Mazzini e la rivoluzione sociale

Un patriota dimenticato

Giuseppe Mazzini. Una delle figure più importanti del nostro paese…e tuttavia una delle più dimenticate ed ignorate. Nonostante sia stato tra i padri ideali dello stato repubblicano, la sua figura è reclusa nei libri di testo e nelle sempre meno partecipate commemorazioni istituzionali in suo nome.

Giuseppe Mazzini fu un rivoluzionario, un pensatore, un Apostolo. La sua imponente figura dovrebbe essere onnipresente nella coscienza di ogni italiano, di ogni uomo libero, ma così non è.

Tutti lo conoscono per le varie agitazioni e i moti popolare, pochi per la sua fede politica e quasi nessuno per il contenuto sovversivo e superbamente attuale di questa. Vogliamo, perciò, rendere omaggio a questo grande Uomo svelando il Mazzini nascosto, il suo pensiero sociale ed economico, passato in sordina per troppi anni.

Fra Robespierre e Giansenio

Giuseppe Mazzini nacque a Genova, in una strada a pochi minuti di distanza dal porto, da Giacomo Mazzini, medico ex-ufficiale della Guardia Nazionale, e Maria Drago, pia donna originaria di Pegli, animata da forti sentimenti religiosi che la portarono ad abbracciare la rigida scuola giansenista. Ebbe come precettore due religiosi, anch’essi seguaci di Giansenio, tali Luca De Scalzi e Stefano De Gregori, i quali sin da subito notarono la caratura morale e l’intelligenza dell’allievo. E’ in queste quattro figure che sono da rintracciarsi le origini del suo pensiero, animato da un fervore inestinguibile, da un’incrollabile fedeltà alla causa e da un’intransigenza tali da suscitare stima ed ammirazione negli stessi nemici. Scrisse di lui Klemens Von Metternich, Cancelliere dell’Impero Asburgico:


«Ebbi a lottare con il più grande dei soldati, Napoleone. Giunsi a mettere d’accordo tra loro imperatori, re e papi. Nessuno mi dette maggiori fastidi di un brigante italiano: magro, pallido, cencioso, ma eloquente come la tempesta, ardente come un apostolo, astuto come un ladro, disinvolto come un commediante, infaticabile come un innamorato, il quale ha nome: Giuseppe Mazzini.»

Questo suo animo fu manifesto sin dalla giovane età: dovette abbandonare gli studi di legge dopo una diatriba scoppiata a causa del suo rifiuto di lasciare il posto a sedere nella Chiesa, dove era obbligato a confessarsi dall’Università, ai cadetti del Reale Collegio d’Austria.

Gli istinti repubblicani, l’ortodossia, l’intransigenza e il bisogno di vedere “non il ricco o il potente nel prossimo, ma l’uomo” sono la radice di quello che sarà il suo pensiero e la sua azione. Esule, ricercato, imprigionato, eternamente in fuga, clandestino e perseguitato Mazzini non interromperà la sua attività rivoluzionaria e il suo “apostolato popolare”. Questa locuzione, che diverrà il titolo di un giornale da lui diretto, è un’importante chiave di lettura per il suo operato che è “apostolico”, in quanto mirato a diffondere una Verità, un Verbo di liberazione da annunciare al mondo, e “popolare”, in quanto indirizzato al popolo, ai lavoratori, agli umili e agli oppressi.

L’Uomo e i suoi doveri

Inizieremo dalla fine, dal “Dei Doveri dell’Uomo”, pubblicato nel 1860 , vera e propria summa del pensiero Mazziniano. Il testo, indirizzato agli operai italiani, ribalta la concezione “canonica” del diritto, ponendo questo come frutto di un dovere compiuto. Cosa significa ciò? Significa porre la libertà del singolo non più come possibilità astratta, ma come condizione raggiungibile solo tramite la liberazione collettiva, significa porre gli uomini in uno stato di interdipendenza e solidarietà comunitaria. Mazzini scrive ciò in polemica con i pensatori liberali ed individualisti, che, ponendo la libertà del singolo come limite, causavano la nascita di privilegi e disparità.

Il capitolo dedicato alla questione economica approfondisce la critica al liberalismo, portandola dal piano politico-filosofico a quello sociale. Il salariato sarebbe la prosecuzione dei sistemi servili precedenti, da abbattere e superare affinché i gli uomini possano divenire “produttori liberi, padroni della totalità della produzione che esce da loro” . Il salario, e di conseguenza il sistema capitalista, sono quindi un giogo per nulla antitetico rispetto al sistema feudale, ma anzi prosecuzione degli stessi principi gerarchici, egoisti e basati sul privilegio. Difatti, la potestà economica appartiene solo alla classe dei capitalisti, i quali soli sono i padroni di “promuovere, indugiare, accelerare, dirigere verso certi fini” la produzione. Il capitale risulta quindi “despota del lavoro”, in quella che Mazzini definisce “piaga della società economica contemporanea”.

Se il salariato è oppressione, l’associazione è libertà. Le stesse meccaniche che gettano le basi per la democrazia politica svolgono lo stesso ruolo per quella economica. Essa, “progresso di tutti per opera di tutti” non mira esclusivamente a fini materiali, ma ad opera pedagogica e quindi ad un miglioramento morale. Solo da associato l’uomo è libero, poiché così in grado di moltiplicare le proprie forze al fine di sopravvivere e farsi creatore di storia. La società democratica e repubblicana auspicata da Mazzini vedrebbe la ricchezza ripartita equamente a seconda del lavoro compiuto, infatti egli stesso scrive che “qualunque è disposto a dare, per il bene di tutti, ciò ch’ei può di lavoro, deve ottenere compenso tale che lo renda capace di sviluppare, più o meno, la propria vita sotto tutti gli aspetti che la definiscono”. A conclusioni simili arrivava il rivoluzionario russo Vladimir Lenin, che nel suo “Stato e Rivoluzione”, parlando della dittatura del proletariato, afferma che il sistema economico durante la fase di transizione debba seguire la logica di chiedere a ciascuno secondo le sue capacità, e dare a ciascuno a seconda del merito.

La critica di Mazzini non si limita al sistema del salario, ma si espande a tutto il mondo dell’economia di mercato. “Gli economisti”, egli scrive, “libertà di traffici, libertà di commercio, abbassamento progressivo dei dazi […]incoraggiamenti alle grandi imprese, alle macchine che rendono più attiva la produzione: questo secondo loro è quanto deve fare la Società: ogni altro intervento è, per essi, sorgente di male”. Questo pensiero porta a incrementare la produzione senza pensare all’uomo, reificandolo e condannandolo ad un’esistenza bestiale, infatti “sotto il regime di “libertà” che essi predicano […] i documenti ci mostrano un aumento della produttività e dei capitali, non della prosperità universalmente diffusa: la miseria delle classi operaie è identica a prima”. Progresso tecnico che si tramuta in ricchezza per pochi, in supplizio per i molti. Gli operai “esposti continuamente alla mancanza assoluta di lavoro all’arbitrio di chi li impiega e alle diminuzioni dei salari” non possono essere cittadini, non possono conoscere la Libertà, ma unicamente una condizione mai ferma e sicura.

La “questione morale”

“Tre quarti almeno degli uomini che appartengono alla classe operaia, agricola o industriale […] lavorano almeno dieci, dodici, talvolta quattordici ore della loro giornata, e da questo assiduo, monotono, penoso lavoro, ritraggono appena il necessario alla vita fisica. Insegnare ad essi il dovere di progredire, parlar loro di vita intellettuale e morale, di diritti politici, di educazione, è, nell’ordine sociale attuale, una vera ironia”. In questi termini Mazzini commentava quella che è una caratteristica di ogni analisi del sistema capitalista, ossia l’alienazione del lavoratore, non solo di egli dal suo lavoro, ma addirittura dalla sua natura umano, che lo vorrebbe “sociale e progressivo”. L’operaio, inebetito e reso non più ricco, ma in ultima analisi più povero, dalla sua giornata lavorativa non ha né il tempo né l’energia per rendersi conto della sua situazione, per immaginare un mondo diverso da quello in cui mattina dopo mattina è costretto a svegliarsi e a lottare per poter sopravvivere. Mazzini anticipa di un secolo con le sue semplici, concise ed evocative parole tematiche che saranno proprie della Scuola di Francoforte, a dimostrazione di come il sistema capitalista non sia mai mutato nella sua essenza.

Senza progresso morale non può esserci vera emancipazione politica. Solo il Dovere, ossia il lottare non per sé stessi esclusivamente, ma per la collettività e il sé in essa inserito, può garantire vera Democrazia, vera eguaglianza, vera libertà. Senza la consapevolezza che l’uomo davanti a noi è Uomo, è dotato di dignità, di un’anima direbbero i credenti, può instillarci quel rispetto e quella compassione che riserviamo ai fratelli. “Tutti gli uomini sono uguali perché la Natura gli ha resi necessari i medesimi bisogni” sosteneva Carlo Pisacane, intimo amico e compagno di Mazzini. La differenza fra i concetti dai due, come sostenne lo steso Mazzini, fu puramente terminologica: il primo poneva la questione in termini puramente materiali, il secondo aggiungeva la spiritualità al discorso, ma il punto d’arrivo ed il significato sono i medesimi. La moralità è dunque un fatto concreto, e l’azione materiale fatto morale, in quanto causa di cambiamenti all’interno della mente, diciamo noi, o dello spirito, avrebbe detto Mazzini, umana. Il rapporto è ambivalente: tanto lo spirito influenza la materia quanto la materia lo spirito. Sia che a questo termine vengano dati connotati religiosi o meno, il tutto rimane invariato: non può esistere progresso in un campo senza una controparte in quello “opposto”. La rivoluzione deve essere dunque “politica e social al contempo”, senza cadere nell’errore di chi vorrebbe cambiare unicamente la forma del sistema, un avvertimento ancora valido ai giorni nostri.

Mazzini e il socialismo

Per capire l’opera di questo pensatore occorre contestualizzarlo nel clima culturale dell’Italia di inizio ‘800, con un’istruzione ancora per la maggior parte saldamente nelle mani del clero e un’economia prevalentemente agricola quando non segnata da una piccola manifattura lontana dalla rivoluzione industriale. La Genova in cui Mazzini crebbe, arretratissima rispetto alle città tedesche o inglesi, era tuttavia una delle realtà più moderne del panorama italiano. Capito questo, è facile comprendere come mai Mazzini non seppe ragionare in termini sufficientemente pratici riguardo alla condizione operaia, che egli sperimentò in maniera diretta solamente rifugiatosi esule a Londra. Una volta trovatosi nella grande capitale, non esitò a condannare il sistema delle “workhouses” e le condizioni di indicibile sfruttamento a cui erano sottoposti i proletari, sopratutto gli immigrati, ai quali Mazzini offrì i suoi servizi, organizzando associazioni operaie, tenendo lezioni elementari ai loro figli e promuovendo l’emancipazione culturale tramite pamphlet e giornali.

Mazzini si rendeva conto nella necessità di dotare gli operai di un loro programma politico, di rendere essi stessi Cittadini di un nuovo Stato, come esplicita nell’edizione dell’Aprile 1842 di “Apostolato Popolare”: “Braccia di operai assaltarono la Bastiglia: che cosa ottennero dalla rivoluzione francese? Braccia d’operai rovesciarono Carlo X: che cosa ottennero le moltitudini dall’insurrezione del 1830? […] Mancava agli operai un ordinamento speciale, mancava l’espressione de’ loro bisogni. L’operaio accettò il programma di classi ordinate da secoli, non diede il suo.”. D’altronde, l’influenza giacobina aveva lasciato l’impronta, sia su di lui, tramite il padre, che nell’ambiente patriottico italiano, rifiorito sotto le “Repubbliche Sorelle”.

Nonostante le sue intenzione, Mazzini non ebbe mai gli strumenti, potremmo dire anche linguistici, per mettere per iscritto un programma più chiaro e formale di quello espresso nei suoi scritti. Si può vedere come lo stesso Pisacane, fermamente socialista, risentì dell’allora arretratezza culturale dell’Italia ottocentesca, utilizzando termini filosofici e scientifici mischiati ad una sincera e ragionata critica sociale senza mai, però, arrivare ad una formulazione razionale di un programma politico operaio.

Il movimento operaio italiano deve enormemente al contributo di Mazzini e di Garibaldi, i quali furono i primi ad incentivare e promuovere la formazione di associazioni di mutuo soccorso e di rappresentanza dei lavoratori. Se prima l’associazionismo politico era stato dominato dal “club” di derivazione francese illuminista, adesso, grazie all’operato di questi due eroi del Risorgimento, questo mondo si apriva ad una dimensione meno elitaria e dai connotati schiettamente popolari.

La nota polemica con Marx trae origine da due fattori: la già menzionata diversità del contesto della formazione dei due pensatori, e una sorta di conflitto generazionale che provocava in uno la volontà di mettere in ombra quello che fino a quel momento era stato il leader del movimento insurrezionale europeo, nell’altro una triste invidia, acuita anche dalla vecchiaia, data dal successo riscontrato dalla teorie marxiste fra i lavoratori. Ciò che Marx analizzò con il suo materialismo dialettico, Mazzini vide ancora legato all’idealismo romantico. Questo non lo falsò nell’analisi, ma non gli diede gli strumenti per impostare un discorso “moderno” per il resto d’Europa. Egli stesso ammetteva che le idee “alla base del comunismo, del fourierismo, del sansimonismo […] sono in massima parte buone, ma rovinate spesso dai mezzi con le quali vengono attuate”. L’interesse materiale non è sufficiente per Mazzini a garantire il progresso: serve riconoscere all’uomo una dignità intrinseca, serve vederlo, appunto, Uomo. Solo così si può evitare che, combattendo contro una tirannide, un ex-schiavo sfrutti la sua forza per opprimere nuovamente quelli che furono i suoi compagni di sofferenza. Inoltre “il cambiamento dovrebbe rendere migliori, non solo materialmente felici”, quella del Mazzini era una paura derivata dall’aver vissuto a stretto contatto con quella scuola liberale tanto in voga nell’Italia del nord, scuola individualista che a più riprese tradì la comune causa dell’indipendenza, appoggiando ora “l’Austria Felix”, ora i Savoia, ora i disegni neoguelfi, ora l’intervento straniero: tutte ipotesi aberrate dal patriota italiano.

La coscienza di classe dovrebbe porre rimedio a questo, e qui si può vedere come anche nei pensatori più materialisti come Marx la comunità abbia un ruolo essenziale. Essa infatti non è negata dalla materia, essendo un qualcosa derivato dalla vita concreta della nostra specie, ma dall’altro lato anche concependola in maniera ideale non cambiano i rapporti di fratellanza e di solidarietà che dovrebbero vigere all’interno di essa. Ci si accorge quindi che non esiste una vera dicotomia, che la realtà è una, e che Marx, Mazzini, Buonarroti, Pisacane, Saint-Simon la vedevano semplicemente da una prospettiva diversa, animati però dalle stesse esigenze di giustizia sociale e di libertà. Poco importa il punto di partenza, quando le strade sono parallele (anzi, complementari) e il punto d’arrivo, spurgato dagli artifici della lingua, rimane il medesimo: una società dove a regnare sono l’eguaglianza, la giustizia e la libertà.