Per una cultura militante, di Filippo Dellepiane

L’idea di cultura […] Bisogna disabituarsi e smettere di concepire la cultura come sapere enciclopedico, in cui l’uomo non è visto se non sotto forma di recipiente da empire e stivare di dati empirici; di fatti bruti e sconnessi che egli poi dovrà casellare nel suo cervello come nelle colonne di un dizionario per poter poi in ogni occasione rispondere ai vari stimoli del mondo esterno. Questa forma di cultura è veramente dannosa […] Serve solo a creare degli spostati, della gente che crede di essere superiore al resto dell’umanità perché ha ammassato nella memoria una certa quantità di dati e di date, che snocciola ad ogni occasione per farne quasi una barriera fra sé e gli altri. Serve a creare quel certo intellettualismo bolso e incolore […] che ha partorito tutta una caterva di presuntuosi e di vaneggiatori, più deleteri per la vita sociale di quanto siano i microbi della tubercolosi o della sifilide per la bellezza e la sanità fisica dei corpi. Lo studentucolo che sa un po’ di latino e di storia, l’avvocatuzzo che è riuscito a strappare uno straccetto di laurea alla svogliatezza e al lasciar passare dei professori crederanno di essere diversi e superiori anche al miglior operaio specializzato che adempie nella vita ad un compito ben preciso e indispensabile e che nella sua attività vale cento volte di più di quanto gli altri valgano nella loro. Ma questa non è cultura, è pedanteria […]. La cultura è una cosa ben diversa. È organizzazione, disciplina del proprio io interiore, è presa di possesso della propria personalità, è conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti e i propri doveri.

(Antonio Gramsci, Socialismo e cultura, in “Il Grido del popolo”, 29 gennaio 1916)

Gramsci, grande teorico e politico di un periodo così difficile per l’Italia, riaccende in questo testo una diatriba mai conclusasi, che si è protratta da Montaigne attraverso Rabelais, passando per Kant.

La chiave dell’analisi fatta dall’Autore è questa visione secondo cui, per alcuni pensatori, l’uomo sarebbe solo un “recipiente da empire e stivare di dati empirici”. Chi criticò questo aspetto fu proprio uno dei filosofi citati sopra, Montaigne, il quale scrisse un trattato a riguardo “Educazione”, in cui viene denuciato questo aspetto dell’insegnamento nella Francia del 500: una costrizione allo studio, finalizzato ad un sapere asettico a cui il pensatore contrapponeva analisi introspettive dell’IO.

La pensa diversamente invece Rabelais il quale, anche se contro ogni punizione corporale e costrizione (celebre è il motto dell’abbazia in cui una delle storie utopiche dello scrittore è ambientata “fais ce que voudras”) , vuole che gli studenti imparino tutte le materie, a memoria: Lingue, grammatica, scienze, letteratura, astronomia, storia, etc. Egli pensa che tutto debba essere nella testa degli alunni, i quali, però, devono essere guidati dalla coscienza per guardare l’equilibrio.

E così arriviamo a Kant, il quale disse:

“La scienza è conoscenza organizzata. La saggezza è vita organizzata.”

Da questa citazione possiamo trarre una deduzione particolarmente interessante, ricollegandoci a Gramsci: la cultura non deve essere organizzata in compartimenti stagni, non comunicanti fra loro. E proprio in questo aspetto che vediamo la critica politica più potente di Gramsci e capiamo contro chi egli si scaglia: la classe borghese, che cita in svariati punti del testo in modo velato: “l’avvocatuzzo che è riuscito a strappare uno straccetto di laurea alla svogliatezza”, quindi la cultura vista come noia, una noia borghese. Ma continua introducendo una tematica ancora più interessante, il sentimento tipico della classe media nei confronti dei sottoposti “Serve a creare quel certo intellettualismo bolso e incolore […] che ha partorito tutta una caterva di presuntuosi e di vaneggiatori” “crederanno di essere diversi e superiori anche al miglior operaio specializzato”.

Deduciamo da questo estratto che Gramsci critica il sapere enciclopedico perché fortemente individualistico e non indirizzato alla vita collettiva; per questo lo scrittore fa risaltare la figura dell’operaio, che incarna abilità puramente pratiche, tanto disprezzate dalle classi dominanti. Un lavoratore, quindi, può essere ben più acculturato rispetto ad uno studente, di estrazione borghese, che ha ottimi voti a scuola e concepisce la cultura come qualcosa di astratto, senza un fine ben preciso. La scissione fra individuo e cittadino è lampante, ma frutto di un allontanamento dell’uomo dal suo posto all’interno della società.

Quella descritta da Gramsci è una critica ancora attuale, soprattutto in Italia. Se da una parte, infatti, si tenta affannosamente di creare la “scuola delle competenze”, con fini puramente utilitaristici, vi è ancora resistenza da parte degli studenti e dei professori, i quali capiscono che la creazione di una simile educazione possa nuocere agli studenti. Allora in che modo sono utili le osservazioni di Gramsci? Sono utili perché permettono agli studenti di rigettare, contemporaneamente, una cultura asettica, da “salotto”, ed una “utilitaristica”.

La chiave è principalmente nell’ultimo tratto del testo, in cui si comprende come la cultura sia “una cosa ben diversa. È organizzazione, disciplina del proprio io interiore, è presa di possesso della propria personalità, è conquista di coscienza superiore, per la quale si riesce a comprendere il proprio valore storico, la propria funzione nella vita, i propri diritti e i propri doveri.” Una cultura finalizzata ad una comprensione di se stessi, del posto che noi abbiamo all’interno della società e quindi cosa possiamo fare per implementare i nostri diritti, mantenendo sempre saldi i nostri doveri.

Lo studio, mezzo attraverso il quale molti di noi cerca di acculturarsi, è (come dice lo stesso Gramsci) fatica, comporta stanchezza e non può essere considerato un qualcosa in più, bensì le fondamenta, stabili, di un nostro sistema del Sapere