Rosa Luxemburg e la questione nazionale, di Luca degli Angeli

Rosa Luxemburg, in quanto leader di un partito operaio in Polonia, nazione divisa da tre imperi – Russia, Germania e Austria –, doveva necessariamente prendere una posizione ben precisa sulla questione nazionale. Rosa Luxemburg credeva che sotto il capitalismo lo slogan dell’indipendenza nazionale non avesse alcun valore progressivo, quando parliamo del “diritto delle nazioni all’autodeterminazione“, stiamo usando il concetto di “nazione” come entità sociale e politica omogenea.

Ma in realtà un tale concetto di “nazione“, come i concetti di “libertà dei cittadini” e “l’uguaglianza davanti la legge ” non possono esseri realizzati dalla borghesia: in una società classista, la “nazione” come entità socio-politica omogenea non esiste. Piuttosto, esistono all’interno di ogni nazione classi con interessi e “diritti” antagonisti. Questo articolo mette in discussione i miti diffusi su Rosa Luxemburg. Esaminando la politica e le pratiche del “Luxemburghismo” e del SDKPiL in merito alla questione nazionale in Polonia.

Uno dei miti più diffusi è che rinnegavano tutti i tipi di sentimenti e richieste nazionali: molti sostengono che la Luxemburg fosse una delle uniche figure di spicco del marxismo dei primi del Novecento a prendere una posizione di “nichilismo nazionale“; in realtà, né la Luxemburg né il SDKPiL – di cui era la principale teorica e leader politico – erano “nichilisti nazionali” riguardo la Polonia.

Piuttosto sostenevano che l’emancipazione nazionale dei polacchi poteva essere conquistata solo in alleanza con gli altri lavoratori che vivevano nei tre stati (Russia, Austria e Germania) che nel 1790 si erano spartiti la Polonia, cancellandola dalla mappa europea. Nel luglio 1893, esce il primo numero di Sprawa Robotnicza [La causa dei lavoratori, rivista del partito], in cui la Luxemburg dichiarò che “qui, come altrove, il lavoratore è l’unico difensore di ogni tipo di libertà – economica, politica, nazionale“.

In risposta al tentativo di germanizzazione del governo nella Polonia prussiana, la Luxemburg scrisse un opuscolo intitolato “In difesa della nazionalità”, con lo scopo di promuovere la difesa della cultura polacca:

Quindi è un crimine parlare la propria lingua, che hai imparato bevendo il latte di tua madre – quindi è un reato appartenere a un popolo in cui sei nato. Ora è veramente giunto il tempo per il popolo polacco di scrollarsi di dosso la sua mancanza di vita, di esprimere la sua indignazione, di alzarsi per combattere la germanizzazione. Come condurre questa lotta, quale percorso è il più efficace per difendere la nazionalità polacca – sono domande che meritano una seria considerazione

L’approccio di Rosa Luxemburg alla questione nazionale polacca solleva importanti domande sulla sua ben nota opposizione all’indipendenza polacca e al Partito socialista polacco (PPS), poiché questa posizione non può essere spiegata da un “nichilismo nazionale” (inesistente).

La contestualizzazione storica è importante qui.

Anche se la Polonia ottenne la sua indipendenza nel 1918, è sbagliato supporre che la maggior parte dei polacchi vedesse l’indipendenza come un obiettivo necessario e/o raggiungibile nei decenni precedenti. Dopo la sconfitta dell’insurrezione polacca del 1863-4, la lotta per la secessione divenne ampiamente considerata obsoleta nei circoli liberali e radicali. Il primo partito marxista polacco – il Proletariato, fondato nel 1882 – aveva notoriamente respinto la difesa dell’indipendenza polacca da parte di Karl Marx come baluardo della democrazia occidentale contro il dispotismo zarista.

Mentre il sentimento separatista era diffuso tra l’intellighenzia polacca, non era chiaro se la richiesta di indipendenza sarebbe stata sostenuta dalla classe lavoratrice, la cui coscienza nazionale era molto più eterogenea e ambigua. Come la Luxemburg aveva incessantemente previsto dalla fondazione del suo partito, nel 1893, la tendenza generale durante la rivoluzione del 1905 in Polonia era verso l’unità con la Russia e i rivoluzionari russi. La secessione rimase al massimo un obiettivo secondario e distante per i partiti polacchi (anche per la maggioranza del PPS); inoltre, i ranghi del SDKPiL si erano anche enormemente gonfiati nel periodo 1905-1907. Fu solo durante lo sconvolgimento sociale e politico della prima guerra mondiale, l’occupazione tedesca della Polonia russa e il crollo degli imperi russo, tedesco e austriaco, che la lotta per l’indipendenza divenne una possibilità immediata per ottenere un massiccio sostegno popolare.

Il problema è che Rosa Luxemburg andava oltre, sostenendo che i marxisti non dovevano richiedere l’indipendenza polacca. Elaborò una teoria secondo cui l’indipendenza polacca era assolutamente un’impossibilità storica, a causa della “integrazione organica” (incorporazione socioeconomica) dei territori polacchi in Russia, Germania e Austria. La richiesta di indipendenza polacca era vista dalla Luxemburg come intrinsecamente reazionaria e nazionalista, quindi a detta sua non doveva essere sostenuta dai marxisti.

Rosa Luxemburg non fu coinvolta personalmente negli sviluppi rivoluzionari polacchi, poiché rimase in prigione in Germania fino al novembre 1918. Ma l’approccio dei leader del SDKPiL si basava esplicitamente e consapevolmente sulle posizioni della Luxemburg riguardo l’indipendenza polacca e sul PPS. I suoi compagni polacchi nel 1918 le chiesero di dare il via libera al loro approccio organizzativo e politico durante questo periodo critico. L’azione finale di Rosa Luxemburg nel movimento socialista polacco, prima di essere assassinata nel gennaio 1919 dai controrivoluzionari tedeschi, fu di dare la sua approvazione da Berlino al programma del nuovo Partito comunista dei lavoratori polacchi, che dichiarò che “il proletariato polacco respinge tutti gli slogan politici come autonomia, indipendenza, autodeterminazione […] Per il campo internazionale della rivoluzione sociale non si tratta di confini”.

Tale posizione si dimostrò politicamente disastrosa in un momento in cui il proletariato polacco era generalmente euforico riguardo la conquista “dell’indipendenza statale” – persino il leader del SDKPiL Julian Marchlewski notò che i lavoratori polacchi dimostrarono “un’ondata di patriottismo, nel buon senso della parola”. L’entusiasmo proletario per una Polonia indipendente non significava assolutamente un sostegno al capitalismo – anzi, uno dei motivi per cui l’indipendenza era così popolare era perchè fu proclamata da un governo provvisorio a guida socialista che denunciava la tirannia capitalista e lo sfruttamento: domandava l’emancipazione del proletariato polacco e promise di nazionalizzare le principali industrie e di espropriare forzatamente le proprietà terriere.

Eppure alcuni leader influenti del SDKPiL domandarono l’intervento militare del governo sovietico russo in Polonia – in effetti, i leader del SDKPiL in Russia svolsero un ruolo centrale nell’iniziare e attuare l’invasione catastroficamente errata della Polonia da parte dei bolscevichi nell’estate del 1920. “L’errore fatto da noi (ex membri del SDKPiL) stava nel rifiutare l’indipendenza polacca. … Negando completamente l’indipendenza, abbiamo quindi perso la lotta per una Polonia sovietica indipendente”, ha successivamente ammesso Dzierżyński.

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