro gli atti criminali da parte dei ribelli che turbano le laboriose popolazioni di questi territori […]»

in 29 mesi di occupazione italiana della provincia di Lubiana, vennero fucilati o come ostaggi o durante operazioni di rastrellamento circa 5 000 civili, ai quali furono aggiunti 200 bruciati vivi o massacrati in modo diverso, 900 partigiani catturati e fucilati e oltre 7 000 (su 33 000 deportati) persone, in buona parte anziani, donne e bambini, morti nei campi di concentramento. In totale quindi si arrivò alla cifra di circa 13.100 persone uccise su un totale di 339.751, al momento dell’annessione, quindi il 3,8% della popolazione totale della provincia. Il tutto è da inquadrarsi nell’ambito della guerra jugoslavo-balcanica, che vide dal 1941 al 1945 la morte di oltre 89.000 Sloveni su una popolazione di 1,49 milioni, pari al 6%.

La fine della guerra, con la vittoria dell’Urss e degli alleati occidentali, scatenò diversi movimenti vendicativi verso le Popolazioni occupanti. Le foibe ne sono un esempio, ma ciò avvenne allo stesso modo in diversi Paesi occupati dalla Germania, e anche dall’Italia (in diverse zone della Grecia, dell’Albania, ecc.). Molto spesso le Popolazioni occupanti, compresa la parte civile, venne esiliata forzatamente (in modo diretto o anche indiretto), come avvenne ad esempio in Dalmazia o in Libia.
Questo non avvenne ovviamente solo durante la seconda guerra mondiale. Cacciate o crimini spinti da un desiderio di vendetta a livello Nazionale sono accaduti praticamente sempre nella storia dell’Umanità, verso le conclusioni delle varie guerre.
Si pensi, restando nel contesto Italiano, alle varie rivendicazioni commesse dalle Popolazioni Italiane soggiogate dall’impero austro-ungarico una volta liberate.
Parte dei morti delle foibe erano senza dubbio fascisti e collaboratori del regime, ma è innegabile il fatto che vennero uccisi anche moltissimi civili.
È questo ciò che porta il bieco nazionalismo e il cieco desiderio di vendetta.

Quante volte avete sentito incolpare il comunismo, o addirittura il socialismo o il Popolo Jugoslavo in toto, per l’eccidio che avvenne?
Su questo va puntualizzato il fatto che è veramente stupido paragonare il comunismo al nazi-fascismo “solo” per ciò che avvenne conclusasi la guerra.
È generalizzazione tanto inutile quanto quella che fecero per l’appunto i vari Jugoslavi quando commisero l’eccidio, prendendo indistintamente gli Italiani, che siano fascisti o semplici civili.
I partigiani Jugoslavi, così come quelli Italiani, non erano composti esclusivamente da comunisti: nel caso dei Slavi c’erano anche molti nazionalisti.
I partigiani che commisero il tragico atto, pur che siano socialisti o comunisti erano pur sempre umani, e dopo aver visto i propri cari morire per mano di qualche Italiano, si può cadere nel gesto irrazionale della vendetta indiscriminata.
Dire che il comunismo sia come il nazi-fascismo, prendendo come esempio i crimini vendicativi fatti da una parte dei partigiani in generale, vuol dire incolpare Cristo per ciò che avvenne durante le inquisizioni in Europa.
Da nessuna parte nei scritti di Marx, Engels, o anche Lenin ed altri esponenti del comunismo, si accenna ad un eventuale necessità nell’uccidere un individuo, che sia Italiano o Tedesco od altro, per via di una vendetta; nessun scritto comunista afferma di dover gettare in delle fosse i fascisti o i parenti dei fascisti. Diamo la colpa, piuttosto, al nazionalismo, o al nazi-fascismo stesso. Sono questi ultimi, spinti dal nazionalismo sciovinista, ad aver sparso odio nelle Popolazioni sia Italiane che Slave; e sono sempre questi, i nazi-fascisti, ad aver come regola scritta, nella propria folle ideologia, l’oppressione e lo sterminio delle Popolazioni Slave in quanto inferiori; sono questi, i nazi-fascisti, ad aver da sempre avuto come nemico il comunismo ed il socialismo. Un odio tanto radicale da esser stati utile, inizialmente, alle potenze occidentali, finanziatori dei macellai.

*(Riportato da due riservatissime personali del 30 luglio e del 31 agosto 1942, indirizzate all’Alto Commissario per la Provincia di Lubiana Emilio Grazioli, dal Commissario Civile del Distretto di Longanatico (in sloveno: Logatec) Umberto Rosin)