Forte Pietralata: una cospirazione inesistente

“I rivoluzionari appartenevano alla setta anarchica e al partito repubblicano. Riusciti a impossessarsi delle bombe al Forte Pietralata si sarebbero diretti in città per trovarsi alle ore quattro in piazza Colonna, dove alcuni anarchici ed altri rivoluzionari dovevano attenderli per impadronirsi a mezzo bombe a mano del Parlamento e del ministero dell’Interno. Contemporaneamente sarebbero state inviate a mezzo camions bombe al quartiere Testaccio dove rivoluzionari , per precedenti accordi con la cooperazione dei soldati dell’81° Fanteria accasermati nei sotteranei di uno stabile che trovasi prossimo al Lungo Tevere avrebbero ceduto le armi e si sarebbero uniti a loro, per impadronirsi della caserma dei Reali Carabinieri e di quella di Pubblica Sicurezza. Sollevato poi l’elemento popolare del quartiere Testaccio e munitolo di bombe si sarebbero diretti nel centro di Roma. Il gruppo più numeroso degli Arditi doveva assalire il Quirinale ed il ministero della Guerra spalleggiati in questo dal gruppo di anarchici che con bombe a mano dovevano invadere il quartiere di Porta Pia e dirigersi verso Villa Savoia. Essi contavano concertezza dell’appoggio di una buona parte del 2° Bersaglieri e di batteria di Monte Mario.”

(16 luglio 1919, informazioni fiduciarie, busta 84, f. Movimento sovversivo II-Roma, sf Complotto del forte di Pietralata)

Siamo a Roma immersi nel fuoco del Biennio Rosso. Le forze dell’ordine sono in costante allarme con fabbriche occupate, cortei e scontri di piazza che sempre più spesso lasciano a terra morti e feriti. In questo clima di tensione sono moltissimi gli attori in gioco: vi sono i socialisti legati al Partito Socialista, divisi, disorganizzati ed incapaci di dare uno sbocco pratico tanto ai proclami massimalisti quanto al riformismo; vi sono i nazionalisti monarchici, impegnati nella repressione di ogni moto “bolscevico”, supportati spesso da esercito e polizia; vi sono i repubblicani, anche loro divisi fra rivoluzionari e riformisti; vi sono gli anarchici, molto agguerriti, ma molto pochi. In mezzo a tutti questi stanno gli ex-combattenti, coloro che avevano partecipato al conflitto più o meno di loro volontà e con diversi desideri e scopi. Osannati retoricamente dai nazionalisti ed osteggiati in massima parte dal socialismo ufficiale, sin da subito coloro i quali, ed erano milioni, avevano vestito il grigio-verde si sentirono in necessità di riunirsi autonomente per difendere la posizione che pensavano di aver meritato, le “conquiste della Vittoria” o semplicemente la sicurezza economica che dovrebbe per lo meno essere garantita da uno stato il quale ha richiesto impassibilmente l’estremo sacrificio. Se molti d’area nazionalista si riunirono a difesa della Corona da un possibile sbocco rivoluzionario, non meno reduci si raggrupparono in risposta al’aumento del costo dei viveri e del costo generale della vita. In mezzo alla miriade d’associazioni, per citarne due, opposte, la nazional-monarchica “Unione Popolare Antibolscevica” e la socialista “Lega Proletaria Reduci”, svettavano per spirito combattivo quelle formate da ex-arditi, che inizialmente radunati nella Fratellanza Fra gli Arditi d’Italia, di stampo vagamente sociale, patriottico ed apartitico, ben presto si polarizzarono in formazioni opposte e spesso contrapposte, anche fisicamente, le quali arrivarono nelle loro estreme propaggini alla base di diverse sezioni fasciste e nel primo gruppo militante antifascista, gli Arditi del Popolo.

Cosa portava un ex-ardito a compiere quella che agli occhi di un moderno poco informato può sembrare una scelta ossimorica come quella di aderire a correnti anarchiche, repubblicane o socialiste, spesso divise da un labile confine, pur conservando il suo passato da combattente, spesso volontario? Innanzitutto va detto che per molti, come per lo stesso Secondari, la guerra avrebbe potuto rappresentare la miccia per lo scontro sociale, al termine della quale i proletari, ora addestrati ed armati, avrebbero potuto prendere il potere. Inoltre la guerra contro gli Imepri Centrali rappresentava di abbattere odiosi costrutti assolutamente reazionari e fautori di un militarismo aggressivo che nulla aveva da invidiare all’imperialismo inglese o a quello nascente americano. In Italia la guerra non porto la Rivoluzione, e questo per una serie di cause ed errori, ma sicumente porto un periodo di altissima tensione. L’ardito rappresentava sul campo l’equivalente militare di un sovversivo politico: dotato di larga autonomia, abituato all’azione rapida e brutale, sdegnoso nei confronti degli alti graduati e degli “imboscati”, tornato alla vita civile non poteva di certo rassegnarsi alla passività, in specie se abbandonati dalle istituzioni ed assaliti non solo dall’affitto e dalla fame, ma anche dalla sensazione di aver combattuto per nulla, poiché la tanto sudata “Vittoria” non solo non aveva dato all’Italia alcune delle “Terre Irredente”, ma aveva anche permesso di squarciare il velo di Maya della retorica sciovinista vedendo l’enorme profitto degli speculatori, arrichitisi sulla vita di milioni di giovani italiani.

Argo Secondari

Non sorprende dunque leggere nelle comunicazioni interne alla Pubblica Sicurezza uno smisurato timore per le Camere del Lavoro, le associazioni e le sezioni di partito a forte componente di ex-arditi, molti dei quali, nonostante la posteriore propaganda fascista, avevano da subito scelto il campo progressista. Ma passiamo ai fatti. Abbiamo riportato all’inizio di questo articolo un estratto di un documento ad uso interno delle forze dell’ordine. Ebbene, il contenuto di questo è totalmente falso, corrisponendo a verità solo quando menziona un tentato attacco al Forte Pietralata, nel romano. Perché quindi produrre un documento del genere? Parlare di cosa avvenne nella notte del 16 luglio 1919 può essere utile.

il forte oggi

Da una parte abbiamo alcuni uomini, anarchici, repubblicani, qualche socialista, fra i quali vi è anche il Tenente Argo Secondari, e dall’altra un forte presidiato dagli arditi del 17° battaglione. Un forte sì pieno di armi, ma anche, e sopratutto, di viveri. I romani non sopportavano più il continuo aumento dei prezzi, che unito alla cristalizzazione degli stipendi condannava l’intera popolazione cittadina alla fame. Volontà degli “attaccanti” è quella di penetrare nel forte se possibile grazie all’aiuto dei soldati di presidio, e, oltre a qualche utile bomba, recuperare vettovaglie da distribuire alla popolazione. Nessun progetto, almeno nell’immediato, di golpe o attacco a sedi istituzionali, ma solo una mossa nello scacchiere del conflitto sociale. Una pattuglia di soldati viene fermata, e viene coinvolta nel piano. Viene detto loro di tornare al forte, recuperare il materiale e portarlo ad una grotta lì vicino. Nonostente l’apparenza non tutti sono concordi, e tornati al forte vi sono alcuni delatori che allertano i comandanti. Si inizia la ricerca dei sovversivi, i quali vengono arrestati sia sul momento in città che nei giorni seguenti. Incarcerati, saranno rilasciati solo in novembre dopo mesi di proteste in loro favore, che anche se partecipate dalla popolazione, saranno vergognosamente ignorate dai settori “ufficiali” tanto del partito socialista quanto di quello repubblicano. Ma perché fabbricare la notizia di aver sventato un pericoloso piano insurrezionale che avrebbe attentato alla vita stessa della famiglia reale quanto al parlamento? Perchè alzare la tensione era uno dei principali obbiettivi delle forze reazionarie, le quali miravano senza troppe remore ad un golpe militare che ristabilisse l’ordine perseguitando ogni dissidente politico. La stampa, nutrita di notizie false ed esagerate, contribuì nel creare in seno alla società borghese quel clima di paura che porterà all’avvento della dittatura fascista.

Nazione, identità ed etnia

Innanzitutto va fatto notare che in Natura l’entropia non è presente semplicemente nel “mondo fisico” e nelle sue leggi, ma anche nel mondo vivente.
Mi spiego meglio, una singola Cellula, praticamente tra le forme di vita più semplice che ci sia, col passare del tempo ha avuto discendenti sempre più complessi. Certo è un evoluzione lenta, che necessita tempo e anche spazio per svilupparsi.
Necessita spazio in quanto più esso è vasto, più ci saranno cambiamenti a seconda dell’ambiente e di altre circostanze.
Si pensi agli innumerevoli esempi di Animali che da una singola specie son venute fuori più specie per via di divisioni di spazi ed ecosistemi. L’Africa e il Sud America dividendosi hanno avuto questo effetto, parlando ovviamente di moltissimi anni fa; lo stesso è accaduto, e accade ancora, nelle dinamiche Isole del Pacifico, analizzate anche da Darwin.

Questa diversificazione immanente esiste anche nel microcosmo del “mondo umano”.
Da una civiltà più o meno comune degli albori, della semplice cultura della caccia o della pesca, siamo arrivati ad avere arti diverse e molto vaste, a seconda del territorio.
Le arti, insieme alla lingua, sono ciò che distinguono profondamente le Nazioni, ed è anche per questo che praticamente tutti gli Animali non abbiano “Nazioni” ma semplici distinzioni comportamentali sviluppatisi a seconda della Razza nei vari ambienti diversi. Esistono comunque Specie che hanno sviluppato un sistema comunicativo, una forma di linguaggio primitivo che consiste in semplici segnali uditivi o in certi casi olfattivi e visivi; l’esempio più incredibile è forse quello dei Cetacei. Sia Orche che Balene hanno infatti “accenti” diversi a seconda del territorio in cui son cresciuti e quindi vivono, oltre ad esserci piccole differenze sui segni presenti sulla spessa pelle, sempre a seconda del territorio. Sono ancora piccole differenze genetiche, e non sono considerabili come differenze razziali per ora; ma si possono già notare queste minime differenze linguistiche.
Oltre l’esistenza delle Nazioni possiamo dire di avere anche identità macroregionali (o sub-Nazionali), regionali, e addirittura cittadine; ma anche identità continentali o sub-continentali.
Una Nazione si distingue dalle altre perché gli Umani tendono a comportarsi diversamente a seconda del territorio, ed è inevitabile che la Terra ospiti tante Nazioni quanti sono, più o meno, i vari (bio)territori del Pianeta; così come più spazio c’è a disposizione, più diversificazioni prendono luogo: immaginatevi quante possibili culture potrebbero nascere con la colonizzazione dei Pianeti, molto più in là.
Un Italiano è ovvio che abbia una cultura differente da un Arabo, per via dell’ambiente circostante oltre che da influenze esterne. L’Arabo avrà come costume tradizionale un qualcosa di leggero che lo possa coprire ma che allo stesso tempo non lo faccia sudare nel deserto, e accampamenti che siano in grado di resistere all’enorme sbalzo di temperatura che avviene nelle notti. L’Italiano invece vive in un clima mite, mediterraneo, seppur con differenze nel nord Italia lungo le Alpi (ma anche gli Appennini in parte); qua c’è appunto l’influenza esterna. In precedenza, prima dell’espansione dei Romani, i Popoli Italici si estendevano fino al confine meridionale della Pianura Padana; col passare del tempo e le varie conquiste è inevitabile che le cartine geografiche vengano completamente ridisegnate. Mezza Europa è passata dalle mani dei Celti, sviluppatisi in centro europa e quindi culturalmente adatti per molti luoghi (Alpi, Germania meridionale, Carpazi, e clima Britannico), alle mani di Popoli conquistatori che seppur “nati” in circostanze diverse si sono saputi anch’essi adattare al nuovo ambiente, cambiando certe abitudini ma rimanendo comunque con una certa impostazione nazionale e quindi culturale ed artistica, simile od uguale ai connazionali provenienti dal territorio nativo.
È da folli ormai affermare che la Padania, che si estende dalla Pianura alle Alpi, sia in qualche modo una Nazione distinta. È certo che abbiano un identità macroregionale (e anche regionale) diversa da quella del meridione, per via dell’ambiente (come detto prima) e anche per vari motivi storico-politici; ma tra identità macroregionale e Nazionale c’è una certa differenza. È vero inoltre che hanno ancora certe tradizioni ereditate dalle Popolazioni Celtiche, ma queste sono davvero poche e si possono contare con le dita della mano, esiste ad esempio l’halloween (festa ora americanizzata e resa quindi commerciale) in certi paesi del nord Italia, in cui ci si traveste da spiriti e si chiede un po’ di pane invece dei dolciumi; ma la lingua che si parla in Padania è ormai l’Italiano da un bel po’ di tempo, ed ha più influenze Italiche che Celtiche (al contrario della Francia che ha ereditato moltissimo sia dai primi che dai secondi).
Per unire l’Italia si è lottato a lungo in quanto Popolo, questo non significa comunque che tutti i confini nazionali siano stabiliti e “disegnati” nel modo giusto.
La colonizzazione ha portato caos ovunque essa sia avvenuta. Dall’Africa all’Asia all’America, ma anche Oceania.
Mentre abbiamo parlato prima di conquiste, avvenute comunque in moltissimo tempo e per via di eserciti numerosi e continui “mescolamenti”, la colonizzazione è effettuata con pochi uomini che rimangono in disparte e con un imposizione di una cultura fatta dall’alto, questo per via di una discriminazione razziale. Anche i Romani o i Greci si sentivano ovviamente superiori ai barbari, per via dell’avanzato sviluppo; ma non c’è comunque stata, almeno dal punto di vista “macroscopico”, una discriminazione razziale che avrebbe ritenuto la “razza italica” superiore alle altre obbligando i primi a non riprodursi con i secondi.
In Africa e in Asia la questione, come detto prima, è diversa. Gli Europei avevano sì conquistato i territori dei Nativi ma è stata evitata il più possibile la mescolanza delle due Razze (o etnie).
Questo ha portato alla imposizione della cultura Europea ma anche alla preservazione, seppur minima, della cultura Nazionale Nativa. Si pensi ad esempio al fatto che gli Africani di tutte le ex-colonie Francesi ora parlino appunto il Francese; eppure, allo stesso tempo, tutte queste persone sanno anche parlare la propria lingua nazionale. Preferiscono ormai parlare il Francese perché questo è un linguaggio divenuto internazionale ed aiuta anche a comunicare con Africani di nazionalità diversa, ma nel caso uno Stato Africano imponesse di parlare la propria lingua nazionale nei media e nelle arti si risolverebbe la questione. Per preservare (o anche sostituire) una lingua basta insegnarla nelle scuole, utilizzarla come lingua ufficiale nei notiziari (giornali e telegiornali), e nelle varie arti (libri, film, o altro); la Popolazione farà il resto: non puoi di certo imporre di parlare una lingua nelle proprie case, è indispensabile un input da parte delle istituzioni.
Purtroppo non esistono, a parte singole eccezioni, Nazioni Africane totalmente sovrane. La colonizzazione è sì finita, ma si è passati alla neocolonizzazione, cioè quella effettuata sotto il punto di vista economico-finanziario (e quindi legalmente, in modo più nascosto attraverso meccanismi come il Franco CFA).
La questione Americana è ben diversa, nel caso del nordamerica c’è stata prima una colonizzazione, poi una conquista abbastanza “”soft””, per poi passare ad una vera e propria conquista aggressiva dopo l’indipendenza delle colonie dalla corona Inglese.
Mentre nel caso del sudamerica c’è stata prima una colonizzazione, poi una semplice mescolanza in moltissimi casi non aggressiva.
Mi spiego meglio; nel nordamerica i primi coloni Inglesi occuparono ovviamente un certo territorio, lungo la costa orientale, ma si limitarono più o meno allo sviluppo di queste senza avere ulteriori progetti di espansione. La mescolanza della cultura Nativa era assai rara. Le colonie ad un certo punto iniziarono comunque ad espandersi, e dopo aver reclamato l’indipendenza delle 13 Colonie si passò ad uno stato di conquista verso l’ovest (ignorando diversi patti di non-aggressione stretti con i Nativi). Questo portò allo sterminio degli Indigeni (circa il 98%) avendo allo stesso tempo davvero poche mescolanze per via di un senso di superiorità sentito dalla maggior parte della Popolazione “bianca”.
In sudamerica, o meglio l’America latina (quindi anche centro America e Caraibi), c’è stata una storia davvero molto differente. I primi coloni Spagnoli e Portoghesi erano molto aggressivi verso le Popolazioni Native, ma c’è stato un forte cambiamento nel giro di poche generazioni, creando una sorta di nuova Razza composta da Creoli.
I Creoli si sentivano come gente del posto, fratelli sia degli Indigeni che dei bianchi che dei neri (schiavi deportati con la forza da un ennesimo continente, anche questi, come i Nativi, erano discriminati razzialmente nel nordamerica); la cultura Azteca, Maya, Incas, Mapuche, Aruachi, ecc. vennero ovviamente quasi soppiazzate, ma rimasero molte parole, accenti, e tradizioni del posto nella “cultura Creola”. C’è stato inoltre un importante rinascita di queste Culture dei Nativi, che stanno aumentando col tempo anche nei giorni nostri, perché perfino i Creoli (essendo anch’essi almeno in parte Nativi) reclamano ormai di voler riadottare certe tradizioni perdute, o quasi perdute.
Si pensi ad esempio alla Bolivia, che sembrava molto ispanizzata fino a 20 anni fa, ma che ha fatto riemergere la cultura Indigena Andina, con tanto di bandiera Wiphala resa bandiera Nazionale alternativa (parte della grande Nazione degli Incas); o anche al Cile, che con le sue proteste la Popolazione ha iniziato a sbandierare la bandiera Mapuche, in certe parti anche più presente della bandiera Cilena.
I confini delle colonie sono stati decisi dall’alto, non dalla gente del posto. Questi Popoli non hanno lottato per ridisegnare in modo giusto i propri confini, o comunque lo si è fatto molto poco e solo in certe parti (ad esempio c’è stato il tentativo di Bolivar, e la sua influenza la si vede nelle bandiere delle ex-repubbliche della Gran Colombia ora tutte molto simili).
Di confini fatti arbitrariamente ce ne sono molti. L’Africa ne è veramente piena, e basta vedere tutte le linee rette che sembrano esser fatte da bambini di 3 anni con un righello, totalmente a caso (prendendo poi ogni tanto qualche fiume come riferimento per far vedere che ci sia stato qualche impegno nel disegnarlo).
Altro esempio è l’India col Pakistan e il Bangladesh, questi ultimi due disegnati senza fondamenti storico-culturali ma col semplice intento di dividere musulmani da Indù (e altre religioni minori come i Sikh); appena fatti i confini ci fu la più grande immigrazione di massa nella storia dell’Umanità, per via del numero enorme della Popolazione del continente Indiano e per via, soprattutto, dello stato nato totalmente a caso che ha costretto i Nativi ad emigrare per via di una religione diversa.
La verità è che i confini degli stati colonizzati sono stati poi ridisegnati per fini politici, il Pakistan ad esempio è stato creato dall’impero Britannico per accattivarsi i musulmani Indiani, prendendoli sotto la propria ala per poi installare basi militari anche senza che essa sia più una colonia (evitando quindi le varie proteste violente che erano nate dopo la seconda guerra mondiale in seno al continente Indiano; facendo pensare al Popolo che esso sia veramente indipendente e sovrano). Le basi militari erano necessarie in quel territorio per via di una paura, da parte di churchill, di una presunta espansione verso sud dell’Unione Sovietica in cerca di petrolio.
I confini disegnati per via di circostanze politiche (quindi non culturali) sono presenti anche in Europa. L’Austria a fine guerra mondiale doveva esser unita (finalmente) alla Germania, ma lo si evitò per via delle precedenti guerre e di una sorta di sbilanciamento di Popolazione: se la Germania avesse l’Austria (o peggio ancora Slesia e Pomerania) diverrebbe la Nazione più popolosa (e anche ben armata) dell’Europa, a parte la gigantesca Russia. Il Belgio è una sorta di stato-cuscinetto, e, non avendo una forte storia Nazionale dietro, secondo i sondaggi gran parte della Popolazione si sente più “Europea” (ormai confusa come Nazionalità) che Belga; la parte meridionale è di fatto Francese, e quella settentrionale, o Fiandre, è Olandese. Ci sono poi i vari regni o ex-regni che, seppur identificabili come una unica Nazione, rimangono ancora divisi sotto il punto di vista politico-giuridico; e non avendo neanche una coscienza Nazionale è inevitabile che la Popolazione non si rendi conto di far parte di una Nazione più grande. Ne sono un esempio la Lettonia e la Lituania (errore dell’Unione Sovietica nel tenerli divisi come lo erano prima con i regni), ma anche i Paesi Scandinavi Danimarca, Svezia, Islanda, e Norvegia (da non confondere la Finlandia e l’Estonia che non sono invece Scandinavi/Germanici ma semplicemente Finnici). Ci sono poi esempi di Nazioni precedentemente unite, poi divise per fini politico-economici, come la Jugoslavia (o meglio, chiamata da pochi Sclavenia per via delle antiche Popolazioni Slave da cui provengono tutti i Serbi, Croati e Sloveni).
Il “dividi et impera” ha sempre funzionato: dividere delle Nazioni creando conflitti interni, dicendo che uno odia l’altro perché pensa di esser superiore, ha sempre fatto vincere il conquistatore o il colonizzatore. Storia che si ripete, dall’Impero Romano a quello Britannico e Francese, e ora Americano.

Che fare quindi?
È oggettivamente indispensabile che le Nazioni si autodeterminino e lottino per avere indipendenza e quindi sovranità sul proprio territorio, su questo concordano tutti i Socialisti coerenti.
Affermare che le Nazioni non esistano, come fa qualche Trotskysta o anarchico, è da folli. La globalizzazione, che sia fatta da capitalisti (come lo è ora) o socialisti, è sbagliata per principio.
La Nazione non è un costrutto artificiale creato per manipolare le masse e metterle l’una contro l’altra; è stata senza dubbio sfruttata, così come le religioni, per fini economici dei pochi e non dei tanti.
Le Nazioni, così come le varie fedi, possono esser sfruttate come appartenenza ad una comunità superiore alle altre, l’unica legittima di esistere, trasformando questo amore per la propria gran Famiglia in uno sciovinismo o nazionalismo, che sfocia spesso nel razzismo, odio e disprezzo verso il diverso.
Certo esistono certe tradizioni dannose che vanno semplicemente cancellate o sistutuite, nate da qualche perverso uomo primitivo o per interessi politico-economici, così come in certe religioni; ad esempio l’usanza del “loto d’oro” presente in Cina, una tortura verso le donne che venne praticamente sradicata quasi del tutto dal socialismo di Mao; usanze che vanno superate, come i sacrifici animali nelle religioni pagane ed anche quella ebraica, affinché si mantengano solo i lati positivi e condivisibili, che vadano in accordo con gli ideali socialisti come fratellanza, equità, e rispetto.
Le Nazioni sono forme di comunità nate spontaneamente per via della Natura sociale dell’Uomo, queste sono nate a seconda dell’ambiente e delle varie conquiste ormai avvenute molto tempo fa.
Negare l’esistenza delle Nazioni è stupido tanto quanto negare l’esistenza delle Famiglie, quest’ultima è la forma di comunità più naturale che esista, come affermava Rousseau, in quanto appena si nasce si è già parte di una Famiglia.
La Nazionalità è diversa dalla Razza, la Nazionalità la si sente dentro man mano che si cresce in un territorio, in una comunità.
La Razza (non nel senso in cui lo si intende spesso, alla hitleriana, qui si intende infatti la comune etnia) è una semplice appartenenza genetica, e non influisce certamente sulla propria cultura. Uno nasce nero per via di un evoluzione, una selezione naturale, che ha scelto esemplari più adatti al clima e alla luce dell’Africa; sicuramente uno non nasce nero per esser schiavizzato da un altro ominide più chiaro, e non nasce nemmeno nero per esser etichettato automaticamente come uno con l’identità Nazionale Congolese o Senegalese o altro; certo veder un bianco fa automaticamente pensare all’Europa, uno con gli occhi a mandorla all’Asia, e uno nero all’Africa, ma ciò per via della differenza estetica delle Razze sviluppatisi in quei territori; viviamo in un mondo dove ci si può spostare dagli albori e sempre più velocemente, ci si può innamorare e quindi far Famiglia dove si vuole, di conseguenza può nascer un Asiatico in Europa così come può nascere un Europeo in Asia.
E mentre non si può imporre chi amare o chi odiare per “preservare la Razza”, perché non ha nessun fondamento morale, si può invece imporre alle istituzioni, allo Stato, di comunicare in una certa lingua e promuovere certe particolarità culinarie o certi “costumi”. In questo modo si potrebbe seriamente salvaguardare la propria identità Nazionale.
Allo stesso tempo è innegabile il fatto che ci sia una forte necessità di una lingua internazionale. Una lingua che non sia l’Inglese o lo Spagnolo, una lingua che non sia frutto di espansioni od imposizioni imperialiste, che siano esse dirette o indirette, ma che sia una vera e propria lingua internazionale creata da tutti i Popoli. Problema risolvibile in un modo più semplice di ciò che si possa pensare; basta infatti che un istituzione internazionale, come l’Onu, si prenda la responsabilità di riunire 100 o più linguisti provenienti da tutte le svariate parti del mondo, e che creino una lingua artificiale efficiente e senza troppe influenze dalle solite lingue. Serve una lingua di tutti, che sia semplice da imparare, insegnare, e ovviamente scrivere e parlare; una lingua che venga tuttavia utilizzata solo ed esclusivamente per comunicare tra soggetti di Nazionalià diversa, che venga insegnata anche a scuola (messa in secondo piano all’Italiano), e che non venga comunque imposta con “bombardamenti” perenni come l’onnipresente Inglese ai giorni nostri.
Certo sto parlando di un ideale di società socialista, senza dubbio non un mondo capitalista dove la mercificazione del lavoro e le enormi differenze economiche tra le Nazioni costringono indirettamente i più “deboli” a trasferirsi in altri Paesi per offrire una manodopera tra l’altro a basso costo. Questo non fa che disintegrare sia l’identità Nazionale del povero migrante, che non ha scelto sinceramente di trasferirsi in una Nazione a lui straniera, sia l’identità della Nazione stessa che si trova costretta a soddisfare la massiccia richiesta dei migranti. Richiesta che può essere di vario genere, dall’utilizzo di una certa lingua (ecco l’inglese, parlato da più Nazioni e quindi preferito fin troppo per scambi internazionali e perfino nazionali), un certo cibo (spesso economico e senza una forte “identità” tradizionale, come l’hamburger, che seppur tedesco è ormai considerato americano), o un certo vestiario (vestiti ormai tutti uguali, sia i “proletari” che i ricconi con la solita giacca e cravatta; anche qui si può notare l’esempio di Evo Morales, o prima di lui Sankara e Gheddafi, che cerca di dare una originalità alla propria Nazione anche nelle piccole cose, come nell’aggiungere particolari presi dall’arte Andina sulle proprie giacche eleganti; cosa che non è piaciuta ai grigi economisti e imperialisti occidentali, che hanno giudicato con disprezzo questa scelta di anti-omologazione).
L’omologazione è nemica dei Popoli; Popoli fratelli ma comunque diversi.
L’omologazione porta alla noia, alla disperazione della perenne mancanza di alternativa. Da un punto di vista umano è davvero brutto esplorare (tralasciando i Paesaggi Naturali) per poi trovare città tutte uguali, con stesse architetture, stessa lingua, stessi vestiari, stessi aspetti, stessa musica e stesse tradizioni; che razza di mondo sarebbe?
Ciò che rende vario il mondo umano è la sua diversità nelle tradizioni e nella cultura, il bello di viaggiare è vedere colori e sentir odori diversi, esser curiosi di andare oltre alla propria Patria senza comunque rinnegare le proprie origini e le proprie radici; certo che se poi ci si innamora particolarmente di una nuova cultura si è liberi di trasferirsi, questa sarebbe una vera migrazione spontanea e non spinta da tristi necessità economiche; tuttavia nessun immigrato scorderà mai la propria terra, la Patria su cui si è cresciuti, ed è inevitabile che prima o poi ritorni per breve o lungo tempo, come fa d’altronde ogni Animale.

Così come ogni Famiglia, ogni individuo ha il diritto ad un abitazione, essenziale per vivere dignitosamente, la Nazione ha diritto di avere un territorio su cui abitare e svilupparsi; tuttavia non per forza il territorio deve essere esclusivamente di una sola Nazione.
Parliamo ad esempio della situazione in Palestina: sia gli Israeliti che i Palestinesi (“discendenti” dei Filistei) son sempre vissuti nel piccolo territorio del Caanan. La questione è senz’altro complessa, ed è difficile stabilire chi sia “arrivato” davvero per primo, ma è inevitabile dire che vivano entrambi lì da troppi anni, ed entrambi hanno diritto ad una terra. Per questo, oltre la metodologia controversa e discutibile applicata dal governo-burattino degli Usa, è impensabile dare (quasi) tutto il territorio esclusivamente ad Israele ignorando la Popolazione Palestinese. Innanzitutto va detto che il conflitto Israele-Palestina, così come qualunque conflitto nazionale, non è altro che frutto di interessi di chi sta a potere e chi detiene il capitale; la Popolazione ebraica, a parte i complici del regime di Israele come ad esempio chi offre il servizio militare, non ha colpe per la scandalosa politica di guerra che sta portando avanti Israele. La guerra non è mai veramente tra i Popoli, compresa quella tra Israele e Palestina, in quanto prima della seconda guerra mondiale e dell’arrivo dei Britannici condividevano pacificamente insieme le due Nazioni; detto questo le soluzioni più diplomatiche sono quindi le seguenti: l’esistenza di uno Stato unico con nome neutro (ad esempio Caanan) che rappresenti sia la Nazione Palestinese che quella Israeliana, avendo come capitale Gerusalemme essendo una città importante sia per gli uni che per gli altri; o la spartizione, più equa e giusta, tra Israele e Palestina adottando entrambi capitali diverse, e lasciando Gerusalemme in qualche modo indipendente, similmente al Vaticano, rendendola una pacifica e condivisa città-meta di pellegrinaggio per tutti i credenti delle 3 Religioni Abramitiche.
La particolarità del territorio del Caanan è appunto la città di Gerusalemme, che essendo importante per entrambe le Nazioni rimane contesa e motivo di sanguinarie guerre. Queste due soluzioni generiche, di Stato multi-Nazionale o di spartizione equa dei territori, può esser applicata anche in altri casi.
Ne è un esempio la depredata nordamerica; abbiamo detto precedentemente che nella storia ci sono state miriadi di conquiste e colonizzazioni, come quello dell’espansione delle ex-colonie statunitensi. Da quest’ultimo, tuttavia, è passato relativamente poco tempo. Mentre con lo sterminio che successe in Gallia (circa 2/3) sotto Giulio Cesare è successo ormai più di 2000 anni fa, cambiando definitivamente la storia di quel Popolo scomparso (ma con qualche traccia ancora presente nella cultura Francese), ciò che successe in nordamerica non è totalmente irreversibile. Sono rimasti circa il 2% dei Nativi, parlando numericamente, ma la loro cultura, la loro lingua e le loro arti sono ancora vive. I Nativi sono segregati, costretti a stare in delle riserve come se fossero allo zoo o al circo, eppure i loro vari Spiriti Nazionali continuano a lottare e a non morire.
Per questo, essendo essi ancora una Nazione totalmente distinta da quella statunitense, hanno il diritto di vivere su un territorio indipendente. Tra l’altro se vogliamo esser precisi, rispettando le regole dei trattati internazionali, i Sioux (una grande Nazione, ma solo una delle tante Native) dovrebbero esser in possesso dell’intero territorio Lakota secondo gli accordi che fecero circa l’epoca della guerra di secessione.
Gli Stati uniti e il Canada dovrebbero quindi cedere gran parte del proprio territorio ai Nativi, ancora presenti nel continente della “grande Tartaruga”; ovviamente stiamo parlando di visioni idealistiche, visto che tutto questo è attualmente impossibile: gli Usa pensano di esser i padroni del mondo intero e non vogliono levar le proprie basi militari da nessun territorio straniero, figuriamoci se si mettano a cedere più di 2/3 del proprio territorio.
Può sembrare impensabile ridisegnare l’intera mappa di un continente, ma è ciò che è più giusto. Sia nel caso del Canada che degli Stati uniti basta vedere qualche cartina demografica per notare che in verità la Popolazione è concentrata per circa il 90% proprio sul territorio delle 13 Colonie iniziali, la parte costiera della California, e parte del Texas, per via del suo clima particolarmente temperato anche più abitabile. Cedere territori come le Grandi Pianure o le vaste foreste del Canada sono più che altro una perdita economica, non una perdita culturale. Questo discorso vale allo stesso modo per le Popolazioni Native del Messico come i Maya, che sono anche più presenti dei Nativi nordamericani. I Zapatisti ad esempio sono composti soprattutto da Indigeni Maya.

C’è ovviamente una domanda che potrebbe sorgere a molti; come si fa a far rinascere una Nazione quasi scomparsa senza opprimerne un altra? Si commetterebbero gli stessi orrori degli ex-coloni ed ex-conquistatori?
La verità è che in un mondo veramente socialista non ci sarebbe alcun interesse nello scacciare un Popolo fratello. In un mondo socialista c’è comunque il bisogno, la necessità di dar un territorio a tutte le Nazioni.
Di conseguenza, anche con dei confini, chiunque sarebbe libero di vivere in un altra terra. Il passaggio di mano dagli Stati uniti alle Nazioni Native non farebbe cambiare di molto la vita dei “bianchi” presenti su quel territorio, dovrebbero semplicemente abituarsi ad una nuova lingua nazionale usata dalle istituzioni, per il resto, nelle proprie abitazioni ma anche in luoghi pubblici (ma non istituzionali come le scuole), tutti son liberi di comunicare e comportarsi secondo le proprie abitudini e tradizioni.
Per favorire la rinascita di una Nazione, considerando che in questo caso i nordamericani sono davvero pochi, servirebbe una politica demografica che dia un grande aiuto economico ai Nativi che vogliono formare una Famiglia. Allo stesso tempo, per far ritornare tutti i Popoli nelle proprie terre, basta che lo Stato Nazionale offri dei soldi ai propri cittadini all’estero in cambio di un abitazione, un lavoro, e del denaro iniziale nella propria Patria d’origine.
In questo modo tutti i migranti che son stati indirettamente esiliati per necessità economiche avranno i mezzi, sempre se di loro desiderio, per tornare nella propria terra.
Nel caso preferissero rimanere sul suolo in cui lavorano in quel momento sarebbero più che liberi di rifiutare l’offerta da parte della Nazione d’origine, in quanto, preferendo di vivere su quella terra nonostante l’offerta del denaro gratuito, vorrebbe dire di apprezzar davvero il luogo in cui soggiornano in qualità di Patrioti.
Uno può infatti sentirsi Italiano anche non essendo nato o cresciuto in Italia, anzi, spesso molti stranieri si sentono più Italiani di certi nati in Italia.
Il senso di appartenenza, di Patriottismo, infatti, può essere di due tipi: appartenenza culturale e appartenenza d’origine.
La prima è sentirsi parte di una Nazione perché in genere ci si è cresciuti, adottando quindi la sua cultura e le sue usanze; fuori di essa ci si sente quindi, più o meno, come pesci fuor d’acqua.
La seconda invece è un qualcosa di innato, anche crescendo in un Paese come l’Italia e sentendosi Italiani, basta avere un Genitore straniero, ad esempio Cinese, per sentirsi automaticamente anche Cinese, almeno in parte. Saper di avere origini straniere, anche senza saper bene la lingua di questa o quella Nazione, spinge inconsciamente a cercare, visitare, ed esplorare i propri Luoghi d’origine. È quindi impossibile chieder ad un Figlio di stranieri se preferisce il suolo su cui è nato e cresciuto, o quello da cui provengono i suoi Genitori; esser Patrioti per una Nazione non esclude l’esser Patrioti per l’altra.

Insomma, l’identità Nazionale è fondamentale. Sentirsi parte di una Comunità, aver la possibilità di stare con Persone che condividono gli stessi modi di vivere, far parte di una Famiglia e conoscere le proprie radici vuol dire scoprire sé stessi e quindi conoscersi più a fondo.
Così come Frederick Douglass, abolizionista nero, reputava la conoscenza della propria data di nascita indispensabile per la dignità dell’uomo in quanto uomo (agli schiavi neri era negata perfino la conoscenza della propria data di nascita, in quanto reputati come oggetti), è allo stesso modo, se non di più, indispensabile sapere le proprie origini perché anch’esse, oltre a dar una dignità ed una storia al nostro essere umani, definiscono profondamente il nostro sentirsi uomo e parte di una società.

La verità dietro all’abbattimento del Boeing 737

Le macerie del 737

Si sente parlare in questi giorni, sempre di più, del recente incidente avvenuto in Iran con un semplice aereo di linea.Un boeing della Ukraine International Airlines si è infatti schiantato vicino a Teheran (appena 3 minuti dal decollo) poche ore dopo gli attacchi dell’Iran verso le diverse basi statunitensi in Iraq.Inizialmente l’Iran ha dichiarato che si sia trattato di un incidente tecnico, e che si stavano svolgendo indagini sul luogo.Poco dopo, sempre l’Iran, ha dichiarato di non esser disposto, almeno per il momento, a concedere la scatola nera del boeing all’Ucraina.È quindi legittimo pensare, avendo questi semplici dati alla mano, che sia stato effettivamente l’Iran ad aver abbattuto il boeing.Le ipotesi nate inizialmente su un eventuale attentato terroristico sono state scartate fin da subito, già dal semplice fatto che nessun “organizzazione” terroristica (Isis, al-quaeda, o altri) abbia rivendicato l’episodio.Ma la questione non è così semplice.Secondo gli Stati uniti e i suoi media (quindi anche quelli Europei, visto che prendiamo la maggior parte delle informazioni dagli Usa dando per scontato che siano tutte attendibili) l’Iran ha abbattuto il boeing 737 (176 morti: Gran parte delle persone a bordo, 82, erano iraniani, 11 di nazionalità ucraina, 63 canadesi, 10 svedesi, 4 afgani, 3 tedeschi e 3 britannici) per sbaglio lasciando accesi i sistemi missilistici dopo l’attacco avvenuto durante la notte.In questo modo, purtroppo, avrebbero riconosciuto automaticamente, ed erroneamente, l’obiettivo lanciando quindi il missile Tor-M1, tra l’altro di fabbricazione Russa ma con sistemi/software Iraniani.Va detto poi che è stata l’emittente televisiva “al Hadath”, che fa parte del gruppo della saudita “al Arabiya”, ad aver diffuso la notizia che il boeing sarebbe stato colpito per errore da un missile sparato dai Guardiani della Rivoluzione iraniana, i Pasdaran. Appunto un media dell’Arabia saudita e quindi per sua natura schierato politicamente contro l’Iran e l’intero blocco anti-Usa ed anti-Nato. Gli stessi media, a braccetto con i colleghi occidentali, che hanno sparato bufale su bufale su Assad per far scatenare poi la guerra in Siria (armi chimiche rivelatisi inesistenti) o anche su Saddam (armi nucleari rivelatisi inesistenti).La questione della scatola nera fa venir sicuramente i dubbi sulle eventuali colpe dell’Iran, ma non va sottovalutato il fatto che ceder in questo momento una prova così importante ad un Paese (Ucraina) più o meno fantoccio dell’Occidente (seppure con legami ultimamente più stretti con la Russia per via del nuovo presidente) potrebbe significare per l’Iran una perdita definitiva di queste prove. Potrebbe succedere qualunque cosa in questo conflittuale momento, e ciò che conviene per l’Iran è ovviamente invitare l’Ucraina o l’Organizzazione Internazionale ad investigare sul luogo. Ed è effettivamente ciò che ha fatto. Secondo l’agenzia Irna infatti le autorità Iraniane hanno invitato Boeing e inquirenti di Kiev a partecipare all’inchiesta. L’Iran accoglierà anche esperti di altri Paesi i cui cittadini sono deceduti nello schianto (quindi Germania, Canada, Svezia, Afghanistan, e Regno Unito; escludendo probabilmente Nazioni che vorrebbero sicuramente intervenire “ficcando il naso”, come gli Stati uniti).È inoltre iniziato a girare un video più o meno dopo le dichiarazione del primo ministro Canadese Trudeau (essendo morti 63 connazionali) sul fatto che sia stato l’Iran ad aver abbattuto erroneamente l’aereo: un video filmato su un semplice smartphone che mostra l’abbattimento dell’aereo, esplicitamente avvenuto con un missile.Ci sono da fare diverse considerazioni sul video:1) È iniziato a girare dopo un po’ di tempo dall’avvenimento, mentre in genere i video “reali” iniziano a girare nel web pochi minuti o massimo ore (o perfino in diretta) dai vari disastri che possono succedere; si pensi ad esempio alle varie stragi avvenute negli ultimi anni in Francia o a Londra, o le sparatorie quasi quotidiane che avvengono negli Stati uniti. Questo fa pensare che questo tempo prima della pubblicazione sia stato speso appunto per editare il video.2) Fa ancora di più pensare a male il fatto che il video sia stato girato (se è stato veramente registrato) proprio in quell’esatto momento, con la visuale rivolta verso l’incidente come se già si sapesse cosa stava per accadere. Il fatto che sia avvenuto di notte lo rende ancora più strano. Pensateci: chi si metterebbe a fare un video di notte, completamente a caso, inquadrando poi un punto del cielo anch’esso completamente a caso? Poi, vista l’alta improbabilità, non vi mettereste a condividere immediatamente il video se quest’ultimo ha casualmente immortalato un incidente di queste dimensioni?3) Il video è stato “certificato” da Eliot Higgins. Probabilmente pochi, o nessuno di voi ha mai sentito questo nome; ebbene è giusto parlare brevemente di questo soggetto.Circa un anno fa avvenne un incidente sul Donbass, in cui un volo di linea MH 17 si schiantò. Immediatamente si iniziò a parlare di missili lanciati dai ribelli filo-Russi presenti sul territorio, che sarebbero stati capaci di abbattare questo aereo ad una quota altissima, ben 9000 metri. E durante le indagini, quindi senza alcuna prova, la commissione Europea si scagliò ad una tempestività invidiabile contro il governo Russo dicendo a questo di dover prendere le proprie “responsabilità” sull’accaduto (risarcendo le vittime, l’agenzia aerea, e magari prendersi anche qualche sanzione; proprio la giustificazione delle sanzioni era l’obiettivo di questo atto terroristico, e l’obiettivo fu effettivamente raggiunto, rinforzando tutta l’Europa le sanzioni verso la Russia). Queste investigazioni, più o meno per conto della commissione europea, erano seguite dalla Joint Investigation Team, identificato con il gruppo “Bellingcat” creato proprio da Eliot Higgins. Quest’ultimo, già dai primi anni della guerra alla Siria, con lo pseudonimo di Brown Moses, era disposto a certificare come autentica ogni fake che gli veniva sottoposta dai media e che, dopo i soldi ricevuti dalla Open Society Foundation di George Soros, ha messo Joint Investigation Team, attualmente patrocinato dall’Atlantic Council, in pratica un think tank della NATO finanziato dal Dipartimento di Stato americano. Almeno la certificazione di questo video, quindi, è tutt’altro che attendibile.Vanno analizzati poi gli effetti di questo disastro.La US Federal Aviation Administration ha vietato a tutti i voli commerciali (statunitensi) di entrare nello spazio aereo Iraniano ed Iracheno, in questo modo si blocca quasi completamente il commercio dell’Iran colpendo indirettamente soprattutto Cina e Russia, che hanno forti scambi col Paese Persiano.Inoltre, diversi vettori non americani hanno dirottato i loro voli mercoledì per evitare l’Iraq e l’Iran, secondo Flightradar24, un sito che traccia i transponder degli aerei. Non entreranno nello spazio aereo di Iran e Iraq neanche Qantas, Malaysia Airlines, Singapore Airlines, Air France e Lufthansa; minando quindi non solo i voli commerciali ma anche il turismo, già piuttosto misero purtroppo per l’Iran, evitando perfino certi voli di scalo. Un altra grande perdita sul piano economico per l’Iran.Proprio per via di queste ritorsioni contro l’Iran gli Stati uniti stessi hanno comunicato che è stato senza dubbio un incidente involontario (sarebbe folle ovviamente abbattere un aereo sopra la propria capitale, con circa metà dei passeggeri connazionali, minando la propria reputazione innescando quindi gravi conseguenze economiche verso il Paese); incidente involontario che vuole comunque gettar sfiducia verso l’Iran, minando oltre che il turismo anche eventuali rapporti commerciali; incidente involontario che vuole giustificare ulteriori sanzioni “per irresponsabilità” contro il Paese già isolato.Va poi presa in considerazione la situazione di Boeing e della compagnia del volo di linea.Boeing ha dichiarato di esser “consapevole delle notizie di stampa dall’Iran e stiamo raccogliendo più informazioni”. Boeing, come gli altri produttori di aerei, in genere dà assistenza nelle indagini sugli incidenti. Tuttavia in questo caso su questi sforzi potrebbero influire le sanzioni Usa imposte all’Iran da quando Donald Trump si è ritirato unilateralmente dall’accordo sul nucleare iraniano a maggio del 2018. Con queste sanzioni, che invitano indirettamente a Boeing a “non spendere”, si evitando quindi anche investigiazioni che potrebbero sicuramente esser più imparziali rispetto alla Joint Investigation Team citata precedentemente.La società Boeing è stata sottoposta inoltre ad un intenso controllo dopo lo schianto di due 737 Max jet in meno di cinque mesi, che insieme hanno ucciso 346 persone.L’incidente, poi, tocca politicamente un nervo scoperto in Ucraina, poiché la compagnia aerea che opera il volo, l’Ukraine International Airlines, è in parte di proprietà di una rete di compagnie offshore di Igor Kolomoiskij, un oligarca con stretti legami con il presidente Ucraino Zelenskij.Quali sono quindi le conclusioni?È un caso complesso: un incidente avvenuto poco tempo dopo l’attivazione dei missili lanciati contro le basi Usa in Iraq, una scatola nera che l’Iran al momento non vuole cedere preferendo piuttosto aprire le indagini e le inchieste per i Paesi delle vittime, e un video molto probabilmente falso che dà ragione alle tesi degli Stati uniti.Potrebbe ovviamente essere che sia stata effettivamente colpa delle forze Iraniane, che non hanno effettivamente “spento” il sistema missilistico; ma potrebbe esser anche stato un infiltrazione hacker da parte degli Stati uniti, approfittando dei sistemi missilistici accesi in occasione dell’attacco verso le basi in Iraq; potrebbe infine esser stato un semplice incidente tecnico come comunicato inizialmente (visti poi gli episodi avvenuti precedentemente sempre con Boeing 737), questa sarebbe comunque una “sorpresa” per tutti, essendo avvenuto per coincidenza proprio in concomitanza con le forti tensioni tra Usa ed Iran.Insomma, ci si auspica che la questione venga risolta seguendo le vie legali, con indagini ed inchieste oggettive senza finanziamenti di investigatori pagati da chi è di parte, perché questo non è un semplice incidente, ma è l’occasione per inasprire ulteriormente la situazione mediorientale, dando una stupida giustificazione ai Paesi occidentali per colpire di nuovo l’economia Iraniana con sanzioni su sanzioni. Le vittime in tutto questo sono i 172 morti, i loro cari, e tutti gli abitanti dell’Iran, non di certo l’occidente.

No al taglio dei parlamentari!

La Costituzione è prima di tutto un programma politico, un testo di profonda giustizia sociale, pregno di tutte le conquiste ideali della storia dell’Italia. Preciso sunto di diritti e doveri, la Costituzione difende i cittadini, garantendo loro una base giuridica alla quale appellarsi per avere riconosciute le proprie libertà, i propri diritti, la loro capacità di agire nel sociale, e dunque nel mondo. La Costituzione tutela il Cittadino, impedendogli di divenire solo un numero. Fra tutti gli attacchi meschini portati a quello che è il frutto del sacrificio di intere generazioni, uno fra i peggiori è senza dubbio la proposta di diminuire il numero dei parlamentari, spacciando per “risparmio” l’assassinio del principio della rappresentatività politica. Questa tattica, già più volte utilizzata per distruggere lo stato sociale e i diritti fondamentali dei cittadini, risulta particolarmente infame perché aizza lo stesso popolo contro i meccanismi che di norma lo difendono dai soprusi: diminuendo il numero dei parlamentari non sono si ha già un guadagno collettivo dato da un risibile “risparmio”, ma un enorme danno al processo democratico. I nostri Padri Costituenti fissarono a 945 il numero di cittadini in grado di rappresentare 45 milioni di italiani. Oggi gli italiani sono 60 milioni e mezzo, ma viene proposto che i rappresentanti non siano già aumentati in maniera congrua alla crescita della popolazione, ma anzi diminuiti di più di un terzo. Parlano di “risparmio”, quando gli stipendi di quei parlamentari (che nulla vieterebbe di diminuire) non valgono che lo 0,007% della spesa pubblica, la quale va spesso a finanziare senza troppo scandalo acquisti di armamenti, donativi di varia natura o richieste da parte di enti terzi. La Cosa Pubblica guadagnerebbe questo dal taglio dei parlamentari, ma cosa perderebbe? Perderebbe ulteriormente ciò che caratterizza ogni stato democratico, ossia il controllo popolare sulle istituzioni, che se non si limita alla mera rappresentanza politica vede in essa sicuramente uno degli aspetti fondamentali. Il Parlamento non può e non deve essere un mondo a sé stante, sempre più chiuso e ridotto, aperto solo a pochi iniziati, ma al contrario deve aprirsi, essere luogo vivo in cui dibattere e far valere gli interessi del popolo. Questo non può accadere con la progressiva incapacità della cittadinanza di far eleggere propri rappresentanti, che tra esternazioni contro il suffragio universale e distruzione della rappresentanza assume sempre più i caratteri sinistri di un autoritarismo. Per questo ogni cittadino consapevole, e ancor di più se studente o giovane lavoratore, deve opporsi a questa scellerata proposta.

FERMARE LA CORSA VERSO LA GUERRA

Fermare la corsa verso la guerra! Per un’Italia neutrale, rispettosa della Costituzione e della sovranità dei popoli!In un Medio Oriente già dilaniato da conflitti sanguinosi, il gravissimo attentato terroristico con cui la Casa Bianca ha ucciso uno dei più importanti esponenti della Repubblica Islamica dell’Iran rischia di precipitare la regione in una guerra totale che potrebbe avere una dimensione mondiale e, come minimo, travolgere il Mediterraneo, quindi il nostro Paese che ne è al centro. La Libia è un tassello di un conflitto che è già alle nostre porte e rischia di diventare devastante. Molteplici sono le cause storiche che hanno fatto del Medio Oriente la polveriera del mondo ma prima fra tutte è la politica vessatoria e ingiusta dell’imperialismo occidentale, Stati Uniti in testa i quali, proseguendo la tradizione colonialistica, hanno sempre tentato di tenere i popoli in stato di soggezione per poi aggredirli ogni qual volta essi lottavano per difendere indipendenza e sovranità. Di contro USA e paesi NATO continuano a sostenere Israele nonostante svariate risoluzioni dell’ONU abbiano condannato questo Stato per la sua sistematica violazione dei diritti del popolo palestinese. Lunga è la strada per fare del Medio Oriente una regione di pace, di democrazia, di rispetto dei diritti umani, e di cooperazione tra le diverse nazioni che ne fanno parte. Ma il primo passo dev’essere il ritiro di tutte le truppe d’occupazione, la chiusura di tutte le basi militari americane e della NATO, a cominciare da quelle disseminate in Iraq, in Siria, in Turchia, nel Golfo Persico e in Afghanistan. L’Italia è parte in causa visto che dopo quello americano è il secondo esercito per numero di soldati schierati sul quel grande teatro. I governi italiani, ingannando i cittadini, hanno giustificato questa intrusione dicendo che si tratta di “truppe di pace”. E’ falso! Armate di tutto punto esse partecipano alla guerra e stanno lì per dare manforte alla politica aggressiva degli Stati Uniti, ciò è stato fatto contro gli interessi nazionali ed in violazione della nostra Costituzione. Il Governo Conte bis, sulla falsa riga di quelli che l’hanno preceduto, nonostante il gravissimo atto di guerra della Casa Bianca (che non ha condannato!), conferma la linea di obbedienza servile verso gli Stati Uniti d’America. Il “sovranista” Salvini ha fatto anche peggio, giungendo a inneggiare all’atto proditorio di Trump. Di contro ai due blocchi sistemici di centro-sinistra e centro-destra, occorre costruire un grande movimento popolare che rivendichi:

– il rifiuto della guerra come mezzo per risolvere le controversie internazionali

– il ritiro di tutte le missioni militari all’estero,

– la fine alle aggressive e autolesionistiche sanzioni contro l’Iran e la Russia,

– la chiusura delle basi militari USA nel nostro Paese,

– l’uscita dell’Italia dalla NATO.Il tutto nella prospettiva di fare dell’Italia un paese neutrale, che per storia e collocazione geopolitica deve mettersi alla testa di un grande fronte internazionale per la pace e per la solidarietà tra i popoli.

Coordinamento nazionale Liberiamo l’Italia

Nato il coordinamento giovanile di Liberiamo l’Italia

Apprendiamo con piacere la nascita del coordinamento giovanile di Liberiamo l’Italia, col quale ci impegnamo a collaborare. Di seguito proponiamo il documento fondativo:

Per molto tempo noi giovani ci siamo divisi nelle piazze, ma mai come oggi i nostri diritti fondamentali sono effettivamente in pericolo. Non siamo mai riusciti a mettere realmente in discussione il vero potere: il potere economico/finanziario, che oggi ci asfissia. Noi giovani di Liberiamo l’Italia chiediamo a tutti gli studenti, lavoratori, disoccupati, ai giovani poveri e a tutti quelli che, nonostante tutto, sono ancora capaci di indignarsi di fronte alle ingiustizie subite dai coetanei dimenticati dalla società, chiediamo di unirci per fare fronte comune. Ci rivolgiamo a quei giovani che nonostante anni e anni di educazione all’individualismo e alla competizione hanno ancora una coscienza e il senso della collettività. Destra e centro-sinistra sono due facce della stessa medaglia, sue opposti dello stesso sistema. Il sistema economico neoliberista, la dittatura delle élite finanziarie e delle multinazionali. A tutti i giovani noi chiediamo di unirci nella lotta, di mettere da parte gli attriti, di fare tutti un passo indietro per farne uno più grande in avanti, insieme. Ci accomuna che siamo Italiani, viviamo in questa terra sempre più in mano al capitale interno e straniero, governata da personaggi indegni che hanno svenduto l’Italia, promuovono opere come il Tav, che distruggono il nostro territorio ed il nostro futuro. Cosa ci accomuna? Che l’Italia è casa nostra, che abbiamo il diritto a non emigrare. Abbiamo il diritto di rimanere, di crescere qui. Chi comanda ci vuole divisi e nemici perché sa bene la forza che avremmo uniti. Quindi, invitiamo tutti singoli e associazioni che condividano i nostri stessi obbiettivi ad unirci in un movimento studentesco e giovanile, che possa attivamente contrastare le misure di questa Unione Europea antidemocratica e antipopolare.

Siamo qui per chiedervi un aiuto, perché abbiamo bisogno di tutti. Abbiamo bisogno di lavorare insieme, perché la verità è rivoluzionaria:

  • Fermiamo il Mes, strumento con i quali l’UE, a dominanza tedesca, impone l’austerità e schiaccia gli stati
  • Usciamo dalla gabbia dell’euro, che ha distrutto l’eredità economica di noi giovani cittadini
  • Difendiamo gli interessi del popolo lavoratore, abbandonato dallo stato e vittima di soprusi continui
  • Riconquistiamo la democrazia, difendendo la Costituzione del 1948, che è frutto della lotta partigiana e dei nostri padri e nonni

-lotta al razzismo e ad ogni forma di discriminazione, soprattutto quelle di matrice neofascista(sempre più frequenti) che è speculare a quella dei padroni

-costruzione di un fronte ambientalista, con caratteristiche popolari e proposte concrete che combutta contro Muos, Tav, Tap ed opere dannose per i cittadini (5G)

-Lotta ad ogni forma di imperialismo, alla Nato e alla costante presenza militare straniera sul nostro suolo. Lotta per il disarmo nucleare e il ritiro dalle “missioni di pace”

In ricordo di un martire per la libertà

In ricordo di un martire per la libertà…

È il 30 Dicembre 2006, e da un Iraq dilaniato dalla guerra arrivano delle immagini in cui si vede un uomo, con la barba curata e la faccia serena, intorno al suo collo vi era un cappio. L’uomo era circondato di gentaglia col volto coperto che inneggiava al proprio leader, Al Sadr. Nel frattempo l’uomo col cappio al collo disse con tono di sfida una frase ironica contro il loro leader, dopodichè si mise a recitare una preghiera, interrotta da un fortissimo suono metallico, la botola sotto i suoi piedi era stata aperta: l’ucciso era Saddam Hussein.


I signori della guerra in Occidente non aspettarono a farsi sentire, tessendo lodi su lodi agli assassini del Rais iracheno, inneggiando a una “nuova era di pace e democrazia per l’Iraq”. Sappiamo tutti cosa successe in seguito. I canti e le lodi furono tuttavia interrotti da un giovane sciita, che al grido di “un bacio d’addio nel nome degli orfani (5 milioni), delle vedove e di tutti gli assassinati iracheni” si tolse le scarpe durante una conferenza e le lanciò contro il presidente americano Bush. Muntazer (questo il nome del ragazzo) fu in seguito catturato, pestato e torturato per un’infinità di tempo nel più totale silenzio mediatico, ma questo silenzio non potè nulla contro l’eco che risuonava nei deserti del vicino oriente e del nord africa: in Iraq, Arabia Saudita, Yemen e in altri paesi arabi si innalzarono in manifestazioni e presidi aste di legno con alla fine delle scarpe, i giornalisti palestinesi, in segno di protesta e solidarietà, si misero a lanciare scarpe contro gli occupanti nazi-sionisti, nella città di Fajullah gli studenti opposero alle pallottole made in USA le scarpe, e così anche in Grecia, Pakistan, Iran, Egitto… milioni di scarpe sconfissero la “democrazia” dittatoriale delle bombe.

Comunque, cos’era davvero l’Iraq sotto Saddam Hussein?
Prima di tutto bisogna specificare che l’esperienza ba’athista irachena non nasce con Saddam Hussein, ma col suo caro amico e fratello Hassan al-Bakr, fu lui a portare a termine il golpe contro la borghesia reazionaria e latifondista filo-occidente e che in seguito aprì la strada alla liberazione rivoluzionaria di tutto il popolo iracheno. Infatti fu al-Bakr a fondare il Fronte Progressista Nazionale, che puntava a unire ba’athisti, curdi (i quali erano appena usciti da un conflitto armato col vecchio regime) e comunisti e ci riuscì perfettamente. Un’altra importante opera cominciata da al-Bakr fu quella economica, puntò tutto su un’economia centralizzata e pianificata di stampo prettamente socialista, in poco tempo i contadini videro spartite equamente tra loro le terre e poterono gestirle come volevano senza padroni e capitalisti a sfruttarli e imporgli ore di lavoro massacranti per un salario misero. Al-Bakr governò l’Iraq per 10 anni, finchè, nel 1978, morì. A succedergli fu ovviamente Saddam Hussein che proseguì (anche se non terminò mai) la collettivizzazione dei mezzi di produzione, infatti se tutta l’agricoltura era collettiva, nell’industria erano presenti solo in minoranza le associazioni di lavoratori liberi, ma fu comunque un risultato importante per un paese come l’Iraq. La situazione a livello sociale non bisognerebbe neanche spiegarla: sanità gratuita e pari quasi a quella cubana, tanto che gente da tutto il mondo arabo andava in Iraq per farsi curare, organizzazioni di donne elevate a completa parità con gli uomini, sindacati che costruivano case agli operai, istruzione conpletamente gratuita (Università comprese, molte delle quali frequentate da molti stranieri), quartieri costruiti sulla base delle tradizioni ma anche dei bisogni dei cittadini, delle minoranze riconosciute e rispettate da tutti i punti di vista, primi fra tutti i curdi, cui venne riconosciuta come ufficiale la loro lingua e venne quindi inserita tra le materie principali nelle scuole curde, per non parlare della lotta contro i capitribù “medievali” del nord, ovvero quando i contadini curdi videro finalmente la luce della libertà e del progresso, o anche dei comunisti che si rifugiarono in Iraq per la repressione iraniana.

Nel 1980 il Fronte Progressista Nazionale ebbe una piccola crisi dovuta a un tentativo di colpo di stato filo-sovietico (non credo serva ricordare cos’era diventata l’URSS dopo il 1956) che comportò l’arresto di molti esponenti del partito comunista e da lì gran parte del partito (la fazione moderata) lo abbandonò, dentro vi rimasero solo i radicali comunisti guidati da Yusuf Hamdan. In questo stesso anno la questione curda riaffiorò, ma per altri motivi: la guerra Iran-Iraq.

La guerra tra Iran e Iraq iniziò come ogni altra guerra, stuzzicamenti e provocazioni, in questo caso fu l’Iran a provocare l’Iraq, infatti l’Ayatollah incitava il popolo iracheno a fare una rivoluzione islamica contro il ba’ath, Saddam propose una relazione amichevole e di non interferenza tra i due paesi, ma Khoemini rifiutò, da lì ci furono continue infiltrazioni, sparatorie (in particolare nella città di Shatt al-arab, punto strategico nel sud del paese), attacchi diplomatici, a quel punto Saddam decise di attaccare per primo, e varcò il confine (bisogna comunque ammettere che aveva anche l’intenzione di annettere il Khuzestan, in supporto ai movimenti di liberazione arabi, oppressi da Khomeini). Ora guardiamo osserviamo gli schieramenti, questo è quello che potremmo definire un casinò fatto di armi e vite umane, dove sembrava si stessero facendo scommesse più che fazioni, infatti basta andare semplicemente su wikipedia per vedere la situazione: Stati Uniti, Unione Sovietica (Brezhnev), Italia, Francia, Cina e altri paesi occidentali supportavano ENTRAMBI di nascosto, invece la DDR, la Yugoslavia, l’Egitto, il Kuwait, la Romania, il Sudan e pochi altri paesi arabi supportavano Saddam, dall’altro lato, con l’Iran, c’erano Israele, la Nord Corea, la Jamahiriya Libica, il Pakistan, la Siria e la Svezia, i supporti non furono mai diretti, semplicemente questi paesi si occuparono di armare e rifornirli prima della guerra. Ora è bene fare delle precisazioni riguardo alcuni paesi: molti si chiedono come mai Gheddafi decise di supportare l’Iran e non l’Iraq, col quale era apparentemente amico, la realtà è che le loro relazioni erano molto controverse e in quel periodo stavano degradando, la Nord Corea aveva da sempre avuto ottimi rapporti con l’Ayatollah, il Sud Yemen era composto in gran parte da sciiti.
A livello non-governativo c’era solo una forza paramilitare a parte i movimenti curdi: i Mojahedeen del popolo iraniano, una fazione socialista islamica e comunista che supportava l’Iraq ba’athista.
Tornando alla questione curda, nonostante le grandi concessioni da parte del governo centrale, Massoud Barzani (noto borghese curdo, leader del “partito democratico del Curdistan” di centro destra) e altri gruppi di destra curdi volevano ancora più indipendenza, allora approfittarono della guerra con l’Iran per tentare la secessione, a difesa del governo popolare di Saddam arrivarono le fazioni socialiste del kurdistan iraniano. Dopo la guerra Saddam (circa 4 anni dopo) decise di dare maggiore autonomia al kurdistan iracheno, concedendogli un parlamento indipendente. Molti ora saranno confusi, poichè è risaputo (nei media occidentali) che Saddam gassò i curdi ad Halabja, niente di più falso. Infatti secondo un rapporto del US Army War College, subito insabbiato e dimenticato, il gas ritrovato era non persistente (quello usato dagli iraniani, mentre gli iracheni usavano quello persistente), bisogna tuttavia dire che gli iraniani non sapevano della presenza di civili nella città, in quanto pensavano che erano presenti solo le forze irachene, le quali si erano già ritirate. Per quanto riguarda gli altri presunti attacchi… pare che non furono trovate alcune vittime e tutto questo secondo numerose interviste fatte dai membri della Commissione Esteri del Senato a curdi fuggiti in Turchia per la guerra.

Durante la guerra contro l’Iran, l’Iraq fu massicciamente finanziato dal Kuwait, il quale temeva il crescente potere dell’Ayatollah, in totale furono donati 14 miliardi di dollari, alla fine della guerra il Kuwait pretendeva di riaverli tutti quanti, cosa impossibile all’Iraq in quanto appena uscito da un devastante conflitto, le tensioni con il piccolo paese confinante si facevano sempre più alte. Il Kuwait produceva un numero di barili di petrolio di molto superiore a quanto stabilito dall’OPEC, di cui facevano parte, allora l’Iraq chiese di diminuire la produzione perchè la sovrapproduzione kwatiana inficiava l’esportazion irachene, e il paese stava andando in bancarotta. Tuttavia il Kuwait si rifiutò. A gettare ancora più benzina sul fuoco c’era la questione dei confini: finita la dominazione degli inglesi nella zona la linea di separazione tra i due stati non fu mai chiara, il Kuwait ne approfittò per penetrare in pieno territorio iracheno (nella Rumaila) ed estrarre petrolio, questo sconfinamento costò all’Iraq 2.4 miliardi di dollari, al Rais non restava altro da fare se non intervenire militarmente, dato che la diplomazia non aveva funzionato. Fu così che il 2 Agosto 1990 l’Iraq mosse 88.000 uomini nel territorio nemico e lo invase in due giorni, in seguito lo dichiarò la sua diciannovesima provincia in seguito all’instaurazione della Repubblica del Kuwait. Tra i motivi dell’invasione oltre al fattore economico vi era un fattore storico, come spiega lo stesso Saddam in un’intervista a Bruno Vespa nel 1991, il Kuwait provò numerose volte a unirsi all’Iraq nel corso del ventesimo secolo, tutti i tentativi furono tuttavia boicottati dalla Gran Bretagna.
Subito dopo l’invasione le Nazioni Unite sanzionarono l’Iraq e Stati Uniti e Gran Bretagna, sotto la presidenza di Reagan e Tatcher, imposero all’Iraq di ritirarsi, senza condizioni. Saddam dopo varie proposte (tutte rifiutate), annunciò che si sarebbe ritirato se l’ONU avesse rimosso le sanzioni, gli Stati Unti e tutti gli altri eserciti non-arabi si fossero ritirati dalla regione, l’Iraq avesse riacquisito il pieno territorio della Rumaila e che si trovasse anche una soluzione agli altri problemi arabi, primo fra tutti quello arabo-israeliano, assicurando che avrebbe smantellato le armi di distruzione di massa solo se anche Israele lo avesse fatto e che finito tutto questo avrebbe accettato un accordo commerciale con gli Stati Uniti sul petrolio. Tali proposte furono accettate dalla Jamabiriya Libica, dal Sudan e dall’OLP di Yasser Arafat. La Casa Bianca si rifiutò di accettare. All’Onu, vista la grave situazione, la Francia propose, col supporto di Belgio, Italia, Germania, Spagna, Marocco, Algeria, Tunisia e altre nazioni, di risolvere i problemi della regione in cambio di una ritirata completa da parte dell’Iraq, senza neanche pensarci Stati Uniti, Gran Bretagna e Unione Sovietica rifiutarono.
A questo punto gli Stati Uniti misero su una coalizione contro l’Iraq: era la più grande coalizione mai fatta dalla Seconda Guerra Mondiale, formata da paesi di tutti i continenti, e per contrastare cosa?L’invasione da parte dell’Iraq di un paese che lo stava mandando in bancarotta. Come si può benissimo immaginare gli Stati Uniti non potevano invadere un paese con questo pretesto, quindi cercarono un’altra scusa: un giorno, all’improvviso, tirarono fuori dal cappello magico non un coniglio, ma una possibile invasione dell’Arabia Saudita da parte dell’Iraq ba’athista. Questo pretesto bastò per inviare circa 2 milioni di soldati. Ma tutto ciò non bastava, gli Stati Uniti, insieme agli iraniani, organizzarono una rivolta contro il governo nel nord dell’Iraq, fomentando le formazioni curde e sciite. I tentativi da parte di queste poche formazioni di ribaltare il governo fallirono miseramente grazie all’unità e alla forza di tutto popolo. Nel nord del paese, finite le inutili rivolte, il governo ba’athista decise di dare l’autonomia e fu così formata una regione curda con tanto di parlamento, come si poteva immaginare la cosa non andò a finire bene, alle prime elezioni non si presentò nessuno se non i classici borghesotti filocapitalisti e maniaci della competitività, in questo modo alle elezioni su 3 milioni di curdi votarono a malpena 800.000 persone, le elezioni diedero un risultato di sostanziale parità, col 45% del partito democratico del curdistan di Barzani e il 43% l’unione patriottica del curdistan di Talabani, e fu così che il popolo curdo si ritrovò in un altro conflitto. Dopo una serie di piccoli scontri il PUK (unione patriottica del curdistan) strinse un’alleanza con l’Iran di Khomeini, il quale intervenne militarmente col supporto statunitense, in risposta Barzani chiese aiuto a Saddam, il quale accettò per riuscire a ristabilire la pace e scacciare le truppe straniere dal territorio, una volta finiti gli scontri il partito di Barzani ne uscì vittorioso e Talabani e i membri del suo partito scapparono in Iran. Come al solito gli Stati Uniti tirarono fuori la bacchetta magica e all’improvviso sui media occidentali spuntò un diabolico piano iracheno secondo cui Saddam voleva scatenare un genocidio di curdi, purtroppo per loro una volta finiti gli scontri e scacciati traditori e invasori stranieri le forze irachene si ritirarono, rispettando l’autonomia dei curdi, senza tener conto di ciò i falchi a stelle e striscie bombardarono alcune postazioni di contraerea irachena nel sud del paese.

Nel 1995 un giovane ingegnere chimico lasciò l’Iraq e andò a vivere in Germania, i servizi segreti tedeschi non persero tempo: lo rintracciarono, lo raggiunsero e gli chiesero varie cose sul sue (ex) paese. Lui in poco tempo diede una descrizione molto dettagliata di ciò che stava succedendo: camion e magazzini pieni di armi biologiche, ruoli e “lavoretti” che si dividevano i membri del suo team. Tuttavia le sue testimonianze furono subito messe in dubbio, in particolare quando il suo ex capo fu interpellato a Dubai.
L’Intelligence tedesca avvertì quella americana che le testimonianze di Rafid Ahmed Alwan al-Janabi (l’ingegnere chimico iracheno, denominato dai servizi segreti “Curveball”), ma come al solito gli americani volevano a tutti costi un casus belli contro l’Iraq, fu così che nel 2003 Colin Powell (classico falco all’americana, autore peraltro dell’infame memorandum) presentò i dati all’ONU e senza nemmeno aspettare una relazione dalle Nazioni Unite gli USA chiamarono alle armi i loro alleati e invasero l’Iraq. Le armi di distruzione di massa non furono mai trovate, nemmeno delle minime tracce. Solo in seguito al-Janabi ammise di essersi inventato tutto al Guardian, dicendosi fiero delle proprie azioni.

È il 9 Aprile 2003 e per l’ultima volta si vede Saddam Hussein in libertà; è in strada, come per voler mostrare al popolo la sua solidarietà, e in torno a lui ci sono un gruppo di persone che gridano “Berou, bi dam, Nafdik ya Saddam” (con il cuore, con l’animo, siamo con Saddam) esaltandolo. Poche ore dopo, quando Saddam era molto probabilmente già fuori Baghdad, entrarono nella capitale irachena i carri armati americani. Da quel momento non si ebbero più notizie sul Rais, finchè nel Dicembre 2003, quando l’Iraq era nel bel mezzo di una guerra definibile “settaria”, si vede il famoso video dove Saddam Hussein viene presentato come vestito di stracci, gettato in una fossa, distrutto nell’anima e nel corpo…almeno questo è quello che hanno provato a farci credere. La realtà è che fino a quel momento aveva lottato in prima linea col suo popolo, battaglia più famosa da lui guidata quella dell’aeroporto di Baghdad nell’Aprile 2003:

“Mentre stavo sparando con i miei compagni, all’improvviso, trovammo Saddam Hussein con molti dei suoi assistenti dentro l’aeroporto. Fummo davvero sorpresi perché non ci aspettavamo una simile cosa, ma Saddam venne avanti e prese un RPG e se lo mise sulle spalle ed iniziò a sparare anche lui. Ci raccogliemmo intorno a lui e lo pregammo di mettersi da parte e lasciare noi a combattere perché se fossimo stati uccisi noi eravano comuni ufficiali, ma se lui fosse stato ucciso avremmo perso il nostro leader. Saddam si rivolse a noi e disse, “Ascoltate, io non sono meglio di chiunque tra voi e questo è il momento supremo per difendere il nostro grande Iraq e sarebbe grandioso essere ucciso come martire per il futuro dell’Iraq”.
-Ufficiale iracheno intervistato da Iraq Screen.
Fu solo dopo il declino dei rivoluzionari baathisti sotto i militari dell’occidente che Saddam fuggì a casa di un amico vicino Tikrit. Infatti come racconta Nadim Rabeh, marine di origini libanesi, all’United Press International nel rapporto “Public Version of Saddam Capture Fiction“ quando scoprirono il suo nascondiglio lui non si arrese e si mise a sparare contro i soldati americani, i quali in seguito lo catturarono e un po di tempo dopo lo drogarono e lo buttarono in un pozzo abbandonato per registrare il famoso filmino, facilmente smontabile non solo dalle testimonianze del marine (che sono la conferma schiacciante) ma anche dalle palme piene di datteri, in un tempo in cui i datteri non c’erano.

Da questo tragico evento cominciò il processo-farsa contro Hussein e altri membri del partito. La Corte era eletta dall’esecutivo (quindi dalla coalizione statunitense) e rimuoveva e sostituiva i giudici ogni qual volta non si dimostrassero sufficientemente filo-americani. Numerosi furono inoltre gli episodi dove buttarono fuori dall’aula i testimoni sinceri e anche lo stesso saddam. Famosa la vicenda quando buttarono fuori dall’aula l’avvocato difensore di Saddam, Ramsey Clark (alto magistrato americano, vice ministro della giustizia ai tempi di Kennedy e ministro nella successiva amministrazione Johnson), che in seguito si dimise denunciando forti pressioni, la stessa fine la fecero molti altri difensori. Nonostante tutto ciò Saddam seppe difendersi perfettamente, smontando e distruggendo le accuse contro di lui, tanto che più di una volta (in particolare durante il suo discorso finale) gli tagliarono il microfono mentre parlava.
Quando alla fine del processo-farsa il presidente della corte lesse la sentenza, dove si decretava la pena di morte per crimini da lui non commessi, dovettero farlo alzare in piedi a forza dalle guardie e nulla gli impedì di gridare “Allah Akbar!” e inneggiare al glorioso popolo iracheno, il quale stava combattendo ferocemente contro gli invasori.
E a questo punto torniamo all’inizio, quando quel terribile rumore metallico fermò la preghiera islamica inneggiante al popolo iracheno…

A Londra per difendere la pace: presenti alla mobilitazione anti-Trump


Venti di guerra soffiano sul mondo, gettando i popoli nella paura e nello sconforto. La guerra, il grande male, prodotto dei contranstanti interessi dei ceti abbienti, potrebbe facilmente scoppiare dopo la terroristica aggressione di Donald Trump ai danno dell’Iran, il quale è stato colpito su territorio neutro in uno dei suoi principali esponenti, il generale Souleimani. Per questo ieri abbiamo partecipato a Londra alla mobilitazione per la pace che si è tenuta a Downing street, per mostrare che mai saremo disposti a morire per la ricchezza di pochi mistificata da interesse nazionale.

La repressione si abbatte sui pastori sardi

Apprendiamo con disgusto la consegna di più di mille avvisi di garanzia ai pastori sardi che alcuni mesi fa si erano resi protagonisti di grandi e diffuse proteste a difesa del loro lavoro, assalito dalla sleale concorrenza causata dal libero scambio e dalle deregolamentazioni economiche.

Possiamo vedere già la malata costruzione politica che sta rapidamente prendendo il posto dell’ordinamento repubblicano: alla politica economica in favore dei grandi possessori di capitali si sposa perfettamente la follia securitaria del “decreto sicurezza”, il tutto sotto lo sguardo soddisfatto del totalitarismo europeo.

La rabbia dei pastori sardi, supportati da tutta la Sardegna, dagli studenti ai disoccupati, è la rabbia di tutto il popolo lavoratore che si vede giornalmente vessato da istituzioni sempre più collaborazioniste e ricchi sempre più arroganti. I loro blocchi del traffico erano intimamente giusti e motivati, e non loro, difensori delle libertà repubblicane, dovrebbero essere processari, ma la cancrena nazistoide che dal Parlamento ha varato negli ultimi 30 anni qualsiasi accordo e decreto anti-popolare che sia stato possibile. Nello specifico, i pastori sardi risento della competizione sleale dell’estero, dove latte a basso costo viene prodotto lasciando gli animali in condizioni ben peggiori e contenendo pesantemente gli stipendi.

Il Movimento ’48 si stringe ai pastori sardi in questo momento difficile per molte delle loro famiglie.

Il 2020 iniziato all’insegna dell’imperialismo

Da nemmeno una settimana è iniziato il nuovo anno e già sono diverse le situazioni potenzialmente disastrose che si sono venute a creare: dalla Libia al Medioriente si susseguono notizie preoccupanti, con un oramai certo dispiegamento di truppe turche a sostegno di Serraj e con un atto che definire terrorismo internazionale è poco, ossia l’assassinio del generale Soleimani, comandante delle milizie al-Quds, uno dei principali responsabili del tracollo dello Stato Islamico nella regione, avvenuto con la solita infame modalità del raid aereo a Baghdad. Non solo: pare sempre più reale, nonostante le mistificazioni del ministero, l’arrivo ad Aviano di altre 50 testate atomiche, che andrebbero a sommarsi alle decine già presenti in loco.
In tutto il mondo i potenti giocano alla guerra, muovendo le loro pedine e distribuendo armi come se si parlasse di un gioco da tavolo e non della vita di milioni di persone. Le reazioni delle Lega Araba all’inserimento militare turco lascia aperta la porta all’escalation militare, per giunta in una zona già ad alta tensione a causa di Israele e dello scontro in seno all’Iraq. Occorre opporsi ad ogni progetto imperialista per difendere le nostre case, le nostre vite ed il nostro futuro