Pascoli, poeta ribelle?


Analogamente a Carducci, Pascoli è una figura complessa. La politica non è certo al centro della sua vita, né delle sue opere. Tuttavia, risulta interessante analizzare il contesto ed il rapporto che questo autore (allievo di Carducci) ha avuto con la politica nella sua vita. Proprio come il suo maestro, si può parlare quasi di un “tradimento”. Dovuto, nel caso di Pascoli, alla vigliaccheria ed all’utilitarismo. Quest’ultimo frequenta i circoli repubblicani e socialisti emiliani, viene arrestato nel 1879 per “attività sovversive” e trascorse 3 mesi in carcere. Un’esperienza che lo segnerà vita, che metterà la parola fine alla sua vita politica. Ma prima di questo, all’inizio degli anni ’70 dell’ottocento, Pascoli si era invece mostrato come attivista politico a tutti gli effetti. Strinse infatti amicizia con Andrea Costa, esponente di spicco dell’internazionalismo emiliano, con il quale parteciperà alla manifestazione studentesca del 1876 contro l’allora ministro dell’educazione Bonghi. Fu solo grazie a Carducci che poté riavere il suo lavoro all’università, oltre ad avere una borsa di studio. A chi parla di Pascoli come “sovversivo” (ci si riferisce spesso ad una sua frase durante un processo ad Imola nel ’79 in cui disse “Viva la Comune! Viva l’Internazionale! Viva i malfattori, avanti i vigliacchi sgherri”, verrà assolto poi per oltraggio e grida sediziose), sarebbe meglio sottoporre la poesia che egli scrisse dopo l’ uccisione del Re nel 1900: l’inno Re Umberto infatti è una celebrazione del sovrano, in cui esalta la casa reale. Ma non solo, nel 1911 con l’invasione della Libia egli dirà “la grande proletaria (l’Italia) si è mossa” esponendosi a favore dell’avventura coloniale. Pascoli quindi rappresentò, in età più giovanile, gli ideali rivoluzionari ma nella parte finale della sua vita incarnó i valori più reazionari e sabaudi. Non certo un esempio per chi, nel caso, volesse ritrovare in lui un poeta rivoluzionario.