Patriottismo ed internazionalismo

La più grave colpa che si può imputare alla “sinistra” post-sessantottina, ciò che sta alla radice della svolta liberal-liberista, è di certo l’aver rinnegato il patriottismo in nome di un cosmopolitismo astratto, lasciando quello che fu uno dei terreni storici delle forze progressiste, quello dell’indipendenza e della sovranità nazionale, alle forze reazionarie, le quali riuscirono a strumentalizzare e corromprere i simboli patriottici associandoli ad una retorica sciovinista quando non aperttamente razzista.

Cosa significa patriottismo?

Prima di tutto è necessario fare chiarezza. Per troppi anni si è assistito all’egemonia culturale delle forze reazionarie, che se da un lato presentavano la società totalitaria liberale come unico mondo possibile, dall’altro propugnavano una retorica atta a far combaciare l’amor patrio con l’egoismo “nazionale”, con l’imperialismo e le politiche di potenza. E’ inutile dire che la loro prospettiva sul patriottismo non è solo errata, ma risponde a precisi disegni volti a confondere il popolo, facendo passare l’interesse particolare della borghesia come interesse nazionale, da qui il feticcio per l’ordine e la disciplina, il militarismo e la competizione internazionale.

Ma cos’è veramente il patriottismo? Per definirlo occorre prima definire il concetto di “Patria”, che come ricorda Giuseppe Mazzini altro non è che un’idea di comunità, “comunione di eguali e liberi affratellati in concordia di lavori in un unico fine”, abitanti in un unico luogo e per questo portati dalla Storia ad avere lingua, usi e costumi comuni. Il patriottismo altro non è che il sentimento d’amore, di partecipazione e di cura per questa comunità. Può dirsi patriota chi disconosce l’esistenza della natura sociale dell’uomo? Può dirsi patriota chi accetta passivamente l’esistenza di ricchi e poveri, servi e padroni all’interno del suo paese? Assolutamente no. Il patriottismo è prima di tutto una dichiarazione di fratellanza: nell’altro io vedo un fratello, vedo in lui un denominatore comune che unisce noi, individui diversi, eppure evidentemente collegati.

Dalla Patria all’Umanità

L’individuo che astraendosi si riconosce progressivamente in gruppi sempre più ampi partendo da quelli a lui più prossimi (famiglia, comunità locale, città, regione…) non può che riconoscere l’esistenza di un comune denominatore umano, e di consegunza una comunità umana, paritaria rispetto a qualsiasi altra e di queste naturale sviluppo. L’Umanità nasce quindi dalla Patria, come questa nasce dalle varie “piccole Patrie”, dalle città, dagli individui. L’internazionalismo sta all’Umnità come il patriottismo sta alla Patria. Anch’esso senso di fratellanza e volontà di cura verso una comunità, però più amplia, che comprende e supera quelle di grandezza inferiore. Si può essere coerentemente inernazionalisi senza essere patrioti? Si può amare quindi il contenitore disprezzando e disconoscendo il contenuto? Assolutamente no. Come ci dimostrano moltissimi esempi nel corso della storia, ciò è sempre stato compreso dalla stragrande maggioranza dei rivoluzionari, in specie quelli che riuscirono nei loro inenti. Lenin non disprezzò i soldati in trincea, ma si mischiò a loro, cercando di trasformare la “guerra imperialista in guerra civile”, liberando le patrie dell’Impero dal giogo dell’assolutismo e del capitalismo. Allo stesso modo i rivoluzionari sudamericani avevano ben presente gli esisti alternativi della loro lotta, la liberazione della Patria o la morte: “Patria o morte”, “Patria libre o morir”…E come non ricordarci di grandi rivoluzionari quali Mao Tse Tung. Kim il Sung e Ho Chi Min, i quali più volte espressero il loro indiscutibile patriottismo e la sostanziale differenza fra questo, tendenza egualitaria e democratica, e il nazionalismo borghese.

Eppure, nonostante la grandissima schiera di esempi storici anche nel continente europeo, dal movimento giacobino alle resistenza al nazifascismo, il patriottismo viene apertamente osteggiato da una sinistra oramai del tutto pregna di una retorica “petit bourgeois” a base di libero mercato ed individualismo tossico. La sinistra popolare deve riconoscere le sue radici, che vanno da Buonarroti alla Resistenza, passando per Mazzini, Pisacane, i garibaldini, gli Arditi del Popolo, e presentare questi “miti fondanti” come contrapposti sia ai liberal-conservatori che ai libera-progressisti. Solo così, ossia riconoscendo la validità e l’importanza dei legami sociali e comunitari, sarà possibile trionfare sul sistema capitalista.