L’economia del dono. Di Nicolas Mariucci

Viviamo l’era della globalizzazione e i beni di consumo realizzano il cosmopolitismo a cui tende la cultura di massa. Mai come ora i popoli del mondo, da un capo all’altro del pianeta terra, hanno condiviso tante cose, oggetti, capi di vestiario, cibo, bevande, spettacoli televisivi, musica, elettrodomestici, automobili, e forse mai come ora hanno avvertito il bisogno di affermare la propria diversità. E’ un’esigenza etica, che deriva dalla consapevolezza del debito che ciascun essere vivente ha con le sue origini. Con questo vincolo morale ogni comunità si gioca la capacità di partecipare senza soggezione al mercato globale.

Proprio in queste società, cosiddette post-industriali, in cui domina l’interconnesione planetaria, non si riesce più a riconoscere il proprio vicino, i luoghi della socializzazione diminuiscono o perdono di senso, cresce l’isolamento e la solitudine degli individui. Non tutto comunque è perduto, e nuovi sistemi economici si affacciano sulla scena,
Il tema del dono, non certo nuovo all’interno della ricerca filosofica, antropologica e sociologica, si inserisce pienamente nella nostra riflessione sulla società moderna, dominata dall’utile e dall’economico. Il dono (il paradosso del dono, potremmo dire), inteso come azione gratuita, e che nella sua gratuità costituisce uno dei presupposti fondanti le comunità, pare pronto a tornare a sfidare dialetticamente la logica del calcolo e dell’accumulazione, non tanto per negarne la loro valenza paradigmatica, quanto per riaffermare nei loro confronti la propria feconda “alterità” sul piano simbolico. Gli economisti, di fronte al tema del dono, rimangono perplessi, spiazzati. Non sanno giustificare il dono, in quanto appare economicamente un atteggiamento irrazionale. Questo accade perché non tengono conto che alla base dei rapporti umani coabitano concetti come tempo e reciprocità, liberalità e gratuità, che significano solidarietà.

Naturalmente l’obiettivo non è certo quello di rifondare o riconvertire il mondo, di ignorare o sottovalutare i sistemi economici (sarebbe una pretesa assurda), ma di cominciare a porsi prospettive più ambiziose che mirino ad economie e a mercati mediati dal sociale e dal politico. Da questo punto di vista, la sfida è rompere lo schermo dell’utile, dell’interesse come criterio di riconoscimento, interpretazione, valorizzazione della realtà ambientale e sociale. E’ importante portare alla luce le dimensioni dello scambio sociale e dell’azione individuale e sociale non dettate principalmente dall’interesse. Si tratta infatti di un passaggio fondamentale nel tentativo di limitare e contrastare il dominio dei criteri del profitto e della competizione economica. Il vero problema da affrontare è che nelle forme dell’Utilitarismo e del Contrattualismo, il capitalismo è da tempo diventato egemone nell’immaginario collettivo. Perciò anche il dono subisce una metamorfosi commercializzante. Sul dono si è concentrato dunque un vero e proprio scontro ideologico che oppone i realisti del “contratto sociale”, secondo i quali il dono è uno scambio che presuppone e obbliga a una reciprocità, a intellettuali più utopistici, o profetici, secondo i quali è libera gratuità. Molti sostengono che nella società moderna il disinteresse totale sia impossibile. Ma non è così: la maternità è l’esempio più evidente che è possibile e incondizionato. Il dono ha a che fare con il sacrificio, con la gratuità, con l’essere come bene. Nella società secolarizzata il dono non è più puro, dono e consumo si sfiorano.


L’economia del dono scardina il modello neoliberista basato sul “valore” delle merci, infatti un dono è prima di tutto un atto di amore verso la comunità che ci circonda , un atto indirizzato al bene collettivo che sovrasta cosi l’interesse egocentrico privato che come sappiamo , porta solamente al disfacimento del tessuto sociale , dei rapporti sinceri fra gli uomini e l’accumulazione di infiniti beni nelle mani di pochi .
Il pensiero del dono si oppone direttamente al modello economico che contiene in sé il seme dell’interesse. Il modello neoliberale, del mercato, tendendo ad incrementare la produzione e la circolazione dei beni, si oppone al modello del dono. L’alternativa dono-mercato descrive la situazione dell’individuo moderno messo di fronte quotidianamente alla scelta, individuale e collettiva, di far circolare le cose tramite il dono, il mercato o lo Stato.

Ma il senso del dono è minato dalla nozione di reciprocità concepita come equilibrio che tende verso l’equivalenza tra ciò che circola. Ora, nel dono non c’è equilibrio; l’equilibrio sancisce la fine della relazione di dono, tanto quanto la sancisce il fatto di non rendere mai. (Se il vicino di casa chiede in prestito dello zucchero, se torna a renderlo, ciò significa che non vuole stabilire o continuare un rapporto). La fine del debito, infatti, è la fine del rapporto di dono: donare non è la stessa cosa di rendere. Il dono perciò non ha valore di “risarcimento” , ma esso essendo per sua natura “libero dalle catene del mercato” è un atto che rafforza sia la relazione con l’altro sia allo stesso tempo anche la fiducia di poter trovare un aiuto , affetto e sincerità.


La parola Comunità significa “ donare l’un l’altro” ed è proprio questo che dobbiamo ritornare a fare , ricostruire la società dalle sue fondamenta etiche e morali e garantire a tutti la possibilità di entrare e cooperare per costruire insieme un paese migliore , un mondo migliore. Un Paese gestito solamente dall’economia del dono . è ( purtroppo ) un’utopia lontana , ma la dura realtà che ci vieta di aprire un po’ di più il cuore all’altro , ricordandoci sempre che “l’uomo è un animale sociale” e proprio per questo l’individualismo neoliberista che ci identifica come monadi erranti che lottano per la sopravvivenza è semplicemente una follia distopica , distopia questa che però , fa comodo a chi sta ai vertici del potere.
Fonte: “Ontologia ed economia del dono” 2007