Crepuscolo dei liberali

La mente dei liberali, soprattutto dei liberali contemporanei, è un vizioso mix di illusioni e malizia, una contraddizione che ignora se stessa per perpetuarsi propagandandosi in maniera alterata, cosicché possano covivere assieme istanze contrarie, principî opposti, valori inconciliabili. I liberali sono ipocriti prima che malvagi. Solo loro sono in grado allo stesso tempo di far l’elogio della pace e condannare la violenza mentre si da per assiomatica la guerra di tutti contro tutti e la ricerca del proprio profitto privato a discapito e contro gli altri. Forse i loro “padri ideali” possono in qualche modo essere scusati, o per lo meno contestualizzati, alla fine come avrebbero potuto -da dire in maniera retorica, avrebbero potuto farlo. Altri lo hanno fatto- i vari Locke, Mill, Hume, Kant capire che sarebbe stato impossibile legittimare la ricerca della potenza infinita e coniugare ciò alla libertà altrui? Ebbene, serve ricordare che molti dei pensatori sopracitati giustificavano il colonialismo, la sovranità politica di una minoranza o di un individuo, a volte possedevano schiavi. Per loro nessuna incoerenza:si, gli uomini sono creati uguali, Dio giudica alla stessa maniera, ma ciò che avviene dopo la creazione, i rapporti di forza che si vengono a creare è tutto un altro discorso. Il creolo, il proletario, il campesino sono liberi perché nulla vieta loro a monte di leggere un libro piuttosto che un altro, criticare -nei limiti dell’ordine pubblico- un governo o di andare a scuola. Certo, nella pratica magari diventa difficile leggere dopo turni di 10 ore, e magari non è così facile avere successo a scuola se si è abbandonati a se stessi perché i propri genitori o lavorano o dormono, ma questo non conta. La libertà è tutta contenuta, per questi liberali, nel reame della possibilità, nella teoria, nei sofismi. Nella materialità vige la diseguaglianza, che porta ad una divisione dell’umanità in oppressi ed oppressori, ma questo non invalida le loro idee, perché basta, alla fine, “rimboccarsi le maniche”, mettersi a lavorare sodo, ciecamente, sperando un domani di essere tu a calpestare i tuoi simili, e magari di essere un po’ meno calpestato a tua volta. Il liberalismo, nei fatti, nasce come istanza di una classe che raggiunte grandi ricchezze e peso politico voleva liberarsi dai vincoli di quella che era ancora legalmente la classe egemone, ossia quella aristocratica. Il liberalismo nasce come istanza della libertà materiale di pochi, pochissimi, a discapito della libertà puramente teorica e quasi ironicamente annunciata delle moltitudini. Ancora oggi i giovani rampolli della Milano bene o dei Parioli cianciano di “libertà”, intendendola nella loro peculiare maniera, fortificati dalla diarrea verbale dei vari Friedman, Monti, Parenzo, Travaglio. Tutti partecipi loro di una perversa mentalità pressoché egenome dall’altro lato dell’Atlantico, dove l’ipotesi di saldare dall’alto i debiti universitari (che negli Usa, la terra dei “liberi”, relegano migliaia di giovani a lavori servili e senza prospettiva, e alienando la formazione universitaria a molti altri) ha causato molto scalpore perché secondo gli “esperti” avrebbe creato un pericoloso “precedente morale”, dove il 21% dei bambini può vivere in condizioni di povertà assoluta ma dove vi è inflazione di armi e bagni “gender-neutral”, dove si può morire, e si muore, tranquillamente di malattie curabili perché si è troppo poveri. La libertà dei pochi vale più della vita stessa dei molti, perché il mio diritto di arricchirmi, reso possibile dalla mia violenza, non può essere attaccato dalle vostre pretese di vivere in pace. Se ogni sistema si è retto su di una serie di contraddizioni quelle del sistema liberlale sono tanto palesi e spaventose che ci si chiede come questo si possa in qualsiasi maniera appoggiare o giustificare. Sognando una non meglio specificata libertà hanno spianato la strada alla più brutale oppressione, perché dall’arena che per loro è la vita può uscire solo un vincitore, e nella competizione non esistono amici. Il liberalismo è l’ideologia della guerra, del suprematismo, delle discriminazioni, dell’annullamento della democrazia e di qualsiasi prospettiva di libertà e fratellanza. L’accentramento delle risorse e del potere procede spedito, ma quello che ora pochi egoisti viene percepito come apogeo sarà prodromo di una violentissima caduta: quando tutto il mondo sarà egualmente servo, sarà anche egualmente loro nemico, e allora si renderanno conto che i sofismi sui diritti contano poco contro la cruda materialità delle forche.

In the mind of westerners

In the mind of westerners:
Westerners struggle to accept the two truths about the twisted side of humans, because of this they cannot acknowledge the worst possible evil a man can do, but they cannot acknowledge the evil they are capable of. But given the right circumstances, they are willing to abandon their so-called “civilized attitude” and transform in a monster full of hatred and resentment. However, the “sweet and kind” western lifestyle stops them from doing so, in the worst way possible. We westerners live in a dystopia worse than what the media says about foreign countries. In the west we glorify war in the most disgusting, decadent and degenerate way as possible, by transforming such vomiting act into entertainment, videogames are a great example, and they help the weak-minded western man to fulfill their hero fantasy, where they go to a foreign soil and spread terror. However do not dare portraying westerners as enemies, that would disturb them, after all, westerners have a repressed racist side, where they believe they are morally right in what they do as they feel the need to civilize the barbarians, again this a result of westerners not being fully capable of the atrocities they could commit. A revolution in their country would never be an option, as you know it could result in the deaths of many people, whereas it’s more preferable to drop some bombs on foreign hospitals and test chemical weapons on their people, again, because they are foreign they are not really important. Because westerners do not acknowledge the evil they are capable of, they are not capable of blaming who’s truly responsible for all the crimes and suffering on this blue planet of ours. Climate change? It’s all humans’ fault and not of all the entrepreneurs who do “their best” to destroy nature so they can then even capitalize on the air we breathe. A foreign country attacks us? Well they’re people are responsible for all the crimes, let’s drop a nuclear bomb on defenceless cities and spare the ruler, besides they could be a monarch related to one of our royal families, oh and let’s make sure to put a debt on the people to destroy them and create a climate of fear that will lead to the rise of a tyrant with whom we’ll make economic deals, allow to invade countries until they attack one of our imperialist allies. But do not misunderstand, being a westerner is not about genetics, it’s about culture and mindset, this means that even Asians and Africans who were born in the west tend to have such a mind-set. It’s very easy to spot them, they share stories of stereotypical Afro American rappers who usually beat their partners, and they also have a tendency to blame Caucasians in general, even though they are contributing to the capitalist system of the West, by sucking on it as long as it pleases them hedonistically. They might complain about Donald Trump, even though they buy products made by western corporations that oppress and exploit their own people. This system allows them to be kept in check because they are weak-minded, they can’t understand why a certain action should or should not be committed. Britain brags about its values, one of them being the rule of law, how pathetic can you be if respecting the law is one of your values? The reason why you do not rape is not because it’s against the law, but because it’s morally wrong, because you do not violate the body of a human without their consent and traumatizing them for the rest of their life. The reason why you do not bomb hospitals and schools it’s because they are safe zones for innocents, because you do not attack people whom they’re only fault was to EXIST. Mark my words, as soon as British society crumbles, you’ll see all those people busting their ego about their values becoming the monster full of hatred and resentment mentioned in the beginning.

No al Mes: 6 dicembre sotto a Montecitorio

Come Liberiamo l’Italia saremo sotto il Parlamento Venerdì 6 dicembre, dalle ore 15:30 in poi, per far sentire al Palazzo perché siamo contro il limite all’abolizione del contante, una vergognosa marchetta del potere a favore delle banche. Le ragioni le abbiamo spiegate.

Nel frattempo è esplosa la questione del MES che se fosse accettato rappresenterebbe una gravissima minaccia per il nostro Paese. Abbiamo quindi deciso di manifestare non solo in difesa dell’uso del contante ma per chiedere che il governo respinga il MES e ponga il veto in vista del vertice europeo previsto per metà dicembre.
Partecipate in tanti all’assemblea-manifestazione del 6 dicembre!

NO AL MES

Il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) si chiama “fondo salva-stati” ma si pronuncia FONDO SFASCIA STATI.
Se il MES era già terribile (chiedetelo ai greci), nella sua nuova versione è mostruoso.
L’organismo “tecnico” che verrebbe fuori avrebbe poteri di vita e di morte sugli stati dell’Eurozona, in particolare su quelli con alto debito pubblico come l’Italia, i quali, col suo eventuale intervento, verrebbero privati dell’ultimo barlume di sovranità nazionale e quindi di democrazia.  
Il punto centrale della “riforma” del MES sta nel fatto che, oltre a rispettare i già stringenti dettami del fiscal compact, lo Stato che fosse sotto attacco da parte della speculazione finanziaria, per ricevere un “aiuto”, dovrebbero tagliare drasticamente il loro debito pubblico, ovvero adottare misure draconiane di austerità.
Altro che “aiuto”! Sarebbe come dare in pasto un malato di anemia a Dracula.
Ce lo conferma un europeista convinto, l’economista Giampaolo Galli:

«Una ristrutturazione preventiva sarebbe un colpo di pistola a sangue freddo alla tempia dei risparmiatori, una sorta di bail-in applicato a milioni di persone che hanno dato fiducia allo Stato comprando titoli del debito pubblico. Sarebbe un evento di gran lunga peggiore di ciò che l’Italia ha vissuto negli ultimi anni a causa dei fallimenti di alcune banche».

Quindi il MES è una pistola alla tempia dell’Italia. Ma non solo per le perdite (ed il tradimento) dei risparmiatori di cui parla il Galli, ma anche — aggiungiamo noi — per il dissesto bancario che ne seguirebbe.
Notoriamente le banche italiane detengono titoli di stato per circa 350 miliardi di euro, titoli che in caso di ristrutturazione del debito potrebbero subire una pesante svalutazione, mettendo così in grave difficoltà il grosso degli istituti di credito. I quali, di fronte alla necessità di gigantesche ricapitalizzazioni, finirebbero facilmente preda delle grandi banche francesi e tedesche.
Cosa ci conferma la vicenda del MES? Che l’Italia non avrà pace finché non uscirà dall’euro e riconquisterà piena sovranità monetaria, economica e politica.

Per denunciare quest’ennesimo atto vessatorio dell’Unione europea, affinché il governo respinga il MES e ponga il veto in vista del vertice europeo previsto per metà dicembre, per dire no ai limiti al contante, per spiegare che ci vuole un’altra economia è stata indetta, per venerdì 6 dicembre, ore 15:30 la manifestazione-assemblea pubblica sotto il Parlamento.

Il Coordinamento nazionale di Liberiamo l’Italia
21 novembre 2019

“Istruzioni sull’attecchimento del comunismo” di Alessandro Porto e risposta

Riportiamo qui di seguito il testo che il poeta autore del recentemente pubblicato “A regular poem”, il monzese Alessandro Porto, ha posto alla nostra attenzione, seguito da un nostro commento.

“Istruzioni sull’attecchimento del comunismo
Presento un breve compendio sui limiti strutturali che hanno reso al comunismo difficoltoso sopravvivere prima e oggi a realizzarsi. Vi è un errore di fondo poco osservabile, difficile a vedersi, che ha impedito fino ad oggi un naturale sollevamento delle classi medio-basse in favore del socialismo scientifico e ha fatto sì che il comunismo potesse sorgere e mantenersi solo in contesti di forte accentramento, dove lo Stato e il Partito ponessero dall’alto l’idea socialista. Ebbene, un precedente storico rivoluzionario è da considerarsi la Rivoluzione Liberale, che pur con le contraddizioni che essa portò con sé e con gli esiti nefasti ad essa riconducibili, può considerarsi una rivoluzione ben riuscita. A differenza della Rivoluzione Russa e della gran parte delle rivoluzioni comuniste, la Rivoluzione Liberale non si è attuata quale colpo di stato, quanto vera e propria sollevazione popolare, uniforme e omogenea, con un consenso ben più ampio di quello ottenuto, ad esempio, dai bolscevichi in Russia. Possiamo dire che la Presa del Palazzo d’Inverno sia stato un golpe organizzato e attuato da un gruppo elitario, da un partito organizzato e strutturato, ma con un’adesione non totale; la Rivoluzione Francese è stata una sollevazione popolare, guidata dalla borghesia, ma sostenuta dai ceti popolari inferiori, con un sostegno pressoché totale della popolazione. Si può considerarsi per tanto la prima un colpo di stato e la seconda una rivoluzione popolare. Per quanto le nostre simpatie vadano per ovvie ragioni più alla prima che alla seconda, è opportuno mettere in chiaro questo punto e non lasciare che le opinioni e il sentimento mettano argine a questo discorso.
La ragione per la quale la rivoluzione comunista si è sempre dovuta attuare come colpo di mano mentre la rivoluzione liberale non ha mai avuto bisogno di altro che del sollevamento popolare, è di carattere economico. L’economia liberale, là dove esisteva la monarchia assoluta, già si era imposta e affermata, rendendo necessario un cambio di sovrastruttura per assicurare al liberalismo di prosperare e realizzarsi nelle sue forme più alte. Il liberalismo, con vari gradi di libertà, sopravvive parimenti in una monarchia, in una democrazia o in una dittatura nazi-fascista. Paradossalmente la stessa rivoluzione fascista ha in potenza maggiore capacità di sopravvivenza di quella comunista. Semplicemente perché in tutte queste forme politiche l’economia liberale continua a sussistere e a perpetuarsi e qualora la forma statale ne impedisca lo sviluppo essa la abbatterà con forza, con il sollevamento popolare. Infatti, tanto il borghese quanto l’operaio, sono parte del sistema economico capitalista e risentono dei suoi accidenti o della sua salute. Impostosi il modello capitalista non vi era bisogno di un Robespierre per assicurare ad esso la sopravvivenza, poiché il modello economico si era affermati ben prima della rivoluzione e del cambio di sovrastruttura.
Nel caso del comunismo, invece, esso è sempre stato introdotto in contesti capitalisti, in cui la dottrina economica del socialismo è stata imposta dall’alto. Come un organismo introdotto in un ambiente a lui sfavorevole, così lo Stato comunista doveva combattere con tutte le proprie forze per resistere in un sostrato che non gli forniva il giusto nutrimento. Il comunismo ha dovuto imporre dall’alto le propri forme economiche, piegandole in parte alla struttura economica preesistente. Da ciò deriva la necessità di mantenere la dittatura del proletariato nel suo stato rivoluzionario, per impedire alle tensioni strutturali di far implodere lo Stato. Appena la morsa esercitata su queste forze veniva meno (perestrojka), lo Stato collassava, soverchiato dalla struttura capitalista. Essendo impossibile lasciare che uno Stato si distenda in una condizione del genere, era logico fin dal principio che l’esperimento socialista sovietico giungesse prima o poi ad un termine. Condizione differente si ha per la Cina o il socialismo sudamericano, dove la dottrina marxista-leninista è stata rielaborata in contesti socio-culturali che ne permettevano l’espressione in una condizione di per sé disponibile ad una forte centralizzazione. In tutti questo casi però, ancora, il socialismo ha dovuto fare i conti con il modello capitalista e cercare una comunicazione con esso per impedirsi la morte.
Alla luce di quanto supposto fino ad ora è necessario prendere coscienza di due fattori. Il primo è che nel mondo occidentale il comunismo sia inattuabile in contesti antidemocratici o fortemente accentrati, per ragioni culturali. In secondo luogo è evidente che oggi una rivoluzione comunista non possa esserci e non possa sopravvivere in alcun modo: pur in questo momento di acutezza del disagio capitalista non si avrebbe la piena adesione al progetto socialista e il tentativo di portalo avanti tramite l’instaurazione di un periodo del terrore porterebbe inevitabilmente al totale annientamento della Nazione interessata. L’unico modo per prometterci un futuro comunista è lavorare su una struttura socialista a partire da oggi e i tempi sono favorevoli. Qualora la dottrina economica comunista, in questo momento di forte instabilità socio-economica, diventasse prassi, si avrebbe all’avvento della piena automazione una società già avversa alle gabbie del capitalismo e pronta a guadagnarsi lo Stato Comunista. Qualora le fabbriche e gli istituti e le aziende divenissero a gestione collettiva, si organizzassero ossia dei proto-soviet, autonomamente le forme liberali collasserebbero, perché una nuova struttura si sarebbe imposta nella società. Davanti ad uno scenario del genere, dove le crisi del mondo del lavoro e le sfide della nuova economia automatizzata fossero affrontate con la collettivizzazione delle imprese e delle industrie, non ci sarebbe altra possibilità che il comunismo. Il capitalismo sarebbe costretto alla fuga, come fu per il feudalesimo all’alba della rivoluzione liberale. Non sarebbe necessario a questo punto un partito centralizzato che assicuri sopravvivenza allo Stato socialista, perché nessun partito o forza politica potrebbe revisionare o cambiare con la forza il nuovo modello economico (come ad oggi non può essere fatto da un Partito Comunista in uno Stato liberale). Ogni restaurazione, pur se attuata con il maggior vigore, non potrebbe sopravvivere, poiché le pressioni strutturali farebbero inevitabilmente collassare di nuovo lo Stato liberale. Che gli sforzi dei partiti comunisti si concentrino sulla via parlamentare ad oggi è giusto e lecito, ma essi non potranno mai sortire l’esito sperato, ossia la dittatura del proletariato, prima che esso non si sia già reso indipendente economicamente. L’unica via per ottenere tale emancipazione delle classi medio-basse è la collettivizzazione, la formazione di gruppi di lavoratori che rilevino aziende e imprese, vi lavorino e le gestiscano in collettività. Esperimento questo già preesistente, ma vi è la necessità di collettività organizzate a tal punto da divenire un vero contraltare economico e sociale al capitalista. Così come l’avvento dell’alta borghesia poté ostacolare la nobiltà ed attuare il progetto rivoluzionario, vi è la necessità di collettività di lavoratori tanto forti economicamente da trainare la rivoluzione. Il comunismo deve diventare prassi prima che rivoluzione”

Non si può pensare di poter contrapporre ad un sistema che ha avuto interi secoli per definirsi e potenziarsi soluzioni improvvisate o utopiche, pena cadere nell’illusione paralizzante, veleno per ogni politica, o nell’attesa di un deus ex machina che, sorpresa delle sorprese, mai arriverà. Occorre basarsi su di un’analisi delle oggettive contraddizioni insite sia a livello sistemico sia a livello contingente. Vivendo all’interno di un capitalismo avanzato e globalizzato, in particolare osservato dalla situazione europea ed italiana, occorre porsi la domanda di come poter portare avanti una politica antitetica allo status quo pur vivendo al, del e a discapito di esso stesso. Primariamente occorre comprendere i contrasti che in questo momento stanno contrapponendo un aggredito capitalismo industriale italiano, principalmente lombardo-veneto, ad un asse carolingio franco-tedesco, che vede nell’Unione Europea e nelle sue politiche il principale strumento d’oppressione dei rivali. Fatto questo è necessario associare gli interessi economici alla loro rappresentanza politica, per riuscire a disgiungere a livello analitico slogan e proposte atte a veicolare il voto da quelle realmente supportate. Caso limite si può ritrovare nella politica di Matteo Salvini, con il suo “prima gli italiani” a mo’ di manto di politiche di privatizzazione e di privilegi fiscali al ceto imprenditoriale. Ciò permette di capire fino a che punto riesce a spingersi il potere del sistema capitalista, quanto riesca ad estendere forme di falsa coscienza in seno al popolo, che si trova polarizzato su temi “ittici”, estetici o moraleggianti. E’ palese che ciò comporti un’inibizione dell’azione politica rivoluzionaria, che è al momento affidata a minuscole minoranze che anche a dispetto di un notevole impegno faticano anche a farsi conoscere al grande pubblico. Ulteriore inibizione alla lotta è data dal decadimento del mondo sindacale, ormai ridotto ad un modello simil-corporativo a più o meno conclamata gestione padronale, con tanto di manifesti comuni con Confindustria e risibili proposte di sciopero virtuale, un mondo che ha abdicato a qualsiasi bussola ideale e politica per rifugiarsi in innocue contestazioni pre-politiche, un sistematico tamponare i soprusi degli imprenditori per renderli più digeribili alla plebe proletaria senza mai mettere in discussione i meccanismi economici che condannano milioni di persone ad insicurezza e precarietà. E’ ovvio che in una situazione del genere, sopratutto in Occidente dove culturalmente si è stati soggetti all’imposizione di una coscienza felice, per la quale il mondo attuale non solo è perfettamente razionale, ma addirittura il migliore di quelli possibili, occorra adoperarsi in un’intensa opera pedagogica propedeutica ad una totale mobilitazione politica. Attenzione: con ciò non si vuole propagandare un’atteggiamento iniziatico alla formazione politica e militante, ma ribadire che come sia necessario procedere alla formazione di un popolo cosciente, anche e sopratutto tramite l’azione, l’agitazione, l’emulazione, l’esempio dato e ricevuto. A questo fine ben vengano le proposte come quelle di Alessandro Porto, che mirano non solo a trasformare il luogo di lavoro da frutto d’alienazione a officina di una mentalità rivoluzionaria, ma anche a dare una stabilità sociale alla comunità politica. Un’unica perplessità: nonostante i vari e fruttuosi casi di aziende rilevate o fondate a gestione cooperativa, limitandoci ai casi di reale gestione collegiale e sana di queste, non si può dire per quanto ancora sarà anche solo ipotizzabile condurre un’attività economica con scrupoli per la dignità umana e i più fondamentali diritti. Il Mercato, con le sue svalutazioni competitive fecondate dal sangue di innumerevoli innocenti è ora infinitamente più potente di una piccola cooperativa, troppo gelosa dei suoi principi morali per assecondare la generale tendenza deumanizzante. Ma fino al momento dell’impossibilità manifesta è doveroso provare e continuare ad elaborare nuove modalità di resistenza. Ci sentiamo di ricordare come il nuovo si generi dialetticamente partendo dall’esistente e dalla sua antitesi, e come forme di comunità in qualche modo autosufficienti, libere ma unite, possano rappresentare sia dal punto di vista economico che ambientale una risposta al sistema imperante, ma che non si possa pensare ad esse come una prassi immediata, in quanto ciò comporterebbe un isolamento che ha molto di ascetico ma poco di politico.

Mazzini e i suoi limiti

Nel analizzare l’operato e le idee di una personalità storica ci si scontra sia con incontrastati meriti sia con limiti dettati dal contesto o dalla stessa persona. Giuseppe Mazzini non è un caso differente, ed è necessario quanto dovuto saper riconoscere i “punti deboli” del suo pensiero, le sue contraddizioni ed errori. Il suo ruolo nella storia dell’Italia moderna e la sua importanza nel movimento rivoluzionario sono indiscussi, la sua fede e la genuinità della sua lotta a favore del popolo e per una sua totale e completa emancipazione altrettanto. Si deve però convenire che non sempre il patriota genovese seppe avere una visione chiara su determinati eventi o situazioni, o formulare soluzioni concrete a problemi concreti.

Mazzini precursore

Fra i più grandi meriti di Giuseppe Mazzini vi è sicuramente quello di essere stato un precursore delle lotte sociali e democratiche contemporanee. A lui va il merito di aver tentanto di veicolare alle masse un messaggio di liberazione, seppur in maniera misticheggiante ed evangelica. Altri prima di lui avevano promosso le medesime idee, anche esprimendole in maniera più violenta e diretta, ma nessuno era mai riuscito ad uscire dalle anguste mura di una setta, un cenacolo di pochi intellettuali che per quanto volenterosi mancavano totalmente della preparazione pratica alla vita politica. E’ il caso di Filippo Buonarroti, giacobino in Francia, sostenitore della “Congiura degli Eguali” e poi delle sette degli “Apofasimeni” (alla quale aderirà Mazzini) e dei “Sublimi Maestri Perfetti”. Nello specifico, il pensiero di Buonarroti vedeva già in una prospettiva di classe la problematica sociale, ma ad egli mancava il legame pratico con la classe stessa. Fondò sette iniziatiche dedite alla preparazione di complotti e congiure a favore del popolo, ma di questo mancò sempre non solo il supporto, ma persino l’attenzione.

Filippo Buonarroti ormai anziano

Mazzini sin dal 1931 volle creare, senza riuscirci, un’organizzazione che potremmo dire “di massa”, rivolta al popolo, ed in particolare al popolo minuto, non ad un ristretto gruppo di intellettuali. per questo si premurò di diffondere il contenuto sociale della Rivoluzione, cercando sempre però di non allontanare con estremismi verbali la borghesia che tramite le sue donazioni rendeva possibile la preparazione delle insurrezioni e la vita clandestina e che, secondo lui spaventata dai socialisti, aveva permesso il colpo di stato di Luigi Napoleone. “Proclamate l’intento SOCIALE della rivoluzione, enunciatelo al popolo: chiamate le moltitudini all’opera: l’onnipotenza sta nelle moltitudini: convincetele che voi non operate se non per migliorare il loro destino: scrivete sulla vostra bandiera: EGUAGLIANZA E LIBERTÀ da un lato, e dall’altro DIO È CON VOI: fate della Rivoluzione una religione: un’idea generale che affratella gli uomini nella coscienza di un destino comune, ed il martirio. Ecco i due elementi eterni di ogni religione”. E possiamo leggere come sul giornale “Apostolato Popolare” si affermi come “il lavoro attuale tende a far sì che la prima insurrezione porti carattere politico e sociale ad un tempo”, da realizzarsi tramite un “programma particolare” degli operai, che devono combattere anche in quanto tali. Per questo sono necessarie strutture associative e la capacità di sottrarsi alla tirannia dell’analfabetismo.

Mazzini maestro a Londra

Così lo stesso Mazzini, esule a Londra, nel 1840 convinse degli operai italiani a fondare una scuola gratuita ed aperta a tutti avente come scopo l’educazione dei figli dei proletari, nella quale insegnò lo stesso Mazzini senza richiedere compenso alcuno. La stessa scuola, oramai casa per centinaia di studenti, arrivò a patrocinare gli incontri e gli eventi di associazioni operaie. La carità, seppur bizzarra, era sopportabile dall’Inghilterra reazionaria, ma il permettere al proletariato di parlare di politica in termini progressisti e rivoluzionari no, ed iniziarono ad arrivare le prime proteste da parte dell’alta società e gli aperti atti d’ostilità. Mazzini si stava scontrando con una realtà che lui, forse per educazione, non sembrava comprendere: la borghesia osteggiava ogni rivendicazione reale del proletariato perché timorosa di perdere il proprio potere, di vedere intaccati i propri privilegi. Per lui la questione era intimamente morale, fondata sull’educazione e sui principi sui quali essa si basava, non materiale. La borghesia si comportava in un tale modo, applicava determinate leggi e non si curava delle sorti del popolo perché “avvelenata” dall’ideologia dei diritti individuali. Con la Repubblica e il rovesciamento del paradigma dei valori sarebbe stata spontanea una rinuncia attiva a tutti i privilegi economici di questa classe, con una collaborazione con gli elementi proletari per arrivare ad una società senza classi, priva di egoismi e conflitti. Da un lato l’educazione, dall’altro l’associazione sindacale e produttiva degli operai, il tutto guidato da solidi principi morali che vedevano in Dio la sorgente stessa di un piano che indiscutibilmente tende all’uguaglianza e al progresso, ma che dal lato pratico pecca di ingenuità e di messianico ottimismo. D’altronde lo stesso Mazzini, questa volta in “Fede ed Avvenire”, testo del 1835, afferma come sia controproducente aspettarsi un aiuto genuino e sincero da parte dei monarchi, poiché essi giammai potrebbero rinunciare al potere faticosamente conquistato a favore della plebe. Perché dunque pensare che la borghesia, in specie la potentissima borghesia industriale o creditizia, possa fare altrettanto? La visione del genovese era limitata alla sua città natale, da sempre città mercantile, dove tutti, o quasi, erano in qualche modo “borghesi”. Pensando a questa classe la sua mente immaginava principalmente le botteghe delle sue vie natali, i farmacisti, i dottori come suo padre, i notai: quella piccola borghesia da secoli presente in Italia che condivideva aspirazioni, problemi e ricchezze con la stragrande maggioranza dei concittadini. Venutosi a scontrare con il terribile mondo industriale fatto di workhouses, criminalizzazione della povertà, interi quartieri composti da nauseabonde catapecchie abitati dal sottoproletariato londinese lui non poté che condannare ed osteggiare tale stato di cose, ma la soluzione da lui proposta era troppo “italiana” per un mondo del genere. Se gli appelli alla moralità e alla giustizia potevano, forse, animare il dottore del nord Italia (come successe a suo padre, capitano della Guardia Nazionale), erano lettera morta per il magnate petrolifero o ferroviario, l’industriale o il proprietario di miniere.

i moti di Milano in una stampa d’epoca

Fu il 1948 il vero punto di svolta: la borghesia iniziava ad avere paura, a temere che le rivendicazioni “liberali” diventassero “democratiche”, che si passasse da una critica ai dazi doganali ad una alle disuguaglianze sociali. Gli scioperi operai di Parigi avevano fatto alzare la guardia a tutti i ceti abbienti, in Italia preoccupati sopratutto perché questi avvenivano anche in solidarietà alla Repubblica Romana, che di per sé, con le sue stramberie sull’eguaglianza, i prestiti forzosi, l’educazione pubblica e l’assistenza sociale, era comunque fonte di turbamento per l’ala più liberale e moderata dello schieramento politico. Caduta la repubblica, Mazzini si trovò solo: da una parte moltissimi sedotti, volenti o nolenti, dalle sirene dei Savoia, oramai percepiti come unica speranza per l’unità nazionale, dall’altra i rubinetti dei tradizionali finanziatori ermeticamente chiusi, come altrettanto chiuse erano le porte delle case di persone che erano a lui state amiche. Testimonianza di ciò è l’insurrezione milanese del 6 febbraio 1853, organizzata completamente da operai guidati dallo stesso Mazzini, i quali assalirono gli austriaci praticamente privi di armi ed invisi alla cittadinanza agiata. La lista dei 16 insorti fucilati dopo la repressione del moto è eloquente sulla partecipazione al moto: garzoni, falegnami, maestri , facchini, venditori di latte. Karl Marx stesso ammirò questo tentativo rivoluzionario, ma condannò fermamente l’impreparazione e la scarsa organizzazione imputate a Mazzini, da lui chiamato sarcasticamente Teopompo: ” «L’insurrezione di Milano è significativa in quanto è un sintomo della crisi rivoluzionaria che incombe su tutto il continente europeo. Ed è ammirevole in quanto atto eroico di un pugno di proletari che, armati di soli coltelli, hanno avuto il coraggio di attaccare una cittadella e un esercito di 40.000 soldati tra i migliori d’Europa […] Ma come gran finale dell’eterna cospirazione di Mazzini, dei suoi roboanti proclami e delle sue tirate contro il popolo francese, è un risultato molto meschino. È da supporre che d’ora in avanti si ponga fine alle revolutions improvisées, come le chiamano i francesi […] In politica avviene come in poesia. Le rivoluzioni non sono mai fatte su ordinazione.»

Mondi sconosciuti: le campagne

Tornando indietro di due anni un altro tentativo rivoluzionario era stato tentato, la Spedizione di Sapri, dove troveranno la morte Carlo Pisacane e molti altri patrioti. Nato nella parte d’Italia più di tutte ancora legata al latifondo e ad un’economia totalmente agricola, Pisacane conosceva benissimo, o almeno pensava di conoscere, un mondo che a Mazzini restò sempre lontano: quello rurale. Le società di metà ‘800, pur ad industrializzazione in corso, era ancora sopratutto una società rurale. Questo vale come norma generale, poi andando ad analizzare il caso particolare si riscontrano situazioni di urbanizzazione e di industrializzazione già molto avanzate, pensiamo all’Olanda o all’Inghilterra, con Manchester e Londra in testa. Anche se le masse operaie erano di discendenza contadina, originatesi dal pauperismo cinquecentesco, il loro ambiente d’origine non perse d’importanza. Le masse rurali erano la chiave di volta per la Rivoluzione, e Pisacane questo lo sapeva. Quello che però non si aspettava era la constatazione dell’immensa presa che, a dispetto di fame e soprusi, avevano ancora le autorità ecclesiastiche e i vari notabili locali sui poveri contadini. Fu così che dipinto come brigante Pisacane venne assalito dalla stessa plebe che voleva liberare. La perdita dell’amico e compagno rattristò molto Giuseppe Mazzini, che vide in questo fatto una conferma del suo pensiero maturato già decenni prima: i contadini non riescono a recepire il nostro messaggio, sono ora impermeabili ad ogni propaganda politica. Tentativi erano stati fatti, e si contano consigli da parte sua alle società operaie affinché estendessero l’opera di propaganda al contado, ma non ci furono mai tentativi più energici. Antonio Gramsci terrà conto di questo in una critica al movimento democratico risorgimentale, che generalmente non seppe farsi portatore di una “riforma agraria” che avrebbe potuto essere il punto di svolta in una battaglia contro la monarchia che sarà poi persa.

Il rapporto con la proprietà e la lotta di classe

“Non bisogna abolire la proprietà perché essa oggi è di pochi, bisogna aprire le vie perché i molti possano acquistarla”. Questa frase tratta dal “Dei Doveri dell’Uomo”, del 1860, potrebbe apparire in contraddizione con altri elementi del pensiero sociale di Mazzini, come il passaggio alla proprietà sociale delle aziende e il conseguente decadimento di quella che lui stesso definiva “tirannia” del Capitale sul lavoro e del salariato, schiavitù moderna. La concezione della proprietà che egli ebbe non permette un paragone fra le sue affermazioni in merito e quelle di altri pensatori politici. Quando Marx parlava di abolizione della proprietà privata, Mazzini, che Marx non lo lesse mai se non tramite articoli di giornale (“Giuseppe Mazzini” di Roland Sarti”), era convinto di trovarsi difronte all’idea di uno Stato assoluto proprietario di tutto dalle fabbriche agli effetti personali, uno stato più che totalitario. Visione distorta e anch’essa ingenua del pensiero marxista? Certamente. Mazzini, come anche Pisacane, fece proprio il motto “Associazione e Libertà”, dove entrambi i concetti erano indispensabili al progresso umano. Difendendo la proprietà, dove per questa si intendeva, e i suoi testi lo confermano, la proprietà dei frutti del proprio lavoro e i propri personali possessi, il genovese difendeva la libertà del singolo e delle comunità. “Padrone libero della totalità del valore della produzione che esce da voi”: questo è l’indirizzo del progresso sociale prospettato ai lavoratori, coniugazione, seppur vaga, di eguaglianza e di libertà. ma come ottenere questa emancipazione? Qui, purtroppo, ritorna l’ingenuità idealista e la Provvidenza. E’ proprio questa ad essere garante del moto libertario della condizione del proletariato: la sua emancipazione è progetto divino, ineluttabile. Noi uomini dobbiamo unicamente incamminarci lungo questa strada associando il capitale e il lavoro, ponendo nelle mani dei lavoratori, oramai tutti eguali, la gestione dei vari mezzi di produzione, creati dall’impegno degli stessi lavoratori o ceduti da una borghesia che non vuole più essere tale. L’educazione e la morale tornano ad avere un ruolo primario e privilegiato: alla lotta di classe si oppone una metafisica assunzione di tutte le persone, ora “gente” slegata ed egoista, al “Popolo”, con conseguente abbattimento di ogni classe sociale, in una società dove le uniche distinzioni sarebbero state quelle generate dall’inclinazione personale e dalla volontà. Una situazione da raggiungersi “gradatamente e pacificamente”, perché il vero problema risiede nella moralizzazione dell’Italia. Si ripetono le nostre conclusioni già prima esposte: buonissimi propositi di una società socialista e libertaria resi nella prassi irraggiungibili da un pacifismo evangelico che più che malizioso potremmo definire miope, poiché focalizzato unicamente all’ideale e solo di riflesso impegnato nella materialità. Occorre dire che, seppur senza trarne le dovute conseguenza, Mazzini constatò e seppe rispondere energicamente alle posizioni antidemocratiche ed antipopolari della borghesia, e ciò avvenne sempre all’interno della Repubblica Romana, unica esperienza in cui egli poté tentare la costruzione di un progetto statale, seppur soggetto alle contraddizioni di un’assemblea eletta a suffragio universale composta da un ampissimo spettro di parlamentari, dai socialisti come Quirico Filipanti ai reazionari monarchici. Si tratta dei forzosi “prestiti” che la Repubblica obbligò ricchi borghesi e latifondisti ad erogare, ed un poco conosciuto decreto, firmato da Mazzini stesso, che così commentava Antonio Gramsci sull’Avanti! il 26 luglio 1917:

“Mazzini offrì al popolo non il vano nome di libertà, che può anche essere il morir d’inedia, bensì la redenzione del pane e del lavoro: e fra i primi provvedimenti fu diminuito il prezzo del sale […] e specialmente fu bandito un decreto 15 aprile 1849, che è ancor oggi il maggior documento che Mazzini abbia elevato a se stesso nel cuore di ogni cosciente proletario! Con grato animo verso il suo ideatore rileggiamo insieme il breve e rivoluzionario decreto, che porta precisamente la sua firma e fu probabilmente da lui stilato <<Articolo 1°- Ogni famiglia povera, composta di almeno 3 individui, avrà a coltivazione una quantità di terra capace del lavoro di un paio di buoi, corrispondenti ad un buon rubbio romano, cioè due quadrati censuari, pari a metri quadri 20.000. Articolo 2°- I vigneti saranno dati a coltura all’individuo senza che sia richiesta famiglia, e verranno divisi in ragione della metà dell’indicata misura>>. Oggi i socialisti non potrebbero accettare un simile provvedimento perché lo stimerebbero inefficiente nella pratica ed inadeguato allo sviluppo economico della società, ma esso ha segnato allora la negazione aperta del diritto di proprietà, un tentativo di dare la terra e gli strumenti del lavoro ai lavoratori. Per questo può essere ricordato come esempio e come monito.”

Un rapporto ambiguo, dunque, sottomesso più alla mala-interpretazione delle idee straniere che ai miraggi di una pacifica ed ordinata società utopica, Il Mazzini reale ci svela come la borghesia stessa possa essere “punita” e la sua proprietà violata se essa non accetta l’avvenire di eguaglianza e libertà congruo alle idee da lui esposte, ma tutto non riesce ad avere ricadute pratiche, e i principi vengono proclamati nell’astratto, ed affidati nella realtà alla Provvidenza e all’interpretazione di Mazzini stesso. Bolton King osserva: “Mazzini pare che mai si domandasse quale sarebbe il destino ultimo del suo piano cooperativo; se l’avesse fatto avrebbe dovuto avvedersi che, sia pure per via diversa, sarebbe finito di necessità nel collettivismo”.

Conclusione

Giuseppe Mazzini, con i suoi limiti e il suo limitato spazio d’azione, rappresenta ancor oggi un esempio a cui guardare non solo per la sua opera sociale e politica, ma anche per le sue qualità di instancabile rivoluzionario, capace di cadere mille volte e sempre di rialzarsi. Nemmeno con la morte venne meno la sua opera ed il suo esempio, che venne raccolto dalle migliaia di società operaie evolutesi poi in sindacati e del Partito Socialista, dai suoi più giovani amici come Aurelio Saffi, dai volontari garibaldini in gracia nel ’92, nel ’98, in Francia nel ’14 e in Spagna nel ’36. Ancora attuali sono i suoi moniti nei confronti del materialismo, poiché l’interesse materiale, se non posto alla tutela di un più ampio disegno, che lui dipingeva come morale e religioso ma di cui altre interpretazioni sono possibili, è soggetto alla degenerazione in egoismo, in ricerca dell’utile materiale. Corretti con una sana dose di realtà, che possiamo dire bilanci il suo idealismo, i suoi scritti sono fonte d’inestimabile valore per la crescita politica, e la sua biografia patrimonio di tutti gli oppressi e gli uomini che anelano alla libertà, convinti che l’avvenire debba avere il libero sviluppo di ciascuno come condizione per il libero sviluppo di tutti.

La morte di Dio fra liberazione e condanna

La locuzione “dio è morto” è oramai entrata nell’immaginario collettivo, e seppur non di uso comune o di facile utilizzo, chiunque può dire di averla letta o sentita almeno una volta nella vita. Questo principalmente a causa dell’enorme fortuna che ebbero gli scritti di Friedrich Nietzsche, uomo che può dirsi aver manifestato nelle sue opere un vero punto di rottura fra il passato e la modernità, preconizzandone i difetti ma lasciando aperti spiragli di crescita e prospettive d’evoluzione. “Dio è morto” richiama subito alla mente il nichilismo, la dissoluzione di ogni certezza, di ogni verità, la perdita forse della realtà stessa, oramai più non garantita dall’esistenza di un Essere Supremo architetto imperscrutabile. Tale visione può dare le vertigini, perché questo è: assoluta distruzione, assoluto caos. Ma è questo il Nulla? Se andiamo ad interrogare Nietzsche, no. La distruzione della percezione della realtà, di quell’ordinamento che si voleva tanto sicuro, è anche la distruzione da ogni catena, in specie le più antiche, quelle che, oramai assorbite dalla carne, è sempre più difficile distinguere. Morte di Dio quindi come liberazione, o meglio, come possibilità di essa. Non è infatti un automatismo, molti, i più a detta del filosofo di Rocken, non sono in grado di reggere il peso terribile di quello che è in fin dei conti un intero universo, che non ha più il suo tutore in un’entità a noi esterna, ma nel singolo, su cui ricade il fardello dell’accettazione dell’irrazionalità di questo. E’ questa infatti la suprema liberazione, l’abbracciare la caoticità dell’esistenza non già come una condanna al nulla, ma come materia grezza con la quale plasmare nuovi mondi, garantiti dalla volontà dell’agente, e non già da leggi esterni ed ineffabili. Ma non tutti vogliono o riescono in questo compito. In quello che si può ben dire il capolavoro di Nietzsche, il “Così parlò Zarathustra”, il profeta iranico incontra ed invita a festeggiare con sé quelli che vengono definiti “uomini superiori”, rappresentati simbolicamente nell’ultimo Papa, il Profeta della Grande Stanchezza, l’uomo più brutto, i due re, il mago e l’ombra di Zarathustra stesso. Questi sono “resti di Dio”, coloro che, nichilisti, intuiscono la morte di Dio ma restano alienati a contemplare il vuoto, presi da reverenza, sdegno, furore critico o assuefazione dall’imitazione. Non è a loro che va’ il messaggio del Profeta, che, seppur degnandoli dell’attributo di “superiori”, li abbandona. La “pars costruens” è affidata non a questi, ma a chi ne sarà degno: l’Oltreuomo. La Morte di Dio è la condizione necessaria per la venuta di questo, che si appresta a sostituire la divinità stessa, ponendosi come unico artefice del mondo, conscio dei limiti della sua creazione ma allo stesso tempo estremamente “leggero”. E’ la leggerezza una delle caratteristiche dell’Ubermensch, l’accettare la tragicità della vita e farsi creatore con lo stesso spirito con il quale un bambino compone e distrugge un gioco. Già nei lavori nicciani precedenti veniva enunciato quell’inganno che sarebbe la realtà, e il suo basarsi non già leggi eterne e determinate ma su di un contrasto primordiale di eraclitea memoria. Possiamo persino vedere come nel breve testo “Su verità e menzogna in senso extramorale” Nietzsche arrivi al punto di separare totalmente il linguaggio dal reale, senza nemmeno concedere uno scarto fra i due, ma ponendoli come mondi totalmente a sé stanti capaci di interazione solamente grazie all’uomo, che inganna se stesso col linguaggio per poter sopravvivere, ma non solo, anche per dar forma a quello che di natura sarebbe informe. Vi è quindi anche una radicale critica alla secolare identificazione della “menzogna” come un qualcosa di negativo in sé. Questa non viene condannata, ma anzi elevata da Nietzsche a condizione necessaria per la sopravvivenza, da definirsi come “positiva” o “negativa” non in base ad un criterio di aderenza ad una verità metafisica, ma alla ricaduta pratica sugli uomini. Il progetto umano, che si realizza nel superamento dello stesso uomo, è un progetto in divenire, è la creazione di un ordine, un continuo rinnovamento. Per questo la figura dell’Oltreuomo è di difficile identificazione, perché esso è un orizzonte, un limite, non è mai una realtà presente. E’ definito da una tensione, e non già da un’essenza. Ciò ha portato a diverse speculazioni e “fraintendimenti” più o meno fortunati nel corso della storia, celebre è il superomismo dannunziano, col suo Superuomo dedito ad un “vivere inimitabile” fatto di creazioni culturali e traversate in aeroplano, una figura che ha lasciato traccia in gran parte della produzione del poeta abruzzese. Si deve menzionare inoltre il “superuomo nazista”, che si richiamava retoricamente alla costruzione di Nietzsche ma dirottandola da un terreno assolutamente “impolitico” -come sottolinea anche Carlo Galli in “Perché ancora destra e sinistra”- allo scontro ideologico e razziale propugnato dal regime nazional-socialista. Il “superuomo” quindi come uomo ariano, capace un domani di assoggettare il mondo al suo volere. Tale interpretazione forse verrebbe definita dall’originale creatore come “troppo umana”, perché succube di una volontà che non è né generosa e traboccante né creativa, ma anzi meschino derivato di un manifesto senso d’inferiorità, una paura portata agli estremi che sfocia in una insensata violenza. Diametralmente opposta appare invece l’interpretazione di molte voci d’area anarchica, che vedevano in Nietzsche non già l’odiatore dei deboli, come può apparire ad una lettura superficiale, ma anzi colui che delinea un modello umano né servo né padrone di nessuno, capace di essere libero fra liberi, e di dar vita ad una società che non induca e necessiti l’esistenza dei quella massa informe e schiava, che è evidenziata nel “Così parlò Zarathustra” dal mercato e dalla sua piazza, che infatti si fanno beffe del profeta, canzonandolo, odiandolo per le sue “strane credenze”. Accanto all’ammirazione si sono accumulate anche le critiche, come quelle di estremo individualismo e di autoreferenzialità, che possono essere forse smentite, ma fino ad un certo punto. C’è però da dire che oggi, in un tempo che coniuga perfettamente nichilismo passivo, alienazione e individualismo sterile, conviene forse riscoprire una certa visione prometeica dell’uomo, non definendolo come mero meccanismo passivo all’interno di un universo indifferente, ma come prodiga sorgente. Solo così si potrà inventare un mondo nuovo, perché questa è la più grande necessità che su di noi incombe, quella dell’auto-superamento. Sarà ogni possibile futuro un’illusione? Può darsi. Occorre chiedersi: importa veramente?

Nuovo appello dei Gilet Gialli

Apprendiamo e diffondiamo l’appello dei Gilet Gialli votato all’ultima assemblea nazionale. Ad un anno dall’inizio delle manifestazioni si rinnova sempre più intenso il supporto ai fratelli francesi.

“APPELLO DEI GILET GIALLI FRANCESI A TUTTI I POPOLI IN RIVOLTA NEL MONDO

Noi, Gilet gialli di tutta la Francia, ci indirizziamo a tutti i popoli in rivolta

In occasione dell’anniversario del nostro movimento il 16 ed il 17 novembre, dedichiamo la nostra festa a tutte le sollevazioni popolari nel mondo.

Da un anno, noi, Gilet Gialli, ci siamo sollevati per la giustizia sociale, la giustizia fiscale, la giustizia ecologista, la democrazia diretta, la libertà e la dignità, per diventare padroni del nostro avvenire.

Un anno dopo, numerose sollevazioni sono sorte in tutto il mondo, Cile, Iraq, Catalogna, Libano, Hong Kong, Algeria, Equador, Sudan, Colombia, Haiti, Guinea-Conacry ecc.

Noi ci sentiamo fratelli, sorelle ed alleati di questi movimenti nati in tutto il mondo.

Esigiamo la liberazione immediata di tutti i prigionieri politici e che si fermi la repressione di stato.

Viviamo in un sistema globalizzato e imperialista. Per cambiare le cose dobbiamo agire tutti insieme. Alleandosi, i popoli in rivolta potranno trasformare le loro condizioni di vita. Chiediamo, in un primo tempo, un’azione comune, durante il fine settimana del 16 e 17 novembre per creare e rinforzare dei legami tra i popoli in lotta.

Il 16 e 17 novembre noi festeggeremo l’anniversario della nostra sollevazione.

Noi lo dedichiamo a tutte le rivolte in corso nel mondo, a tutti inostri alleati che si sollevano a livello planetario. Saremo felici di celebrarlo in modo solidale e di condividerlo, nettamente usando banner comuni contenenti gli hashtag

#RevolutionEverywhere #Quesevayantodos

I POPOLI DEL MONDO INTERO VOGLIONO LA CADUTA DEL SISTEMA

Per creare una connessione tra i popoli in rivolta, è stato creato un indirizzo di posta elettronica per poter riceverei messaggi di tutti i popoli in rivolta e dei collettivi del mondo intero oltre alle foto ed ai banner che faremo.”

La società democratica

Che cos’è la democrazia
Democrazia, come tutti sanno, deriva dal greco e letteralmente significa “Potere del Popolo”, il termine fu “inventato” in Grecia da alcuni filosofi, tra i quali
spiccano Aristotele e Platone; tuttavia la democrazia adottata nell’antica Grecia era prevalentemente esclusiva, infatti potevano votare unicamente i maschi adulti appartenenti ad una determinata classe sociale.
Se dobbiamo azzardare una definizione di democrazia in senso puro, potremmo dire che è il potere che viene dal popolo e che va a beneficio dello stesso, il sistema
dove nessuno è così ricco da poter comprare un altro e nessuno così povero da vendersi, citando Rousseau. Un sistema democratico in piena regola non permetterebbe mai disuguaglianza, consumismo e individualismo, sono fattori completamente antidemocratici e impopolari, cancro stesso della nostra società insieme al capitalismo.

I valori comunali: vera essenza della democrazia
Ora che abbiamo dato una definizione, seppur semplicistica, della democrazia dobbiamo analizzare attraverso cosa essa viene esercitata. E’ abbastanza scontato che la democrazia diretta non possa essere adottata a livello nazionale e chi lancia questa accusa manca di dialettica, il sistema democratico si può muovere solamente entro certi limiti territoriali, Gheddafi ha risolto questo problema nel suo Libro Verde, dove spiega che devono essere stabiliti su tutto il territorio nazionale comitati popolari e congressi popolari di base, da questi ultimi viene eletto un portavoce, dall’insieme dei portavoce (definiti da Gheddafi come “Segretetrie”)
si formano i congressi popolari non di base, mentre dai comitati popolari di base sono eletti i comitati amministrativi e così per tutti i settori della società, si
può dire che ha sistemato in modo abbastanza completo la questione democratica odierna. Anche Ocalan ci offre una valida soluzione: una democrazia diretta basata
sull’ecologia sociale e sulle comunità locali, questo sistema prende il nome di confederalismo democratico, ovvero una forma autogestionale di stampo libertario
apertamente ispirata al pensiero dell’anarchico e ambientalista americano Murray Bookchin. Nel suo libro “Oltre lo stato, il potere e la violenza” Ocalan
ci spiega come la soluzione al capitalismo, secondo lui, è la completa decentralizzazione e una “democrazia senza stato”, basata tanto sulle libertà individuali
quanto sul potere comunitario. Insomma sia Gheddafi che Ocalan ci fanno capire come le comunità siano la cosa più importante in una Nazione.
Se vogliamo paragonare la Nazione a un essere vivente potremmo dire che le comunità locali sono le sue cellule, i suoi tessuti e i suoi organi, senza le comunità
non esisterebbe la Nazione, la Patria stessa è una comunità. I valori comunali sono quindi il senso d’appartenenza alla nazione, una irrefrenabile voglia di libertà
e un fervente internazionalismo. Sono valori che, come vedremo più avanti, sono sempre esistiti e continuano tutt’oggi ad esistere.

democrazia e capitalismo: due sistemi in costante conflitto
La democrazia è un sistema egualitario, è impensabile associarlo al capitalismo in quanto esso è un sistema classista, nato dall’evoluzione del sistema schiavista
di Roma e dal feudalesimo medioevale. Una società democratica è di base una società autogestionale, comunitaria, dove non ci sono differenze nè economiche nè sociali.
Da questo si evince che capitalismo e democrazia sono due poli radicalmente opposti l’uno all’altro. Guardiamo all’Italia: nel nostro paese il 12%
della popolazione è disoccupata (quindi circa 7 milioni di persone) mentre il 30% della popolazione vive sotto povertà relativa (quindi circa 18 milioni di persone)
e 7 milioni di persone vivono in povertà assoluta (fonte: ISTAT). La democrazia non può esistere dove ci sono tali situazioni, è un completo ossimoro definire
la nostra società come democratica. Tutti i grandi pensatori democratici degli ultimi secoli erano avversi al capitalismo, come ad esempio Mazzini e Garibaldi. Il
fatto che molti non riescono a capire è che il capitalismo e oggi in particolare il neoliberismo sono la crisi stessa, non sono sistemi stabili adatti alla
convivenza, ma rappresentano anzi il più grande ostacolo alla vita umana, basati sulla competitività più sfrenata e il perenne dominio di pochi su molti,
questo sistema nasce dal bisogno ossessivo di alcuni individui di arricchirsi e comandare sugli altri, dopo che questi tramite massacri e menzogne hanno preso
il potere hanno distrutto tutto ciò che girava intorno alla vita comunitari, causando così una perenne crisi, che subisce continue scosse causate dall’anarchia
nel mercato. Dire che il capitalismo è un fattore naturale dell’uomo è la più grande menzogna mai esistita: l’uomo ha sempre vissuto in comunità, etnie, tribù ecc…
è un suo istinto naturale vivere in comunità, istinto represso dalla sete di potere e dall’invidia di pochi menzogneri, ma questa parte la vedremo più avanti.

sovranità è democrazia
la democrazia, come già detto, è il potere del popolo e di conseguenza chi è democratico è anche sovranista, ma non un falso sovranismo basato sulla retorica
del “difendere i confini nazionali dall’invasione islamica” o del voler “cambiare” l’UE dall’interno, bensì un sovranismo popolare dove il popolo non è sottomesso
ad una cricca di oligarchi e despoti, sia interni che esterni, ma è libero di agire politicamente all’interno della nazione. Come disse Mazzini non può esistere
sovranità al di fuori del bene sociale, della libertà e del progresso di tutti per opera di tutti, quindi sovranità è un concetto strettamente
legato alla vita comunitaria e democratica, perchà dove esiste sovranità esiste un popolo unito e libero. Oggi essere tacciati di sovranismo è un qualcosa di
negativo, la sovranità è paragonata a un Leviatano che distrugge tutto, come scrive Carlo Galli, ma in realtà non è altro che la più grande opposizione al neoliberismo,
ed è per questo che hanno dovuto creare gli pseudo-sovranisti alla Salvini, per far perdere di vista il vero significato democratico e sociale che ha sempre
avuto la sovranità. Sovranismo è anche un concetto da intendere in senso economico, finchè i lavoratori non possederanno i mezzi di produzione non ci sarà mai piena
libertà e benessere sociale, perchè i lavoratori sono sottomessi ad un capitalista che li sfrutta per fare soldi. Il lavoro, così come il resto della
società, deve funzionare in modo democratico e comunitario, senza differenze tra gli individui, in modo che ciascuno possa agire in modo libero e indipendente.

la democrazia nella storia: dai profeti ai barbari, dagli alchimisti ai monasteri, dal settecento a oggi
La democrazia, come già anticipato, non è nata in Grecia, ma bensì è sempre esistita fin dalla nascita dell’uomo. Ocalan la definisce “società matriarcale”
perchè, secondo i suoi studi, il centro della comunità era la donna, fatto sta che erano delle forme primordiali di autogestione perchè non esistevano ancora fattori
come l’economia e la politica. L’evoluzione e la necessità hanno spinto alcune comunità a diventare sedentarie, in particolare nella zona del Vicino Oriente (in
Mesopotamia), lungo il corso del Nilo e in estremo oriente. La società era ancora autogestita ma con più incarichi questa volta, come la gestione delle risorse da
distribuire ai membri della comunità. Sul lungo andare alcuni individui divennnero avari e così iniziarono a “trasformare” le religioni totemiche/animiste in religioni
politeiste e mitologiche. Queste religioni rappresentavano il potere e l’asservimento, infatti bisognava avere paura degli dèi. Questi individui si autoproclamarono
re-dèi, perchè loro rappresentavano il collegamento tra la vita terrena e quella spirituale, questo fenomeno si evolse e fu creata la gerarchia religiosa, le
Ziqqurat rappresentavano perfettamente il simbolo del potere, in alto il re-dio, scendendo i sacerdoti, poi l’esercito, i mercanti e infine il proletariato, sul
quale ricadeva tutto il peso della società. Tuttavia questo sistema gerarchico riscontrò molta opposizione da parte dei “fedeli” alla società democratica, che ora erano
rappresentati dalle Tribù e dalle etnie: i curdi sono un esempio, in Sumero “Curdi” significa “coloro che vivono sulle montagne”, e quindi un’etnia autogestita che
si opponeva al sistema stabilitosi. in Europa gli eredi delle società democratiche erano rappresentate dai barbari del nord, i germani, che facevano continue incursioni
in territorio romano, creando degli scossoni nel sistema gerarchico dell’Impero. In tutta la storia di Roma dalla fondazione della Repubblica prima e dall’impero poi
ci furono correnti profetiche che aspiravavano alla libertà dei popoli dal dominio dei romani. Il primo di questa corrente fu sicuramente Spartaco, che guidò
un’insurrezione contro Roma, è abbastanza ovvio che egli voleva anche lanciare un messaggio di lotta contro il sistema gerarchico romano, tanto che è diventato
un grandissimo simbolo di lotta al capitalismo nei tempi moderni, come ad esempio la Lega Spartachista di Rosa Luxemburg in Germania. Il più importante, e conosciuto,
di questi profeti fu sicuramente Gesù Cristo, egli ha dedicato la sua vita alla lotta contro l’Impero Romano e ha pagato col sangue. Cristo esprimeva, tramite la figura
di Dio, idee che oggi potrebbero essere definite libertarie e, se proprio vogliamo, pseudo-socialiste ed anarchiche. Gesù lottava, ad esempio, contro il mercantilismo
(lo dimostra quando caccia i mercanti dal tempio) ed era favorevole alla piena libertà religiosa, contrapponendosi alla teocrazia (famosa la frase “date a Dio quello
che è di Dio e a Cesare quello che è di Cesare”). Purtroppo, come spesso accade nei sistemi schiavisti, le figure che lanciano un fortissimo messaggio di lotta
vengono strumentalizzate e sfruttate a proprio favore, non ci volle molto prima che venne a formarsi la gerarchia ecclesiastica e che l’impero che Gesù tanto lottò
divenne una teocrazia “cristiana” (in completo disaccordo con le sue stesse idee). Tuttavia anche qui gli oppressori non riuscirono a monopolizzare il loro pensiero,
infatti le correnti democratiche erano ancora molto influenti sulla società. In particolar modo nel medioevo la forma di società democratica più sviluppata era
sicuramente il monastero; in questo luogo si professava la vera fede di Cristo, ovvero una vita autogesitita e comunitaria dove tutti hanno un proprio ruolo che punti
a far prosperare e progredire la società. Tutti i grandi scienziati e studiosi del tempo vivevano in un monastero o seguivano la dottrina cristiana pura: Giordano
Bruno, Galileo Galilei, Copernico e tanti altri, è solo grazie a loro se oggi siamo dove siamo, grazie alla loro lotta al becero tradizionalismo del Vaticano.
Da ricordare in particolar modo sono gli alchimisti e le streghe, questi rappresentavano il progresso scientifico e il bene comunitario, in particolare nell’ambito
farmaceutico. Le donne di scienza venivano bruciate perchè il pensiero reazionario non permetteva una concezione della donna superiore ad un oggetto e così la donna
che si mostrava superiore alla cosa veniva presa per strega, una serva di Satana. A dare la scossa più forte di tutti al sistema fu sicuramente Giordano Bruno: egli
attacava la Chiesa Cattolica non con la scienza ma con la teologia stessa, aveva una concezione panteista del mondo e dell’Universo, l’Universo è infinito perchè
Dio è infinito, noi dobbiamo rispettare l’ambiente perchè Dio è l’ambiente e noi dobbiamo combattere i reazionari che impediscono l’evoluzione del pensiero umano
perchè noi stessi siamo parte di Dio. Giordano Bruno diede la vita per combattere il sistema, fu arso vivo al Campo de’ Fiori a Roma per eresia, in quello stesso luogo
i Garibaldini ci costruirono una statua in suo nome, la posizione della statua era molto significativa, era stata proposta da Armand Lévy (uno degli ideatori della
Comune di Parigi) e voltava le spalle al vaticano in segno di rivolta, la statua fu distrutta con la caduta della Repubblica Romana ma in seguito fu ricostruita con
l’Unità d’Italia. Nonostante la vittoria del capitalismo subito dopo la fine del medioevo il Rinascimento diede una forte spinta ai movimenti democratici e lo dimostrano
tutte le rivolte popolari avvenute in quel periodo: la Jacquerie in Francia, la Guerra dei Contadini, o per meglio dire la rivolta dei contadini, in Germania (Sacro
Romano Impero), la ribellione di Wat Tyler in Inghilterra e tante altre. Tutte queste forze democratiche furono soppresse ma tutto ciò era solo l’inizio, si possono
paragonare questi eventi e le repressioni successive a una carica di dinamite, le rivolte del Rinascimento e le tirannie rappresentavano la miccia, una volta che la
miccia si esaurì la bomba scoppiò e cominciò così la Rivoluzione Francese, nel 1789. La rivoluzione francese fu molto controversa ma non c’è dubbio che c’era un
fortissimo contenuto popolare e democratico, lo dimostra lo Stato Rivoluzionario di Maximilien de Robespierre, dove il Cittadino era al centro della società e chiunque
si opponesse al potere popolare veniva eliminato, purtroppo durò relativamente poco perchè la borghesia riuscì a prevalere e Robespierre fu giustiziato.
Anche se questa fu una sconfitta per le forze democratiche il popolo non si arrese, nemmeno 50 anni dopo i giacobini (ora noti come neogiacobini) si rivoltarono
contro la tirannia e istaurarono la Seconda Repubblica, anche questa cadde, questa volta sotto un imperatore, Napoleone III. Quest ultimo adottò politiche dispotiche
internamente e imperialiste all’estero, in seguito nel 1871 cadde sotto l’invasione prussiana e nello stesso anno il popolo parigino, stufo della pessima situazione, si
rivoltò e nacque così la Commune de Paris, uno stato socialista in piena regola, con influenze proudhoniane e bakuniane, l’esercito regolare fu sciolto e i cittadini
si armarono per difendere la loro Patria, la bandiera di questo stato era la bandiera rossa. Purtroppo anche questa rivoluzione cadde nel nulla e la comune si sciolse
poco tempo dopo. Anche l’Italia fu travolta da una forte onda di rivolte democratiche, le più importanti furono certamente quelle del 1848: queste proteste, di carattere
marcatamente popolare e democratico permisero la formazione della Repubblica Romana, dove per la prima volta in Italia vi era un deputato eminentemente socialista,
Quirico Filopanti, egli era anche a capo della Commissione Barricate a Bologna. La Repubblica Romana, come si può dedurre dalla stessa costituzione, prevedeva un punto
di svolta radicale rispetto agli altri stati italiani: sanciva votazioni a suffragio universale, piena libertà, giustizia sociale e incorporava tutti i Cittadini
nella milizia popolare. Purtroppo questo sogno crollò sotto i cannoni francesi e il papa, prima spodestato dal popolo, venne rimesso al suo posto, distruggendo tutti
i progetti sociali di Mazzini, Garibaldi e altri Repubblicani, che persero molti fratelli negli scontri con la Francia. Dopo il fallimento a Roma nel 1849 la borghesia
e l’aristocrazia tornarono tranquille sui loro troni, fatti di ossa e sangue, ma non finì qui, nella notte tra il 5 e il 6 Maggio 1860, circa mille volontari
garibaldini, con poche armi e pochissime munizioni, partirono da Quarto, il loro obiettivo era aiutare le rivolte popolari che si stavano scatenando in Sicilia contro
il Regno dispotico dei Borbone. Bisogna precisare ora un paio di cose: il Piemonte non supportava in nessun modo la spedizione e, anzi, Cavour fece di tutto per fermarla
e nemmeno gli inglesi supportavano la spedizione, perchè se fosse così non sarebbero partiti male armati e senza munizioni. Comunque, la spedizione riuscì e Garibaldi
arrivò a Napoli con ben 55 mila uomini, a prova del fatto che era supportato dal popolo. In quel momento a Torino si stavano mangiando le mani, il generale Garibaldi,
democratico e socialista, che annette il Regno delle Due Sicilie, inaccettabile per dei liberali, ora dovevano agire, Garibaldi stava rivolgendo le armi contro Roma,
inutile dire che, pur di evitare un ulteriore rafforzamento del movimento democratico in Italia, i piemontesi spararono addosso alle camicie rosse e allo stesso Garibaldi.
Eventi simili accaddero anche in America Latina, dove Simon Bolivar proclamava, una quarantina di anni prima, la Gran Colombia; uno stato liberale di matrice democratica
che puntava a unire tutti i popoli del Sudamerica, anche questo progetto fallì, ma questa volta a causa degli oligarchi interni. Agli del 1900 i movimenti democratici
nel mondo erano abbastanza deboli, finchè non arrivò una forte scossa che sconvolse il mondo intero: la Prima Guerra Mondiale. Questa guerra era la figlia prediletta
dell’imperialismo e del capitalismo, ma anche delle forze democratiche che cominciavano a muoversi di nuovo. E’ il caso di Gavrilo Princip, il quale apparteneva a un
movimento di liberazione nazionale di ispirazione mazziniana, Gavrilo fece un attentato ai danni del granduca d’austria Francesco Ferdinando d’Asburgo, uccidendolo mentre
passava per Sarajevo, questa fu la famosa goccia che fece traboccare il vaso. L’Austria scatenò una forte repressione in Bosnia e nel frattempo la Germania invadeva il
Belgio per riuscire a invadere la Francia da nord con effetto sorpresa, subito i garibaldini accorsero alla difesa della Francia per aiutare a respingere l’invasore,
tuttavia l’anno seguente molti dei garibaldini che erano in Francia si spostarono e tornarono in Italia dopo la notizia dell’entrata del Regno in guerra contro l’Austria.
In pochi anni l’Italia, e la triplice intesa, vinsero la guerra ma in quello stesso momento stava accadendo qualcosa di ancora più sconvolgente per il mondo: in Russia
gli zar venivano spodestati e il rivoluzionario Vladimir Lenin saliva al potere con l’unico scopo di liberare il popolo russo. Senza perdersi in dettagli inutili possiamo
dire che ci riuscì in pieno, grazie anche alle capacità militari di Lev Trotsky e la politica di Iosif Stalin, il quale, succedendo a Lenin, cominciò la costruzione del
socialismo in Unione Sovietica portando alla definitiva liberazione del popolo russo. Dopo la prima guerra mondiale il movimento democratico si rafforzò moltissimo
in tutta Europa, la Lega Spartachista in Germania, il Partito Comunista d’Italia, l’Unione Sovietica e tanti altri, questo rafforzamento, dovuto alla pessima situazione
causata della grande guerra, comportò una risposta da parte delle forze reazionarie che si tradusse nel fascismo in Italia e nel nazismo in Germania, e qui il sistema
subì un’altra forte scossa: la seconda guerra mondiale. La Seconda Guerra Mondiale è stato l’evento che ha influenzato più di tutti la nostra vita oggi. Con la sconfitta
di Hitler il mondo fu diviso in due poli e questa spaccatura passava proprio per Berlino. Da una parte dei governi popolari e dall’altra dei regimi capitalistici,
l’Unione Sovietica aveva certamente molti problemi ma la democrazia dei soviet era assai preferibile alle “democrazie” liberiste occidentali, dove a comandare non è
il popolo ma degli oligarchi.
Nel dopo guerra il mondo era costantemente sul piede di guerra: in Italia la CIA ha falsificato le elezioni, facendo vincere i democristiani e facendo rivoltare la
popolazione, in Irlanda del Nord i repubblicani lottavano per unificare la patria e liberarla dal dominio della Corona inglese, in Cina dopo la fine della tregua
anti-giapponese tra comunisti e nazionalisti Mao mosse le armate e scacciò i nazionalisti reazionari, in Corea Kim il Sung, principale esponente della resistenza
antimperialista prese il controllo della parte Nord della penisola, mentre il sud fu conquistato dagli americani che misero al potere dei despoti che repressero nel
sangue tutte le rivolte popolari e democratiche (come quella di Jeju), in Vietnam Ho Chi Minh scacciava francesi e americani mentre in Sudamerica i popoli si
alzavano spodestando, come in Cile, gli oligarchi, le marionette degli States. In Africa e Vicino Oriente fu una vera e propria alba dei popoli: Gheddafi, Sankara,
Lumumba, Mandela, Kenyatta, Nasser, Hussein, Tourè e tanti altri, i movimenti democratici cominciavano a spargersi ovunque. Poi accadde la tragedia, l’Unione Sovietica
cadde, per quanto con Krusciov e Gorbaciov fosse diventata un gigante burocratico e malfunzionante la mancanza di due blocchi contrapposti permise lo spargimento
a macchia d’olio del neoliberismo, in particolare con le dottrine di Reagan e Tatcher. E poi oggi, dove i movimenti democratici stanno combattendo per emergere, come in
Cile, Haiti, Iraq, Ecuador, ma non basta, dobbiamo impegnarci pure noi per portare la giustizia e libertà in Italia e nel mondo, portando alla definitiva liberazione
dell’Umanità.

Fichte, il dotto e la visione antiliberale

Un filosofo troppo spesso dimenticato, talvolta condannato per l’uso che fu fatto dei suoi scritti nel 900, è J.G.Fichte.
Pensatore del tardo settecento/iniziò ottocento, egli scrisse alcune delle pagine più belle dell’idealismo tedesco e della filosofia post kantiana.
Accusato di ateismo, grande sostenitore sia della rivoluzione francese che del terrore giacobino, era di visione antiliberale e profondamente avverso a Napoleone, al contrario di Hegel.
Tralasciando la critica al kantismo per quanto riguarda il rapporto soggetto oggetto, affrontiamo la sua visione politica (campo, in cui, riesce a superare di gran lunga Kant).
Tuttavia, è necessario fare un’introduzione : l’io fichtiano, a differenza di quello kantiano, non era solo organizzatore del mondo ma anche creatore di esso. E questo influenza fortemente il suo pensiero e il concetto di “streben” (lotta, sforzo).
Per Fichte, ne parla ne La missione del dotto e poi ne La missione dell’uomo, è di vitale importanza la piena realizzazione dell’uomo. La contrapposizione fra cultura e natura è fortemente legata alla volontà e alla ragione, che devono trionfare sulla dimensione dei sensi.
Qui si rileva una forte contrapposizione a Rousseau e l’idea di di uomo naturale come più vero del cittadino. Fichte, invece, crede che la cultura sia contrapposta alla natura, l’unica condizione in cui si possa realizzare l’uomo: il vero uomo è quello sociale e civile, non il naturale. Solo nella civiltà l’uomo può tendere verso il bene e la felicità.
L’uomo naturale di Rousseau, continua, è un’astrazione priva di collocazione storica. Essa rappresenta un individuo schiavo della sua stessa condizione (passiva) dalla natura. Non ci può essere in lui libertà, essendo legati alla necessità naturale.
Inoltre, Fichte crede che la cultura sia il campo in cui l’uomo domina la natura. Non si è dunque uomini, se non si è cittadini.
Lo stato è e deve essere il mezzo attraverso il quale l’uomo potrà, finalmente, edificare il bene.
LA DISUGUAGLIANZA E LO STREBEN
Nella società, dice Fichte, persistono alcune disuguaglianze. Essendo gli uomini diversi per gusto, fisico e inclinazione la ragione deve correggere i difetti della natura.
Cosa deve fare dunque la società? Deve contrapporsi, all’avvento della cultura, ad un tipo di diseguaglianza morale.
Nella società, tutte le disposizioni dell’individuo siano sviluppate in modo uniforme e le attitudini siano coltivate al grado più alto di perfezione possibile.
L’educazione dell’uomo deve portare all’uguaglianza culturale e morale fra uomini e ciò è un compito che si protrae all’infinito. In ciò si prefigura l’azione dello streben, portata avanti dai dotti: una lotta interminabile fra ragione e natura.
MA PERCHÉ I DOTTI?
I dotti, i filosofi, ricordano la figura dei filosofi nella filosofia politica platonica. Essi sono prescelti per condurre la molteplicità, le classi dell’uomo, all’unità.
Essi infatti conoscono i bisogni degli uomini, come soddisfarli ed esaminano il passato. Educano, dunque, l’umanità alla consapevolezza storica e filosofica. Il dotto è un sacerdote della verità, pronto a morire anche per essa.
LO STATO COMMERCIALE CHIUSO
Abbiamo già detto come lo stato fosse il mezzo dell’uomo per realizzarsi.
Ne lo stato commerciale chiuso, egli dice che lo stato deve garantire una serie di diritti, fra cui la libertà.
COSA RECRIMINARE A FICHTE E COSA APPREZZARE DI QUESTO AUTORE.
I problemi, infatti, sorgono dopo : egli sostiene lo stato debba avere due caposaldi da rispettare : lavoro e sostegno. Tuttavia, il suo stato avrebbe garantito il diritto alla proprietà MA una vita anche ai non proprietari.
TUTTAVIA QUALCOSA NON TORNA…
Sì, qualcosa non torna. Perché egli insiste sul tema del lavoro e del sostentamento come diritti conseguenti al diritto di libertà e proprietà.
E ribadisce come lo stato debba farsi carico dei bisognosi e del diritto al lavoro di tutti.
È qui che parla di stato commerciale chiuso, con un’economia indirizzata dallo stato. Lo stato può arrivare a gestire monopolisticamente l’economia, utilizzando anche dogane e dazi, per evitare che qualcuno si arricchisca a discapito degli altri. Insomma, un’anticipazione di ciò che dirà la nostra costituzione del 1948, sancendo come la proprietà privata debba essere talvolta limitata.
IL RUOLO DELLA GERMANIA
La vera condanna degli scritti di Fichte arriva con i discorsi alla nazione tedesca, in cui sostiene che la rivoluzione francese abbia sprecato la sua potenziale occasione di liberare gli uomini.
Fichte ne deduce, dunque, che sarà la Germania a giudicare l’umanità verso il progresso e l’eguaglianza cosmopolita. Perché la Germania? Fra i tanti motivi, ritiene che la lingua tedesca sia la più pura e la meno intaccata da similitudini e che ad ogni termine corrisponda un concetto preciso.
Ad ogni modo i discorsi alla nazione tedesca di Fichte, furono recuperati da Hitler nel 900 in modo tale che su di loro, ancora oggi, aleggi un pregiudizio(falso) di nazionalismo esasperato.

“…domani in Italia”.

Era il 1936, in Spagna infuriava la guerra civile scatenata dal golpe di Francisco Franco, e per tutto il mondo andava diffondendosi una cupa atmosfera di rassegnazione alla svolta autoritaria e totalitaria del capitalismo: Mussolini in Italia era al governo da più di un decennio, la Germania era caduta pochi anni prima e per tutto l’Occidente si andavano a diffondere movimenti filo-fascisti, mentre in tutti i paesi i palazzi del potere pullulavano di individui apologeti delle dure maniere contro il popolo, in specie quello minuto. In questo contesto parlava da Barcellona alla propria patria Carlo Rosselli, andato in Spagna a soccorso della repubblica ed in nome della libertà dei popoli. Il significato è chiaro, la dittatura può essere vinta, la libertà si riscatta col fucile, un nuovo ordine sta nascendo e gli italiani, al prezzo della loro vita, stanno combattendo per il trionfo della giustizia, della libertà, del socialismo. Riproponiamo qua di seguito il discorso integrale, pronunciato il 13 novembre 1936 alla radio di Barcellona.

“Compagni, fratelli, italiani, ascoltate.
Un volontario italiano vi parla dalla Radio di Barcellona per portarvi il saluto delle migliaia di antifascisti italiani esuli che si battono nelle file dell’armata rivoluzionaria.
Una colonna italiana combatte da tre mesi sul fronte di Aragona. Undici morti, venti feriti, la stima dei compagni spagnuoli : ecco la testimonianza del suo sacrificio.
Una seconda colonna italiana. formatasi in questi giorni, difende eroicamente Madrid. In tutti i reparti si trovano volontari italiani, uomini che avendo perduto la libertà nella propria terra, cominciano col riconquistarla in Ispagna, fucile alla mano.
Giornalmente arrivano volontari italiani: dalla Francia, dal Belgio. dalla Svizzera, dalle lontane Americhe.

Dovunque sono comunità italiane, si formano comitati per la Spagna proletaria.Anche dall’Italia oppressa partono volontari. 
Nelle nostre file contiamo a decine i compagni che,a prezzo di mille pericoli, hanno varcato clandestinamente la frontiera. Accanto ai veterani dell’antifascismo lottano i Giovanissimi che hanno abbandonato l’università, la fabbrica e perfino la caserma. Hanno disertato la Guerra borghese per partecipare alla guerra rivoluzionaria.
Ascoltate, italiani. E’ un volontario italiano che vi parla dalla Radio di Barcellona. Un secolo fa, l’Italia schiava taceva e fremeva sotto il tallone dell’Austria,del Borbone, dei Savoia,dei preti. Ogni sforzo di liberazione veniva spietatamente represso. Coloro che non erano in prigione, venivano costretti all’esilio. Ma in esilio non rinunciarono alla lotta. Santarosa in Grecia,Garibaldi in America, Mazzini in Inghilterra, Pisacane in Francia, insieme a tanti altri, non potendo più lottare nel paese, lottarono per la libertà degli altri popoli, dimostrando al mondo che gli italiani erano degni di vivere liberi. Da quei sacrifici,da quegli esempi uscì consacrata la causa italiana. Gli italiani riacquistarono fiducia nelle loro forze.
Oggi una nuova tirannia, assai più feroce ed umiliante dell’antica, ci opprime. Non è più lo straniero che domina. Siamo noi che ci siamo lasciati mettere il piede sul collo da una minoranza faziosa, che utilizzando tutte le forze del privilegio tiene in ceppi la classe lavoratrice ed il pensiero italiani.

Ogni sforzo sembra vano contro la massiccia armata dittatoriale. Ma noi non perdiamo la fede. Sappiamo che le dittature passano e che i popoli restano. La Spagna ce ne fornisce la palpitante riprova. Nessuno parla più di de Rivera. Nessuna parlerà più domani di Mussolini. E’ come nel Risorgimento, nell’ epoca più buia, quando quasi nessuno osava sperare, dall’estero vennero l’esempio e l’incitamento, cosi oggi noi siamo convinti che da questo sforzo modesto, ma virile dei volontari italiani, troverà alimento domani una possente volontà di riscatto.
E’ con questa speranza segreta che siamo accorsi in Ispagna. 0ggi qui, domani in Italia.
Fratelli, compagni italiani, ascoltate. E’ un volontario italiano che vi parla dalla Radio di Barcellona.
Non prestate fede alle notizie bugiarde della stampa fascista, che dipinge i rivoluzionari spagnuoli come orde di pazzi sanguinari alla vigilia della sconfitta.
La rivoluzione in Ispagna è trionfante. Penetra ogni giorno di più nel profondo della vita del popolo rinnovando istituiti, raddrizzando secolari ingiustizie. Madrid non è caduta e non cadrà. Quando pareva in procinto di soccombere, una meravigliosa riscossa di popolo arginava l’invasione ed iniziava la controffensiva. Il motto della milizia rivoluzionaria che fino ad ora era “No pasaran” è diventato ” Pasaremos”,cioè non i fascisti, ma noi, i rivoluzionari, passeremo.
La Catalogna, Valencia, tutto il litorale mediterraneo, Bilbao e cento altre città, la zona più ricca, più evoluta e industriosa di Spagna sta solidamente in mano alle forze rivoluzionarie.

Un ordine nuovo è nato, basato sulla libertà e la giustizia sociale. Nelle officine non comanda più il padrone, ma la collettività, attraverso consigli di fabbrica e sindacati. Sui campi non trovate più il salariato costretto ad un estenuante lavoro nell’interesse altrui. Il contadino è padrone della terra che lavora, sotto il controllo dei municipii.Negli uffici,gli impiegati,i tecnici, non obbediscono più a una gerarchia di figli di papà, ma ad una nuova gerarchia fondata sulla capacità e la libera scelta. Obbediscono, o meglio collaborano, perché‚ nella Spagna rivoluzionaria, e soprattutto nella Catalogna libertaria, le più audaci conquiste sociali si fanno rispettando la personalità dell’uomo e l’autonomia dei gruppi umani.
Comunismo, si, ma libertario. Socializzazione delle grandi industrie e del grande commercio, ma non statolatria: la socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio è concepita come mezzo per liberare l’uomo da tutte le schiavitù.
L’esperienza in corso in Ispagna è di straordinario interesse per tutti. Qui, non dittatura, non economia da caserma, non rinnegamento dei valori culturali dell’Occidente, ma conciliazione delle più ardite riforme sociali con la libertà. Non un solo partito che, pretendendosi infallibile, sequestra la rivoluzione su un programma concreto e realista : anarchici, comunisti, socialisti, repubblicani collaborano alla direzione della cosa pubblica,al fronte, nella vita sociale. Quale insegnamento per noi italiani!
Fratelli,, compagni italiani, ascoltate. Un volontario italiano vi parla dalla Radio di Barcellona per recarvi il saluto dei volontari italiani. Sull’altra sponda del Mediterraneo un mondo nuovo sta nascendo. E’ la riscossa antifascista che si inizia in Occidente. Dalla Spagna guadagnerà l’Europa. Arriverà innanzi tutto in Italia, cosi vicina alla Spagna per lingua, tradizioni, clima, costumi e tiranni. Arriverà perchè la storia non si ferma, il progresso continua, le dittature sono delle parentesi nella vita dei popoli, quasi una sferza per imporre loro, dopo un periodo d’ inerzia e di abbandono, di riprendere in in mano il loro destino.
Fratelli italiani che vivete nella prigione fascista,io vorrei che voi poteste, per un attimo almeno, tuffarvi nell’ atmosfera inebriante in cui vive da mesi,nonostante tutte le difficoltà, questo popolo meraviglioso. Vorrei che poteste andare nelle officine per vedere con quale entusiasmo si produce per i compagni combattenti;vorrei che poteste percorrere le campagne e leggere sul viso dei contadini la fierezza di questa dignità nuova e soprattutto percorrere il
fronte e parlare con i militi volontari. Il fascismo,non potendosi fidare dei soldati che passano in blocco alle nostre file, deve ricorrere ai mercenarii di tutti i colori. Invece,le caserme proletarie brulicano di una folla di giovani reclamanti le armi. Vale più un mese di questa vita,spesa per degli ideali umani,che dieci anni di vegetazione e di falsi miraggi imperiali nell’Italia mussoliniana.
E neppure crederete alla stampa fascista che dipinge la Catalogna,in maggioranza sindacalista anarchica, in preda al terrore e al disordine. L’anarchismo catalano è un socialismo costruttivo sensibile ai problemi di libertà e di cultura. Ogni giorno esso fornisce prove delle sue qualità realistiche. Le riforme vengono compiute con metodo, senza seguire schemi preconcetti e tenendo sempre in conto l’esperienza.
La migliore prova ci è data da Barcellona, dove, nonostante le difficoltà della guerra, la vita continua a svolgersi regolarmente e i servizi pubblici funzionano come e meglio di prima.
Italiani che ascoltate la radio di Barcellona attenzione. I volontari italiani combattenti in Ispagna, nell’interesse, per l’ideale di un popolo intero che lotta per la sua libertà, vi chiedono di impedire che il fascismo prosegua nella sua opera criminale a favore di Franco e dei generali faziosi. Tutti i Giorni areoplani forniti dal fascismo italiano e guidati da aviatori mercenari che disonorano il nostro paese, lanciano bombe contro città inermi, straziando donne e bambini. Tutti i giorni, proiettili italiani costruiti con mani italiane, trasportati da navi italiane, lanciati da cannoni italiani cadono nelle trincee dei lavoratori.
Franco avrebbe già da tempo fallito, se non fosse stato per il possente aiuto fascista.Quale vergogna per gli italiani sapere che il proprio governo,il governo di un popolo che fu un tempo all’avanguardia delle lotte per la libertà,tenta di assassinare la libertà del popolo spagnolo. 
Che l’Italia proletaria si risvegli. Che la vergogna cessi. Dalle fabbriche, dai porti italiani non debbono più partire le armi omicide. Dove non sia possibile il boicottaggio aperto, si ricorra al boicottaggio segreto. Il popolo italiano non deve diventare il poliziotto d’Europa.
Fratelli, compagni italiani, un volontario italiano vi parla dalla Radio di Barcellona, in nome di migliaia di combattenti italiani.

Qui si combatte, si muore, ma anche si vince per la libertà e l’emancipazione di tutti i popoli. Aiutate, italiani, la rivoluzione spagnuola. Impedite al fascismo di appoggiare i generali faziosi e fascisti. Raccogliete denari.E se per persecuzioni ripetute o per difficoltà insormontabili, non potete nel vostro centro combattere efficacemente la dittatura, accorrete a rinforzare le colonne dei volontari italiani in Ispagna.
Quanto più presto vincerà la Spagna proletaria, e tanto più presto sorgerà per il popolo italiano il tempo della riscossa.”