L’istruzione ai tempi del capitalismo, di Eros RF

La scuola è da sempre – già da filosofi dell’antica Grecia, così come da pensatori della Francia illuminista – stata pensata come un istituzione volta ad istruire i (futuri) Cittadini. L’educazione spetta ai Genitori, ma l’istruzione spetta alla scuola.
Ovviamente questa deve esser pubblica: tutti devono diventare Cittadini, e non ha senso che ci sia un istruzione di “classe A” e di “classe B” che crei di conseguenza Cittadini di classe A e di Cittadini di classe B per via, tra l’altro, della ricchezza dei propri Genitori. Questo sistema, che permette un istruzione privata, era presente nell’800; stiamo forse andando a ritroso?
L’eredità della classe dei propri Genitori era poi presente nel sistema schiavile, siamo sicuri che ci sia stato poi così tanto progresso dall’antichità sotto questo punto di vista?
Detto questo; la scuola, come detto prima, punta ad istruire e formare dei Cittadini. Per esser Cittadini occorre inevitabilmente una coscienza politica. Si insegna forse politica a scuola? No, vengono al massimo fatti brevi seminari sulla Costituzione, su concetti astratti ed idealistici, senza approfondire sul perché di certe leggi, sulla storia che si cela dietro a certe decisioni, o sui fatti: lo Stato, effettivamente, segue la Costituzione? E come?
Attualmente, senza girarci troppo intorno, la scuola è stata trasformata in un pre-corso d’apprendistato. Vengono sì trattate materie fondamentali per una Persona che vive in una società civile e sviluppata (Matematica e Scienze), ma tutto il resto viene fatto con molta superficialità, puntando tutte le forze, invece, su materie strettamente necessarie nel mondo lavorativo.
È palese, soprattutto per moltissimi giovani che potrebbero accorgersene per esperienza diretta, che i licei scientifici e classici, o anche artistici, siano frequentati in una percentuale maggiore da figli di genitori relativamente benestanti. Mentre, allo stesso modo, le scuole tecnico-professionali sono frequentate prevalentemente da figli di genitori di una classe medio-bassa. Per fare due semplici esempi: un idraulico che ha bisogno di aiuto spinge il figlio a prendere l’IPSIA, e un piccolo commerciante spinge il figlio a prendere l’ITC (già qua di una classe un po’ più “media” che “bassa”).
Una volta usciti da questo istituto – che punta la maggior parte della propria istruzione sulla pratica, sull’introdurre lo studente al mondo del lavoro – si sarà pronti appunto a lavorare. Non ci sarà la necessità di continuare gli studi scegliendo l’Università, principalmente perché è troppo costosa da sostenere economicamente, e perché si sa che in certi settori “abbienti”, con un reddito medio più alto, vengono presi in genere propri conoscenti (e quindi figli di colleghi, o comunque Persone appartenenti alla stessa classe padronale, borghese o piccolo-borghese).
La scuola “dei ricchi” invece? I licei hanno bene o male – nonostante l’ambigua alternanza scuola-lavoro – ancora una forte “base” umanistica. Vengono studiati ancora, in certi casi anche approfonditamente, diversi argomenti importanti per un Cittadino civile.
Di fatto si crescono da una parte, negli istituti professionali, dei futuri Cittadini senza coscienza politica, né tanto meno di classe, rimanendo quindi apolitici; e dall’altra, nei licei, dei futuri padroni o comunque dei Cittadini che, essendosi formati con un ottica borghese, intellettuale ed alienata dalle altri classi subalterne – spesso la propria – sarà predisposta a voler mantenere il sistema vigente, votando pedissequamente partiti anti-popolari.
È ovvio poi che chiunque può, nella teoria, istruirsi da solo. Ma a questo punto la scuola a cosa servirebbe? La scuola è nata appositamente per permettere a tutti, indistintamente dalla classe di provenienza, ad istruirsi; non tutti i ragazzi hanno, caratterialmente, l’impulso al voler approfondire tematiche politiche, scientifiche, o altro, ed è giusto quindi che li istruisca la scuola.
Cosa succede quindi quando questa disuguaglianza nell’istruzione, presente anche nelle scuole, si presenta nella società? Si trova semplicemente una grossa fetta della Popolazione completamente apolitica e disinteressata a questa. Basti sapere che l’affluenza nelle ultime elezioni Nazionali siano state del circa 73%, e per le europee del 56%; anche negli Usa, il Paese più democratico che ci sia (stando ai media), c’è stata, nelle ultime elezioni del 2016, un affluenza del 56%.
Si vedrà inoltre che, in rapporto, la quantità dei poveri che non vota nessuno è più alta rispetto a quella che partecipa “attivamente” alle elezioni.
C’è una perdita di speranza verso la politica. La si vede come un qualcosa di estraneo; e soprattutto è preoccupante il fatto che nella stragrande maggioranza dei casi questi apolitici non abbia neanche l’intenzione di fare qualcosa per cambiare la situazione politica del proprio Paese, perché non vedono alternative: sono finiti nel credere che questo sia il sistema migliore al mondo e che d’altronde è meglio dar il potere in mano a “chi se ne intende”.

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