Pietà l’è morta, di Leonardo Sinigaglia

Gli operai non hanno denaro, ma tengono a loro disposizione un mezzo d’azione molto efficace: essi possono incutere paura.

George Sorel, “Riflessioni sulla violenza”

Ci risiamo. E’ mancato, con somma gioia per ogni persona comune, Alberto Alesina, economista di punta del peggiore neoliberismo, teorizzatore della pretesa “austerità espansiva” e da poco insignito dell’infamente “premio Hayek”. Unanime la costernazione della stampa borghese: “grande economista, “l’economista che ha conquistato harvard”, “una grande risorsa per il nostro paese”…Ma questa diarroica serie di idiozie non sorprende, d’altronde gli interessi di classe serviti sono i medesimi. Quello che invece stupisce è la reazione di molti “compagni”, troppo presi dall’evitare di urtare la sensibilità di qualche coccola-ricchi per rendersi conto dell’enome guadagno per le masse popolari. Non ci dev’essere spazio per tali forme di bieco moralismo, la morte del nemico è sempre un qualcosa di positivo. Sulla coscienza delle bestie come Alesina ci sono milioni di morti, di disoccupati, di lavoratori sfruttati, di malati terminali ai quali sono negate le cure, di vittime di operazioni neo-coloniali: come si fa a mostrare qualcosa che non sia odio, odio ardente e radicale, per questi mostri? Qui non si parla di qualche ragazzino col cervello lavato, di qualche “millennial” cresciuto a base di start-up e di libero mercato, ma si parla dei burattinai, dei grandi Conti Elettori del sistema capitalista, dei suoi massimi alfieri ed apologeti. Non ci può essere pietà per essi, non ci deve essere!

“Non si devono insultare i morti!”, ecco il mantra di questi cultori del piagnisteo e di una pseudo-pietas che trabocca di moralismo piccolo-borghese. Peccato che vi sia una profonda differenza fra oppressore ed oppresso, anche da morti. Mentre la morte dell’oppressore o dei suoi fiancheggiatori è, per il popolo, una potenziale liberazione, la morte di un oppresso rappresenta un vero e proprio martirio. La dicotomia non dev’essere fra vittime e carnefici (rifiutiamo anche questa visione patetica, forse buona per muovere a compassione, ma non certo per farela rivoluzione) ma tra due poli, uno dei quali deve per noi rappresentare un nemico oggettivo ed assoluto. Chi muore o viene colpito dalla repressione del sistema combattento contro questo nemico è un martire, un “testimone” della fede nel Socialismo e nella liberazione dei popoli. Non dev’esserci compassione, ma ammirazione, volontà d’emulazione. Finiamola con il pietismo, finiamola con i piagnistei, tanto per le “vittime” (che vengono sminuite ad un ruolo di passività, quando sono stati colpiti per aver scelto di agire) tanto per i “carnefici”, che in quanto tali da noi non devono avere che odio ed ostilità.