Letteratura e Giornalismo, quale futuro?

Comprando e leggendo sia libri che giornali viene difficile esprimere anche solo una predilezione per uno dei due . Certamente la complessità di un libro è difficilmente riscontrabile in un trafiletto di giornale dove, costretti dai parametri da non superare , i giornalisti non riescono a dare il meglio(si scopre, poi, quando essi stessi diventano scrittori che hanno un talento anche per la saggistica e la narrativa).

Una cosa è assolutamente certa; chiunque, al meno sul piano teorico, può essere uno scrittore. Altra cosa è per il giornalismo; periodi lunghissimi, poco lavoro, non che il campo della letteratura sia rigoglioso, e , in generale, competizione per posizioni più vantaggiose.

Quindi, la prima precisazione da fare è: un giornalista può essere uno scrittore senza studiare, ma uno scrittore non può essere un giornalista, a meno che non si istruisca.

E’ necessario, poi, una divisione; oggigiorno, non esiste più una demarcazione precisa fra i due ambiti. Il rischio, concreto, è un impoverimento a carattere generale “a causa di una mancanza di riflessione teorica”.

Ciò deriva da due concause che, insieme, creano una risposta, a mio parere, corretta al quesito di chi, in questo preciso momento, si domandasse “come mai c’è stato questo impoverimento?”. Le risposte sono le seguenti: 1) tecnologia e 2) intreccio dei generi letterari.

Il primo punto è sotto gli occhi di tutti; per quanto si possa sostenere che il giornalismo abbia “tenuto botta” all’avvento di internet ne ha, invece, sofferto moltissimo. Sì, è vero, non mancano esempi virtuosi di testate nate sulla rete, tuttavia il comparto giornalistico ha perso la verve che aveva fino a solo vent’anni fa: basti pensare a tutti i giornali falliti od assorbiti.

Inoltre, i siti internet non mettono in risalto il giornalista; non c’è più quella sorpresa di scoprire il nome di quest’ultimo. Chi resiste sono i giornalisti televisivi, essendo la TV il mezzo di propaganda più seguito, per il momento.

Questo ha, generalmente, indebolito tutta la stampa e il giornalismo. A questo si aggiunge il secondo punto, quello davvero distruttivo e mortale non solo per il giornalismo, ma per chiunque abbia scritto anche solo un libricino di 20 pagine: l’intreccio dei generi letterari è la morte della scrittura. Come avviene fra le specie animali, ad esempio con i pastori tedeschi, mischiare i generi letterali ha portato oggi ad una confusione terribile. E’ un saggio? Un testo di narrativa? Un’inchiesta giornalistica? Insomma, la confusione regna sovrana ed il problema è molto più complesso comprendendo moltissimi eccezioni e casi. Ad ogni modo, l’intreccio dei generi è sempre stato ricercato anche nei secoli precedenti, quindi il problema non dovrebbe sussistere, teoricamente. Qui, viene in ballo un altro punto: l’universalità moderna del leggere. Tutti leggono e lo sanno fare, ma lo fanno male(come diceva, giustamente, Herman Hesse). Di conseguenza, la ricerca di quello che ho chiamato intreccio è un tentativo, a mio parere, di attirare il nuovo pubblico non di sperimentare per puro piacere .

Non esiste più un comune denominatore per distinguere, anzitutto, la letteratura e il giornalismo e, poi, per dividere in categoria tutti gli altri sottogruppi. Il passo, in questo caso, deve farlo la letteratura non certo il giornalismo.

La prima, infatti, ha un ruolo ancora importante oggi, possiede ancora il dado della cultura(seppur sia stata totalmente superata). Il giornalismo è ahimè, ironia della sorte, già qualcosa di nicchia se ci riferiamo all’idea originaria a cui tutti pensiamo. La letteratura, invece, no. E’ irriconoscibile, ma viva. Deve decidere se creare dei confini ben precisi, evitando quindi ulteriori frammentazioni e indebolimenti, condannandosi però alla nicchia, oppure imboccare la strada che sta prendando in questo momento e snaturarsi, una volta per tutte.

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