Mazzini, John Brown e la guerra di guerriglia

Pubblichiamo questo saggio del professor T.M. Roberts dal titolo “La rilevanza delle idee sull’insurrezione di Giuseppe Mazzini nella crisi schiavile degli Stati Uniti degli anni ’50 dell’800”

La rilevanza delle idee sull’insurrezione di Giuseppe Mazzini nella crisi schiavile degli Stati Uniti degli anni ’50 dell’800


DI T.M. Roberts
Agli inizi del 1859 il noto abolizionista americano John Brown si trovava nei territori di frontiera dell’Arkansas, pianificando la fuga di undici afroamericani, ex-schiavi i quali erano stati da lui sottratti ai precedenti padroni, in Canada, dove avrebbero potuto essere liberi. Il suo raid fu un assoluto successo, e ciò lo indusse a pianificare una ancor più ardita azione nel cuore stesso della schiavitù, da attuarsi lo stesso anno ad Harpers Ferry, nello stato della Virginia. Tuttavia, catturato da dei marines in un arsenale federale da lui occupato durante il suo fatale attacco, Brown sarà poi impiccato con l’accusa di aver incitato gli schiavi alla rivolta, un crimine punibile con la pena di morte negli stati schiavisti.
Nonostante il suo successo in Arkansas, Brown non manifestava particolare gioia. Prima di incamminarsi verso il Canada sostenne che gli Stati Uniti si trovassero “alla vigilia di una delle più grandi guerre della storia”, nella quale “la schiavitù potrebbe trionfare e con ciò porre fine a tutte le aspirazioni degli uomini per la libertà”. Brown disse che se nel 1860 le elezioni sarebbero state vinte dal candidato abolizionista del Partito Repubblicano sarebbe scoppiata la guerra, perché gli interessi sudisti, saldamente agganciati allo schiavismo, avrebbero portato questi stati in rotta con l’Unione. Egli aggiunse anche che difficilmente in questa guerra essi si sarebbero trovati da soli, poiché avrebbero avuto “l’appoggio morale e materiale degli stati europei, fino all’annientamento del repubblicanesimo americano e all’abbattimento della libertà.
Una precedente generazione di storici evidenziò gli ovvi difetti del disperato assalto ad Harpers Ferry e l’ossessione di Brown con la schiavitù per dipingerlo come squilibrato e prossimo alla totale follia. Tuttavia, più recentemente molti studiosi hanno rifiutato l’idea di un Brown fuori dalla realtà, leggendo il suo presunto sguardo profetico alla luce delle tensioni fra Nord e Sud che il suo raid avrebbe sicuramente generato. Il piano di Brown è stato attribuito alla sua mentalità protestante calvinista, che lo portò a pensarsi come strumento per la liberazione degli schiavi e nell’estrema sicurezza nella volontà degli schiavi di insorgere.
Per questi motivi gli storici hanno posizionato giustamente John Brown al centro della spiegazione sul perché una guerra civile sia scoppiata negli Stati Uniti a metà del diciottesimo secolo, pur contestando la razionalità delle sue azioni. Un altro aspetto dell’importanza di Brown risiede nell’influenza degli eventi e delle idee rivoluzionarie europee nella sua riuscita carriera di cospiratore abolizionista, in particolare le idee e la figura di Giuseppe Mazzini.
Similmente alla trattazione scolastica delle vicende di John Brown, gli storici che enfatizzano la deviazione del risorgimento italiano dagli obbiettivi di Mazzini di una repubblica unita ed indipendente sottostimano la sua importanza. Tale visione suggerisce la definizione di un Mazzini, come accade per Brown, dogmatico o utopistico, poiché fermi sulle proprie posizioni quando altri cercavano un pratico compromesso. Ma agli occhi dei contemporanei nessuno dei due uomini era visto come irrilevante nel contesto dei rispettivi movimenti nazionali insurrezionalisti. I radicali europei interpretarono correttamente il raid di Harpers Ferry come un segnale della diffusione dello sconvolgimento rivoluzionario al di là dei confini europei, e Karl Marx arrivò a definirlo come uno dei sue “più sconvolgenti fatti che accadono ora nel mondo”. Sia i liberali che i conservatori videro nel raid e nella successiva esecuzione di Brown il rifiuto da parte dell’America delle riforme liberali. Nello stesso periodo William Lloyd Garrison e Margaret Fuller, i leader dei movimenti abolizionisti e femministi statunitensi, vedevano Mazzini come un punto di riferimento. Egli presto aiuto ai riformisti americani nella difesa delle loro posizioni secondo le quali la democrazia americana, nonostante la presunta tranquillità, sarebbe stata a rischio.
Il ripensamento delle precipitose azioni di John Brown mostra egli non come “un insignificante truffatore di frontiera e meschino ladro di cavalli”, come sostenne un’iniziale vulgata revisionista, ma anzi come un professionale studioso di politica e tattica militare dal respiro transatlantico. Brown visse in un periodo nel quale il sistema schiavistico, tollerato ad entrambe le sponde dell’Atlantico, sembrava godere di ottima salute. La Costituzione degli Stati Uniti proteggeva la schiavitù là dove questa esisteva, e nel 1857 la Corte Suprema stabilì l’impossibilità di conferire la cittadinanza ai neri americani. Inoltre, sia l’Inghilterra che la Francia espressero la loro vicinanza alla Confederazione nei primi momenti della guerra, in una postuma conferma della paura di Brown di un possibile supporto al Sud da parte delle monarchie e dalle dittature europee. Il Proclama di Emancipazione, con il quale il presidente Lincoln affrancava tutti gli schiavi degli stati secessionisti, bastò a malapena ad indurre la neutralità dei governi a Londra e Parigi. Lo stesso Lincoln, un abolizionista moderato, subito condannò il raid di Brown a Harpers Ferry, e con l’inizio delle ostilità fu dapprima ostile all’abolizione della schiavitù, sostenendo che l’emancipazione sarebbe stata equivalente al raid di Brown, ma su ampia scala. Fu alla fine solo per una “necessario provvedimento di guerra” che il Proclama fu emanato. Brown, dunque, ebbe gioco facile ad anticipare che i governi su entrambe le sponde dell’Atlantico avrebbero avuto a che fare con la fine della schiavitù in America. Ma questa sua anticipazione di un’empia alleanza fra i conservatori europei e gli schiavisti americani nel 1859 non fu la prima volta in cui espresse le condizioni americane nei termini di sviluppi europei. Per decadi egli studiò le tattiche insurrezionali e di guerriglia dei movimenti patriottici europei al fine di replicarle nel territorio statunitense. Come Mazzini, anche Brown votò la sua vita alla diffusione degli ideali repubblicani ed al potere delle classi diseredate dei suoi compatrioti, se necessario anche attraverso un atto rivoluzionario violento e redentore.
Interessanti parallelismi si possono notare fra la carriera rivoluzionaria di John Brown e gli scritti sulla guerra per bande di Carlo Bianco di Saint-Jorioz, promotore dei moti repubblicani in Piemonte del 1821. Bianco passò i successivi anni fra Spagna, Malta e Grecia, prima di diventare negli anni ’30 un sostenitore della Giovine Italia di Giuseppe Mazzini, pubblicando nel frattempo due studi sulle tecniche di guerriglia nei quali produsse diverse interessanti considerazioni. Egli sostenne che un piccolo gruppo di uomini, “da dieci a diecimila”, e consci della “natura dei luoghi, del carattere degli abitanti e delle risorse del paese” sarebbero stati capaci di scatenare un movimento insurrezionale su larga scala. Il comandante della banda avrebbe dovuto consultare sia mappe che il territorio stesso scelto per la guerra di guerriglia, identificato idealmente in aree “dove il nemico principale dispone di fabbriche d’armi, arsenali e magazzini […] da attaccare per impossessarsi delle armi […] o almeno per renderne l’utilizzo impossibile al nemico”. Egli sarebbe dovuto essere comunque in grado, nelle fase iniziali, di “recuperare legno e metallo, facilmente reperibili, e di costruire con essi picche e lance”, oltre ad essere sempre preparato a compiere qualsiasi atto per “assicurarsi la distruzione dei tiranni e di tutti i loro sgherri, dei loro strumenti e di ogni loro difensore”. Solo essendo famigerato il capobanda avrebbe potuto accrescere le proprie forze per assicurarsi “il sicuro successo dell’impresa”.
Diversi aspetti dei successi di Brown sottolineano l’applicazione dei principi esposti da Bianco. Egli guidò due dozzine di uomini nella riuscita difesa di una città occupata dalle forze antischiaviste in Arkansas contro 400 attaccanti, e con gli stessi uomini attacco Harpers Ferry. Iniziò già negli anni ’30 a studiare l’area montagnosa nei pressi della città, subito notando le caratteristiche strategiche del luogo. Disse all’abolizionista Frederick Douglass nel 1847: “Dio ha dato la forza delle colline alla causa della libertà; esse sono colme di fortificazioni naturali, dove un uomo in difesa ne vale cento all’attacco. Il mio piano è quello di iniziare con venti, venticinque uomini, rifornirli con armi e munizioni e portarli di tanto in tanto, a seconda delle occasioni offerte dalla sorte, per i campi, e qui indurre gli schiavi a seguirci, cercando e scegliendo fra loro i più resistenti ed audaci”.
Già un migliaio di picche erano state preparate per gli schiavi fuggitivi che stimava si sarebbero uniti alla sua banda, ai quali sarebbero stati aggiunte le armi requisite dall’arsenale di Harpers Ferry, il quale ospitava 100.000 fra fucili e moschetti. Nel Kansas, Brown accompagnato da quattro dei suoi figli e altri tre dei suoi uomini giustiziarono quattro schiavisti, portati fuori dalle loro case e smembrati a colpi di spada. La vedova di uno di questi testimoniò in seguito che Brown disse che “avrebbe tolto la vita con la stessa freddezza con la quale consumava i suoi pasti ad ogni uomo che si sarebbe interposto fra lui e ciò che era giusto”. Da qui vennero le inquiete parole di Herman Melville, nelle quali Brown divenne “Weird John Brown”. Ebbe così inizio la sua reputazione di uomo impavido e senza scrupoli.
Probabilmente fu a causa della frequentazione di Hugo Forbes, inglese dapprima volontario a difesa della Repubblica di Venezia nel 1848 e poi con Garibaldi, che Brown venne a conoscenza delle idee teorizzate da Bianco. I due si conobbero negli anni ’50 a New York, dopo aver avuto entrambi esperienze dirette dell’Europa rivoluzionaria. Brown attraversò la Francia, la Germania e probabilmente l’Austria nel 1849, tenendo traccia degli scontri e dei combattenti. Il suo studio della battaglia di Waterloo lo convinse della debolezza delle teorie militari tradizionali sulla concentrazione delle truppe, e l’analisi dei lenti movimenti delle truppe austriache lo convinse dei vantaggi delle manovre rapide.
Le esperienze pregresse di Forbes colpirono a tal punto Brown da suscitare in lui la volontà di chiedere all’amico di dare nuovamente alle stampe un piccolo manuale di tattica militare da lui scritto, chiamato “Il manuale del volontario patriottico”, nel quale Forbes sottolineava come la “guerra detta insurrezionale sia l’unica possibile quando il tiranno impedisce alle sue vittime la possibilità di divenire esperte nell’uso delle armi.”. Come già fatto da Bianco, anch’egli aveva come principale riferimento la guerriglia antinapoleonica in Spagna, la quale venne più volte menzionata anche da Brown nei suoi studi. Il libercolo di Forbes venne dedicato ai “volontari italiani rivoluzionari che sono ansiosi di preparare se stessi alla guerra di guerriglia, poiché le circostanze alle quali ho assistito nel biennio ’48-’49 hanno mostrato ai miei occhi la necessità di un manuale scritto appositamente per i patrioti”. Vi era inoltre una sezione della Giovine Italia attiva a New York fra il 1840 ed il 1850, guidata da un tale Eugenio Foresti, detto “Felix”, un esule dei moti carbonari, ma senz’altro già Forbes anticipò la possibilità da parte dei patrioti opposti alla tirannia di trovare nel “Manuale” un utile strumento. Sulla copertina dello stesso vi era riportata l’opinione di un quotidiano sovversivo newyorkese secondo il quale il testo “avrebbero dovuto essere consegnato ad ogni persona emigrata verso l’Arkansas”. Non furono di certo le azioni di un folle quelle di Brown, ma anzi la pianificata applicazione di tattiche rivoluzionarie già sperimentate nei paesi mediterranei.
Nel “Manuale” Forbes espresse come il successo di un’insurrezione popolare fosse legato all’utilizzo della forza, non semplicemente alla correttezza di una causa. Una giusta causa portata avanti con scarse capacità strategiche non avrebbe avuto la fortuna di divenire “Rivoluzione”, ma di essere sconfitta come semplice atto di brigantaggio, e che sebbene “la penna possa preparare la mente degli uomini al cambiamento, è la spada che decide definitivamente fra la libertà e la schiavitù”. Questa sua enfasi sull’esecuzione pratica dello scontro più che su i suoi moventi ideali è in qualche modo sorprendente data l’importanza attribuita da Forbes a Mazzini, meritevole di aver “fornito materiale atto a creare insorti”: “chi in tutta Europa ha fatto tanto quanto Mazzini per preparare gli uomini al cambiamento?”. Tale valutazione mette in discussione l’interpretazione della politica di Mazzini come utopica. Infatti, fondando la Giovine Italia, Mazzini enfatizzò il ruolo dell’insurrezione, in quanto è solo attraverso la guerra per bande che una nazione può emanciparsi dal giogo straniero. Ma Mazzini non era un esperto militare. La critica spesso ha ridicolizzato “i suoi piani di conquista del Regno di Napoli con ventidue uomini”, o “l’invasione dell’Italia in duecento”. Similmente al giudizio dato alle azioni di Brown, quelle di Mazzini sono state più volte accusate di essere state “eccessivamente amatoriali”. Al suo processo fu chiesto sarcasticamente a Brown cosa stesse cercando di fare in Virginia, ed egli rispose di “essere venuto con diciotto uomini con l’obbiettivo di liberare gli schiavi e di porli nella condizione di difendere la libertà conquistata”. Brown e Mazzini condivisero l’idea del loro ruolo come quello di liberatori messianici delle masse afflitte mediante la guerra insurrezionale, e questo ostacolò la loro capacità di giudizio militare. La reverenza di Forbes verso Mazzini non era dovuta tanto ad una particolare brillantezza strategica, quanto ad altri elementi del suo pensiero in materia del processo d’unificazione nazionale.
Forbes si unì alla banda di Brown in qualità di istruttore ed esperto tattico, ma prestò tradì il suo compagno rivelando i dettagli del piano al Congresso degli Stati Uniti, il quale misteriosamente non fece nulla per impedirlo. Questo voltafaccia è attribuito alle diverse interpretazioni della capacità degli schiavi di impegnarsi in un’azione militare di tale portata. Tuttavia, questa spiegazione entra in contrasto con la precondizione posta da Forbes stesso per l’ingresso nella banda, ossia di non starsi recando in Kansas “unicamente per liberare i bianchi”. Forbes, dati i suoi trascorsi europei e il suo lodare Mazzini, può essere definito come un repubblicano radicale, il quale servì ideali rivoluzionari in America e negli Stati Uniti basandosi sull’idealistica convinzione della capacità delle masse di dimostrare sentimenti repubblicani. Attraverso Forbes e Mazzini Brown si fece portatore della transatlantica aspirazione di agire in una guerra insurrezionale in nome dei contadini e degli schiavi americani. I discorsi e gli scritti di Mazzini delineano una personalità affine a quella di Brown. Mazzini non era di certo un calvinista, ed era ostile alla corruzione della Chiesa Cattolica, e delineava la sua appartenenza “ad una fede più alta il cui tempo non è ancora giunto; e fino a quel momento la manifestazione cristiana rimane la più sacra rivelazione al sempre progressivo spirito dell’uomo”. Come fece Brown, anche Mazzini lesse e rispetto il regicida britannico Oliver Cromwell, il quale fu oggetto di diversi studi storici negli anni ’40 fra Stati Uniti ed Inghilterra. Sempre secondo Mazzini il Risorgimento italiano necessitava di martiri testimoni della volontà degli italiani di morire per la propria libertà e capaci col loro gesto di infondere consapevolezza politica. Nella sua ottica appariva sbagliata la condanna di “una popolazione schiavizzata armata di pugnali”. Tali sommosse, sebbene fallimentari per mancanza di mezzi o di capi preparati, erano da valutarsi comunque positive in quanto capaci di diffondere agitazione. Nell’introduzione ad un’edizione degli scritti di Mazzini pubblicata a ridosso della sua morte da Lloyd Garrison egli notò come “i dispotici governanti europei sembravano dare a Mazzini il dono dell’ubiquità, attribuendogli la paternità o la partecipazione a qualsiasi complotto tentasse di rovesciarli”. Mazzini capì l’importanza della leadership rivoluzionaria, ma sottolineò come “il rivoluzionario trascura la tattica, e commette migliaia di piccoli errori, redenti dalla proclamazione di massime generali prima o poi utili”. Contraddicendo Karl Marx, egli decretò “l’Unità della razza umana” e “l’educabilità di tutte le persone”. Ma affermò anche, e questo è un punto dimenticato da chi vide in lui solo un visionario, l’obbligo in una repubblica democratica di redistribuire le terre dai possidenti ai contadini, in modo da creare “una più equa divisione della ricchezza” […]
Con queste posizioni Mazzini si guadagnò un ruolo particolare nei punti di riferimento del movimento abolizionista e di quello femminista negli USA. Ovviamente egli era maggiormente impegnato nella lotta per l’emancipazione europea, e ammoniva i repubblicani americani di non dimenticarsi dei loro fratelli europei in lotta contro quella che era definita “schiavitù bianca” in Italia, Polonia ed Ungheria. A differenza di Kossut, il rivoluzionario ungherese il quale in visita negli States si rifiutò di denunciare le barbarie della schiavitù nella speranza di vincere il supporto economico degli schiavisti, Mazzini attaccò razzismo e schiavitù supportando il programma della “Young America”, definì quella abolizionista una “santa causa” e supportò l’estensione del diritto di voto ai neri dopo l’Emancipazione (atto con cui non solo venne a tornare la fiducia in Europa circa la democrazia americana ma anche contribuì a “vendicare” la guerriglia di Brown) William Lloyd Garrison salutò la mazziniana “rivendicazione etica dei diritti inalienabili dell’uomo e della sovranità popolare che dovrà trovare risconto nella liberazione di ogni servo”. Ma questo campione della causa abolizionista, nonostante un’indole non violenta, implicitamente afferma e riconosce un principio mazziniano che lega l’unificazione italiana alla battaglia anti-schiavista americana: l’ottenimento di un sistema repubblicano tramite l’insurrezione violenta. Disse Garrison: “è senza dubbio meglio vedere gli oppressi rivendicare i propri divini diritti con la forza delle armi, e donare il proprio corpo nella lotta, che osservarli nascondersi dietro il potere dispotico”. Similmente la femminista Margaret Fuller trovò in Mazzini “un grande uomo, l’anima ispiratrice dei patrioti di questa epoca”. Diversamente da Hugh Forbes, il quale enfatizzava l’importanza dei successi sul breve periodo della guerriglia nazionalista, Fuller credeva che “gli uomini come Mazzini vincono sempre, vincono anche nella sconfitta”. Ella si trovava in Europa come corrispondente del New York Times durante i moti del ’48, avendo così l’opportunità di essere testimone diretta della lotta per la liberazione dell’Italia. Fu in questi momenti che sorse in lei il supporto per gli ideali abolizionisti e il movimento democratico italiano. Queste due cause, viste come intersecate, furono da lei propugnate dalle colonne dei giornali. Inoltre, si impegnò per la distruzione degli stereotipi e difendendo le capacità dei democratici. Supportò la creazione di milizie cittadini per opporsi agli Asburgo, e giunse fino ad applaudire all’assassinio di Pellegrino Rossi. Durante l’attacco da parte di Napoleone III mirato a reinsediare il Papa Pio IX in città, la Fuller cercò di sensibilizzare l’opinione pubblica americana e il suo governo chiedendo l’invio di cannoni e munizioni per la difesa della città.
Il suo supportò alla causa italiana e alla Repubblica Romana era da lei visto anche come un mezzo per combattere la schiavitù. A Roma egli esclamò: “Che piacere ho a pensare ora agli abolizionisti! La loro causa è degna dell’estremo sacrificio, per la liberazione di un grande paese da una terribile piaga”. Sul Tribune ella descrisse l’incontro con un americano il quale contestava la legittimità della Repubblica Romana poiché “i romani non sono come noi (degni della repubblica)”. La Fuller trovò questo arrogante viaggiatore americano rivoltante poiché parlava “come si usa per la schiavitù a casa nostra: se degli uomini sono afflitti e sottomessi da cattive istituzioni, essi non sono adatti a migliori condizioni”. Per molti americani era un pensiero allarmante quello di “masse degenerate”, dentro o fuori dagli Stati Uniti, fautrice di rivoluzioni. A Roma la Fuller descrisse come molti americani non avessero “fiducia nelle “nazioni sentimentali”. Ungheresi, Polacchi ed Italiani sono troppo espansivi, ardenti per loro”. Non era una coincidenza il suo supporto proprio per questi paesi, la cui sottomissione Mazzini descrisse come “schiavitù bianca”. Come sostenuto anche dal genovese, per la Fuller “la capacità rivoluzionaria e la virtù di essa non sono certo fatalmente affossate in Italia, e di esse di sono rivelati degni gli italiani semplicemente resistendo alla tirannia asburgica e borbonica”. Nella sua visione gli schiavi americani avrebbero dovuto insorgere avendo come obbiettivo la liberazione, provandosi così allo stesso modo degli italiani degni delle istituzioni repubblicane. L’influenza di Mazzini la portò quindi ad abbracciare l’idea di una violenza rivoluzionaria redentrice.
Ciò nonostante fu chiaro come dagli anni ’50 la controrivoluzione spadroneggiasse oramai su entrambe le sponde dell’Atlantico. Mentre la Fuller moriva tragicamente in un naufragio nei pressi di New York, cadevano uno dopo l’altro tutti i tentativi di resistenza democratica sorti nel ’48-’49, compresa la Repubblica Romana, che cadde senza aver ricevuto il riconoscimento diplomatico americano. L’influenza di Mazzini in Italia sembrava ormai in declino, e con l’approvazione di dure leggi contro gli schiavi fuggitivi, il governo americano sembrava intenzionato a difendere il potere degli schiavisti contro le sempre più disperate tattiche degli abolizionisti.
In questo aspro scenario si trovò ad agire Brown in Arkansas, ma le sue azioni qui non erano che l’inizio. Ancora andava pensando all’Europa. In un idiosincratico trattato egli sostenne che gli schiavi non avrebbero dovuto desistere dall’utilizzare la violenza per difendersi, ricordando la simpatia che era stata espressa per “i polacchi oppressi dalla Russia, i greci dai Turchi e gli ungheresi da Austria e Russia combinate”. Queste lotte a lui mostravano come la lotta per la vita da parte di uomini coraggiosi, e forse di successo, avrebbe avuto più considerazione e supporto che le pene accumulate da più di tre milioni di neri sottomessi”. Similmente disse alla moglie: “Vi è un grande insieme di eventi interessanti che stanno accadendo dentro e fuori questa nazione, e nessuno sa prevedere cosa accadrà. L’Europa potrebbe presto ardere in una fiamma. Non dico di queste cose se non che gioisco per loro nella piena consapevolezza che Dio sta portando avanti il suo eterno compito in tutti loro”.
L’Europa rivoluzionaria aveva fornito a Brown prove sia materiali che “celesti” per la sua attività rivoluzionaria. Nel frattempo, constatando che “la natura umana è la stessa in ogni dove”, egli anticipò che “se agli schiavi si desse insegnamento delle arti meccaniche e di ogni altra faccenda si rivelerebbero pienamente capaci di autogovernarsi”.
Aveva apparentemente pianificato di indirizzare gli schiavi liberati in accampamenti lungo i monti Allegheny, ma per far questo si sarebbe resa necessaria “una violenta separazione degli schiavi dai padroni”. Per questo non era avverso agli spargimenti di sangue, perché “l’utilizzo delle armi avrebbe dato ai neri la prova della loro mascolinità: nessuna persona può lottare per la libertà senza fiducia e rispetto per se stessa”. Brown riuscì a mantenere una visione strategica anche a ridosso della sua morte, dopo il fallito attacco ad Harpers Ferry ed il suo arresto: “sarò incredibilmente più utile da impiccato che in ogni altro luogo”. Arrivò anche a plaudire ad un titolo di un giornale, “La Virginia lo renda un martire!”. Il suo piano di “liberare masse di lavoratori senza terra attraverso l’uso di una forza potenzialmente mortale al fine di dimostrare la virtù civica dei lavoratori, acquisire per essi educazione e terre, ed abbracciare il ruolo del martire” era colmo di echi mazziniani.
Il processo d’unificazione dell’Italia negli anni ’60 seguì un percorso antitetico rispetto alle idee di Mazzini: perdita di fede nelle capacità insurrezionali indigene, il supporto di Napoleone III, un monarca straniero, e la supremazia monarchica. Ma se al tempo la figura di Mazzini sembrò meno rilevante nella marcia italiana verso l’indipendenza, i suoi scritti sulla guerra di guerriglia e sul suo significato andarono ad innestarsi sulle vicende americane, in una nazione che stava interrogandosi sulla capacità dei lavoratori di essere cittadini. La sua concezione dell’insurrezione come dimostrazione di virtù civica e consacrazione del suolo attraverso il sangue dei martiri aiutò a convincere i riformisti americani della necessità e della giustificabilità dell’utilizzo di mezzi violenti. In particolare, la dottrina di Mazzini formò gli ideali del piano d’azione terroristica di John Brown. Ironicamente, il suo fallimento ad Harpers Ferry, il quale scatenò poi la guerra civile, fu dovuto al fatto che i suoi piani per la sollevazione degli schiavi non andarono in porto: in altre parole, fu il fallimento americano di uno dei calcoli di Mazzini sulla guerra di guerriglia a portare l’America sulla strada della guerra civile, la quale permise ad un altro suo elemento di compiersi.
Le relazioni fra le attività rivoluzionarie di John Brown e la successiva guerra civile sono un aspetto sottovalutato non solo dell’America del diciannovesimo secolo, ma anche della dimensione Atlantica della crisi sezionale americana: in un’epoca di guerre civili democratiche su entrambe le sponde dell’Atlantico, la violenza del Kansas, di Harpers Ferry e poi della guerra civile costituiscono un qualcosa di simile ad un ’48 americano. A supporto di questa interpretazione, è doveroso ricordare la spiegazione del presidente Lincoln data alla commemorazione di Gettysburg nel 1863, teatro della più sanguinosa ed importante battaglia del conflitto. Nel suo discorso sul campo di battaglia Lincoln valutò il conflitto come la lotta dell’America per far si che “il governo del popolo, dal popolo, per il popolo non muoia sulla terra”. Questa frase è abitualmente considerata una pietra miliare dell’epigrafica americana. Ma Lincoln stava facendo eco alle parole di Giuseppe Mazzini, che scrisse nel 1833 che la “Giovine Italia vede la rivoluzione per il popolo, dal popolo e per il popolo”. La scelta lessicale di Lincoln tanto quanto le azioni di John Brown testimoniano la dimensione americana del patriottismo democratico di Mazzini. Duecento anni dopo la nascita di Mazzini, è attuale il ragionamento sulle sue opinioni in merito all’utilizzo della violenza al fine di costruire il sentimento nazionale e la democrazia.
Tradotto da Leonardo Sinigaglia

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