GENOVA, MILITANTI DI M-48 FATTI ALLONTANARE PERCHÉ CONTRARI AI BENETTON

GENOVA, MILITANTI DI M-48 FATTI ALLONTANARE PERCHÉ CONTRARI AI BENETTON
Questo pomeriggio i militanti della sezione genovese di M-48 sono stati fatti allontanare dalle forze dell’ordine dalla manifestazione indetta dal comitato “Autostrade Chiare”, avente come obbiettivo la rivendicazione di una rete autostradale sicura. La nostra colpa? Avere esposto uno striscione con scritto “nazionalizzare!”. Lo striscione è stato spostato nella via adiacente, ma dopo poco tempo anche da qui siamo stati allontanati senza motivo alcuno. Andati alla manifestazione per contribuire con le nostre idee, abbiamo raccolto prima il supporto, poi la solidarietà di moltissimi cittadini. Questo atto la dice lunga sulla reale natura del neonato comitato, evidentemente non interessato ad attaccare gli interessi dei mandanti della tragedia del Viadotto.
Movimento ’48, sezione “Giuseppe Mazzini”

Il vittimismo ha rotto il cazzo

A nessuno piace chi gioca a fare la vittima. Piace ancora meno se ipocritamente poco prima stava giocando a fare il rivoluzionario. La questione è semplice: se vai contro al sistema o ai suoi apparati e vieni da esso represso o sei un delinquente o sei un martire. Tertium non datur.

La “sinistra” sinistrata vuolsi “antagonista” è esperta in questa tattica: si cerca lo scontro con polizia o avversari politici e dopo si piagnucola delle botte prese, o degli arresti subiti. Come se non fossero tutte circostanze da mettere in campo come ovvie possibilità! Ma questo non importa, in un delirio narcisistico si pensa di avere il diritto esclusivo di esercitare violenza, avendo a garanzia di tale preteso diritto unicamente la propria arroganza. In un contesto di lotta politica, e ancor di più se rivoluzionaria, la violenza sarà sempre parte integrante. Ed essa non sarà mai monodirezionale! Ad ogni pugno dato corrisponde un pugno preso, ad ogni blocco infranto una carica dei celerini. Perché dunque giocare alla guerriglia e poi piangere una volta viste le conseguenze?

Un compagno incarcerato è un eroe, si è sacrificato e ha affrontato a testa alta la repressione. Idem uno aggredito o addirittura ucciso. La retorica del piagnisteo, indice di una pseudo-sinistra piccolo borghese del tutto passiva e attestata su posizioni reazionarie deve finire. D’altronde tutta quell’obbrobriosa area “politica” non è altro che un enorme freno a mano per tutte le forze progressiste e rivoluzionarie, che si vedono osteggiate da greggi di idioti sempre pronti ad accusare di “rossobrunismo” e a tacere sul fronte anticapitalista, portando un’innocua lotta a base di “transfemminismo” isterico e anarchismo da borgata. Perché cercare l’amicizia o la collaborazione con tali elementi? Abbandoniamoli ed isoliamoli: non si parla al collaborazionista!

Mazzini, John Brown e la guerra di guerriglia

Pubblichiamo questo saggio del professor T.M. Roberts dal titolo “La rilevanza delle idee sull’insurrezione di Giuseppe Mazzini nella crisi schiavile degli Stati Uniti degli anni ’50 dell’800”

La rilevanza delle idee sull’insurrezione di Giuseppe Mazzini nella crisi schiavile degli Stati Uniti degli anni ’50 dell’800


DI T.M. Roberts
Agli inizi del 1859 il noto abolizionista americano John Brown si trovava nei territori di frontiera dell’Arkansas, pianificando la fuga di undici afroamericani, ex-schiavi i quali erano stati da lui sottratti ai precedenti padroni, in Canada, dove avrebbero potuto essere liberi. Il suo raid fu un assoluto successo, e ciò lo indusse a pianificare una ancor più ardita azione nel cuore stesso della schiavitù, da attuarsi lo stesso anno ad Harpers Ferry, nello stato della Virginia. Tuttavia, catturato da dei marines in un arsenale federale da lui occupato durante il suo fatale attacco, Brown sarà poi impiccato con l’accusa di aver incitato gli schiavi alla rivolta, un crimine punibile con la pena di morte negli stati schiavisti.
Nonostante il suo successo in Arkansas, Brown non manifestava particolare gioia. Prima di incamminarsi verso il Canada sostenne che gli Stati Uniti si trovassero “alla vigilia di una delle più grandi guerre della storia”, nella quale “la schiavitù potrebbe trionfare e con ciò porre fine a tutte le aspirazioni degli uomini per la libertà”. Brown disse che se nel 1860 le elezioni sarebbero state vinte dal candidato abolizionista del Partito Repubblicano sarebbe scoppiata la guerra, perché gli interessi sudisti, saldamente agganciati allo schiavismo, avrebbero portato questi stati in rotta con l’Unione. Egli aggiunse anche che difficilmente in questa guerra essi si sarebbero trovati da soli, poiché avrebbero avuto “l’appoggio morale e materiale degli stati europei, fino all’annientamento del repubblicanesimo americano e all’abbattimento della libertà.
Una precedente generazione di storici evidenziò gli ovvi difetti del disperato assalto ad Harpers Ferry e l’ossessione di Brown con la schiavitù per dipingerlo come squilibrato e prossimo alla totale follia. Tuttavia, più recentemente molti studiosi hanno rifiutato l’idea di un Brown fuori dalla realtà, leggendo il suo presunto sguardo profetico alla luce delle tensioni fra Nord e Sud che il suo raid avrebbe sicuramente generato. Il piano di Brown è stato attribuito alla sua mentalità protestante calvinista, che lo portò a pensarsi come strumento per la liberazione degli schiavi e nell’estrema sicurezza nella volontà degli schiavi di insorgere.
Per questi motivi gli storici hanno posizionato giustamente John Brown al centro della spiegazione sul perché una guerra civile sia scoppiata negli Stati Uniti a metà del diciottesimo secolo, pur contestando la razionalità delle sue azioni. Un altro aspetto dell’importanza di Brown risiede nell’influenza degli eventi e delle idee rivoluzionarie europee nella sua riuscita carriera di cospiratore abolizionista, in particolare le idee e la figura di Giuseppe Mazzini.
Similmente alla trattazione scolastica delle vicende di John Brown, gli storici che enfatizzano la deviazione del risorgimento italiano dagli obbiettivi di Mazzini di una repubblica unita ed indipendente sottostimano la sua importanza. Tale visione suggerisce la definizione di un Mazzini, come accade per Brown, dogmatico o utopistico, poiché fermi sulle proprie posizioni quando altri cercavano un pratico compromesso. Ma agli occhi dei contemporanei nessuno dei due uomini era visto come irrilevante nel contesto dei rispettivi movimenti nazionali insurrezionalisti. I radicali europei interpretarono correttamente il raid di Harpers Ferry come un segnale della diffusione dello sconvolgimento rivoluzionario al di là dei confini europei, e Karl Marx arrivò a definirlo come uno dei sue “più sconvolgenti fatti che accadono ora nel mondo”. Sia i liberali che i conservatori videro nel raid e nella successiva esecuzione di Brown il rifiuto da parte dell’America delle riforme liberali. Nello stesso periodo William Lloyd Garrison e Margaret Fuller, i leader dei movimenti abolizionisti e femministi statunitensi, vedevano Mazzini come un punto di riferimento. Egli presto aiuto ai riformisti americani nella difesa delle loro posizioni secondo le quali la democrazia americana, nonostante la presunta tranquillità, sarebbe stata a rischio.
Il ripensamento delle precipitose azioni di John Brown mostra egli non come “un insignificante truffatore di frontiera e meschino ladro di cavalli”, come sostenne un’iniziale vulgata revisionista, ma anzi come un professionale studioso di politica e tattica militare dal respiro transatlantico. Brown visse in un periodo nel quale il sistema schiavistico, tollerato ad entrambe le sponde dell’Atlantico, sembrava godere di ottima salute. La Costituzione degli Stati Uniti proteggeva la schiavitù là dove questa esisteva, e nel 1857 la Corte Suprema stabilì l’impossibilità di conferire la cittadinanza ai neri americani. Inoltre, sia l’Inghilterra che la Francia espressero la loro vicinanza alla Confederazione nei primi momenti della guerra, in una postuma conferma della paura di Brown di un possibile supporto al Sud da parte delle monarchie e dalle dittature europee. Il Proclama di Emancipazione, con il quale il presidente Lincoln affrancava tutti gli schiavi degli stati secessionisti, bastò a malapena ad indurre la neutralità dei governi a Londra e Parigi. Lo stesso Lincoln, un abolizionista moderato, subito condannò il raid di Brown a Harpers Ferry, e con l’inizio delle ostilità fu dapprima ostile all’abolizione della schiavitù, sostenendo che l’emancipazione sarebbe stata equivalente al raid di Brown, ma su ampia scala. Fu alla fine solo per una “necessario provvedimento di guerra” che il Proclama fu emanato. Brown, dunque, ebbe gioco facile ad anticipare che i governi su entrambe le sponde dell’Atlantico avrebbero avuto a che fare con la fine della schiavitù in America. Ma questa sua anticipazione di un’empia alleanza fra i conservatori europei e gli schiavisti americani nel 1859 non fu la prima volta in cui espresse le condizioni americane nei termini di sviluppi europei. Per decadi egli studiò le tattiche insurrezionali e di guerriglia dei movimenti patriottici europei al fine di replicarle nel territorio statunitense. Come Mazzini, anche Brown votò la sua vita alla diffusione degli ideali repubblicani ed al potere delle classi diseredate dei suoi compatrioti, se necessario anche attraverso un atto rivoluzionario violento e redentore.
Interessanti parallelismi si possono notare fra la carriera rivoluzionaria di John Brown e gli scritti sulla guerra per bande di Carlo Bianco di Saint-Jorioz, promotore dei moti repubblicani in Piemonte del 1821. Bianco passò i successivi anni fra Spagna, Malta e Grecia, prima di diventare negli anni ’30 un sostenitore della Giovine Italia di Giuseppe Mazzini, pubblicando nel frattempo due studi sulle tecniche di guerriglia nei quali produsse diverse interessanti considerazioni. Egli sostenne che un piccolo gruppo di uomini, “da dieci a diecimila”, e consci della “natura dei luoghi, del carattere degli abitanti e delle risorse del paese” sarebbero stati capaci di scatenare un movimento insurrezionale su larga scala. Il comandante della banda avrebbe dovuto consultare sia mappe che il territorio stesso scelto per la guerra di guerriglia, identificato idealmente in aree “dove il nemico principale dispone di fabbriche d’armi, arsenali e magazzini […] da attaccare per impossessarsi delle armi […] o almeno per renderne l’utilizzo impossibile al nemico”. Egli sarebbe dovuto essere comunque in grado, nelle fase iniziali, di “recuperare legno e metallo, facilmente reperibili, e di costruire con essi picche e lance”, oltre ad essere sempre preparato a compiere qualsiasi atto per “assicurarsi la distruzione dei tiranni e di tutti i loro sgherri, dei loro strumenti e di ogni loro difensore”. Solo essendo famigerato il capobanda avrebbe potuto accrescere le proprie forze per assicurarsi “il sicuro successo dell’impresa”.
Diversi aspetti dei successi di Brown sottolineano l’applicazione dei principi esposti da Bianco. Egli guidò due dozzine di uomini nella riuscita difesa di una città occupata dalle forze antischiaviste in Arkansas contro 400 attaccanti, e con gli stessi uomini attacco Harpers Ferry. Iniziò già negli anni ’30 a studiare l’area montagnosa nei pressi della città, subito notando le caratteristiche strategiche del luogo. Disse all’abolizionista Frederick Douglass nel 1847: “Dio ha dato la forza delle colline alla causa della libertà; esse sono colme di fortificazioni naturali, dove un uomo in difesa ne vale cento all’attacco. Il mio piano è quello di iniziare con venti, venticinque uomini, rifornirli con armi e munizioni e portarli di tanto in tanto, a seconda delle occasioni offerte dalla sorte, per i campi, e qui indurre gli schiavi a seguirci, cercando e scegliendo fra loro i più resistenti ed audaci”.
Già un migliaio di picche erano state preparate per gli schiavi fuggitivi che stimava si sarebbero uniti alla sua banda, ai quali sarebbero stati aggiunte le armi requisite dall’arsenale di Harpers Ferry, il quale ospitava 100.000 fra fucili e moschetti. Nel Kansas, Brown accompagnato da quattro dei suoi figli e altri tre dei suoi uomini giustiziarono quattro schiavisti, portati fuori dalle loro case e smembrati a colpi di spada. La vedova di uno di questi testimoniò in seguito che Brown disse che “avrebbe tolto la vita con la stessa freddezza con la quale consumava i suoi pasti ad ogni uomo che si sarebbe interposto fra lui e ciò che era giusto”. Da qui vennero le inquiete parole di Herman Melville, nelle quali Brown divenne “Weird John Brown”. Ebbe così inizio la sua reputazione di uomo impavido e senza scrupoli.
Probabilmente fu a causa della frequentazione di Hugo Forbes, inglese dapprima volontario a difesa della Repubblica di Venezia nel 1848 e poi con Garibaldi, che Brown venne a conoscenza delle idee teorizzate da Bianco. I due si conobbero negli anni ’50 a New York, dopo aver avuto entrambi esperienze dirette dell’Europa rivoluzionaria. Brown attraversò la Francia, la Germania e probabilmente l’Austria nel 1849, tenendo traccia degli scontri e dei combattenti. Il suo studio della battaglia di Waterloo lo convinse della debolezza delle teorie militari tradizionali sulla concentrazione delle truppe, e l’analisi dei lenti movimenti delle truppe austriache lo convinse dei vantaggi delle manovre rapide.
Le esperienze pregresse di Forbes colpirono a tal punto Brown da suscitare in lui la volontà di chiedere all’amico di dare nuovamente alle stampe un piccolo manuale di tattica militare da lui scritto, chiamato “Il manuale del volontario patriottico”, nel quale Forbes sottolineava come la “guerra detta insurrezionale sia l’unica possibile quando il tiranno impedisce alle sue vittime la possibilità di divenire esperte nell’uso delle armi.”. Come già fatto da Bianco, anch’egli aveva come principale riferimento la guerriglia antinapoleonica in Spagna, la quale venne più volte menzionata anche da Brown nei suoi studi. Il libercolo di Forbes venne dedicato ai “volontari italiani rivoluzionari che sono ansiosi di preparare se stessi alla guerra di guerriglia, poiché le circostanze alle quali ho assistito nel biennio ’48-’49 hanno mostrato ai miei occhi la necessità di un manuale scritto appositamente per i patrioti”. Vi era inoltre una sezione della Giovine Italia attiva a New York fra il 1840 ed il 1850, guidata da un tale Eugenio Foresti, detto “Felix”, un esule dei moti carbonari, ma senz’altro già Forbes anticipò la possibilità da parte dei patrioti opposti alla tirannia di trovare nel “Manuale” un utile strumento. Sulla copertina dello stesso vi era riportata l’opinione di un quotidiano sovversivo newyorkese secondo il quale il testo “avrebbero dovuto essere consegnato ad ogni persona emigrata verso l’Arkansas”. Non furono di certo le azioni di un folle quelle di Brown, ma anzi la pianificata applicazione di tattiche rivoluzionarie già sperimentate nei paesi mediterranei.
Nel “Manuale” Forbes espresse come il successo di un’insurrezione popolare fosse legato all’utilizzo della forza, non semplicemente alla correttezza di una causa. Una giusta causa portata avanti con scarse capacità strategiche non avrebbe avuto la fortuna di divenire “Rivoluzione”, ma di essere sconfitta come semplice atto di brigantaggio, e che sebbene “la penna possa preparare la mente degli uomini al cambiamento, è la spada che decide definitivamente fra la libertà e la schiavitù”. Questa sua enfasi sull’esecuzione pratica dello scontro più che su i suoi moventi ideali è in qualche modo sorprendente data l’importanza attribuita da Forbes a Mazzini, meritevole di aver “fornito materiale atto a creare insorti”: “chi in tutta Europa ha fatto tanto quanto Mazzini per preparare gli uomini al cambiamento?”. Tale valutazione mette in discussione l’interpretazione della politica di Mazzini come utopica. Infatti, fondando la Giovine Italia, Mazzini enfatizzò il ruolo dell’insurrezione, in quanto è solo attraverso la guerra per bande che una nazione può emanciparsi dal giogo straniero. Ma Mazzini non era un esperto militare. La critica spesso ha ridicolizzato “i suoi piani di conquista del Regno di Napoli con ventidue uomini”, o “l’invasione dell’Italia in duecento”. Similmente al giudizio dato alle azioni di Brown, quelle di Mazzini sono state più volte accusate di essere state “eccessivamente amatoriali”. Al suo processo fu chiesto sarcasticamente a Brown cosa stesse cercando di fare in Virginia, ed egli rispose di “essere venuto con diciotto uomini con l’obbiettivo di liberare gli schiavi e di porli nella condizione di difendere la libertà conquistata”. Brown e Mazzini condivisero l’idea del loro ruolo come quello di liberatori messianici delle masse afflitte mediante la guerra insurrezionale, e questo ostacolò la loro capacità di giudizio militare. La reverenza di Forbes verso Mazzini non era dovuta tanto ad una particolare brillantezza strategica, quanto ad altri elementi del suo pensiero in materia del processo d’unificazione nazionale.
Forbes si unì alla banda di Brown in qualità di istruttore ed esperto tattico, ma prestò tradì il suo compagno rivelando i dettagli del piano al Congresso degli Stati Uniti, il quale misteriosamente non fece nulla per impedirlo. Questo voltafaccia è attribuito alle diverse interpretazioni della capacità degli schiavi di impegnarsi in un’azione militare di tale portata. Tuttavia, questa spiegazione entra in contrasto con la precondizione posta da Forbes stesso per l’ingresso nella banda, ossia di non starsi recando in Kansas “unicamente per liberare i bianchi”. Forbes, dati i suoi trascorsi europei e il suo lodare Mazzini, può essere definito come un repubblicano radicale, il quale servì ideali rivoluzionari in America e negli Stati Uniti basandosi sull’idealistica convinzione della capacità delle masse di dimostrare sentimenti repubblicani. Attraverso Forbes e Mazzini Brown si fece portatore della transatlantica aspirazione di agire in una guerra insurrezionale in nome dei contadini e degli schiavi americani. I discorsi e gli scritti di Mazzini delineano una personalità affine a quella di Brown. Mazzini non era di certo un calvinista, ed era ostile alla corruzione della Chiesa Cattolica, e delineava la sua appartenenza “ad una fede più alta il cui tempo non è ancora giunto; e fino a quel momento la manifestazione cristiana rimane la più sacra rivelazione al sempre progressivo spirito dell’uomo”. Come fece Brown, anche Mazzini lesse e rispetto il regicida britannico Oliver Cromwell, il quale fu oggetto di diversi studi storici negli anni ’40 fra Stati Uniti ed Inghilterra. Sempre secondo Mazzini il Risorgimento italiano necessitava di martiri testimoni della volontà degli italiani di morire per la propria libertà e capaci col loro gesto di infondere consapevolezza politica. Nella sua ottica appariva sbagliata la condanna di “una popolazione schiavizzata armata di pugnali”. Tali sommosse, sebbene fallimentari per mancanza di mezzi o di capi preparati, erano da valutarsi comunque positive in quanto capaci di diffondere agitazione. Nell’introduzione ad un’edizione degli scritti di Mazzini pubblicata a ridosso della sua morte da Lloyd Garrison egli notò come “i dispotici governanti europei sembravano dare a Mazzini il dono dell’ubiquità, attribuendogli la paternità o la partecipazione a qualsiasi complotto tentasse di rovesciarli”. Mazzini capì l’importanza della leadership rivoluzionaria, ma sottolineò come “il rivoluzionario trascura la tattica, e commette migliaia di piccoli errori, redenti dalla proclamazione di massime generali prima o poi utili”. Contraddicendo Karl Marx, egli decretò “l’Unità della razza umana” e “l’educabilità di tutte le persone”. Ma affermò anche, e questo è un punto dimenticato da chi vide in lui solo un visionario, l’obbligo in una repubblica democratica di redistribuire le terre dai possidenti ai contadini, in modo da creare “una più equa divisione della ricchezza” […]
Con queste posizioni Mazzini si guadagnò un ruolo particolare nei punti di riferimento del movimento abolizionista e di quello femminista negli USA. Ovviamente egli era maggiormente impegnato nella lotta per l’emancipazione europea, e ammoniva i repubblicani americani di non dimenticarsi dei loro fratelli europei in lotta contro quella che era definita “schiavitù bianca” in Italia, Polonia ed Ungheria. A differenza di Kossut, il rivoluzionario ungherese il quale in visita negli States si rifiutò di denunciare le barbarie della schiavitù nella speranza di vincere il supporto economico degli schiavisti, Mazzini attaccò razzismo e schiavitù supportando il programma della “Young America”, definì quella abolizionista una “santa causa” e supportò l’estensione del diritto di voto ai neri dopo l’Emancipazione (atto con cui non solo venne a tornare la fiducia in Europa circa la democrazia americana ma anche contribuì a “vendicare” la guerriglia di Brown) William Lloyd Garrison salutò la mazziniana “rivendicazione etica dei diritti inalienabili dell’uomo e della sovranità popolare che dovrà trovare risconto nella liberazione di ogni servo”. Ma questo campione della causa abolizionista, nonostante un’indole non violenta, implicitamente afferma e riconosce un principio mazziniano che lega l’unificazione italiana alla battaglia anti-schiavista americana: l’ottenimento di un sistema repubblicano tramite l’insurrezione violenta. Disse Garrison: “è senza dubbio meglio vedere gli oppressi rivendicare i propri divini diritti con la forza delle armi, e donare il proprio corpo nella lotta, che osservarli nascondersi dietro il potere dispotico”. Similmente la femminista Margaret Fuller trovò in Mazzini “un grande uomo, l’anima ispiratrice dei patrioti di questa epoca”. Diversamente da Hugh Forbes, il quale enfatizzava l’importanza dei successi sul breve periodo della guerriglia nazionalista, Fuller credeva che “gli uomini come Mazzini vincono sempre, vincono anche nella sconfitta”. Ella si trovava in Europa come corrispondente del New York Times durante i moti del ’48, avendo così l’opportunità di essere testimone diretta della lotta per la liberazione dell’Italia. Fu in questi momenti che sorse in lei il supporto per gli ideali abolizionisti e il movimento democratico italiano. Queste due cause, viste come intersecate, furono da lei propugnate dalle colonne dei giornali. Inoltre, si impegnò per la distruzione degli stereotipi e difendendo le capacità dei democratici. Supportò la creazione di milizie cittadini per opporsi agli Asburgo, e giunse fino ad applaudire all’assassinio di Pellegrino Rossi. Durante l’attacco da parte di Napoleone III mirato a reinsediare il Papa Pio IX in città, la Fuller cercò di sensibilizzare l’opinione pubblica americana e il suo governo chiedendo l’invio di cannoni e munizioni per la difesa della città.
Il suo supportò alla causa italiana e alla Repubblica Romana era da lei visto anche come un mezzo per combattere la schiavitù. A Roma egli esclamò: “Che piacere ho a pensare ora agli abolizionisti! La loro causa è degna dell’estremo sacrificio, per la liberazione di un grande paese da una terribile piaga”. Sul Tribune ella descrisse l’incontro con un americano il quale contestava la legittimità della Repubblica Romana poiché “i romani non sono come noi (degni della repubblica)”. La Fuller trovò questo arrogante viaggiatore americano rivoltante poiché parlava “come si usa per la schiavitù a casa nostra: se degli uomini sono afflitti e sottomessi da cattive istituzioni, essi non sono adatti a migliori condizioni”. Per molti americani era un pensiero allarmante quello di “masse degenerate”, dentro o fuori dagli Stati Uniti, fautrice di rivoluzioni. A Roma la Fuller descrisse come molti americani non avessero “fiducia nelle “nazioni sentimentali”. Ungheresi, Polacchi ed Italiani sono troppo espansivi, ardenti per loro”. Non era una coincidenza il suo supporto proprio per questi paesi, la cui sottomissione Mazzini descrisse come “schiavitù bianca”. Come sostenuto anche dal genovese, per la Fuller “la capacità rivoluzionaria e la virtù di essa non sono certo fatalmente affossate in Italia, e di esse di sono rivelati degni gli italiani semplicemente resistendo alla tirannia asburgica e borbonica”. Nella sua visione gli schiavi americani avrebbero dovuto insorgere avendo come obbiettivo la liberazione, provandosi così allo stesso modo degli italiani degni delle istituzioni repubblicane. L’influenza di Mazzini la portò quindi ad abbracciare l’idea di una violenza rivoluzionaria redentrice.
Ciò nonostante fu chiaro come dagli anni ’50 la controrivoluzione spadroneggiasse oramai su entrambe le sponde dell’Atlantico. Mentre la Fuller moriva tragicamente in un naufragio nei pressi di New York, cadevano uno dopo l’altro tutti i tentativi di resistenza democratica sorti nel ’48-’49, compresa la Repubblica Romana, che cadde senza aver ricevuto il riconoscimento diplomatico americano. L’influenza di Mazzini in Italia sembrava ormai in declino, e con l’approvazione di dure leggi contro gli schiavi fuggitivi, il governo americano sembrava intenzionato a difendere il potere degli schiavisti contro le sempre più disperate tattiche degli abolizionisti.
In questo aspro scenario si trovò ad agire Brown in Arkansas, ma le sue azioni qui non erano che l’inizio. Ancora andava pensando all’Europa. In un idiosincratico trattato egli sostenne che gli schiavi non avrebbero dovuto desistere dall’utilizzare la violenza per difendersi, ricordando la simpatia che era stata espressa per “i polacchi oppressi dalla Russia, i greci dai Turchi e gli ungheresi da Austria e Russia combinate”. Queste lotte a lui mostravano come la lotta per la vita da parte di uomini coraggiosi, e forse di successo, avrebbe avuto più considerazione e supporto che le pene accumulate da più di tre milioni di neri sottomessi”. Similmente disse alla moglie: “Vi è un grande insieme di eventi interessanti che stanno accadendo dentro e fuori questa nazione, e nessuno sa prevedere cosa accadrà. L’Europa potrebbe presto ardere in una fiamma. Non dico di queste cose se non che gioisco per loro nella piena consapevolezza che Dio sta portando avanti il suo eterno compito in tutti loro”.
L’Europa rivoluzionaria aveva fornito a Brown prove sia materiali che “celesti” per la sua attività rivoluzionaria. Nel frattempo, constatando che “la natura umana è la stessa in ogni dove”, egli anticipò che “se agli schiavi si desse insegnamento delle arti meccaniche e di ogni altra faccenda si rivelerebbero pienamente capaci di autogovernarsi”.
Aveva apparentemente pianificato di indirizzare gli schiavi liberati in accampamenti lungo i monti Allegheny, ma per far questo si sarebbe resa necessaria “una violenta separazione degli schiavi dai padroni”. Per questo non era avverso agli spargimenti di sangue, perché “l’utilizzo delle armi avrebbe dato ai neri la prova della loro mascolinità: nessuna persona può lottare per la libertà senza fiducia e rispetto per se stessa”. Brown riuscì a mantenere una visione strategica anche a ridosso della sua morte, dopo il fallito attacco ad Harpers Ferry ed il suo arresto: “sarò incredibilmente più utile da impiccato che in ogni altro luogo”. Arrivò anche a plaudire ad un titolo di un giornale, “La Virginia lo renda un martire!”. Il suo piano di “liberare masse di lavoratori senza terra attraverso l’uso di una forza potenzialmente mortale al fine di dimostrare la virtù civica dei lavoratori, acquisire per essi educazione e terre, ed abbracciare il ruolo del martire” era colmo di echi mazziniani.
Il processo d’unificazione dell’Italia negli anni ’60 seguì un percorso antitetico rispetto alle idee di Mazzini: perdita di fede nelle capacità insurrezionali indigene, il supporto di Napoleone III, un monarca straniero, e la supremazia monarchica. Ma se al tempo la figura di Mazzini sembrò meno rilevante nella marcia italiana verso l’indipendenza, i suoi scritti sulla guerra di guerriglia e sul suo significato andarono ad innestarsi sulle vicende americane, in una nazione che stava interrogandosi sulla capacità dei lavoratori di essere cittadini. La sua concezione dell’insurrezione come dimostrazione di virtù civica e consacrazione del suolo attraverso il sangue dei martiri aiutò a convincere i riformisti americani della necessità e della giustificabilità dell’utilizzo di mezzi violenti. In particolare, la dottrina di Mazzini formò gli ideali del piano d’azione terroristica di John Brown. Ironicamente, il suo fallimento ad Harpers Ferry, il quale scatenò poi la guerra civile, fu dovuto al fatto che i suoi piani per la sollevazione degli schiavi non andarono in porto: in altre parole, fu il fallimento americano di uno dei calcoli di Mazzini sulla guerra di guerriglia a portare l’America sulla strada della guerra civile, la quale permise ad un altro suo elemento di compiersi.
Le relazioni fra le attività rivoluzionarie di John Brown e la successiva guerra civile sono un aspetto sottovalutato non solo dell’America del diciannovesimo secolo, ma anche della dimensione Atlantica della crisi sezionale americana: in un’epoca di guerre civili democratiche su entrambe le sponde dell’Atlantico, la violenza del Kansas, di Harpers Ferry e poi della guerra civile costituiscono un qualcosa di simile ad un ’48 americano. A supporto di questa interpretazione, è doveroso ricordare la spiegazione del presidente Lincoln data alla commemorazione di Gettysburg nel 1863, teatro della più sanguinosa ed importante battaglia del conflitto. Nel suo discorso sul campo di battaglia Lincoln valutò il conflitto come la lotta dell’America per far si che “il governo del popolo, dal popolo, per il popolo non muoia sulla terra”. Questa frase è abitualmente considerata una pietra miliare dell’epigrafica americana. Ma Lincoln stava facendo eco alle parole di Giuseppe Mazzini, che scrisse nel 1833 che la “Giovine Italia vede la rivoluzione per il popolo, dal popolo e per il popolo”. La scelta lessicale di Lincoln tanto quanto le azioni di John Brown testimoniano la dimensione americana del patriottismo democratico di Mazzini. Duecento anni dopo la nascita di Mazzini, è attuale il ragionamento sulle sue opinioni in merito all’utilizzo della violenza al fine di costruire il sentimento nazionale e la democrazia.
Tradotto da Leonardo Sinigaglia

Sull’Irlanda soffia il vento dell’Unità? Di Filippo Dellepiane

E dall’Irlanda arrivano buone notizie! Dalla terra dei trifogli, del rugby e di una repubblica che sogna ancora di riunirsi con il nord del paese, sottrattole ingiustamente dal Regno Unito. Si perché le elezioni parlamentari parlano chiaro: il Sinn Féin, spesso conosciuto come il braccio politico della famosa IRA, ha ottenuto ben il 25% e 37 seggi. È dunque una buona notizia, quella che i patrioti irlandesi sognino ancora, e ancora lo faranno, una patria unita. Cosa farà ora Sinn Féin? Alcuni credono che tenteranno un accordo con il partito dei verdi, vicino a posizioni di sinistra (come altri partiti). Aprire a Fianna Fail? Al momento non è esclusa nessuna possibilità, sebbene vertere su quest’ultimo partito ci sembrerebbe un parziale tradimento nei confronti dei cittadini irlandesi che hanno fatto una scelta chiara. Una scelta non inaspettata, soprattutto per gli eventi degli ultimi mesi. È ormai da tempo che si vocifera della presenza dell’organizzazione chiamata “New IRA”. Si “vocifera” perché è spesso difficile distinguere le news dei media, pronti a sparare a zero su ogni gruppo che miri ad una riunificazione del paese più che dovuta. Occhio dunque alle notizie riportate e al commento morale che ognuno, in un modo o nell’altro, attribuisce alle azioni altrui.
E allora, nella speranza di un’Irlanda unita e sovrana, si continui nella lotta contro questa Europa oligarchica e antidemocratica. È un obbligo morale, un imperativo categorico che dobbiamo imporci tutti.
Per il socialismo.
Ora e sempre.

FOIBE: Cosa sono state davvero e perché l’Istria non tornerà più italiana, di Alfio Ladisa

Oggi ricorre il giorno del ricordo, una ricorrenza nazionale istituita nel 2004 per ricordare le vittime delle foibe e l’esodo giuliano-dalmata, osservata ogni anno dal Quirinale con un istituzionale minuto di silenzio. Ma per il popolo italiano cos’è davvero questa ricorrenza? Lasciamo perdere il comunicato di Mattarella e le istituzioni, oggi ben lontane dal rispecchiare la democrazia, ma parliamo di cosa significa questo giorno per gli italiani. Questo giorno non è nient’altro che un’occasione creata da una destra ancora troppo ossessionata dal proprio passato per avere un riscatto sociale, per andare contro a partiti identici a loro ma etichettati come “comunisti”, per far apparire come “vincitore” colui che fu capace di mettere italiani contro italiani senza badare minimamente a mantenere un’unità nazionale. Una destra estrema che si limita ad affrontare la storia in modo “calcistico”, lontana dalla comprensione logica dei fatti. Se abbiamo visto le foibe, i campi di concentramento e Istria annessa alla Jugoslavia – nonostante la gloriosa impresa di Fiume e l’annessione al Regno d’Italia – è solamente grazie alla dittatura fascista, che ha belligerato insieme alla Germania e al Giappone in una sanguinosa guerra, in cui loro furono i primi a commettere atrocità.
Si sentirà parlare di foibe come una pagina strappata dalla nostra storia, nonostante ogni anno se ne parli, nonostante esistano decine di monumenti in memoria di esse e nonostante la si possa tranquillamente leggere sui libri.
Si sentirà parlare di foibe incolpando la “sinistra” istituzionale, come se fossero davvero loro i responsabili.
Ma nessuno parlerà di foibe raccontando cosa successe prima dell’8 settembre del 1943.
Iniziamo parlando dell’Istria, storicamente parte della Repubblica di Venezia, passata sotto la dominazione austro-ungarica e annessa all’Italia con il trattato di Rapallo nel 1920. Ciò che si può dedurre è che la composizione etnica dell’Istria prima della seconda guerra mondiale fosse prevalentemente italiana, e ancora oggi un censimento croato del 2011 rivela che nei dintorni di Koper il 40% della popolazione è italofona, dunque gli slavi erano stranieri nel nostro territorio?
La risposta è complessa, è sempre stata presente un’influenza slava nell’Istria ma evidentemente non creava problemi prima dell’inizio della ditattura fascista, che introdusse per prima cosa l’italianizzazione forzata di tutti i nomi stranieri, – un’azione scellerata e totalmente insensata tipica di un regime nazionalista – e, cavalcando l’onda del nazismo, introdusse nel 1937 le leggi razziali che inizialmente colpirono solo gli ebrei, ma con l’avvento della guerra vennero estese a disabili, omosessuali e slavi.
Per quest’ultimi venne costruito un campo di concentramento apposito ad Arbe (in Dalmazia), in cui furono internate 21.000 persone.
Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 l’Istria venne occupata dai nazisti e iniziò la repressione slava guidata da Josip Broz Tito, che portò al massacro di tutti gli italiani coinvolti nel genocidio slavo e al conseguente esodo di tutti gli italiani presenti in Istria, Quarnaro e Dalmazia. Si chiuse così una possibilità di convivenza pacifica di italiani e minoranze slave, scongiurando qualsivoglia tentativo futuro di annessione dell’Istria all’Italia. Questa storia non è nient’altro che l’ennesimo esempio di quanto sia antipatriottico il nazionalismo, che nascondendosi dietro ad un finto sentimento patriottico divide solamente i popoli portandoli a scontrarsi.

No al Mes! Comunicato del Comitato Centrale di P101

Condividiamo e facciamo nostronio comunicato del comitato centrale di Programma 101 contro il MES

Comunicato n. 2/2020 del Comitato centrale di P101

(1) Se prima il M.E.S. (il cosiddetto “Fondo salva stati”), finanziato dai singoli stati della Ue, faceva capo all’Unione medesima, con la “riforma” il MES diventerà né più e né meno che una super-banca d’affari privata indipendente, la quale potrà prestare denaro agli stati solo a condizione che ne tragga un lauto guadagno. Di più: sarà un organismo di rango superiore agli stati nazionali e che avrà potere di vita o di morte su quelli che dovessero ricorrere al suo “aiuto” (come la troika lo fu per la Grecia).

Si tratterebbe per l’Italia di un’altra palese cessione di sovranità in aperta violazione dell’art. 11 della Costituzione, dell’ennesimo crimine per tenere in via il mostro liberista dell’Unione europea.

(2) La “riforma” stabilisce due linee di credito, dividendo così paesi di serie A e B, quelli considerati solvibili (che cioè rispettano i famigerati parametri ordoliberisti del 3% e del 60%) e quelli con alto debito pubblico (che non li rispettano) considerati ad alto rischio.
Abbiamo quindi, col nuovo MES, un doppio paradosso: a) paesi come la Germania con banche piene zeppe di titoli tossici godrebbero, per l’accesso al credito del MES, di una corsia preferenziale e di condizioni molto vantaggiose; mentre l’Italia, per usufruire dello “aiuto”, dovrebbe impegnarsi ad adottare draconiane misure di riduzione del debito pubblico, quindi austerità, tagli alla spesa sociale ed ai diritti, privatizzazioni; b) l’Italia, ratificando il Trattato, sarebbe un grande finanziatore del MES ma ciò a tutto vantaggio dei paesi considerati di seria A. Né più e né meno che una colossale rapina.

(3) Tutti gli analisti concordano che una conseguenza inevitabile dell’eventuale richiesta di “aiuto” provocherebbe una brutale svalutazione del valore dei titoli pubblici italiani a danno dei tanti risparmiatori che hanno acquistato Bot o Btp. Anzi! già solo l’entrata in funzione del MES, quindi l’adozione dei suoi parametri — quelli per cui l’Italia sarebbe considerata un Paese di serie B —, potrebbe innescare ex ante una fuga generalizzata dai titoli di stato italiani, con conseguente fuga di capitali dall’Italia verso altri paesi a tripla A, con l’inevitabile svalutazione del valore dei titoli di debito italiani.

(4) In questo caso sarebbe dunque altamente probabile il collasso generale del sistema bancario italiano. Le banche italiane posseggono oggi circa 400 miliardi di titoli pubblici. Una forte decurtazione del loro valore (come detto, possibile ancor prima che si dovesse chiedere “aiuto” al MES) causerebbe quindi crolli bancari a catena.

(5) Le conseguenze inevitabili sarebbero dunque: a) che il MES si comporterebbe come uno strozzino con facoltà di pignorare i beni italiani; b) che lo Stato sarebbe costretto non solo ad applicare una violenta austerità, ma, sempre per rimborsare il credito, a vendere a prezzi stracciati proprietà e patrimoni; c) che le banche, per non fallire, dovrebbero ricorre al bail-in, ovvero ricorrere ad espropri forzosi non solo degli azionisti ma pure dei correntisti, con conseguente stop all’erogazione di prestiti ad aziende e cittadini.

Una recessione violenta sarebbe dunque inevitabile con chiusura di aziende, crollo degli investimenti pubblici e privati, aumento generale della disoccupazione. In poche parole: un disastro nazionale.

Fermare il MES è quindi questione di interesse nazionale.

I governanti, venduti allo straniero, hanno già firmato la capitolazione.

Sarà il Parlamento tuttavia, nella prossima primavera, a dover ratificare il nuovo Trattato.

Prepariamo una grande mobilitazione per impedirlo!

Usciamo dalla gabbia dell’euro, prepariamo l’Italexit!

Le foibe ed i crimini fascisti, di Eros Rossi

«Si procede ad arresti, ad incendi [. . .] fucilazioni in massa fatte a casaccio e incendi dei paesi fatti per il solo gusto di distruggere [. . .] La frase «gli italiani sono diventati peggiori dei tedeschi», che si sente mormorare dappertutto, compendia i sentimenti degli sloveni verso di noi»*

È questo ciò che avvenne prima delle tragiche foibe.
È vero, questa è una triste pagina della storia Nazionale, ma non per questo si deve cascare dell’errore dei classici media italiani.
Si dice spesso che questa sia una “pagina strappata dalla storia”, ma quante volte si sente parlare delle foibe, mentre si ignora completamente la gloriosa Repubblica Romana, nata il giorno prima della ricorrenza? Quante volte avete sentito questa frase, ripetuta ogni anno, da istituzioni e mezzi di comunicazione vari?
Quante volte, invece, avete sentito parlare di ciò che fecero i fascisti e i nazisti in Istria, Dalmazia, e Jugoslavia?
Qual è, quindi, la vera tragica pagina strappata dalla storia?
Sia chiaro: non si fa a gara a chi abbia ucciso più cittadini o distrutto più famiglie, e tantomeno vogliamo fare i negazionisti, ma per essere veramente obiettivi sulla storia si ha la necessità, e l’obbligo, di analizzare il contesto in cui queste due tragedie avvennero.
Ci limiteremo, in questo articolo, ad esporre i fatti e i crimini commessi dal fascismo nelle zone del Carnaro e dell’Istria, tralasciando gli altri brutali avvenimenti accaduti anche in Dalmazia; sulle foibe non abbiamo niente da aggiungere visti i continui (e giusti) documentari, notiziari, e libri a riguardo. Ci sentiamo in obbligo di informare, invece, su ciò che avvenne prima, visto che è realmente dimenticato da gran parte della Popolazione.

Nell’aprile del ’41 Italia e Germania occupano parte delle terre settentrionali e della Dalmazia, a discapito ovviamente della Jugoslavia.
Già da subito si iniziò il processo di italianizzazione delle province annesse: tutti gli Slavi cambiarono nome e cognome obbligatoriamente, oltre ad esser costretti ad utilizzare la lingua italiana nei luoghi pubblici.
L’occupazione suscitò ovvie resistenze da parte della Popolazione, in special modo dai socialisti e dai nazionalisti Slavi. Che organizzarono ben presto boicottaggi e rivendicazioni varie contro i gerarchi e funzionari nazi-fascisti.

“Non vi preoccupate del disagio economico della popolazione. Lo ha voluto! Ne sconti le conseguenze […] Non sarei alieno dal trasferimento di masse di popolazioni […] Considerate senza discriminazioni i comunisti: sloveni o croati, se comunisti vanno trattati allo stesso modo.” Benito Mussolini.

Nel novembre del ’41, a seguito di un attacco da parte dei partigiani ad un ponte ferroviario sulla linea Lubiana-Postumia, vennero eseguiti rastrellamenti e distruzioni in tutta la vasta zona dove avvenne l’attacco. Durante le operazioni militari e gli scontri armati con la resistenza jugoslava le truppe italiane ebbero 4 morti e 3 feriti. Le autorità italiane reagirono incarcerando 69 civili dei villaggi del luogo, processandoli ed emettendo 28 condanne a morte, 12 ergastoli, 4 a trent’anni di carcere e altri 6 a pene tra i cinque e gli otto anni. Il primo dicembre del ’41 studenti e gruppi armati realizzarono una serie di azioni dimostrative: esplosione di una bomba contro postazioni fasciste, manifestazioni di studenti, astensione della popolazione dalla circolazione e frequentazione dei locali pubblici; l’esercito italiano reagì sparando sui civili.

I conflitti continuarono nella zona di Lubiana, con continui botta-risposta tra fascisti e partigiani (composti sia da Slavi che da socialisti Italiani).

Nella notte fra il 22 e il 23 febbraio del ’42 le autorità militari italiane cinsero con filo spinato e reticolati l’intero perimetro di 30 km di Lubiana, al fine di operate un rastrellamento completo della popolazione maschile della città disponendo un ferreo controllo su tutte le entrate e le uscite. La città venne divisa in tredici settori e furono raccolti 18.708 uomini che furono controllati nelle caserme; 878 di questi uomini furono mandati in campo di concentramento.
A Lubiana, nel solo mese del marzo ’42, gli italiani fucilarono 102 ostaggi. Un soldato italiano in una lettera inviata a casa il primo luglio 1942 scrisse:

«Abbiamo distrutto tutto da cima a fondo senza risparmiare gli innocenti. Uccidiamo intere famiglie ogni sera, picchiandoli a morte o sparando contro di loro. Se cercano soltanto di muoversi tiriamo senza pietà e chi muore muore.»

Un altro scrisse:

«Noi abbiamo l’ordine di uccidere tutti e di incendiare tutto quel che incontriamo sul nostro cammino, di modo che contiamo di finirla rapidamente.»

Non vanno scordati i diversi eccidi, come, ad esempio, quello di Podhum.
Il 12 luglio 1942, nel villaggio di Podhum, per rappresaglia furono fucilati da reparti militari italiani per ordine del Prefetto della Provincia di Fiume Temistocle Testa tutti gli uomini del villaggio di età compresa tra i 16 ed i 64 anni.

Per colpire la resistenza Jugoslava le autorità italiane finirono addirittura col deportare intere zone di civili, per via di semplici presunte parentele o contatti con altrettanto presunti partigiani. La stessa politica venne perseguita anche nella vicina provincia di Fiume: il locale prefetto, Temistocle Testa, redasse il 19 giugno 1942 il rapporto “allontanamento di coniugi di ribelli della provincia di Fiume”. Il prefetto della provincia ha firmato anche il proclama prot. n. 2796, emesso in data 30 maggio 1942, in cui rende nota la punizione inflitta alle famiglie di presunti aderenti alle formazioni partigiane:

«[…] Si informano le popolazioni dei territori annessi che con provvedimento odierno sono stati internati i componenti delle suddette famiglie, sono state rase al suolo le loro case, confiscati i beni e fucilati 20 componenti di dette famiglie estratti a sorte, per rappresaglia contro gli atti criminali da parte dei ribelli che turbano le laboriose popolazioni di questi territori […]»

in 29 mesi di occupazione italiana della provincia di Lubiana, vennero fucilati o come ostaggi o durante operazioni di rastrellamento circa 5 000 civili, ai quali furono aggiunti 200 bruciati vivi o massacrati in modo diverso, 900 partigiani catturati e fucilati e oltre 7 000 (su 33 000 deportati) persone, in buona parte anziani, donne e bambini, morti nei campi di concentramento. In totale quindi si arrivò alla cifra di circa 13.100 persone uccise su un totale di 339.751, al momento dell’annessione, quindi il 3,8% della popolazione totale della provincia. Il tutto è da inquadrarsi nell’ambito della guerra jugoslavo-balcanica, che vide dal 1941 al 1945 la morte di oltre 89.000 Sloveni su una popolazione di 1,49 milioni, pari al 6%.

La fine della guerra, con la vittoria dell’Urss e degli alleati occidentali, scatenò diversi movimenti vendicativi verso le Popolazioni occupanti. Le foibe ne sono un esempio, ma ciò avvenne allo stesso modo in diversi Paesi occupati dalla Germania, e anche dall’Italia (in diverse zone della Grecia, dell’Albania, ecc.). Molto spesso le Popolazioni occupanti, compresa la parte civile, venne esiliata forzatamente (in modo diretto o anche indiretto), come avvenne ad esempio in Dalmazia o in Libia.
Questo non avvenne ovviamente solo durante la seconda guerra mondiale. Cacciate o crimini spinti da un desiderio di vendetta a livello Nazionale sono accaduti praticamente sempre nella storia dell’Umanità, verso le conclusioni delle varie guerre.
Si pensi, restando nel contesto Italiano, alle varie rivendicazioni commesse dalle Popolazioni Italiane soggiogate dall’impero austro-ungarico una volta liberate.
Parte dei morti delle foibe erano senza dubbio fascisti e collaboratori del regime, ma è innegabile il fatto che vennero uccisi anche moltissimi civili.
È questo ciò che porta il bieco nazionalismo e il cieco desiderio di vendetta.

Quante volte avete sentito incolpare il comunismo, o addirittura il socialismo o il Popolo Jugoslavo in toto, per l’eccidio che avvenne?
Su questo va puntualizzato il fatto che è veramente stupido paragonare il comunismo al nazi-fascismo “solo” per ciò che avvenne conclusasi la guerra.
È generalizzazione tanto inutile quanto quella che fecero per l’appunto i vari Jugoslavi quando commisero l’eccidio, prendendo indistintamente gli Italiani, che siano fascisti o semplici civili.
I partigiani Jugoslavi, così come quelli Italiani, non erano composti esclusivamente da comunisti: nel caso dei Slavi c’erano anche molti nazionalisti.
I partigiani che commisero il tragico atto, pur che siano socialisti o comunisti erano pur sempre umani, e dopo aver visto i propri cari morire per mano di qualche Italiano, si può cadere nel gesto irrazionale della vendetta indiscriminata.
Dire che il comunismo sia come il nazi-fascismo, prendendo come esempio i crimini vendicativi fatti da una parte dei partigiani in generale, vuol dire incolpare Cristo per ciò che avvenne durante le inquisizioni in Europa.
Da nessuna parte nei scritti di Marx, Engels, o anche Lenin ed altri esponenti del comunismo, si accenna ad un eventuale necessità nell’uccidere un individuo, che sia Italiano o Tedesco od altro, per via di una vendetta; nessun scritto comunista afferma di dover gettare in delle fosse i fascisti o i parenti dei fascisti. Diamo la colpa, piuttosto, al nazionalismo, o al nazi-fascismo stesso. Sono questi ultimi, spinti dal nazionalismo sciovinista, ad aver sparso odio nelle Popolazioni sia Italiane che Slave; e sono sempre questi, i nazi-fascisti, ad aver come regola scritta, nella propria folle ideologia, l’oppressione e lo sterminio delle Popolazioni Slave in quanto inferiori; sono questi, i nazi-fascisti, ad aver da sempre avuto come nemico il comunismo ed il socialismo. Un odio tanto radicale da esser stati utile, inizialmente, alle potenze occidentali, finanziatori dei macellai.

*(Riportato da due riservatissime personali del 30 luglio e del 31 agosto 1942, indirizzate all’Alto Commissario per la Provincia di Lubiana Emilio Grazioli, dal Commissario Civile del Distretto di Longanatico (in sloveno: Logatec) Umberto Rosin)

La “Rossa” Repubblica Romana, preludio di un’Italia libera

È il 28 gennaio, siamo all’Avana, e questa sera sfilano, torce alla mano, i militanti del Partito Comunista, gli studenti e i membri dell’esercito. Stanno ricordando la nascita di José Martí, rivoluzionario e poeta cubano che per primo teorizzo l’emancipazione del continente e la liberazione dei suoi popoli. Martí nacque il 28 gennaio del 1853 nella capitale dell’isola, e morì 42 anni dopo, in battaglia contro le truppe occupanti spagnole a Rio Cauto. Durante la sua breve vita ebbe modo di viaggiare e di scrivere, oltre che ad impegnarsi praticamente per la liberazione della sua patria. Fra tutti i suoi componimenti dedicò alcuni versi a Giuseppe Garibaldi: “Dalla Patria, come da una madre, nascono gli uomini/ la Libertà, madre del genere umano, ebbe un figlio:/ quello fu Giuseppe Garibaldi”. Grande ammirazione per l’Eroe dei Due Mondi, che nel continente sudamericano è molto famoso, venendo citato frequentemente anche da Maduro e, prima della sua morte, da Chavez. Viene da chiedersi il perché di un ricordo e di una ammirazione sentiti oltreoceano mentre nel paese natale di Garibaldi stesso le forze che si richiamano o ammirano i comunisti cubani scelgono di ignorare la storia e le gesta di Lui come di altri Rivoluzionari. Si sente invero più spesso citare Martí che il patriota nizzardo, quasi come se non ve ne fossero motivi. E così i compagni cubani salutano la nascita dell’eroe della loro indipendenza con celebrazioni ufficiali e cortei, mentre moltissimi “compagni” italiani ignoreranno persino che oggi, 9 febbraio, dovrebbe essere una delle date più rilevanti e ricordate, poiché oggi nel 1849 veniva proclamata la Repubblica Romana, uno dei più arditi tentativi di costruzione di un potere democratico e popolare nella storia italiana.

Il corteo per le strade della capitale cubana

La nascita di un repubblica democratica in seno al cuore della reazione può senza dubbio suscitare scalpore, ma proprio le condizioni socio-politiche dello Stato Pontificio, con la sua terribile arretratezza, la povertà crescente e l’autocrazia papale , saranno la causa scatenante di un’improvvisa sollevazione popolare che porterà alla fuga del monarca. Altro elemento paradossale fu l’iniziale entusiasmo per l’elezione (21 giugno 1846) del Cardinal Ferretti, il futuro Pio IX, al soglio pontificio. Si sperava in un Papa liberale, e quasi per una sorta di profezia autoavverante Ferretti si convinse, almeno per i primi anni, di essere ciò. Piccolissime concessioni, peraltro solite all’elezione di un nuovo pontefice, vennero scambiate per inoppugnabili indizi della natura progressista del Papa. Nello specifico si può ricordare la liberazione di 400 detenuti politici e il richiamo di altrettanti esiliati, a cui seguì l’anno successivo un’attenuazione della censura sulla stampa e di quella preventiva, oltre che alcuni progetti ferroviari. In questo clima sembrava divenir sempre più realistica l’ipotesi “neoguelfa”, ovvero quella secondo la quale un Papa avrebbe potuto farsi carico dell’unità nazionale agendo come centro super partes fra i vari regni della penisola. Pio IX sembrava voler incarnare il pontefice auspicato da Gioberti, basti pensare il suo supporto al progetto di una Lega Doganale della quale si stava parlando negli stessi anni, forse un primo passo verso un’unità federale.

Ad inizio ’48, scoppiati in Sicilia, in tutta Europa si diffondevano moti insurrezionali. Nel tentativo di arginare i movimento rivoluzionari molti sovrani concessero delle prime costituzioni ai loro popoli, e anche Pio IX seguì il loro esempio, emanando in data 14 marzo lo “Statuto Fondamentale per Governo temporale degli Stati della Chiesa”, il quale stabiliva la nascista di due camere legislative e apriva le porte del governo anche ai laici, che al vero erano già stati introdotti ad inizio anno con la nomina al ministero per il commercio, l’industria, l’agricoltura e le belle arti a Giuseppe dall’Onda. La situazione si aprì a rivolgimenti inattesi con le Cinque Giornate di Milani e l’insurrezione generale nelle regioni del Nord contro gli austroungarici, a cui seguì la guerra dichiarata da Carlo Alberto e l’invio da parte del Gran Duca di Toscana e del Re di Napoli di alcuni corpi armati per contribuire alla cacciata degli eserciti asburgici. Pio IX autorizzò la formazione e la partenza di un corpo di volontari, ma esclusivamente con compiti difensivi. Anche loro, come le loro controparti non sabaude, da lì a poco sarebbero stati richiamati a casa da un governo non più disposto a supportare la guerra sabauda. Il ritiro del Papa dal conflitto rispose a diverse esigenze: prima di tutto la guerra, se vinta, avrebbe unicamente reso il Regno di Sardegna la potenza egemone in Italia, garantendo ai Savoia tutto il Nord, in più vi erano anche le pressioni dell’Impero austriaco, potenza ultra-cattolica che però ora ventilava lo scisma, e non sono da dimenticare i pareri della parte più conservatrice del clero, spaventata dalla tendenze repubblicane che si andavano a formare e che erano esplose a Milano.

“Combattimento presso palazzo Litta”, di Verrazzi. Si può leggere in alto a destra la scritta “w Pio IX”, slogan diffuso durante le Cinque Giornate

È il 15 settembre quando il Papa nomina presidente del Consiglio Peregrino Rossi. Questi era un esperto diplomatico, un uomo di cultura cosmopolita con un passato vicino alla Carboneria. Negli ultimi anni della sua vita aveva totalmente abiurato gli ideali democratici, mantenendosi su possizioni sí liberaleggianti e federalisti, tendenti al progresso economico ma del tutto concordi con il mantenimento del potere politico del pontefice. Esercito la carica al contempo anche di ministro della polizia e delle finanze, e fu per il suo intesificare la repressione politica che, molto probabilmente in ambienti carbonari desiderosi di “annerire” l’ex confratello caduto, ne fu decretata la condanna a morte. Il 15 novembre una folla di cittadini lo circonda, una pugnalata anonima lo raggiunge alla gola, lasciandolo morto sulla strada. Qui, alla guida di un corteo diretto dal Pontefice per chiedere la creazione di un nuovo governo totalmente laico e democratico, troviamo Ciceruacchio, una delle figure popolari più conosciute e rappresentative della Repubblica Romana. Piccolo commerciante ed artigiano, al secolo noto come Angelo Brunetti, egli si era rapidamente guadagnato la nomea di capopopolo fin dall’elezione di Pio IX, quando si era distinto per il supporto alle sue riforme. Fu lui a guidare la demolizione dei cancelli del ghetto ebraico nel ’47, unendo agli altri romani quelli da secoli rimasti divisi dall’intolleranza religiosa, e fu sempre lui, sconvolto e reso rabbioso dal voltafaccia del pontefice, a guidare i primi scontri che portarono alla fuga del pontefice, il quale riparò sotto protezione dei Bornone a Gaeta, uscendo da Roma nascosto da frate. Ciceruacchio rappresenta anche un buon esempio per analizzare l’evoluzione ideologica delle masse romane in questo periodo: partendo da posizioni liberali e riformiste, Brunetti radicalizzò il suo pensiero frequentando circoli neo-giacobini e socialisti, abbracciando le idee mazziniane democratiche e rivoluzionaire e arrivando a seguire con suo figlio la colonna garibaldina che dopo la caduta della città cercava di reggiungere Venezia. Sarà poi catturato lungo la strada e fucilato assieme al figlio dagli austriaci a Ca’ Tiepoli dopo una delazione.

La bandiera da guerra della Repubblica

La fuga del Papa aveva gettato Roma in un’estasi caotica. Cortei spontanei si susseguivano a feste e danze, le quali non poterono che aumentare d’intensità alla notizia che l’Assemblea Nazionale con 118 favorevoli, 8 contrari e 10 astenuti aveva proclamato la Repubblica. Tale decisione non era stata facile. I lavori dell’Assemblea, inziati il 5 dello stesso mese, erano stati segnati dal contrasto fra i democratici repubblicani e i conservatori, fra i quali si estendeva un’ampia area liberale moderata pavida ed incerta sulla decisione da prendere. È importante ricordare come tale assemblea fosse etoregenea perché eletta, prima volta in Italia, a suffragio universale, da qui la presenza anche di elementi controrivoluzionari ed ostili ai progetti progressisti. Il 9 febbraio venne quindiproclamata la Repubblica, la quale fin da subito stabilì delle garanzie per la tutela del ruolo spirituale del Papa, una mano tesa all’ex sovrano, un invito alla pacificazione che non sarà raccolto: Pio IX scomunicherà non solo tutti i membri dell’Assemblea, ma persino ogni elettore.

La Repubblica ebbe una breve vita. Non vedrà la fine del ’49, schiacciata da un infame intervento del Presidente, ma futuro imperatore, Luigi Napoleone e dei suoi alleati austriaci, ma in quei pochi mesi d’esistenza si scrissero alcune delle pagine più belle della storia popolare italiana. Non è nostro interesse raccontare con spirito annalistico tutti i vari capovolgimenti bellici e diplomatici, ma far rivivere il ricordo di alcuni fatti, leggi, provvedimenti e fatti che fecero salutare dagli operai scioperanti francesi la Repubblica Romana come la “Repubblica Rossa”.

“Sventoli per ogni dove, sulle torri, sui campanili, la rossa bandiera!” “Ai popoli della Repubblica”, proclama dei triumviri del 21 maggio

Proprietà ecclesiastiche nazionalizzate e distribuite fra i poveri, latifondi espopriati, prestiti forzosi da parte dei cittadini ricchi, e tutto questo senza versare una goccia di sangue, senza lo scatenare nessun Terrore, ma anzi abolendo la pena di morte. È fine marzo quando si affida il potere ad un Triumvirato rivoluzionario composto da Aurelio Saffi, Giuseppe Mazzini e Carlo Armellini, e già il 15 aprile, nel mezzo di invasioni austriache e borboniche, viene emanato dal pugno del rivoluzionario genovese un decreto legge che assegna ad ogni famiglia povera un lotto di terra da coltivare “capace del lavoro di un paio di buoi” e a ogni individuo nullatenente un vigneto da coltivare con le sue braccia. Tale provvedimento rivoluzionario sarà salutato da Gramsci nel “Avanti!” del 27 luglio 1917 come il più grande regalo di Mazzini al proletariato. Nel mentre, sedeva in assemblea Quirico Filopanti, scienziato socialista. A lui si deve la scrittura del decreto che sanciva la nascista della Repubblica, primo emanato da un politico socialista nella storia del paese. Non era il solo a comporre la “Montagna” nella Repubblica: assieme ai già citati Mazzini e Saffi vi erano Garibaldi, tornato insoddisfatto dalla “Guerra Regia” al nord e Carlo Pisacane, il quale tentava di dare a Roma un nuovo esercito professionale ma popolare, volontario e fortemente ideologizzato. Persino la bandiera rossa prese ad essere utilizzata a sfondo politico: col bombardamento francese si erano segnalate le bombe inesplose con delle bandiere di quel colore, che presto furono utilizzate dal popolo come emblema del nuovo sistema in costruzione e simbolo dell’emancipazione sociale. Esse potevano essere viste di fianco al tricolore dappertutto, persino su Castel Sant’Angelo, dove le due bandiere sventolavano assieme sulla sommità della struttura. La partecipazione popolare non si basò solamente sulle elezioni e sulla partecipazione a cortei ed assemblee, e nemmeno sulla difesa della Repubblica, ma si sviluppo proficuamente anche nella creazione di svariati club di diversa composizione e tendenza politica, i quali fungevano al contempo da organo di diffusione del pensiero politico e di sviluppo dialettico di esso. Occorre sottolineare anche l’aspetto internazionalista della Repubblica, la quale già al secondo principio fondamentale della Costituzione riconosceva gli altri popoli come fraterni e ne propugnava il rispetto della nazionalità. Tutto ciò appare ancora più importante alla luce dell’afflusso di volontari che si recarono a Roma, non solo da tutta Italia ma anche dalla Svizzare, dall’Austria, dalla Polonia e persino francesi, molti dei quali disertori del contingente di Oudinot venuto a spegnere la rivoluzione, a “difendere la libertà dai suoi eccessi”.

La Repubblica non si arrese mai. La città capitolo vinta dalle armi una volta aperte diverse brecce sulle mura per evitare il massacro, peraltro già iniziato, della cittadinanza, ma formalmente essa non cessò mai di esistere. Sia Mazzini che Garibaldi portarono avanti l’idea di un suo proseguimento con la lotta armata, e mentre il secondo, marciando verso Venezia, sostenne che la Repubblica sarebbe stata dovunque ci fosse stata battaglia, il primo scrisse una lettera ai romani datata 5 luglio 1849:

“Romani!La forza brutale ha sottomesso la vostra città; ma non mutato o scemato i vostri diritti. La repubblica romana vive eterna, inviolabile nel suffragio dei liberi che la proclamarono, nella adesione spontanea di tutti gli elementi dello Stato, nella fede dei popoli che hanno ammirato la lunga nostra difesa, nel sangue dei martiri che caddero sotto le nostre mura per essa. Tradiscano a posta loro gl’invasori le loro solenne promesse. Dio non tradisce le sue. Durate costanti e fedeli al voto dell’anima vostra, nella prova alla quale Ei vuole che per poco voi soggiacciate; e non diffidate dell’avvenire. Brevi sono i sogni della violenza, e infallibile il trionfo d’un popolo che spera, combatte e soffre per la Giustizia e per la santissima Libertà.Voi deste luminosa testimonianza di coraggio militare; sappiate darla di coraggio civile …Dai municipii esca ripetuta con fermezza tranquilla d’accento la dichiarazione ch’essi aderiscono volontari alla forma repubblicana e all’abolizione del governo temporale del Papa; e che riterranno illegale qualunque governo s’impianti senza l’approvazione liberamente data dal popolo; poi occorrendo si sciolgano. … Per le vie, nei teatri, in ogni luogo di convegno, sorga un grido: Fuori il governo dei preti! Libero Voto! …I vostri padri, o Romani, furon grandi non tanto perché sapevano vincere, quanto perché non disperavano nei rovesci.In nome di Dio e del popolo siate grande come i vostri padri. Oggi come allora, e più che allora, avete un mondo, il mondo italiano in custodia.La vostra Assemblea non è spenta, è dispersa. I vostri Triumviri, sospesa per forza di cose la loro pubblica azione, vegliano a scegliere a norma della vostra condotta, il momento opportuno per riconvocarla”

A 171 dalla proclamazione della Repubblica non ci saranno molte voci a ricordarla, forse qualche autorità statale e associazioni storiche, ma pochissimi saranno coloro i quali tributeranno del giusto rispetto queste pagine di gloria del popolo italiano, pagine che invero appartengono a tutti gli uomini che combattono, hanno combattuto e combatteranno per la libertà.

Basta morti sul lavoro!

Il frecciarossa, vanto dei SiTav, che ieri è deragliato ed ha causato la morte dei 2 macchinisti

Oggi 7 febbraio 2020 siamo a 46 morti sul lavoro.
Probabilmente i nostri politici non ne parleranno granché, probabilmente movimenti e partiti che si dicono a difesa del popolo, neanche saranno colpiti da questi 46 lavoratori, cittadini, che hanno dato la loro vita in cambio del nulla.
Ma non lasciamo che la loro morte sia solo un brutto gioco del destino, muoviamo la nostra lotta anche per loro, per le loro famiglie, perché nel nostro mondo, quello che ci prefiggiamo di creare, ciò non accadrebbe, il lavoratore sarebbe indiscutibilmente protetto e trattato come chi dona sudore e sangue per il suo paese dovrebbe essere trattato.
Ieri sono morti due macchinisti, Giuseppe e Mario, ieri l’altro un ragazzo di 20 anni, schiacciato da un tir, cosa che non succede raramente. L’8 gennaio Marco, un operaio colpito da un pezzo caduto da una gru. Gianni, Trapanese, morto schiacciato dal ramo di un albero che stava potando per 10 euro. Insomma, se andassimo avanti e dicessimo un nome di un caduto sul lavoro, da 10 anni a questa parte, al giorno, finiremmo fra 35 anni.
La difesa, e ascesa, della classe lavoratrice è il principale obbiettivo della nostra opera Rivoluzionaria, mai ci fermeremo e nulla potrà distrarci o sopraffarci, per la Libertà del Popolo e la Sicurezza del Lavoro.

Siria: SAA verso la vittoria

In questi giorni le Forze Armate Siriane stanno velocemente avanzando nel nord del paese, ad ovest di Aleppo, conquistando chilometri su chilometri ogni giorno che passa, oggi hanno preso il possesso di tre posti di osservazione turchi a Saraqib, con conseguenti minacce di Erdogan di inviare ulteriori truppe a supporto dei terroristi del FSA. In poche settimane assisteremo alla battaglia decisiva di questa estenuante guerra: quella che si svolgerà a Idlib, ormai completamente circondata. Tuttavia, anche se Assad riuscisse a vincere qui (cosa molto probabile) dovrà affrontare una questione ben più grave: il sud del paese. Infatti Idlib non è l’ultima zona sotto il controllo dell’FSA, ce ne sta un’altra nel sud, al confine tra la Giordania e l’Arabia Saudita e qui a supportare i terroristi non ci sono i turchi, già più attenti a causa dei russi, ma ci sono due basi militari statunitensi. Questione che potrebbe prolungare ulteriormente la guerra sarà sicuramente la questione del Golan Siriano, ancora nelle mani illegittime di Israele, che continua senza problemi a lanciare missili su Damasco e dintorni.